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ANCHE VAROUFAKIS CONTRO I MINIBOT

[ giovedì 20 giugno 2019 ]


Ci mancava solo lui, Yanis Varoufakis. Sul sito inglese PROJECT SYNDACATE, con data 17 giugno, è apparso un suo articolo col quale si sferra contro i MiniBoT. Dice Varoufakis che 
Il sistema di pagamento parallelo da lui proposto nel 2015 
(e mai realizzato) avrebbe rafforzato la zona euro mentre, al contrario, i “mini-buoni del tesoro” previsti dal governo italiano porterebbero alla scomparsa della moneta unica.  Ovviamente il nostro, da super-europeista qual è, scongiura questa eventualità. Ma ascoltiamo cosa scrive, tenendo a mente le discussioni svolte  anni addietro sulla moneta fiscale (CCF) e le nostre critiche ai suoi sostenitori…

*  *  *

LA MONETA FISCALE PUÒ SOSTENERE L’EUROZONA O ROMPERLA

di Yanis Varoufakis

ATENE – È una sensazione curiosa vedere il tuo piano dispiegato per fare l’opposto di ciò che intendevi. E questa è la sensazione che ho avuto quando ho appreso che il governo italiano sta pianificando una variante della moneta fiscale che ho proposto per la Grecia nel 2015.

La mia idea era quella di creare un sistema di pagamento digitale basato sulle tasse per creare uno spazio fiscale nei paesi dell’eurozona che ne avevano bisogno, come la Grecia e l’Italia. Il piano italiano, al contrario, userebbe un sistema di pagamento parallelo per rompere l’eurozona.

Secondo la mia proposta, ogni numero di file fiscale, appartenente a persone fisiche o giuridiche, sarebbe stato automaticamente dotato di un Conto del Tesoro (CdT) e di un numero PIN con cui trasferire fondi da un TA o per restituirlo allo Stato.

Da una parte i CdT sarebbero stati scontati per pagare gli arretrati. I contribuenti in possesso di moneta dello stato avrebbero potuto optare per pagare una parte o tutti gli arretrati da pagare sul loro Conto del Tesoro immediatamente, invece di aspettare mesi per essere pagati. In questo modo, i crediti arretrati sarebbero stati eliminati in una volta, liberando così liquidità in tutta l’economia.

Supponiamo ad esempio che all’azienda A dev’essere corrisposto 1 milione di euro (1,1 milioni di dollari) da parte dello stato, mentre essa deve versare 30.000 euro a un dipendente e altri 500.000 alla società B. Supponiamo inoltre che il dipendente e la società B debbano rispettivamente 10.000 € e € 200.000 in tasse allo stato. Se 1 milione di euro è accreditato dallo stato all’Attività della società A, e la società A paga il dipendente e la società B tramite il sistema, quest’ultimo sarà in grado di saldare gli arretrati fiscali. Almeno 740.000 € di arretrati sarebbero eliminati in un colpo solo.

Gli individui o le imprese potrebbero anche acquisire crediti CdT acquistandoli direttamente, tramite il web-banking, dallo stato. Lo stato li ricompenserebbe offrendo agli acquirenti significativi sconti fiscali (un credito di € 1 acquistato oggi potrebbe estinguere le tasse, ad esempio, di 1,10 € all’anno). In sostanza, emergerebbe un nuovo mercato del debito pubblico non intermediato (senza intermediari), che consentirebbe allo Stato di prendere in prestito somme piccole, medie e grandi dal settore privato in cambio di sconti fiscali.

Quando ho discusso l’idea per la prima volta, i fermi difensori dello status quo hanno immediatamente messo in discussione la legalità del sistema proposto, sostenendo che violava i trattati che istituivano l’euro come unica moneta a corso legale. Il parere di un esperto che avevo ricevuto, tuttavia, ha indicato che il sistema passò le maglie della legalità. La tesoreria di uno stato membro dell’eurozona ha l’autorità di emettere strumenti di debito a proprio piacimento e di accettarli al posto delle tasse. È anche perfettamente legale per le entità private negoziare tra loro in qualsiasi segno che essi scelgono (per esempio, le miglia accumulate dai viaggiatori). La linea dell’illegalità sarebbe stata superata solo se il governo avrebbe costretto i venditori ad accettare i crediti digitali come pagamento — qualcosa che io non avevo mai pensato.

Una reazione completamente diversa alla mia proposta proveniva da coloro che volevano porre fine all’euro come moneta unica, ma non necessariamente come valuta comune. Un ex capo economista di una grande banca europea ha esaminato le mie proposte e le considerò uno schema per una valuta parallela che l’Italia, la Grecia e altri membri della zona euro in difficoltà avrebbero potuto usare per pagare stipendi e pensioni. Ho risposto che una valuta parallela era al contempo indesiderabile e inutile, in quanto porterebbe ad una forte svalutazione della nuova valuta nazionale, quella in cui la maggior parte delle persone sarebbe stata pagata, mentre i debiti pubblici e privati sarebbero rimasti denominati in euro. Sarebbe stata una ricetta per una serie di veloci insolvenze, portando inevitabilmente alla fine della zona euro.

Poi c’era chi sosteneva che l’annuncio di un qualsiasi sistema di pagamento parallelo avrebbe scatenato una corsa in banca e una fuga di capitali, spingendo così il paese di nascosto fuori dalla zona euro, indipendentemente dalle sue intenzioni. Questa congettura contiene una verità importante: il sistema di pagamento che ho proposto avrebbe ridotto i costi di un’uscita dall’euro aprendo un sentiero roccioso ma navigabile verso una nuova valuta nazionale.

In effetti, se il mio sistema parallelo, denominato in euro, fosse diventato operativo nel giugno 2015, quando la Banca Centrale Europea chiuse le banche della Grecia per ricattare la sua gente e il governo ad accettare il terzo prestito di salvataggio, sarebbero stati possibili due risultati. In primo luogo, le transazioni si sarebbero spostate massicciamente dal sistema bancario al nostro sistema di pagamento pubblico basato sul CdT, riducendo così in modo sostanziale la leva finanziaria della BCE. In secondo luogo, sarebbe stato chiaro che, con la semplice pressione di un pulsante, il governo avrebbe potuto convertire il nuovo sistema di pagamento denominato in euro in una nuova valuta.

Un tale sistema avrebbe innescato una ridenominazione dall’euro alla dracma? O avrebbe concesso una pausa alla troika dei creditori greci (la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale e la BCE), inducendoli a pensarci due volte prima di chiudere le banche greche e lanciare le loro minacce di una Grexit?

La risposta sarebbe dipesa dalla politica di entrambe le parti. In questo senso, il sistema di pagamento parallelo è neutrale: può essere usato per sostenere l’eurozona con la stessa efficacia con cui può essere schierato per farla scoppiare.

Nel nostro caso, l’idea era di mantenere la Grecia in modo sostenibile all’interno dell’eurozona usando il potere contrattuale supplementare offerto dal sistema di pagamento parallelo per negoziare la profonda ristrutturazione del debito necessaria per rilanciare la crescita economica e garantire la sostenibilità fiscale a lungo termine. Fino a quando i nostri creditori vedevano che i nostri costi di ridenominazione si abbassavano, mentre le nostre richieste di ristrutturazione del debito erano sensate, ci avrebbero pensato due volte prima di minacciarci con la Grexit. L’azione congiunta della BCE e del mio ministero avrebbero permesso al nuovo sistema parallelo di venir considerato un nuovo pilastro dell’euro, annullando così ogni panico finanziario. Ponendo fine all’idea popolare per cui euro uguale permanente, il sistema parallelo sarebbe diventato l’amico della moneta unica.

Questo ci porta in Italia. Esistono due differenze tecniche tra il sistema che ho progettato e i mini-buoni del tesoro (o MiniBoT) previsti in Italia. Innanzitutto, i MiniBoT saranno stampati su carta, cosa a cui mi sono opposto, per evitare un mercato grigio. La nostra offerta totale di crediti digitali sarebbe stata gestita da un libro mastro contabile, per garantire la piena trasparenza e prevenire la sovrapproduzione inflazionistica dei crediti. In secondo luogo, i MiniBoT saranno obbligazioni senza interessi, perpetue, senza sconti fiscali futuri.

Ma la vera differenza tra lo schema italiano e il mio rimane anzitutto politica. Il sistema di pagamento parallelo che ho proposto è stato progettato affinchè i costi di uscita dalla zona euro fossero minori e per creare nuovo spazio fiscale e aiutare a civilizzare l’unione monetaria. Il sistema italiano è il primo passo verso una valuta parallela con la quale portare alla fine della zona euro.

* Traduzione a cura della Redazione

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LE VERE PAURE DIETRO AI MINIBOT di Domenico Moro

[ giovedì 20 giugno 2019 ]

La vicenda dei minibot, che da giorni riempie pagine dei giornali e talk show, è rivelatrice della difficoltà a coniugare il rispetto delle regole Ue con investimenti e crescita della produzione. 


Malgrado l’Italia sia sempre additata come poco virtuosa nella gestione della finanza pubblica, negli ultimi 20 anni ha speso meno delle entrate (al netto degli interessi), realizzando surplus primari del bilancio statale, con la sola eccezione del 2009, anno di picco della crisi. Molto meglio non solo della Spagna e della Francia, ma persino della Germania. Non parliamo poi di Paesi al di fuori dell’area euro, come Usa, Regno Unito e Giappone, sempre con deficit primari molto alti. Il problema è che il raggiungimento del surplus primario ha contribuito a ridurre gli investimenti pubblici, la cui contrazione non ha permesso di compensare il calo degli investimenti privati, che risulta il più accentuato in Europa dall’inizio della crisi. A dispetto di questa situazione, la recente lettera della Commissione europea richiama l’Italia a una maggiore disciplina di bilancio, che, come si vede da un decennio, è foriera di recessione, specie quando, come accade oggi, il mercato estero e quindi le esportazioni, su cui ormai è orientata l’economia italiana, calano.

In questo contesto dominato dal Fiscal compact si inseriscono i minibot, che hanno già sollevato le proteste della Bce, attraverso Draghi, e dello stesso ministro dell’economia, Tria. Ma che cosa sono i minibot? Sono titoli di debito cioè buoni emessi dal Tesoro per finanziare il debito dello Stato. A differenza dei Bot normali, non hanno tasso d’interesse e sono senza scadenza. Potrebbero essere utilizzati per pagare servizi o beni legati in qualche modo allo Stato (tasse, benzina, biglietti dei treni, ecc.). In base alla proposta iniziale su cui hanno votato favorevolmente tutti i partiti (compresi Pd e +Europa, che poi hanno fatto un rapido passo all’indietro), i minibot sarebbe dovuti servire a saldare i debiti dello Stato: quelli verso le imprese, i crediti d’imposta pluriennale dei cittadini e i crediti Iva delle Pmi e dei professionisti.

In sostanza i minibot diventerebbero simili al contante. Se lo Stato li usasse per pagare tutto l’arretrato si immetterebbero 70/100 miliardi di euro in minibot, pareggiando l’attuale stock di denaro cartaceo in euro. In questo modo, secondo alcuni, si creerebbe una moneta parallela all’euro. In realtà quello che accadrebbe sarebbe un recupero surrettizio della capacità dello Stato nazionale di emettere moneta autonomamente e così facendo si monetizzerebbe, almeno in parte, il debito pubblico. La monetizzazione del debito consiste nel suo finanziamento non più soltanto mediante entrate fiscali o collocando titoli di stato sul mercato internazionale (con la conseguente possibilità di innalzamento dei tassi d’interesse), ma anche attraverso l’emissione di moneta da parte dello Stato.

Appare abbastanza evidente che si tratta di un aggiramento della struttura dei trattati e dell’euro, che aliena queste funzioni dallo Stato alla Bce. Sono queste le vere paure nascoste dietro la polemica sui minibot e per questo si sono levati subito gli scudi contro la proposta, sostenuta dalla Lega. Addirittura alcuni paventano che i minibot siano l’anticamera dell’uscita dall’euro. Una conclusione francamente azzardata, perché una vera uscita dall’euro comporta la ripresa del controllo statale su tutto il sistema monetario a partire dalla Banca d’Italia. I minibot proposti dalla Lega rappresentano una provocazione o tutt’al più un granello di sabbia teso non tanto a uscire dall’euro, quanto a rimettere in discussione i meccanismi europei, o, più precisamente, a ottenere sul piano negoziale condizioni migliori per alcuni settori del capitale e della borghesia italiana penalizzati dalla Ue e dalla concorrenza francese e tedesca. Oltre ovviamente a dare una boccata di ossigeno a alcuni dei settori sociali, Pmi e professionisti, che fanno parte del blocco sociale della Lega e che sono i primi a trovarsi in difficoltà con il rallentamento dell’economia. I minibot possono rappresentare una valida alternativa a un credito bancario che rimane asfittico, anche a causa delle regole europee, per le piccole e medie imprese che, a differenza delle grandi imprese multinazionali, non accedono ai mercati dei capitali internazionali.

In ogni caso, i minibot sono rivelatori di tre fatti:


* Fonte: Laboratorio