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MINIBOT: CONVEGNO CON ANTONIO RINALDI E MARIO VOLPI

[ mercoledì 26 giugno 2019 ]




POPULISMO E SOVRANISMO MINIMALISTA di C.f.

[ mercoledì 26 giugno 2019  ]

la politica estera del governo giallo-verde appare incerta, confusa e contraddittoria. Essa può forse essere decodificata alla luce della storia italiana.





Il nodo strategico occidentale è quello italiano


Dall’ingresso dell’Italia nella zona euro, abbiamo visto fronteggiarsi tre tendenze strategiche. La linea del nordismo nazionale europeista-occidentalista ha visto la momentanea avanzata di Prodi prima, poi di Monti e Renzi. Il principio strategico era quello imperniato sulla coalizione sociale di carattere grande borghese a supporto dell’agenda della ristrutturazione europea. Anche all’interno di un medesimo blocco strategico spesso le faglie tattiche prevalgono sulla iniziale strategia comune; emergevano le fratture interne al blocco nordista tra un Primo ministro come Prodi che voleva comunque ricalcare la tendenza storica della sinistra italiana e dunque assai devoto al neo-gollismo subimperialista parigino (per questo poi premiato con la Legion d’Honneur nel 2014), uno filogermanico ortodosso come Monti e uno tatticamente filoclintoniano come Renzi. Ciò non toglie che la costante storica e geopolitica di tale blocco sia la medesima. I Cottarelli, i Draghi, i Padoan sono elementi di punta di tale blocco. Non sono tecnici, come non fu tecnico Monti, ma punta avanzata dello schieramento subimperialista, che non vuole l’affrancamento da Washington ma viceversa un nordismo integrato nella logica atlantica. 

Camillo Benso conte di Cavour


La linea del neoatlantismo mediterraneo ha visto invece in posizione di vertice Berlusconi, in particolare il Berlusconi IV. Da Pratica di Mare (2002) sino alla suicida capitolazione rappresentata dall’intervento militare in Libia (2011) si potrebbe anche dire che Berlusconi abbia seguito la linea del neo-atlantismo di Enrico Mattei, ossia quella di un atlantismo più mediterraneo che nordico o occidentalista ma aperto alle istanze del mondo russo e di quello arabo. Non si dimentichi che Berlusconi propose a più riprese l’ingresso della Turchia islamica di Erdogan nella UE, proprio per bilanciare lo strapotere franco-tedesco e temperare la minaccia rappresentata dal nodo migratorio.

Il neoatlantismo mediterraneo, a differenza di governi tecnici o di sinistra, è stato infatti sempre tiepido, se non proprio scettico, verso l’europeismo a trazione franco-tedesca: l’idea di fondo che ha supportato inconsciamente l’atlantismo mediterraneo berlusconiano era che il colpo di stato della magistratura italiana dei primi anni ’90 non azzoppò e decapitò solo la migliore classe politica del mondo occidentale, ma finì per mettere alle corde l’intero sistema paese, quel sistema che aveva reso l’Italia la quarta potenza industriale del mondo e che così grande invidie suscitava Oltralpe e nel Nord Europa. 

Il 2011 fu la data spartiacque che segnò il tramonto del berlusconismo: invece di intraprendere il “momento Sigonella”, legittimandosi così definitivamente nella storia italiana, il Berlusconi IV capitolò su tutta la linea di fronte alla coalizione antigheddafiana, guidata dall’imperialismo clintoniano e dal subimperialismo franco-inglese. Fu quello, appunto, il tramonto di Berlusconi, colpito anche dalle note vicende giudiziarie. La differenza tra uno statista e un buon affabulatore politico emerse lì; l’incapacità di fare di una persecuzione giudiziaria o di un evento avverso l’occasione di un nuovo destino politico non apparteneva a Berlusconi. 

La doppia geopolitica giallo-verde


Infine, con il Governo del cambiamento, si va imponendo una nuova, inedita linea. Paolo Baroni ne “La Stampa” la definisce la doppia geopolitica populista. Quando Salvini è stato infatti di recente ricevuto negli Usa, Giuseppe Conte si trovava alla cena di gala del Principe di Savoia (Milano) per l’anteprima del nuovo rapporto della Fondazione Italia-Cina, presente tra gli altri il nuovo ambasciatore cinese in Italia. Se volessimo trovare un antecedente storico di tale atteggiamento geopolitico italiano, anche su tale piano non reggerebbe il sinistro assioma clintoniano del “governo grillo-fascio-leghista”; ben lungi dal ripercorrere la linea di un neo-imperialismo mediterraneo (Cavour, Mussolini), il Governo del cambiamento sembra muoversi nel senso dell’accorta e prudentissima istanza geopolitica giolittiana. 
Francesco Crispi


Oltre la guerra italo-turca (1911-1912), previamente concordata dal grande statista di Dronero con le superpotenze dell’epoca (Francia, Inghilterra, Germania), la sostanza geopolitica guicciardiana ed anti-machiavelliana del giolittismo insegna che prima di schierarsi definitivamente con un fronte strategico occorre sviluppare l’arte dell’attesa. Attendere quale sarà l’esito definitivo del conflitto. Qui si coglie la natura del non interventismo giolittiano rispetto alla Prima guerra mondiale. Giolitti non era filotedesco, come si ripete erroneamente in ambito storiografico, non era nemmeno a favore dei franco-inglesi; il suo fine geopolitico era quello di imporre, nella contesa globale, l’Italia come media potenza regionale. Il miglior modo per ottenere il fine, in tal senso, era quello di intervenire nel conflitto quando fosse diventato chiaro chi, tra i due fronti, si sarebbe in definitiva affermato. Giolitti non coltivava un piano di strategia che non fosse quello di ottenere il massimo per un sistema paese, quello italiano, che nella sua profonda considerazione non aveva eccellenza e superiori qualità da poter far valere rispetto ai più avanzati modelli occidentali dell’epoca. 

La successiva storia italiana dirà invece che l’arte di governare lo Stato, soprattutto in condizioni avverse, è inscritta nel codice culturale e morale italiano, più che in qualsiasi altro paese occidentale, escludendo naturalmente gli USA per evidenti ragioni geopolitiche ed economiche. Diversamente dall’impulso neoimperiale mediterraneo del conte di Cavour, poi ripreso con autonome caratteristiche da Mussolini, come il Silva mostrò nei suoi studi sulla centralità geopolitica del Mediterraneo e come confermerà Francesco Cossiga in Per carità di Patria (Mondatori 2003), impulso che avrebbe voluto porre l’Italia come soggetto attivo ed universale sul piano della contesa mondiale, dunque come superpotenza globale, Giolitti immaginava invece la funzione italiana come esclusivamente padroneggiata da un gioco di rimessa: l’Italia come arbitro e mediatore subimperialista di ultima istanza nel gioco delle superpotenze. 

Ciò rimanda, d’altra parte, ai migliori momenti della tradizione diplomatica della Prima repubblica — Moro, Andreotti — con l’impulso globale mediterraneo pronto però a rinascere in talune iniziative estemporanee, e purtroppo non fortunose, di un Fanfani o di un Craxi. 

Guicciardinismo tatticistico

L’impressione è quindi quella che il Governo giallo-verde, con la doppia geopolitica populista, nonostante sia nella condizione di poter far saltare definitivamente il banco, grazie ad una linea diretta ed a una corsia preferenziale con Washington — che irrita in modo particolare il gollista Macron ed i sogni armati imperiali di Parigi — stia praticando, con sottili diversioni tattiche, il principio giolittiano dell’attesa geopolitica. Vi è la consapevolezza, a Roma, che Mosca e Pechino sono sul punto di realizzare una guerra valutaria globale che mira all’espropriazione del surplus nello scambio ineguale imperialista sionista ed americano, ed in parte in quello stesso del subimperialismo zoppo di Parigi e Berlino; vi è altresì la consapevolezza della intima debolezza strategica, politica del blocco franco-tedesco; vi è il fondato timore che nell’ormai divampante guerra ibrida americano—cinese, Berlino e Parigi potrebbero definitivamente ridursi a entità politicamente semicoloniali di Beijing o Washington. 

Sia chiaro; tale principio, quello giolittiano dell’attesa, si infranse comunque con la logica della trincea e della mobilitazione di massa e il giolittismo morente dovette lasciare spazio all’interventismo mussoliniano di imperialisti e sindacalisti rivoluzionari. Ma l’interventismo italiano, in epoca di guerra ibrida ed asimettrica, presuppone un piano strategico che, se possibile, è anche più rischioso e di difficoltosa attuazione di quello di sindacalisti rivoluzionari e imperialisti italiani nello scorso secolo; considerata peraltro la intima situazione di un sistema paese travolto dalla catastrofe del 1993, di cui si percepiscono ancora i tragici effetti, sistema paese assolutamente povero peraltro di materie prime e beni essenziali.

Romano Prodi ne “Il Messaggero” interpreta invece la doppia linea gialloverde come una “doppia giravolta” che ci isola dal mondo. Il senatore a vita si domanda inoltre se la giravolta filotrumpiana di Matteo Salvini non sia stata per caso messa in atto “con la benedizione di Vladimir Putin, interessato anch’egli a indebolire un’Europa con la quale i rapporti sono sempre peggiorati negli ultimi anni”, concludendo che la politica trumpiana di contenimento dell’UE si fonda da un lato sulla Brexit, dall’altro su quelle che definisce “le contraddizioni italiane”. 

Sarebbe probabilmente più corretto parlare di un preciso calcolo neo-giolittiano e neo-democristiano della frazione gialloverde del “partito piccolo-borghese” mediterraneo, più che di contraddizioni italiane. Frazione purtroppo priva di un certo piano strategico che non sia un vago e sovranismo minimalistico, che per ora naviga alla giornata, e per questo tutta ripiegata sul mero guicciardinismo tatticistico
Giovanni Giolitti

Le espressioni politiche della piccola borghesia o media-piccola borghesia italiane sono state diverse nel Novecento, dall’interventismo sindacalista rivoluzionario, al fascismo, al socialismo nazionale togliattiano, per finire con il centro-sinistra craxiano negli anni ’80. 

Questi movimenti, con le differenze specifiche, avevano una strategia. La nuova fase strategica si va infatti velocemente incamminando nel punto limite del processo transitorio, verso un ulteriore rafforzamento su tutta la linea del potere unipolare americano o verso un mondo policentrico guidato da Cina e Russia. Una terza soluzione non vi sarà, né potrà esservi. Coltivare eccessivamente la pratica dell’attesa significa comunque scoprirsi. Da un lato, è evidente, chi attende riuscendo abilmente a posizionarsi alla finestra quando gli altri combattono ha maggiori probabilità di successo; dall’altro, però, l’attesa come doppia diversificazione tatticistica — nemmeno tattica —finisce alla lunga per essere una scelta tipica di un paese periferico condannato a pensarsi piccolo ed a pensare in piccolo. In fondo, lo stesso vizio d’origine degli europeisti, che reclamano “più Europa” poiché gli italiani non saprebbero curare i propri interessi e nel frattempo si sono ridotti però, con “il più Europa”, a fare gli interessi non di potenze globali come USA o Cina o al limite della Russia, che probabilmente darebbero un doveroso tornaconto, ma di nani politici come Francia e Germania, talmente aggressivi da imporci nel 2011 il nostro “Pinochet” e da silenziare in eterno Belusconi, poiché con il suo fare ricordava troppo un politico di medio calibro della Prima repubblica. 

Una scelta non possibile e non praticabile, dunque, quella dell’attesa indefinita, almeno se attuata come scelta costante e invariante, per una paese come l’Italia che trovandosi al centro del Mediterraneo si trova comunque volente o nolente al centro di un polo globale di civilizzazione. E del resto il viaggio italiano, proprio in questi giorni, del massimo rappresentante del fronte clintoniano, ossia dell’ex presidente statunitense Obama, ben ce lo ricorda. Che sia venuto in Italia per incontrare George Clooney? E’ lecito dubitare. E’ forse invece venuto in Italia per predisporre una rivoluzione colorata o un dolce colpo di stato sul modello di quello del 2011, contro il Berlusconi IV, quando fu coadiuvato da Merkel, Sarkozy, Draghi-Napolitano?
Dunque il tempo stringe.


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PODEMOS TORNI ALL’OPPOSIZIONE di Manolo Monereo

[ mercoledì 26 giugno 2019 ]

I nostri lettori ben conoscono Manolo Monereo, noto intellettuale e dirigente della sinistra radicale spagnola. In questa intervista tenta di spiegare le ragioni della grande crisi che attraversa Podemos, dopo la batosta elettorale in occasione delle elezioni politiche dell’aprile scorso e quella ancora più dura delle regionali e comunali del 26 maggio. Vere le ragioni del declino indicate da Monereo, e che egli indica con chiarezza nell’intervista, tra cui tre le principali: il modello organizzativo verticistico, la litigiosità dei suoi gruppi dirigenti, la disponibilità a governare col PSOE. A noi sembra che Monereo questa volta eviti di andare a fondo. Il veloce declino di Podemos avviene in parallelo a quello Fance Insoumise, alla catastrofe di Syriza (le imminenti elezioni  Grecia la registreranno senza dubbio), al disastro in Germania di Die Linke e quindi alla crisi del Labour di Corbyn in Regno Unito e, per finire al suicidio della sinistra radicale in Italia. Il declino di Podemos è quindi parte di un fenomeno a scala continentale, che potremmo descrivere così: siamo innanzi all’ennesimo fallimento di autorigenerazione della sinistra. Un’autorigenerazione “populista” nella forma ma politicamente corretta, europeista e sostanzialmente neo-socialdemocratica nella sostanza. Temiamo che a poco servirà, oramai, il lavacro del ritorno all’opposizione che Monereo propone a Podemos. Senza un pensiero profondo, senza una visione strategica, senza una direzione temeraria non si va da nessuna parte.

*  *  *

D. Nel 2015 abbiamo assistito alla vittoria di una serie di coalizioni locali radicali in diversi municipi in tutto il paese, mentre a livello nazionale Podemos minacciava di soffiare l’egemonia a sinistra al Psoe. Dopo la perdita di consensi di Podemos nelle elezioni politiche, la sconfitta di maggio subita dalle coalizioni radicali in molti municipi è sembrata una conferma della fine del momento post-Indignados nella politica spagnola. Come spiegheresti la fase di risacca di questo movimento?

R. Per spiegarlo dobbiamo considerare gli sviluppi di due movimenti differenti. Il primo copre un ciclo più lungo, ed è legato alla reazione democratica della società spagnola alla rottura del contratto sociale dopo la crisi del 2008. Il movimento degli Indignados aveva richieste simili a quelle di Occupy Wall Street, ma [a differenza del movimento americano] riuscì a mobilitare milioni di persone, dando vita a un vero e proprio movimento di massa fondato sull’alleanza tra una gioventù precaria e una generazione più vecchia, politicizzatasi durante il passaggio alla democrazia negli anni Settanta. La generazione di mezzo fu meno attiva.

Grazie soprattutto all’intelligenza e all’audacia di Pablo Iglesias, così come a quella di Ada Colau, questa indignazione è riuscita a esprimersi in maniera politicamente organizzata. Nel 2014, l’ingresso di Podemos nella vita politica ha portato, a sua volta, all’apertura di un secondo ciclo, più piccolo, nel quale le élite hanno provato a neutralizzare la minaccia al regime esistente.


Questo contro-movimento all’inizio è stato composto di tre cose. Primo, una campagna di diffamazione contro Podemos, con tanto di azioni illegali di spionaggio politico e collusione tra politici di alto livello, polizia e media sistemici. Secondo, la comparsa di un nuovo partito di centrodestra, Ciudadanos. Originariamente piccolo partito regionale della Catalogna, è stato pesantemente finanziato dalle potenze economiche col fine di ostacolare dal centro la crescita di Podemos. Terzo, le dimissioni del re [Juan Carlos] un mese dopo l’irruzione di Podemos [dopo quasi quarant’anni di regno] e il tentativo di rinnovare le istituzioni attorno a suo figlio Felipe.

Chiaramente ci sono stati anche altri elementi che sono entrati in gioco in questa campagna di contenimento. Fra questi figurano la ripresa parziale della crescita economica e — probabilmente il più decisivo — la crisi catalana nel 2017. Questi vari elementi, messi insieme, hanno prodotto un nuovo scenario con coordinate diverse da quelle del 2014-16 — uno scenario a cui Podemos non è stato capace di adattarsi. E così il partito ha cominciato a commettere degli errori, il più importante dei quali è stato l’incapacità di gestire le divergenze politiche interne alla leadership. Il cuore del gruppo dirigente del partito non è stato capace di fare quadrato attorno alle proposte politiche, non per via di fondamentali differenze strategiche ma per una lotta di potere intestina.

La spinta democratica si è infine placata con la caduta del governo del Partido Popular lo scorso anno, mentre il sistema si stabilizzava attorno alla figura di Pedro Sánchez. Quando è subentrato il Psoe [con il sostegno del partito di Pablo Iglesias nel decisivo voto di fiducia] Podemos ha definitivamente perso il controllo del processo. Da questo punto di vista possiamo parlare della fine di un ciclo apertosi con le rivolte degli Indignados.

D. Ma c’era una qualche alternativa al voto favorevole alla mozione di sfiducia al governo di Mariano Rajoy che ha portato Sánchez al potere? Come avrebbe potuto Podemos impostare diversamente la propria relazione con lui e con i Socialisti?

R. No, hai ragione, non c’era nessuna alternativa reale se non sostenere Sánchez. Ma avremmo dovuto ripensare totalmente la nostra tattica, e invece non l’abbiamo fatto. Entrando in una relazione di cooperazione conflittuale con il governo del Psoe, era essenziale rafforzare l’autonomia dell’identità e del progetto politico di Podemos. Non avremmo dovuto continuare come prima, con un’organizzazione di partito debole e ignorando la necessità di costruire anche strutture extra-istituzionali.

Al contrario, quando ha assunto l’incarico la tattica di Pedro Sánchez per il Psoe è stata molto chiara. Consisteva in quello che il Partito Socialista ha sempre fatto — neutralizzare tutto ciò che c’è alla sua sinistra per poter guardare al centro in cerca di una maggioranza. Sin dall’inizio, ha voluto ridurre il più possibile il supporto elettorale di Podemos. Solo così il Psoe sarebbe stato libero di realizzare la propria agenda.

Ma quello che non avrei mai potuto immaginare è che, messa di fronte a queste contraddizioni, la leadership di Podemos avrebbe deciso di adottare come proprio slogan elettorale la promessa di governare con il Psoe. È per questo che non mi sono ricandidato — non volevo governare con i Socialisti. E non perché sono settario. Un’alleanza social-democratica come quella del Partito Laburista di Jeremy Corbyn mi sarebbe piaciuta, ma il Psoe è legato al sistema esistente ed è incapace di rompere con il regime neoliberista spagnolo.

Inoltre, come abbiamo visto dai risultati elettorali, avvicinarsi al Psoe con l’obiettivo di governare è, in ultima analisi, controproducente. Il nostro progetto perde la sua indipendenza mentre il voto utile favorisce il partito più forte della coalizione. Questa dinamica fa parte di quella che io chiamo il «prigionieri problema Iu», per esempio, la trappola in cui Izquierda Unida è sempre caduta: ogni volta che si è avvicinata ai Socialisti sperando di governare, ha finito per perdere voti e di conseguenza per perdere peso politico e dunque influenza sul governo.

Questo è il dilemma di Podemos oggi, quando ormai la possibilità che potesse rivaleggiare con il Psoe per l’egemonia è svanita. Dato l’attuale rapporto di forze, sembra difficile immaginare di poter raggiungere un accordo soddisfacente su un programma di governo. Se i Socialisti non erano disposti ad accettare una coalizione ad armi pari prima, perché dovrebbero accettarla adesso che hanno riguadagnato il vantaggio? Perché Sánchez dovrebbe accettare di entrare in coalizione con un Podemos indebolito?

D. Hai fatto cenno prima al fatto che Podemos ha faticato a risolvere il problema dell’organizzazione. Un fatto evidenziato dagli scarsi risultati nelle elezioni di maggio, notevolmente inferiori rispetto ai numeri portati a casa nelle elezioni politiche di solo un mese prima. Il voto nazionale ha reso evidente che una campagna incentrata sulla figura di Iglesias può ancora mobilitare una fetta consistente di elettorato, mentre le elezioni regionali hanno sottolineato la mancanza di un radicamento territoriale del partito. Fino a che punto ritieni che ciò sia dovuto alle scelte della leadership di Podemos? Ed è giusto collegare il suo fallimento al fallimento più generale di tutte le organizzazioni emerse dopo la crisi del 2008? Sto pensando a France Insoumise o anche a Barcelona en Comú, che pur avendo un’organizzazione interna più sana non è un partito di massa.

R. Come ha spiegato l’analista politico irlandese Peter Mair, confrontando questo fenomeno con l’epoca della democrazia dei partiti di massa — nell’Europa contemporanea c’è un vuoto tra la società e i partiti politici. Non ci sono più corpi intermedi a organizzare e mediare tra la vita di tutti i giorni e le istituzioni politiche formali. Questo contesto chiaramente porta al tipo di struttura partitica che abbiamo visto con Podemos e France Insoumise, dove conta molto la relazione tra il leader carismatico e l’elettorato.

Ma per me la leadership di Podemos è riuscita a trasformare questo vizio in una virtù: partendo dal presupposto che le persone non si sarebbero mai dedicate all’attivismo di partito, si sono concentrati sul creare un piccolo gruppo di quadri dirigenti in grado di intervenire nelle istituzioni. Non sono mai stati davvero interessati al difficile lavoro di ricostruzione di un partito di massa dalla testa ai piedi. Il risultato è stato che in un paio d’anni Podemos è diventato ciò che Mair chiama un «partito cartello» — un corpo centralizzato e professionalizzato che dipende dalle risorse statali per finanziarsi ed è privo di democrazia interna in termini sostanziali.

Pablo Iglesias ha guadagnato legittimità dalla relazione diretta e non mediata con la base del partito. Periodicamente si votano le proposte che avanza Iglesias, ma senza che ci sia un vero e proprio contraddittorio o un dibattito interno agli organi del partito. La base non ha i mezzi per avanzare proposte dentro le strutture partitiche. Nel voto per i candidati alle elezioni politiche, ad esempio, Iglesias ha proposto la sua lista senza che ci fossero però alternative, e così i membri si sono limitati a votare sì o no a quella lista.

Ma al momento della verità, il maggior radicamento sul territorio dei partiti tradizionali è emerso con chiarezza. Il Psoe continua ad avere una base di attivisti organizzata che, seppur un po’ vecchia, si estende per tutta la Spagna fino all’ultimo villaggio o cittadina. Ed essendo ritornato al potere, il partito sta anche conquistando nuovi membri. È questo che conta nelle elezioni locali e regionali.

Senza l’alleanza con Izquierda Unida, sostenuta dai Comunisti, per Podemos sarebbe andata ancora peggio. La ragione per cui in Andalusia siamo andati meglio che alle politiche è che abbiamo potuto sfruttare l’organizzazione e l’attivismo del Partito Comunista nella regione. Sono stato eletto deputato a Córdoba, e in tutta la provincia Podemos ha soltanto 120 attivisti, ma i Comunisti avevano abbastanza persone sul campo da riuscire a conquistare il consiglio municipale di ben quindici città. Questa situazione non è responsabilità esclusiva di Pablo, ma anche della leadership regionale dell’Andalusia.

D. La perdita della maggior parte delle città ribelli della Spagna — conosciute come «Città senza paura» — è stato un altro duro colpo per la sinistra. Nelle città più grandi, dove la posta in gioco era più alta, le amministrazioni municipali sono state sottoposte a grosse pressioni e hanno fatto fatica a fare passi in avanti. Madrid è l’esempio più chiaro del tentativo delle élite di sabotare l’agenda del consiglio, ma è giusto dire che, alla fine, è stata la sindaca Manuela Carmena a non voler combattere contro le maggiori potenze economiche della città?

R. Certo, lo si può dire di Carmena, ma anche di Ada Colau a Barcellona — così come dell’amministrazione di Santiago de Compostela, La Coruña, Cadice, ecc. Il problema principale è che, dopo la crisi finanziaria, in Spagna la capacità di gestire efficacemente e governare le città si è fortemente ridotta. Solo nell’ultimo anno o anno e mezzo queste amministrazioni hanno avuto dei soldi da spendere. Il consiglio comunale di Madrid aveva un grosso avanzo di bilancio da poter investire ma le leggi finanziarie dello stato le impedivano di farlo. Quei soldi sono serviti a ripagare gli enormi debiti contratti dal precedente governo cittadino del Partido Popular.

La critica che fai — avanzata da molti settori di Podemos e da alcuni di Izquierda Unida — è sicuramente vera, secondo me. Però è davvero difficile governare una città quando i conflitti interni ai partiti politici vengono scaricati sulle spalle dell’amministrazione municipale. Credo che nel consiglio municipale di Madrid ci sia stata troppa partigianeria e non abbastanza coerenza nella gestione. Questo ha generato divisioni, portando a posizioni in cui ci si trovava di fronte a scelte binarie: o sei dalla parte di Carmena in tutto e per tutto, o sei contro di lei.

La coalizione di Carmena era molto variegata, e includeva diversi partiti e gruppi dei movimenti sociali. I vari attori coinvolti non hanno provato a trovare dei compromessi, per non parlare di sviluppare meccanismi capaci di superare queste divisioni. L’unica cosa a cui puntavano era essenzialmente la redistribuzione del potere all’interno dell’organizzazione. È stato così stupido, così miope. Per esempio, Pablo Iglesias non ha ostacolato l’inversione a U di Carmena sull’Operazione Charmartin [lo sblocco del piano di costruzione di un enorme distretto finanziario a nord di Madrid] — ma si è scontrato con lei per il controllo delle liste elettorali! Se c’è un problema politico, lo devi sollevare e discuterlo come tale. Ma quello che non puoi fare è lasciare che tutti si facciano la guerra tra di loro e arrivare cinque minuti prima delle elezioni e dire: «Comunque sia, dovete inserire in lista questi cinque candidati».

Esiste una cosa chiamata gestione del conflitto, e Pablo non è riuscito a gestire bene il conflitto interno a Podemos, dato che punta sempre a stabilire relazioni dirette con i suoi sostenitori.

D. L’ex-vice leader di Podemos Iñigo Errejón a febbraio ha scelto di dare vita a una nuova piattaforma elettorale con Carmena, Más Madrid. Mentre Carmena si ricandidava sindaca, Errejón si è candidato per la presidenza della regione, dove ha ottenuto un buon risultato. Quale sarà la sua prossima mossa?

R. Credo che abbia lasciato Podemos per sempre. La rottura è definitiva, e lui e i suoi uomini vorranno creare un partito a livello nazionale. Non ci sono elezioni all’orizzonte, e dunque si prenderanno il loro tempo e costruiranno con calma questa nuova organizzazione, più simile a una federazione, con l’obiettivo di attrarre alcuni degli altri gruppi regionali che si sono divisi da Podemos.

D. E quale dovrebbe essere il prossimo passo di Podemos?
R. C’è un sacco da fare! Per quanto riguarda la sinistra radicale spagnola, in una prospettiva storica, abbiamo più deputati che mai — quarantadue. Ma ci sono tanti problemi tra Izquierda Unita e noi, e molte persone se ne sono andate. Quello di cui abbiamo bisogno è accumulare forze. Questo significa lasciare da solo il governo del Psoe e andare all’opposizione, mentre ricostruiamo il progetto dal basso.

In questo senso ho proposto due cose: una è di indire gli stati generali della sinistra spagnola — non solo un congresso di partito di Podemos o di Izquierda Unida — così da ritornare a una politica di massa che metta le persone di nuovo al centro, e concentri il dibattito sulla necessità di un progetto nazionale alternativo. Secondo poi, dobbiamo rafforzare il progetto creando assemblee congiunte e commissioni aperte al pubblico. Durante gli ultimi anni Izquierda Unida ha perso sia membri che attivisti. Ora è più debole di quanto non fosse quando stava sola, senza Podemos, e gli attivisti rimasti stanno diventando sempre più irrequieti su quest’alleanza.

Ma non dobbiamo essere pessimisti. Il Psoe è più debole che in passato — la sua forza adesso è quasi interamente virtuale. Il partito si presenta come la nuova forza guida dell’Europa socialdemocratica e, chiaramente, rispetto al 2015-2016 ha riguadagnato forze. Ma bisogna tener presente che ha comunque ottenuto il terzo peggior risultato della sua storia! Il progetto di restaurazione portato avanti dall’establishment spagnolo è dovuto più alle nostre debolezze e miopie che alla propria forza. E per questo motivo è possibile per noi andare avanti.

D. Questo momento di stabilità non è destinato a durare — basta guardare all’Europa…

Sì, una piccola crisi economica, o un atto di aggressione internazionale nel Medio Oriente potrebbero aprire di nuovo la partita. E anche se in Spagna l’establishment ritrovasse una parvenza di stabilità, il mondo sta andando verso uno stato di caos quasi permanente. È questa per me la chiave. Pablo ha insegnato geopolitica ma non sembra comprenderla, non sembra capire cosa sta succedendo nel mondo. Il mondo sta andando verso il caos, verso una nuova grande transizione che è già cominciata. Stiamo per entrare in un periodo simile a quello che l’Europa ha vissuto tra il 1875 e il 1914 — che ha visto il fallimento della prima grande ondata di globalizzazione. Ora stiamo per entrare nel periodo di fallimento della seconda grande ondata di globalizzazione. E questo è qualcosa che Podemos ancora non capisce.


* Fonte: Jacobin