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LA PROFEZIA DI BAGNAI E IL DILEMMA SOVRANISTA di Moreno Pasquinelli

[ 18 giugno 2019 ]

Di acqua ne è passata sotto i ponti…

I veterani del sovranismo, siamo in pochi per la verità, si ricorderanno della polemica tra noi e Alberto Bagnai dopo che il nostro, nel gennaio 2013 sottoscrisse il Manifesto di solidarietà europea. Quel Manifesto (firmato col fior fiore di economisti liberisti) sosteneva una tesi fantasmagorica, quella che per salvare la “integrazione europea”, occorreva «Un nuovo sistema di coordinamento delle valute europee, volto alla prevenzione di guerre valutarie e di eccessive fluttuazioni dei cambi fra i paesi europei». Concludeva quindi con la proposta di «una segmentazione controllata dell’Eurozona attraverso l’uscita, decisa di comune accordo, dei paesi più competitivi», quindi non dell’Italia badate, bensì proprio della Germania.

Restammo stupefatti dal sodalizio tra un economista che rivendicava fiero il suo keynesismo e incalliti liberisti. Toccò proprio a me — Le divergenze tra il compagno Bagnai e noi — condannare quell’errore, disvelandone le radici. Il nostro ci prese a pesci in faccia bollandoci come Marxisti dell’Illinois. Contro il sottoscritto Bagnai fu spietato:

«(povero compagno M! Con la “m” di meringa, chiederete voi? No, non esattamente, risponderò io. Conti troppo poco perché possa ora perder tempo a dimostrare l’inconsistenza e la slealtà delle tue becere scempiaggini, dettate solo dalla paura di essere definitivamente spiazzato nel tuo patetico e inconsistente anelito verso il potere politico, nonché la dilettantesca e opportunistica approssimazione degli strafalcioni profferiti dal tuo nuovo guru. Quando lo farò ci divertiremo. Noi. Tu continuerai a ragliare di uccisione di padroni nemici del proletariato nel tuo blog che nessuno legge. Mi metti una grande tristezza. Intanto, come dire, la Storia va avanti. Piccoli ortotteri crescono».

La profezia 


Facemmo pace, io e Alberto, non solo perché, presumo, si rese conto che nel suo contrattacco passò il segno, non solo perché comprese che da queste parti di guru non ne abbiamo — tantomeno quello che lui ci assegnò, per la cronaca Emiliano Brancaccio—, infine perché la sua imminente adesione alla Lega mostrava che il pericolo del suo “salto della quaglia a destra” era tutt’altro che infondato.

Qual era, nella sua essenza, il pomo della discordia? Che noi lavoravamo affinché fosse possibile quella che chiamammo “uscita da sinistra dall’euro”, mentre Bagnai aveva profetizzato come ineluttabile che “l’uscita sarà gestita dalle persone sbagliate”.

Parigi val bene una messa


Nella forma della profezia che si autoavvera, Bagnai pare abbia avuto ragione. La dirompente avanzata della Lega salviniana ci dice che se uscita dall’euro ci sarà “sarà da destra”. Al netto di questioni obiettivamente secondarie come immigrazione e sicurezza — delle quali all’eurocrazia poco importa se non come pretesti ideologico-cosmetici — potremmo trovarci a rompere con l’Unione per la presunta “flat tax”, che Salvini sta facendo diventare il suo principale cavallo di battaglia. Flat tax che è non solo l’emblema ma il marchio d’infamia del neoliberismo.
Del resto, che la flat tax sia una «ricetta ultra-liberista praticata con esiti devastanti dal Fondo monetario internazionale dalla fine degli anni Ottanta» lo affermò proprio Bagnai nell’estate del 2015  e non in un consesso qualunque, ma dicendolo in faccia a Salvini, Borghi e Rinaldi che invece la peroravano.
Non penso che Bagnai abbia cambiato idea, poiché ritengo che egli non solo si consideri ma resti effettivamente un economista keynesiano. E’ che egli, avendo sempre creduto che non avremmo mai vinto la battaglia dell’euro senza avere dalla nostra almeno una parte importante della borghesia, anzitutto padana, considera che la flat tax sia appunto il modo per conquistarla alla causa e strapparla al partito eurista. Come disse Enrico di Navarra: “Paris vaut bien une messe”.

Sciogliere il dilemma


Noi non dicemmo, al tempo, che Bagnai avesse torto, che cioè avremmo potuto fare a meno, in vista dell’uscita dalla gabbia dell’euro e dell’Unione, di un’alleanza con settori importanti della borghesia. Da anni andiamo sostenendo che data l’importanza e la difficoltà della battaglia sovranista, un Comitato di liberazione nazionale sarebbe stato necessario. Da anni andiamo dicendo che l’uscita non sarebbe stata indolore e che un eventuale Governo d’emergenza, sarebbe stato necessariamente trasversale, espressione di un blocco nazionale-popolare. La questione per noi era far sì che la forza motrice della rottura e della liberazione nazionale fosse stata non la destra liberista ma una sinistra popolare e patriottica.

Dobbiamo prendere atto che malgrado i nostri sforzi questa sinistra popolare e patriottica non ha acquisito la forza d’urto per candidarsi a guidare la battaglia. Di più: se, come ritengo, stiamo andando ad una finale rotta di collisione con l’Unione, la sua eurocrazia ed i suoi ascari italiani — non condivido, come si capirà, l’idea che alcuni hanno secondo cui “la questione non si pone” dato che saremmo al “momento Tsipras”, che la capitolazione all’Unione europea è già data —, il tempo che ci resta non ci consente di immaginare ancora contendibile la direzione politica della rottura. Questa partita non solo ce la siamo lasciata alle spalle, l’abbiamo persa, e quindi non resta che attrezzarci alla prossima.

Di qui il dilemma che non si pone solo a noi sinistra patriottica, ma pure a tutti i sovranisti, siano essi socialdemocratici, comunisti e keynesiani. Quale sia il dilemma è presto detto: sostenere l’uscita malgrado spinga il Paese verso un’approdo liberista in economia e una sudditanza geopolitica verso gli USA trumpiani o restare nella gabbia euro-tedesca?

Non c’è bisogno di discettare su quale sarà la scelta di campo della sinistra transgenica: essa fornirà la soldataglia (non solo virtuale) al partito dell’euro. Forte immagino sarà infine, nel campo sovranista, la tendenza “terzocampista”, quella del “né-né”. Temo che sarebbe la condanna all’irrilevanza politica, forse addirittura all’auto-annientamento.

Io penso che l’uscita dall’euro e dall’Unione, anche ove l’approdo sia un liberismo in salsa protezionistico-trumpiana, costituisca, e per diverse ragioni, un “male minore” rispetto all’alternativa (altre non ce ne sono nemmeno all’orizzonte) che l’Italia resti incatenata al ceppo eurocratico. 

Potrei discettare sulle ragioni per cui tra le due terapie economiche liberiste, quella ordo made in Deutschland e quella made in U.S.A. la seconda, malgrado le controindicazioni è preferibile. Basti dire, per il momento, che se il Paese restasse nella gabbia sarebbe condannato alla recessione perpetua, quindi al sicuro disfacimento sociale, spirituale e nazionale. Tutto ma non questo! Mi limito ad osservare che l’uscita con Salvini e C., sarebbe un terremoto per l’Unione, darebbe una scossa all’Italia, interromperà la mortagora (le cui prime vittime sono proprie le forze rivoluzionarie), aprirà una nuova  ed inedita fase politica, con tutto quanto potrebbe conseguirne in termini di risveglio nazionale e protagonismo del popolo lavoratore, ed anche di rinascita della lotta di classe e di possibilità rivoluzionarie. 
Così che un giorno, la sinistra patriottica, accettato di stare nel gorgo della storia, potrà ringraziare per una volta il diavolo, che con Salvini fece la pentola ma non il coperchio.


«Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe,
mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma e che considerino più a’ romori ed alle grida che di tali tumulti nascevano, che a’ buoni effetti che quelli partorivano».

[Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, libro I, capitolo 4]



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MOLTO SI DECIDE DALLE PARTI DI HORMUZ di F.S.

[ lunedì 17 giugno 2019 ]

Al momento non si può escludere nulla su quanto avvenuto nel Golfo dell’Oman. Quel che è certo è che si apre una nuova fase politica e geopolitica nella contesa strategica globale. Qui interessa analizzare l’elemento politico globale in movimento. 

Unico dato di fatto, al momento, è che si avvantaggiano le reciproche fazioni “radicali”; sia lo stato profondo statunitense sempre più stanco dell’approccio geopolitico da manager usato da Trump nelle sue “negoziazioni” bilaterali, sia le correnti interne più patriottiche della repubblica persiana, espressioni delle campagne povere, della piccola borghesia del bazar provinciale e del feudo ahmadinejadista di Mashad, per le quali il deal Rohani Obama fu sin dall’inizio un trattato capestro che avrebbe portato — come ha in effetti portato —acqua al solo mulino dell’imperialismo occidentale sulla pelle del popolo persiano. 


Da tali frazioni l’accordo di Vienna del 14 luglio 2015 fu paragonato al Trattato di Turkmenchay del 1828, in seguito al quale i zaristi russi portarono via al popolo persiano i propri territori settentrionali. Anche il generale Qasem Soleimani, che non ha mai fatto fronte comune con gli ahmadinejadisti e con il Basiji, ebbe parole durissime per Rohani. 

Avevo già avuto modo di specificare, mesi fa, come fazioni sioniste e neoconservatives considerassero attualmente l’Iran il vero hard front. Ciò, come ho spesso ribadito su
 SOLLEVAZIONE, di contro alla vulgata generale, la contesa globale si disputa nel Mediterraneo e nel Grande Medio Oriente, non nell’Indo-Pacifico.

Nel braccio di mare che separa il Golfo Persico dal Golfo dell’Oman passa ben oltre un quinto delle forniture petrolifere mondiali. Nel 2016, 19 milioni di barili di petrolio sono passati in questo braccio di mare ogni singolo giorno. Il punto più stretto è largo 33 km, ma le autostrade del mare dove passano le petroliere sono larghe circa 3 km. Chiudendo lo stretto, l’Iran alzerebbe i prezzi del petrolio mettendo in ginocchio, con esiti di difficile previsione, l’intera economia occidentale. Il generale Mohammad Bagheri, in occasione della ricorrenza della “Liberazione di Khorramshar” (24 maggio 1982), nel giorno del sacrificio, della resistenza, della vittoria, ha evocato come immediato un simile scenario di fronte ad un’aggressione occidentale all’Iran. 

«Se i sionisti non permetteranno al nostro petrolio di esser consegnato attraverso lo Stretto di Hormuz, nemmeno quello delle altre nazioni passerà», ha detto l’alto ufficiale all’agenzia Isna. Notizia molto importante, contemporanea a quella verificatasi nel Golfo dell’Oman, è che l’Air force degli Stati Uniti ha condotto con successo il primo test di volo del missile ipersonico AGM 183 A. La velocità del sistema ipersonico assegna al B-52 H/J Stratofortress, piattaforma del nuovo missile ipersonico, la capacità di lanciare oltre il raggio delle difese aeree nemiche. Questo, in sostanza, significa che grazie ad una capacità di carico utile non convenzionale è garantito un volume di fuoco maggiore sulle lunghe distanze, rispetto a quelli garantiti sino ad ora. Non è un fatto secondario, è un elemento che va considerato per avere un quadro chiaro, ma andrebbero infine considerati altri due fattori, prima di tirare le somme. Il primo è che la Cina, che si è sostanzialmente disinteressata del conflitto siriano, non farebbe altrettanto qualora venisse aggredito l’Iran, essendo il principale acquirente di petrolio iraniano, di cui necessita più di ogni altra cosa. Il secondo è che il tandem Stati Uniti Israele, al di là della guerra interna di bande e fazioni alla quale assistiamo, esercita ancora un concreto dominio strategico sia sul Medio Oriente sia sul Mediterraneo. 

Chi domina tende a conservare. Chi è dominato tende a sovvertire e a guerreggiare. 


L’arsenale termonucleare di Tel Aviv è stimato ufficiosamente sul centinaio di testate, paragonabile a quello pakistano e indiano. L’arsenale sionista è supportato da una completa triade per il suo utilizzo: missilistica, con i missili Jericho III a lunga gittata, grazie alla cooperazione con la Dassault francese; aerea, grazie alla collaborazione con l’aviazione statunitense; marittima, con i missili Cruise montati su sommergibili di produzione tedesca. Siamo perciò di fronte ad un arsenale che evoca la classica capacità di “secondo colpo” se i primi colpi andassero in fumo. Il deterrente nucleare, per il Sionismo, con il monopolio nell’area, equivale ad una rendita strategica tramite la quale ha impostato ed imposto la sua relazione speciale con Washington: l’ordine regionale del Vicino Oriente si fonda infatti, tra gli altri elementi, che vedono comunque Israele sempre in posizione di supremazia, sul cosiddetto “squilibrio nucleare”. L’attestazione della dimensione nucleare di altri Stati regionali finirebbe per neutralizzare il peso specifico di Tel Aviv. Questo fu il capolavoro geopolitico della “Operazione Sansone”, originariamente sostenuta proprio dalla Francia atomica di De Gaulle, ma non dagli Usa, in quanto i sionisti non si erano ancora purificati dal primordiale legame stretto con lo Stalinismo russo. 

“Operazione Sansone” indicava appunto l’approdo alla soglia nucleare conquistato nel concetto e nella prassi di grigia opacità (in ebraico amimut) sfruttando le divergenze tattiche della contesa inter-imperialista dell’epoca, quella sovietico-americana. Con l’ “operazione Sansone” gli israeliani giunsero velocemente allo status di super-potenza compiendo un “balzo in avanti” di cui si ritroveranno a godere a lungo i frutti tattici. La Francia gollista entrava nel club nucleare nel 1962; Israele vi entrò invece nel maggio 1967, con l’assemblaggio di almeno cinque ordigni. La Francia ha perso, nel frattempo, il proprio peso politico globale, Israele lo ha addirittura accentuato.

La trazione radicalmente ed assolutamente mediterranea del sionismo quale stato di guerra permanente fa sì che la relazione speciale con gli Usa, chiunque si trovi alla Casa Bianca, non venga messa in discussione. Almeno nell’immediato. 

La sconfitta siriana di Usa e Israele, un pericoloso campanello d’allarme o una spia rimasta accesa, non ha però per ora arrestato o sovvertito l’ingranaggio generale. I generali persiani, pur consapevoli che intimamente sionisti e americanisti sanno bene che ipotesi di aggressione anti-persiana o di regime change potrebbero condurre ad un generale incendio del Vicino Oriente, che svantaggerebbe, con effetti non prevedibili, in primo luogo proprio Israele, nondimeno sono pronti ad una eventuale aggressione imperialista, sulla quale da decenni si sono ben concentrati.

Tirando le somme, va perciò considerato che l’arretramento politico è quello del modello di Repubblica islamica retto dalla grande borghesia nazionale di Tehran, storicamente cresciuta a braccetto con la corrente moderata di Rafsanjani, nella doppia presidenza di Mohammad Khatami, dal 1997 al 2005, grande borghesia che è ora massimo sponsor del Presidente Hassan Rohani. A fianco di Rohani, vi sono le tradizionali forze della “sinistra khomeinista”, già vicine all’Onda Verde anti-Ahmadinejad, manifestazione anche questa delle frazioni dell’alta e media borghesia urbana. Per tale frazione di “sinistra moderata” l’avviata liberalizzazione economica e la pur moderata incentivazione alle privatizzazioni, che hanno prodotto negli ultimi anni il disastro sociale per la maggioranza dei persiani, si dovrebbe addirittura accompagnare alla liberalizzazione politica. 

Nella logica interna della repubblica persiana, è perciò in ballo non solo “un nuovo contratto sociale” con lo Stato da parte di milioni di contadini e di piccoli borghesi urbani impoveriti dalla nuova politica economica della “sinistra riformista” ma anche il modello di Stato politico. Il modello imperiale “neo-persiano” di Ahmadinejad, una democrazia sociale, plebiscitaria, che concretizzò l’interventismo statale a favore dei ceti a basso e medio reddito e degli emarginati, dei “calpestati” (mostafazin) e che seppe puntare ad una redistribuzione del reddito nazionale tanto dalle classi proprietarie e privilegiate, come dal vasto apparato burocratico iraniano, ai mostafazin ed ai piccolo-borghesi metropolitani e provinciali, è quello che milioni e milioni di persiani, che identificano nazionalismo imperiale persiano e Sciismo di stato, apertamente auspicano di nuovo. Sia da sindaco di Tehran, sia da presidente, Ahmadinejad era solito mandare i bulldozer delle società del Sepah-e-Pasdaran nei quartieri popolari per riassestare le strade, ignorando invece le buche nei quartieri della grande borghesia della zona settentrionale di Tehran. Tuttora, Mahmoud Ahmadinejad è il politico persiano più disprezzato ed avversato dalla grande borghesia iraniana, ma assai ammirato dai piccoli commercianti e dai contadini, un po’, volendo azzardare un paragone storico, come nel caso di Evita Peròn, la quale, appena morta, fu ricordata da borghesi e massoni al ritmo di musica jazz e costose bottiglie di champagne stappate. Storica fu inoltre, per quanto, almeno in base a ciò che si disse a bassa voce, avversata dall’élite strategica vicina alla Guida Suprema, la decisione della frazione Ahmadinejad di diffondere la Carta Geopolitica dell’Impero Persiano; il disegno politico concreto consisteva nella volontà di unificazione continentale dei popoli di lingua persiana sino all’Afghanistan, passando per il Tagikistan e l’Uzbekistan. 

Il nodo strategico del Vicino Orientale è dunque strettamente connesso alla dialettica interna che esprime non solo il Governo o lo stato profondo degli USA ma anche quello persiano. Giustizia sociale e antimperialismo marciano perciò di pari passo; usciamo infatti da un decennio di autentico totalitarismo globale fondato sul liberismo imperialista o subimperialista, che ha pesantemente condizionato anche la vita politica e sociale persiana. E’ con l’ascesa di Xi Jinping e la messa in moto di un Confucianesimo sociale di stato che tutto si sta velocemente ridisegnando. 

E’ evidente che un eventuale attacco imperialista alla Persia, anche qualora fosse solamente simbolico, mosso dal semplice fine di umiliare il popolo iraniano per avvertire di non superare la linea rossa rappresentata dalla soglia nucleare, condurrebbe alla unitaria e comune sollevazione anti-occidentale e antisionista di nazionalisti e neo-imperiali persiani seguaci di Ahmadinejad da un lato — che per lo più possiamo identificare con il prototipo dei giovani poveri delle campagne e delle periferie o con il ceto del bazar della provincia —, e degli islamici moderati della grande e media borghesia urbana dall’altro — i maggiori avversari della frazione Ahmadinejad. Che potrebbero ritrovarsi, ove prevalesse la frazione sionista e neocon, dunque la linea dell’attacco imperialista alla Persia, nel medesimo fronte degli ahmadinejadisti sociali. Che prevalga però la linea bellicista sionista, se non è da escludere, non è affatto certo.

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BRAVO SAVONA! di Leonardo Mazzei

[ lunedì 17 giugno 2019 ]


Orrore, orrore! Il debito, il debito, quello pubblico naturalmente! L’Europa ci spezzerà le reni, dopo averlo mussolinianamente fatto con la Grecia! E ben ci starà, perché peccatori siamo!

Ad interrompere almeno per un giorno questa trista litania ci ha pensato un signore di 82 anni, Paolo Savona. Fa un po’ specie che per ascoltare, finalmente, alcune note di buon senso sulla questione del debito si debba andare a leggere il discorso tenuto venerdì dal presidente della Consob. L’occasione è stata, pensate un po’, l’annuale “incontro con il mercato finanziario”. Un titolo che è tutto un programma.

In assenza del mitico “mercato”, il parterre era costituito da più concreti banchieri e finanzieri che in quel mercato giornalmente operano. Ed il bello è che questi ultimi, con chiaro disappunto della stampa eurista, non si sono affatto turbati per quel che le loro orecchie hanno udito. Trattandosi di persone “informate dei fatti” la cosa può stupire solo gli ignoranti, una categoria ben rappresentata tra i giornalisti.

Ma cosa ha detto Savona?

In primo luogo, il mancato ministro dell’Economia – sempre ricordarsi dell’abuso compiuto da Mattarella! – ha smontato pezzo dopo pezzo la narrazione sul debito: 

«La teoria economica e la ricerca empirica non hanno fornito una risposta univoca su quale sia il legame ottimale tra il debito pubblico e il PIL, soprattutto se il rapporto è valutato in modo indipendente dallo stato della fiducia. L’esempio del Giappone è istruttivo: se la fiducia nel paese è solida e se la base di risparmio sufficiente, livelli di indebitamento nell’ordine del 200% rispetto al PIL non contrastano con gli obiettivi economici e sociali perseguiti dalla politica». 

Giappone? Debito al 200%? Agli euristi, gente che drammatizza uno 0,1% in più sul deficit – è per questa iperbolica cifra che l’Italia rischia le sanzioni europee – è crollato il mondo addosso. E pensare che in realtà il debito del Giappone non è al 200 bensì al 250%, roba da distruggere le coronarie a Fubini, Calenda, Monti e Cottarelli messi insieme.

Savona, precisando ovviamente che «ciò non significa che non esista un limite all’indebitamento», ha ricordato come tale livello debba essere messo in relazione alla base di risparmio ed alla solidità della fiducia di un Paese. C’è in realtà un terzo decisivo elemento, che il presidente della Consob non poteva citare in quella sede, sempre per un problema di coronarie nell’uditorio. Esso è però implicito nel suo discorso. L’elemento mancante è la sovranità monetaria, che è il vero fattore che ci distingue dal Giappone. A Tokio ce l’hanno, a noi ce l’ha sequestrata l’euro.

Chi lavora contro l’Italia


Rammentata la forza dell’industria nazionale, come pure l’elevato livello del risparmio, Savona se l’è presa con chi lavora alla sistematica distruzione della reputazione del nostro Paese:

«I giudizi negativi non di rado espressi da istituzioni sovranazionali, enti nazionali e centri privati appaiono prossimi a pregiudizi… E’ come se l’Italia fosse collocata dentro la “caverna di Socrate” dove le luci fioche della conoscenza che in essa penetrano proiettano sulle pareti un’immagine distorta della realtà. Per giunta in presenza di un continuo vociare a senso unico, che stordisce. E’ compito di chi riveste posizioni di vertice della politica, dell’economia e dei mezzi di informazione rafforzare la luce e abbassare i toni per ristabilire la fiducia sul futuro del Paese. Non esiste alcun vincolo oggettivo insuperabile alla nostra crescita». (sottolineature nostre)

Chiaro come il professor Savona abbia voluto denunciare l’incessante opera di denigrazione proveniente dalle istituzioni europee. Un’azione aggressiva che può avere successo, però, solo grazie al blocco eurista di casa nostra, autore di quel «continuo vociare a senso unico» messo in atto dai vari Mattarella, Visco, Boccia, con il quotidiano coro a sostegno del sistema mediatico al gran completo.

Ma non si tratta solo di chiacchiere. Da quando Bankitalia (divorzio del 1981) non funziona più come “prestatore di ultima istanza”, da quando siamo ingabbiati nella trappola dell’euro, c’è quella decisiva conseguenza chiamata spread. Ecco cosa ci dice Savona a tal proposito:

«Il potere di valutare il rischio di rimborso si è trasferito sul mercato senza un adeguato contrasto alla speculazione, che non di rado trova alimento nell’attitudine delle autorità a usarlo come vincolo esterno per indurre gli Stati membri a rispettare i parametri fiscali concordati a livello europeo». (sottolineature nostre)


Qui l’accusa è chiara. Di fatto speculatori e tecnocrati europei sono in combutta fra loro. Ai primi il vincolo esterno serve per paralizzare la risposta della vittima dei loro attacchi speculativi; ai secondi la speculazione serve per imporre i loro diktat politico-economici. Ma c’è un terzo soggetto che prima o poi dovrà finire sul banco degli imputati, ed è sempre quel blocco eurista nazionale – meglio: anti-nazionale – di cui abbiamo già parlato. Quali siano i nomi di chi compone questa cupola è facile a dirsi, basta elencare tutti quelli che non riescono ad aprir bocca senza pronunciare la parola “spread“.

Dal debito agli investimenti: far lavorare i risparmi


Scopo di Savona non è però solo la denuncia dei nemici (esterni ed interni) dell’Italia. Con il suo ragionamento egli pone una decisiva questione economica: quella del rilancio degli investimenti. Ma prima bisogna restituire 

«ai debiti sovrani, incluso quello italiano, la dignità di ricchezza protetta che a essi attribuiscono giustamente gli investitori. Il raggiungimento di questa condizione allontanerebbe i sospetti sulla possibilità di insolvenza del nostro debito pubblico, oggettivamente infondati».

Chi scrive pensa che, arrivati al redde rationem, un default ragionato sul debito sia una scelta politica utile e motivata sia sul piano economico che su quello sociale. Al tempo stesso, però, Savona ha perfettamente ragione ad affermare che in base ai fondamentali dell’economia italiana il rischio di insolvenza è del tutto infondato. Uno spauracchio agitato dai soliti noti per seminare caos e paura, che sono poi le armi preferite dalle èlite ai giorni nostri.

Ma perché i debiti sovrani dovrebbero avere «dignità di ricchezza protetta»? Semplice, per riportarne la proprietà all’interno, dunque per sfuggire al dominio della finanza internazionale. E’ possibile questa operazione? Ovviamente sì, dato che le famiglie italiane hanno una ricchezza finanziaria enorme, pari a 4.218 miliardi di euro. Una ricchezza un tempo in buona parte investita in titoli di Stato, ma oggi – a causa della campagna terroristica su di essi – non più. Con la conseguenza che buona parte di questi risparmi prende adesso la strada dell’estero, andando così a finanziare le economie di altri, piuttosto che la nostra. Paradosso e mostruosità (ma più mostruosità che paradosso) della moneta unica.

Ecco quel che ci dice Savona sul punto:

«Contrariamente a importanti paesi sviluppati come Stati Uniti, Regno Unito, Canada, nell’eurozona Grecia e Francia, e nel resto del mondo Turchia e l’intero continente sudamericano, l’Italia non assorbe flussi di risparmio dall’estero, ma ne cede in quantità superiori al suo debito pubblico… Per la comunità europea e globale l’Italia non rappresenta un problema finanziario, ma una risorsa alla quale molti paesi attingono per soddisfare le loro necessità».

Come si comprenderà, qui il discorso si chiude. Perché continuare a finanziare altri paesi — magari quelli che ci vorrebbero strozzare finanziariamente — anziché lavorare per far rientrare i risparmi in patria? Il senso del discorso sul 200% è tutto qui. Perché senza una forte ripresa degli investimenti non si uscirà dalla crisi. Ma questa ripresa non potrà esservi senza il ruolo centrale dello Stato. Ed affinché esso vi sia occorrerà liberarsi dal vincolo esterno, da Maastricht e dal Fiscal compact. Dunque, per quanto ci riguarda, dall’euro e dall’UE.  

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