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PUTINISMO AL TRAMONTO ? di F.S.

[ sabato 29 giugno 2019 ]

«L’era liberale, con il dominio globale occidentale, appartengono a una vecchia, superata epoca storica…..La Russia attuale, al passo con i tempi, è un esempio di democrazia e patriottismo…L’ideologia liberale è arretrata…». 

Vladimir Putin 28 Giugno 2019


L’ultimo articolo di Orietta Moscatelli in Limesonline è dedicato alla crisi del putinismo. La Moscatelli, riprendendo taluni topoi che da circa un mese compaiono nelle riviste geopolitiche specializzate occidentali, parla di un “autunno caldissimo” del presidente Putin che sarebbe già iniziato. Nell’ottica degli analisti vicini al Cremlino, si tratterebbe invece di una pianificazione tattica e strategica basata sulla realizzazione di una “Rivoluzione colorata” a Mosca nell’autunno 2019. 

Il progetto delle sanzioni si concretizzerebbe con la fine del modello putiniano di “Democrazia sovrana” e la vittoria politica di quell’oligarchia liberale e liberista interna con cui il presidente russo non ha potuto regolare definitivamente e in profondità i conti. La Stampa, lo scorso 31 maggio, in un articolo firmato da Giuseppe Agliastro forniva un quadro assai pessimistico della situazione politica putiniana, parlando di un malcontento abbastanza diffuso, a causa di una linea sociale che colpirebbe soprattutto studenti e pensionati e che avrebbe arrestato quell’ascesa dei ceti medi che aveva caratterizzato i precedenti esecutivi Putin. 

L’imperialismo occidentale sta già prefigurando lo scenario ideale: il crollo del modello putiniano significherebbe di conseguenza l’assalto da tutti i lati alla Cina socialconfuciana di Xi Jinping, il dilagare del sionismo nel Vicino Oriente, con il semaforo verde globale alla definitiva macellazione della Siria baathista e la possibile realizzazione su vasta scala della dottrina Schauble, ovverosia della dottrina di fedeltà transatlantica con l’integrazione del mondo eurasiatico confinante con la Cina nel grande Lebensraum occidentale. Si può realizzare effettivamente tale scenario?

E’ passato circa un anno dal decreto attuato come Progetto Nazionale con il quale Putin annunciava che la Russia sarebbe tornata, nel giro di pochissimi anni, tra le prime cinque economie mondiali. Si progettò lo stanziamento di circa 400 miliardi in 6 anni: l’intervento statale, guidato dal ministro delle finanze Siluanov, dovrebbe assicurare la crescita del Pil procapite (previsto oltre i 15 mila dollari nel 2024), la riduzione del tasso di povertà al 5.5% dall’odierno 13%, la diversificazione politico-economica rispetto al modello incentrato nei soli servizi energetici, il contrasto al declino demografico. 


Risultati, nel primo anno, sembrerebbero esservi stati: prescindendo dal Pil, che potrà essere con precisione calcolato preferibilmente dal 2020, va rilevato il significativo e stabile stanziamento dei fondi alle coppie con figli oltre all’apertura di asili nido, scuole e centri pedagogico culturali nelle aree rurali per futuri insegnanti. I punti critici paiono però in particolare due; il primo è rappresentato dal fatto che un investimento di 400 miliardi di dollari è forse non abbastanza cospicuo se si pensa che la Cina, ad esempio, in un anno investe qualche cosa in più, di 400 miliardi di dollari, sul solo piano della infrastruttura interna, il secondo dal fatto che la Russia dal 2014 perde annualmente 150 miliardi di dollari per effetto delle sanzioni e potrebbe così esser necessaria una allocazione delle risorse a trazione fiscale o fondata sull’aumento della quota pensionabile.

Questo quadro chiama di conseguenza in causa il significato politico del putinismo. A talune iniziative effettivamente brillanti e coraggiose, la più significativa ed importante delle quali è la nuova strategia mediterranea di una Russia tornata anche grazie a ciò, di nuovo, potenza globale (come peraltro scrivevo mesi fa Putin avrebbe rivisto il suo atteggiamento libico, schierandosi a fianco di Turchia Qatar Iran) , ma senza trascurare una alleanza che sembra ormai quasi strategica con la Cina, non sempre ha corrisposto una politica interna da grande statista il quale Putin potrebbe essere pure considerato.

Il putinismo poteva inverarsi, nella storia russa, come l’eéite politica del blocco sociale egemonico della piccola proprietà urbana ed anche, o forse soprattutto rurale; la necessaria e strategica alleanza con il capitalismo energetico di stato ha reso effettivamente problematica una tale correlazione e sicuramente senza una tale alleanza la Russia non sarebbe rientrata, con la realpolitik putiniana figlia della scuola machiavellica sovietica e russa (Evgenij Primakov), a giocarsi un ruolo di peso e di primissimo piano nel conflitto inter-imperialista globale che contrassegna la nuova fase strategica. Putin ha subito passivamente dal subimperialismo franco-tedesco più del dovuto; dalla serie di rivoluzioni colorate ucraine e georgiane alla politica sanzionatoria contro la Federazione russa, anche in questo caso la necessità di proteggere e incentivare il capitalismo energetico di stato, base economica e sociale della nuova Russia, ha avuto il sopravvento. Senza dimenticare che nel corso della crisi del 2015 Putin avrebbe potuto forzare a proprio vantaggio la situazione greca, anche alla luce della tradizionale ortodossia del popolo ellenico, colpendo in profondità, in modo irreversibile, il fronte trans-atlantico europeistico di Clinton-Obama ma non lo ha fatto. L’Unione europea lo avrebbe ripagato poco dopo con sanzioni su tutta la linea. Infine, pur avendo inferto un significativo vulnus al liberismo elstiniano, i residui di quest’ultimo sopravvivono tuttora nello stesso indirizzo sociale putiniano.

Nonostante questo, il proposito strategico della fazione Clinton — e dunque degli stessi apparati profondi della Unione europea ancora subalterni alla stessa — fondato sulla “Rivoluzione colorata” a Mosca non ha, almeno secondo il nostro modesto punto di vista, possibilità di successo. 


Il popolo russo, per quanto malcontento possa serpeggiare, è tuttora quasi generalmente grato a Vladimir Putin. Il nome di Putin nella storia di questo grande popolo ha significato politicamente e concretamente che la Russia non si fa più mettere i piedi in testa dall’occidente o dall’imperialismo Usa, come è avvenuto sino a pochi anni fa. Ha significato effettivamente che la bandiera neo-imperiale russa possa sventolare ora con stabilità non solo in Crimea, ma nella base stessa di Humaymim e in quella marittima mediterranea di Tartus. Ha significato che russi e cinesi alleati possano riconfigurare la geopolitica globale ben oltre l’Occidente. 

Tutto questo nella psicologia profonda di milioni e milioni di uomini e donne della Federazione russa è ben piů importante di tutto il resto.

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