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LA VERITÀ (CHE LI SPAVENTA) SUI MINIBOT di Piemme

[ giovedì 13 giugno 2019 ]

Martedì 28 maggio il Parlamento ha approvato all’unanimità una mozione che impegna il governo a rendere possibile il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione alle imprese creditrici con titoli di Stato di piccolo taglio, altrimenti denominati MiniBoT.

Contro i MiniBoT è giunta fulminea la scomunica di Draghi — «O sono moneta, e allora sono illegali, oppure sono debito e quindi lo stock sale. Non vedo altra possibilità» — si sono scatenati contro, oltre a  Moody’s, non solo i suoi mastini di guerra — a cominciare daministro Tria con piddini, berluscones e giornalisti al seguito — ma pure comunisti presunti, gli improbabili economisti di Coniare Rivolta, e neofascisti in pectore come l’avvocato (del diavolo) Marco Mori.

Ma andiamo con ordine


Cosa sono infatti i Buoni ordinari del Tesoro (BoT)? Spiega il Mef

«Sono titoli a breve termine, ovvero con durata non superiore a un anno, privi di cedole; il rendimento infatti è dato tutto dallo scarto d’emissione». 

Detto in parole semplici: chi compra un BoT presta i suoi euro allo Stato in cambio di un titolo, ma non incasserà alla scadenza alcun interesse, otterrà un guadagno solo ove il valore d’emissione sia inferiore a quello nominale — può evidentemente accadere il contrario. Ogni anno lo Stato lancia dei BoT e li mette all’asta. Per la cronaca: l’ultima asta, che c’è stata proprio ieri (BoT con scadenza al 12 giugno 2020) ha avuto una domanda per quasi 10 miliardi di euro.

Un “MiniBoT” (salvo “sorprese”, che più avanti vedremo) è un BoT come gli altri, niente di più niente di meno. Il suffisso “mini” sta ad indicare, così recita la mozione parlamentare, che con la liquidità ottenuta lo Stato non va a finanziare il debito pubblico (in essere o futuro) ma ci rimborsa le aziende che per lo Stato hanno prestato dei servizi. Come mai una misura tanto modesta, del tutto lecita e tutt’altro che eversiva (non a caso votata, salvo patetici mea culpa successivi in modo bypartisan) sta suscitando tutto questo grande casino? 

Perché la posta è tutta politica, simbolico-politica: si tratta di stabilire se lo Stato italiano, privato da tempo della sua sovranità in merito alla politica monetaria ed economica, possa o no aggirare le stringenti norme che derivano dal “vincolo esterno” e dall’appartenenza all’eurozona. Lassù, ovvero dalle parti di Francoforte e Bruxelles temono che questo “aggiramento” posa diventare “raggiramento”, “imbroglio”; ovvero che questi MiniBoT possano diventare una moneta nazionale complementare all’euro.


Torniamo dunque al monito di Draghi: «O sono moneta, e allora sono illegali, oppure sono debito e quindi lo stock sale. Non vedo altra possibilità». 

Draghi ha formalmente ragione, ma…


Sul piano formale non c’ alcun dubbio che Draghi ha ragione. Dalla sua ha il Trattato di Lisbona — Articolo 105  A che tratta della politica monetaria — che stabilisce in modo inequivocabile che soltanto la “BCE ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno della Comunità”.

E, sempre sul piano formale, non ha torto nemmeno sul fatto che l’emissione di MiniBoT per rimborsare aziende creditrici della Pubblica amministrazione —  quindi non solo lo Stato, ma regioni, comuni, ecc — sia ulteriore debito —secondo i calcoli più recenti sono circa 53 i miliardi che le amministrazioni pubbliche debbono al settore privato. Anche qui Draghi si appoggia alle regole ed ai criteri europei, precisamente ai Criteri di convergenza di Maastricht che stabiliscono una distinzione tra il “debito pubblico allargato” ed il “debito pubblico”. In base a questi criteri il “debito della pubblica amministrazione” è da considerarsi un aggregato più ampio rispetto al “debito pubblico”, ovvero del settore statale. Per “debito pubblico” si intende infatti solo l’ammontare dei mezzi finanziari per ogni periodo che il settore pubblico destina alla copertura del proprio fabbisogno. “Mezzi finanziari” sono appunto i titoli di stato. Mele e pere, dice Draghi, non si sommano: un conto sono i debiti verso il mercato finanziario, un altro quelli verso privati che hanno fornito servizi per la pubblica amministrazione. Per fare un esempio: com’è noto il Comune di Roma ha un debito monstre di circa 12 miliardi. Nel “Decreto crescita” il governo se lo è caricato sulle spalle, ricorrendo quindi all’emissioni di titoli di stato. Va da sé che se invece avesse lasciato andare il Comune in default (come alcuni liberisti han chiesto), quei 12 miliardi non sarebbero diventati “debito pubblico”.

Quindi sì, se io trasformo crediti del settore privato verso la pubblica amministrazione in titoli, formalmente essi costituiscono “debito aggiuntivo”. Ed è anche vero, come spiega causticamente Massimo Famularo su Il Sole 24 Ore dell’altro ieri, che non si tratta di una procedimento di mera cartolarizzazione, che in effetti è un diverso dispositivo rispetto alla trasformazione di debito in obbligazioni di stato.

… Occorre badare al nocciolo della questione


Ma andiamo al nocciolo, evitando di restare impigliati in formalismi e/o diavolerie finanziarie — come già affermato dal Comitato centrale di P101, i debiti dell’amministrazione pubblica restano pur sempre debiti, anche ove non siano trasformati in titoli. La guerra dichiarata ai MiniBoT non è per questioni formali ma sostanziali. Il fatto è che tra le pieghe della mozione parlamentare c’è una frase sibillina che allude a quello che lorsignori temono potrebbe accadere, ovvero che i MiniBoT diventino una moneta parallela all’euro. Recita testualmente la mozione approvata (segnaliamo la frase che mette in allarma lorsignori):

«Premesso che la legge di bilancio 2019 ha previsto un meccanismo di anticipazione di tesoreria per gli enti locali e le regioni, con il coinvolgimento di banche, intermediari finanziari, Cassa depositi e prestiti S.p.a. e le istituzioni finanziarie dell’Unione europea, volto proprio all’ulteriore smaltimento dei debiti maturati alla data del 31 dicembre 2018,impegna il Governo:a dare ulteriore seguito al processo di accelerazione del pagamento dei debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni, come evidenziato in premessa, anche valutando di assumere iniziative per l’ampliamento delle fattispecie ammesse alla compensazione tra crediti e debiti della pubblica amministrazione, oltre che la cartolarizzazione dei crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio, implementando l’applicazione di tutte le misure adottate nella legge di bilancio 2019, relative anche alle anticipazioni di tesoreria, per garantire il rispetto dei tempi di pagamento dei debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni ed uscire, così, dalla procedura d’infrazione che la Commissione europea ha avviato contro l’Italia sull’attuazione della direttiva sui ritardi di pagamento».

Qui si dice dunque che “oltre alla cartolarizzazione”, per saldare i debiti della pubblica amministrazione potranno essere utilizzati ed emessi anche “titoli di Stato di piccolo taglio”, i MiniboT appunto.

Lorsignori ritengono dunque che questa mossa dei MiniboT sia uno stratagemma per prepararsi all’uscita dall’euro, una tessera quindi di un disegno eversivo, altrimenti detto “Piano B”. Ecco quel ha scritto Andrea Boda su IL SOLE 24 ORE del 31 maggio subito dopo l’approvazione della mozione parlamentare (consigliamo di leggere per intero il suo allarmato articolo):

«Negli ultimi giorni, probabilmente corroborata dal successo elettorale alle europee, la Lega sembra aver fatto uno scatto nel progetto mai troppo nascosto di uscita dell’Italia dall’euro (o quantomeno di minaccia dell’uscita) attraverso un “piano B” che spesso sembra essere a tutti gli effetti un “piano A” che prevede una serie di mosse che finiscono per creare le condizioni per un irreversibile sentiero di uscita dal sistema monetario unico, visto da alcuni come una gabbia che non consente al paese di crescere».

Quindi, andando al succo che preoccupa gli euristi, aggiunge:

«Si tratta, in sostanza, dell’autorizzazione a procedere all’emissione di “MiniBOT”: di fatto banconote del Tesoro di piccolo taglio (in euro) sotto forma di titoli al portatore che sarebbero garantiti dalle entrate fiscali. “BoT” è l’abbreviazione di un buono del tesoro italiano, e la piccola denominazione li rende mini. I BoT convenzionali sono titoli elettronici di libri contabili, ma i mini-BoT verrebbero stampati, secondo quanto riferito, utilizzando le presse dei biglietti della lotteria statale, e i progetti sarebbero già stati selezionati».

Ciò che li spaventa non è tanto il fatto che il governo metta in circolazione dei MiniBoT per saldare i debiti della pubblica amministrazione, quanto invece che essi possano diventare una moneta parallela (quindi adoperata accanto all’euro come mezzo di scambio e di pagamento) in vista di un “piano B” di uscita dall’euro.

Il nostro, dopo aver segnalato che “il voto unanime della mozione renderà più complicato anche per il Quirinale opporsi ai prossimi passi del governo“, citando quanto ha dichiarato recentemente da Salvini, fa uno più uno, e teme che il governo abbia in effetti un “piano B” che tra le altre misure preveda:

«…di trasformare parte dei saldi di conti correnti privati in MiniBoT a pari importo *nominale* (per poter asserire di non aver fatto alcuna “patrimoniale”, che è un provvedimento a costo politico molto elevato) cercando, con la più ampia diffusione possibile, di rendere “liquido” il MiniBoT riducendo al massimo la possibilità che si svaluti rispetto al nominale e generando quindi una mossa descrivibile (populisticamente) come “a impatto zero”».

Ciò che lorsignori scongiurano, noi auspichiamo


E’ fin troppo noto che c’è nel Paese una massa enorme di liquidità che giace intrappolata e ristagna nella sfera bancaria, sarebbe non solo lecito ma necessario che il governo adotti ogni necessaria misura per mobilitarla. Il problema, delle due l’una, è che questa mobilitazione può avere due scopi diversi e opposti: può essere utilizzata per andare incontro all’eurocrazia, ovvero ridurre debito e deficit, oppure messa in circolazione per spezzare la spirale austeritaria, creare lavoro per dare una scossa potante al ciclo economico. E’ la seconda via che l’Unione europea non può tollerare in quanto aumenterebbe debito e deficit, ed è per impedirlo che ha preventivamente lanciato il siluro della “procedura d’infrazione”.

Vedremo nei prossimi mesi, in vista della legge di bilancio 2020, se il governo, come ci auguriamo, vorrà fare il bene del Paese, o se invece, tenterà di barcamenarsi dando una botta al cerchio e una alla botte. Se vorrà fare il bene del Paese, forte del consenso di cui gode ed anche della mozione parlamentare, tra le altre cose, emetterà i MiniBoT e aumenterà la spesa pubblica in deficit.

Per concludere: ciò che gli euristi scongiurano noi invece auspichiamo. Come ha dichiarato il Comitato centrale di P101:

«Se i Minibot funzionassero, e noi siamo convinti che funzionerebbero, essi potrebbero infatti trasformarsi all’occorrenza (ad esempio di fronte ad una restrizione di liquidità della Bce per piegare il governo italiano) in una vera e propria moneta parallela, normale mezzo di pagamento nelle transazioni commerciali. Uno strumento dunque utilissimo per far uscire l’Italia dalla prigione della moneta unica. Proprio per questo, come Programma 101, vediamo con grande favore l’emissione dei Minibot: un primo passo verso la liberazione dalla gabbia eurista».

Non siamo sicuri che i “tuttosubisti” che frignano e sbraitano da ogni lato che questa dei MiniBoT sarebbe poco più di una pagliacciata si chiederanno a questo punto come mai l’eurocrazia ed i suoi vessilliferi contro i MiniBoT stanno sparando a palle incatenate. Sparano non solo perché temono questo atto sovrano di disobbedienza, lo fanno perché sanno che non sarà facile, né sul piano politico né su quello giuridico, impedire l’eventuale atto sovrano del governo giallo-verde.

NB

Marx diceva della merce che era “cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezze metafisiche e di capricci teologici”. Ciò vale a maggior ragione per la moneta. Non è questa la sede per addentrarci nella stratosfera metafisca del denaro e delle sue variopinte forme e metamorfosi. Basti dire che anche a Francoforte sanno bene, parlando di moneta, cosa siano gli “aggregati monetari”; che cioè possono valere, come mezzi di intermediazione e di scambio, non solo le banconote che essi monopolisticamente creano dal nulla (M1 o liquidità primaria), ma pure gli strumenti finanziari della cosiddetta “liquidità secondaria” (M2 ed M3), e tra questi anche i Buoni ordinari del Tesoro, così come tutte le obbligazione statali emesse con una durata inferiore ai due anni. Leggere per credere la definizioni di moneta del SEBC (Sistema Europeo della Banche Centrali).


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APOLOGIA DELLA SOVRANITÀ di Carlo Formenti

[ giovedì 13 giugno 2019 ]

In uno strepitoso saggio breve (“Sovranità”, il Mulino) che ho divorato in poche ore (era da tempo che una lettura non mi appassionava tanto), Carlo Galli fa piazza pulita delle idiozie, dei luoghi comuni e degli ideologismi che funestano le campagne anti sovraniste condotte da media, partiti e accademici (come populismo, sovranismo è un concetto passepartout che, a furia si essere riempito dei contenuti più disparati, ha finito per perdere senso). Approfittando del fatto che Alessandro Somma dedica, su queste stesse pagine, un’ampia recensione al lavoro di Galli, mi permetto di estrarne in poche righe il “succo” politico e, per sintetizzarlo nel modo più chiaro possibile (ammettendo apriori le inevitabili semplificazioni e le altrettanto inevitabili – ma spero non troppo arbitrarie – interpretazioni soggettive) dividerò l’argomentazione in quattro parti.

Uno. Galli, evitando la trappola in cui cadono i filosofi della politica che assumono una prospettiva metastorica (inscrivendo ad esempio la democrazia ateniese e la democrazia moderna in un medesimo ordine fenomenico), mette in luce la specificità della sovranità dei moderni che consiste nel fatto, già evidenziato dal Machiavelli, che essa non è legittimata da alcun fattore trascendente ma appare esposta alle sfide che la contingenza lancia all’ordine politico – ordine che si presenta quindi come frutto di costruzione, più che come portato di fattori naturali e/o tradizionali. “La modernità, scrive, è l’epoca in cui la legittimità diventa problema, non è più data ma assente e quindi ricercata, inseguita, costruita”.

Due. Il carattere infondato – la fragilità oserei dire – del moderno potere sovrano fa sì che l’ordine politico non si possa mai dare per acquisito e scontato: pur concentrando e monopolizzando il potere politico esso “non riesce ma a spoliticizzare del tutto la società, o il popolo”, per cui questi producono ininterrottamente “nuovo disordine e nuove esigenze di ordine”. Detto in altro modo: “il potere costituente non è mai del tutto costituito”, e ancora: “la forma del potere costituente è la rivoluzione, nemica e motore ad un tempo della sovranità. La rivoluzione è eccesso di potenza sociale che si fa politica, presenza concreta di un popolo o di una classe che sfonda lo spazio pubblico, che agisce contro la sovranità esistente e ne genera una nuova”. Si potrebbe affermare che sovranità e conflitto sociale sono due facce della stessa medaglia: non si dà l’una senza l’altro e viceversa. È per questo che i critici della sovranità la descrivono come qualcosa di arbitrario, eccessivo, se non di mostruoso?

Tre. Per rispondere occorre partire dalla paradossale convergenza fra critici di destra e di sinistra della sovranità. Le ragioni della destra sono chiare: all’economia liberista non serve – anzi è d’ostacolo – la legittimazione dell’ordine politico, essa si ritiene capace di autolegittimazione, detentrice di una sovranità autonoma che non affonda le radici nella politica ma nel mercato: “l’obiettivo del neoliberismo, scrive Galli, è sostituire il privato al pubblico, la libera scelta al comando, la concorrenza al conflitto, l’uguaglianza alla rappresentanza, la governance alle istituzioni politiche”. E la sinistra? Il fatto è che questa sembra avere smarrito la consapevolezza che il conflitto sociale non può svilupparsi se non nella cornice della sovranità, di una “unità del volere e dell’agire in assenza della quale la pluralità non potrebbe agire politicamente”. Così, mentre rifiuta la sovranità nazionale, vissuta come arbitraria, repressiva, autoritaria, “di destra”, ne invoca il superamento da parte di istituzioni sovranazionali che incarnano tuttavia una sorta di “sovranità al quadrato”, ben più arbitraria, autoritaria e antidemocratica (si pensi alle guerre in nome della “ingerenza umanitaria” negli affari interni degli “stati canaglia”, classificati come tali dalla superpotenza americana e dai suoi alleati, o alla “cura” imposta al popolo greco per sanare il debito pubblico di quel Paese – in realtà per sanare il bilancio della banche francesi e tedesche).

Punto quarto. A questo duplice rifiuto, Galli oppone l’apologia della sovranità intesa come sovranità democratica, che è poi come la intende la nostra Costituzione: 

«La sovranità democratica è dal punto di vista materiale protezione fisica e promozione sociale della persona: Stato economico come Stato sociale e come Stato del benessere (…) il che implica che l’economia capitalistica abbia una forma mista o in ogni caso moderata dalla politica che non ammette alcuna sovranità del mercato».

Posto che la sovranità nazionale non vuol dire necessariamente nazionalismo, e che distinguere fra interno ed esterno non vuol dire necessariamente xenofobia, bensì volontà di definire lo spazio in cui i cittadini possono liberamente decidere in merito alle scelte che influiscono sulla loro vita, Galli confuta l’accusa secondo cui la ricerca di sovranità sarebbe “antipolitica”: siamo piuttosto di fronte a una forte istanza politica, cioè alla richiesta di ristabilire la distinzione fra pubblico e privato, restituendo al primo il controllo sugli “spiriti animali” dell’economia. Se poi questa richiesta viene oggi intercettata soprattutto da destra, la responsabilità ricade su una sinistra cieca nei confronti delle devastazioni sociali prodotte dal liberismo. Con buona pace, aggiungerei io, di tutti coloro che auspicano la costruzione di un fronte unito antisovranista e antipopulista.

* Fonte: Micromega