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LA NOSTRA VISIONE, IL NOSTRO RUOLO di Giovine Italia

[ venerdì 26 luglio 2019 ]


Volentieri pubblichiamo questo contributo di Giovine Italia.


Rivoluzione, reazione ed Avanguardia

Un messaggio che non si adatta al tempo corrente è destinato a morire. Poco importa se sarà riscoperto da un’altra generazione: anni si sono persi per l’incapacità di quelli che avrebbero dovuto esserne gli apostoli. Occorre riflettere sulla situazione contingente per comprendere e definire quali siano le classi, quali i gruppi di individui che oggi, in una società pienamente globalizzata dove il capitalismo regna incontrastato, in grado di portare avanti istanze rivoluzionarie.


Quali istanze sono rivoluzionarie?


Prima di tutto occorre definire cosa si intende realmente per “istanze rivoluzionarie” vista la continua inflazione di questo aggettivo ad opera di forze tutt’altro che ribelli, anzi fondamentalmente prone al sistema. Rivoluzione significa radicale cambiamento dei paradigmi sociali, economici e morali. Significa chiudere le porte della Storia dietro di sé per andare verso il futuro, spesso anticipando, seppur per un breve periodo, interi secoli. Rivoluzione significa capovolgimento, sottrarre il potere a i gruppi che ne erano i detentori per darlo al suo unico legittimo proprietario, il popolo nella sua interezza. Sono rivoluzionarie le istanze che a ciò mirano, sono invece reazionarie quelle che procedono nella direzione opposta. Spesso istanze del primo tipo convivono nello stesso soggetto con alcune del secondo. Ciò è dovuto non solo a semplificazione e ad interpretazioni errate della situazione globale, ma anche la parzialità dell’osservazione, che porta a propagandare come rivoluzionaria un’istanza che invece, guardando la situazione generale, si configura pienamente come reazionaria. Si può fare un esempio di questo parlando di quanti attaccando il mondo fondamentalmente egoista e narcisista del capitalismo gli contrappongono un ritorno ad una società fondata su valori sì comunitari ma anche religiosi. Costoro non si accorgono che pur essendo la fede esercitata adogmaticamente e in maniera aperta una valida barriera morale, la restaurazione di dogmi fortunatamente ora obsoleti non sarebbe la negazione del sistema, quanto un mutamento interno ad esso, un’involuzione temporale.


Chi sono i portatori di queste?


Chiunque può farsi portatore di istanze rivoluzionarie, a prescindere dalla propria situazione personale e dal contesto nel quale agisce. La vera Rivoluzione non è portata solo dalla volontà di migliorare una brutale situazione materiale, ma dal voler piegare l’essere al dover-essere, dal voler liberare il mondo dalle catene dell’ingiustizia fisica ed ideale e consacrarlo ad una maggiore idea di Giustizia. La rivoluzione deve essere tanto economica quanto morale quanto sociale. Se una sola di queste tre componenti manca si sarà ottenuto, presto o tardi, unicamente un misero cambio della guardia, risultato indegno dei sacrifici a cui sono stati sottoposti i generosi che si sono cimentati in un tentativo rivoluzionario.

Fra quelli che si fanno portatori di istanze rivoluzionarie si possono distinguere essenzialmente due gruppi: coloro che sentono sulla propria pelle la necessità di un cambiamento radicale e coloro che la intuiscono senza una necessità diretta.

Il primo gruppo è composto dalla massa internazionale dei lavoratori stipendiati ed indipendenti che ogni giorno sono battuti ed umiliati dal mercato e dalle sue esigenze, le cui aziende vengono delocalizzate, i cui settori vengono distrutti dalla competizione spietata, la cui vita si regge esclusivamente sul lavoro, avendo dovuto questi abdicare al demone della produttività la loro vera essenza umana, i loro rapporti, i loro sentimenti e le loro relazioni sociali. A questi vanno aggiunte le rispettive famiglie. mogli, mariti, parenti, figli e nipoti che risentono per questi legami doppiamente gli effetti criminali e dispotici del sistema. Tanto un lavoratore, quanto uno studente quanto un o una casalinga, se coscienti della situazione che è loro imposta, possono sentire il bisogno di portare avanti istanze rivoluzionarie. Inoltre, anche quella vasta schiera di micro e piccoli borghesi proletarizzati dalle varie crisi cicliche e dalla globalizzazione sono capaci, per la loro nuova situazione e se ben indirizzati, di portare avanti istanze progressiste, essendo loro oramai passati ad una posizione di subalternità totale nel contesto del sistema capitalista. Ci sono poi anche movimenti e scuole di pensiero che, più o meno a seconda del territorio, organizzati fungono da antitesi allo status quo. Stiamo parlando dei movimenti per la riconquista della sovranità democratica e per la salvaguardia dell’ambiente. Sarebbe da aprire un discorso a parte per confutare l’ipocrita retorica dei vari tirannucoli mascherati da capipopolo quali il Ministro Salvini, Donald Trump e via dicendo, o dei fenomeni mediatici ad uso e consumo della borghesia liberal quali “fridays for future”, ma ci limiteremo a far notare come il capitalismo sia l’unica vera causa materiale dell’inquinamento e della degradazione degli ecosistemi, così come gli stati nazionali e la democrazia siano fondamentalmente una minaccia per l’autoritarismo dei mercati e la libera circolazione delle merci assunta a dogma metafisico.

Il secondo è ben più ristretto, e comprende quelli che, anche se non toccati dagli svantaggi e dalle contraddizioni del sistema attuale, vuoi per empatia vuoi per spiccate capacità mentali riescono a squarciare la gabbia del loro privilegio di classe e a vedere il mondo per come è realmente. Questi pochi sono essenzialmente i “borghesi illuminati”, spesso borghesi per nascita ma cresciuti a contatto con ambienti popolari, e gli intellettuali non omologati al sistema. Possono certo esistere intellettuali d’estrazione proletaria, ma il loro numero è sicuramente minore rispetto a quelli che hanno potuto studiare anche per la propria agiatezza economica. Queste persone sono da ammirare se coerenti e radicali nelle loro scelte, poiché le istanze rivoluzionarie sono per loro natura contrapposte all’interesse egoistico della classe borghese, e quindi lesive nei confronti dei loro privilegi.


Il ruolo di un’avanguardia rivoluzionaria


Come abbiamo già detto, le possibili istanze rivoluzionarie vengono espresse spesso in una forma impura, spesso confuse fra altre reazionarie oppure non completamente sviluppate. Per far fronte a questo occorre un’avanguardia rivoluzionaria, ossia un’organizzazione collettiva che, da un punto di vista anti-narcisista ed umile, si ponga da pari alla guida del popolo e come catalizzatore delle varie aspirazioni. L’avanguardia dev’essere composta dagli individui politicamente più preparati, consci dei meccanismi del sistema e profondamente convinti della necessità imperativa della sua sovversione, ma sopratutto di uomini pronti ad ogni sacrificio, ad ogni privazione e a qualsiasi rinuncia in nome di un ideale di maggiore Giustizia. L’avanguardia rivoluzionaria non dev’essere un monolito politico, può e anzi deve essere variegata, vivace, viva. Il dogmatismo sta alla rivoluzione come il Sole cocente sta alle piante di un giardino: al giardiniere inesperto può sembrare che il Sole nutra le piante in maniera assoluta, ma un suo eccesso le renderà unicamente secche e morte. Sta a chi ha compreso la natura di questo sistema organizzarsi per essere lui stesso avanguardia, in ogni quartiere e in ogni città, a scuola come al posto di lavoro. La Rivoluzione si incarna ogni giorno.



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TRA I DUE LITIGANTI IL TERZO GODE di Piemme

[ venerdì 26 luglio 2019 ]


Ci sono diversi amici che non condividono la nostra decisione di voltare le spalle al governo. Essi dicono: “Se cade questo governo, quello successivo sarà sicuramente peggio”. Una posizione che una volta si sarebbe definita “menopeggista”. Non che in certe circostanze non sia necessario evitare il peggiore e tenersi il meno peggio. 


Il problema è che una situazione “meno peggio” è per sua natura precaria e provvisoria, per cui occorre stabilire con precisione — come abbiamo scritto giorni addietro — quand’è che la quantità si trasforma in qualità, ovvero quando il meno peggio sia solo una variante o sia diventato già una forma del peggio. 

Nel Comunicato n.9 di P101 abbiamo stabilito che questa linea è stata superata col grande tradimento dei 5 stelle a favore della Von Der Leyen, il quale ha segnato il passaggio del movimento nel campo eurista.

Dicevamo quindi che con quell’atto ad alto valore politico e simbolico il governo stesso, dopo mesi di stato confusionale, da “governo del cambiamento” era diventato il governo della conservazione.

La ridicola sceneggiata accaduta martedì in Parlamento e in seno alla compagine governativa — Conte che va a dire quattro fregnacce sull’affare dei presunti soldi russi alla Lega, Salvini che non va in aula a combattere per smascherare la pagliacciata di Conte, i 5 stelle che disertano l’aula, Conte che si erge a decisionista annunciando che la TAV si farà — conferma la nostra posizione: questo morto che cammina rischia di fare danni enormi al Paese. 

Tra i due litiganti il terzo gode. Può fare enormi danni perché, mentre Di Maio e Salvini si paralizzano a vicenda, il Presidente del consiglio, con l’appoggio del Quirinale, ne esce rafforzato. Quella che nei mesi abbiamo definito come “quinta colonna” dei poteri forti eurocratici è oramai alla guida del governo. Se non ci saranno fatti nuovi, un’inversione di marcia, si può così facilmente immaginare come andrà a finire la partita della prossima Legge di bilancio.

Il fatto nuovo, che segnerebbe la sola auspicabile inversione di marcia possibile, è un solo: che Di Maio e Salvini si decidano a sbarazzarsi non solo di Tria ma pure di Conte. Più Conte resta al suo posto più i due leader si indeboliscono, apparendo come i classici cani che abbaiano ma non mordono. Auspicabile inversione che sembra tuttavia altamente improbabile. Di Maio è orami un pesce bollito. E Salvini?

Il gigantesco mostro si mostra un nano politico privo di coraggio. Le ragioni di questo rimpicciolimento possono essere molteplici. Fioriscono le congetture. E’ ricattato perché avrebbe pesanti scheletri nel suo armadio. E’ bloccato dalla fronda liberal-nordista all’interno della Lega. Non vuole andare alle elezioni anticipate perché in verità non vuole andare al governo, ovvero fare lui la Legge di bilancio. Oppure, il che fa lo stesso, spera che la situazione marcisca fino a giustificare il prossimo passaggio della Lega all’opposizione.

E’ forse un mix di tutti questi fattori che spiega perché il Salvini abbia scelto una posizione attendista, un attendismo che mentre logora lui stesso aiuta il partito eurista a consolidare le proprie posizioni, dandogli il tempo per attuare il suo piano strategico —chiudere, con le buone o le cattive, la stagione populista— che passa per quello tattico adombrato da Mattarella: subito un governo dei “responsabili”, o novelle “larghe intese” per adottare una finanziaria gradita all’EUROpa, per gestire quindi la situazione in vista di elezioni anticipate in primavera.

Questo piano va sventato, e se i 5 Stelle sono nel pallone, se Salvini non sa che pesci pigliare, c’è da augurarsi che sia il popolo, o quantomeno la sua parte più avanzata, a farsi sentire. Anche per questo è importante la manifestazione del 12 ottobre.


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PER UNA CRITICA DEL POPULISMO (3) di Mauro Pasquinelli

[ giovedì 25 luglio 2019 ]


QUI la prima e QUI la seconda.
Inutile ricordare che pubblicare un contributo non significa che la redazione lo condivida, nel caso di specie dissentiamo da quanto scrive l’autore.

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POPULISMI SENZA POPOLO per una critica marxista del populismo 

Crisi colossale di legittimazione delle classi dirigenti mondialiste, sfaldamento del blocco storico che le univa alle borghesie nazionali (uscite perdenti dal confronto mondiale) e ai ceti medi abbandonati ed in via di pauperizzazione. Ecco il quadro socio-politico, la miscela che ha dato vita alla ribellione populista in occidente e che ha trovato espressione in Trump, Le Pen, Salvini, Movimento 5s, Iglesias in Spagna, Tsipras in Grecia, Farage in Inghilterra etc.

Se all’inizio la rabbia popolare aveva trovato una sponda in formazioni populiste di sinistra (Tsipras in Grecia, Iglesias in Spagna, 5s in Italia, Melenchon in Francia, Corbyn in Inghilterra), nel giro di poco tempo si è riversata in formazioni populiste di destra. Oggi il populismo occidentale è quasi completamente egemonizzato dalla sua variante destra.

Il caso italiano rappresenta una vera anomalia nel panorama mondiale perché è l’unico laboratorio in cui populismo di destra e di sinistra si sono incontrati stringendo una alleanza di governo. Nella formula però di un contratto sempre più fragile e favorevole alla Lega, che in un anno ha calamitato ben 4 milioni di voti dal suo diretto alleato.

Cerchiamo di capire la natura di questo populismo, i suoi punti di forza e di debolezza, i suoi cavalli di battaglia. Al di là di un anti-europeismo di facciata e di uno spirito anti-establishment solo urlato e battipugnista, la proposta politica si sostanzia in una formula di compromesso sempre instabile e mai raggiunto con l’élite, di stop and go delle accuse, di negoziazioni estenuanti e differite sullo zero virgola del deficit, di trattative al ribasso sulle massime cariche della governance europea. L’unico terreno su cui il populismo europeo e italiota sembra mantenere fermezza e rigidità è quello della lotta all’immigrazione, scenograficamente combattuta a suon di porti chiusi e fili spinati alzati.

La variante destra del populismo, di cui il salvinismo è massima esemplificazione, si sostanzia in neoliberalismo in economia (flat tax) , stato debole nei confronti del mercato e stato forte nei confronti della società civile (decreto sicurezza) e degli immigrati. In politica estera totale soggezione all’imperialismo americano, condanna dei populismi bolivariani, difesa del bolsonarismo e del sionismo etc.

Se prescindiamo dal movimento 5s stelle, la cui natura risulta sempre più qualunquista e gate-keeper del consenso, per evitare rivolte alla francese (stesso dicasi per Tsipras in Grecia), e proviamo a sollevare lo sguardo sul lungo periodo dei processi storici mondiali, la variante di destra del populismo si distingue da quella di sinistra, peronista e bolivariana, per alcuni tratti essenziali. Innanzitutto per la forma di attuazione: la prima fondata solo sulla cattura mediatica del consenso di una opinione pubblica polverizzata e priva di forti legami comunitari, la seconda radicata su movimenti di lotta antimperialisti e su vigorose reti di solidarietà popolare. In Venezuela, per quanto gli Usa abbiano provato con tre colpi di stato a spazzare via lo chavismo, esso ancora resiste. E’ vivo e vegeto perché congiunto ad un blocco sociale nazionalpopolare di grande forze e vigore, al cui confronto quello dei 5s in Italia è polvere di umanità, fluttuante negli eterei spazi.

Sicché mettere nello stesso sacco il populismo occidentale e quello di latino americano è una operazione scorretta sia sul piano formale che sostanziale.

La linea di faglia tra i due tipi di populismo, al di là della retorica anti élitaria e anti establishment, passa nell’essere i primi espressione di nazioni colonialiste o sub-colonialiste e i secondi di nazioni colonizzate. Nel poliverso mondiale dei populismi sarebbe più giusto posizionare quello grillino tra i populismi di centro, quello leghista tra i populismi di destra e quelli latino americano tra i populismi di sinistra.

Il populismo di sinistra è aperto alla solidarietà con i popoli, ha un carattere formalmente antimperialista, ricerca alleanze con gli stati oppressi dall’occidente. Si radica su sollevazioni vere, su strutture di contropotere popolare che forgiano identità sociali e comunità di appartenenza. Il caso boliviano da questo punto di vista è paradigmatico: Il populismo di Morales si è affermato su una grande battaglia in difesa dell’acqua pubblica e dei beni comuni, in opposizione alle multinazionali e alle privatizzazioni imposte dal FMI.

Il populismo di centro-destra occidentale cresce invece nel silenzio delle urne, ha come platea di riferimento più una opinione pubblica incazzata che un popolo in lotta, è il frutto della rabbia di folle solitarie che hanno perso privilegi durante la crisi e sono disposte a pensare che questa perdita è dovuta a chi sta peggio di loro. La condizione diffusa di sradicamento sociale, di disorientamento e di risentimento verso tutto e tutti è uno dei fattori chiave del populismo nostrano, difficilmente riconducibile ad una sola logica ideologica, e fortemente instabile sotto il profilo dell’appartenenza identitaria, con flussi di consenso che si muovono dall’una all’altra delle formazioni populiste in base agli umori del momento e alle capacità attrattive del capo-salvatore di turno.

Dobbiamo chiederci: se così profonde sono le differenze tra populismi di destra e di sinistra perché allora insistiamo a unificarli sotto lo stesso nome? Perché hanno in comune dei limiti di fondo che ora proverò ad elencare:

1) La forma politica della rappresentanza costruita sul binomio massa – leader, senza salde intermediazioni e corpi intermedi (questi ultimi presenti invece nei tradizionali partiti di massa, PCI in primis, di epoca fordista, con solidi ancoraggi nei sindacati, nelle cooperative etc). L’autorappresentazione collettiva in un leader popolare, amato e visto dal popolo come il vero salvatore, il grande risolutore di tutti i problemi. Attenzione però, come spiega Marco Tarchi

“Il leader populista non va assimilato al capo carismatico (come nel fascismo dove il leader si libra in una eterea distanza dalle masse ndr). Deve si presentare qualità non comuni, ma non deve mai incorrere nell’errore di mostrarsi fatto di un’altra pasta rispetto all’uomo comune al quale si rivolge. La prima delle sue abilità consiste proprio nel non cancellare mai quei tratti, come il linguaggio o la gestualità che ne connotano la somiglianza con il pubblico dei suoi seguaci”

2) La tendenza a vedere la causa di tutti i problemi non nel sistema in se’ ma in un intruso che viene dall’esterno, che può essere l’incappucciato della finanza, l’euro, il politico corrotto, l’immigrato, l’ebreo, il terrorista, la multinazionale, da cui il leader ci deve difendere etc. Ma da marxisti sappiamo che l’usura, l’immigrazione, la finanziarizzazione, la corruzione, non appartengono alla sfera delle patologie ma a quella della fisiologia del sistema capitalistico. Non si può estirpare il frutto lasciando in vita la malapianta.

3) Altro tratto distintivo che accomuna tutti i populismi è l’illusione, tanto più evidente in periodo di crisi, di mettere d’accordo e accontentare tutte le classi senza intaccare le basi strutturali dei rapporti di produzione.

4) Il plebiscitarismo, il giustizialismo parolaio e l’appello diretto al popolo da parte del leader “carismatico” che si sostanzia in un rafforzamento del potere esecutivo a spese di quello legislativo, nella predilezione di forme presidenzialiste e golliste di governo. Tutto ciò nel solco di una generale tendenza della forma capitale post-moderna a blindare la democrazia rappresentativa per farne una vera e propria democratura.

5) Parafrasando Carl Schmith, il populismo, forse con l’unica eccezione dello Chavismo, non conosce mai un vero stato di eccezione e non è mai sovrano in esso. Pertanto non conosce la dialettica politica come antagonismo tra amico e nemico ma solo tra competitor, al massimo tra avversari che si legittimano nel teatrino della democrazia rappresentativa. Lo vediamo in questi giorni. I 5s votano Sassoli del PD come presidente del parlamento europeo e forse si preparano a candidare un Piddino come prossimo presidente della Repubblica. Un nemico non si vota mai. Un avversario sì.

6) Il populista sia di destra che di sinistra tende a semplificare il quadro politico in una logica binaria popolo-élite, dimenticando che questa divisione c’è sempre stata nella storia dell’umanità e che essa è solo l’apparenza dietro cui si nasconde la forma-capitale, differente dalla forma feudale e schiavistica. L’élite’ oligarchica oggi è una élite globale, dal volto coperto, ha un potere di corruzione e dissuasione dei popoli e delle classi dirigenti nazionali, e soprattutto ramificazioni, addentellati, casematte (per dirla con Gramsci) a difesa delle sue fortezze, che i despoti del passato potevano solo sognare. Il populista fa della opposizione binaria popolo élite un feticcio che maschera i rapporti reali. L’élite non è una super class al di sopra della borghesia, come pensa Fusaro e Laclau, ma è la frazione dominante, più ricca e potente di essa. Il popolo, solo nominato, è un velo interclassista per nascondere i fili che legano i produttori alla forma capitale. Bisogna ricondurre il binomio popolo élite alla sua radice capitale-lavoro o capitale-non-lavoro. Facendo luce sui settori intermedi che vanno dall’aristocrazia del lavoro ai ceti medi benestanti, che nominarli come popolo, nonostante abbia efficacia propagandistica, significa coprirli sotto un manto che annulla le differenze, opacizza il reale (è la notte i cui i gatti sono tutti neri). Come la negriana categoria di moltitudine!

7) Il populista sia di destra che di sinistra dimentica con troppa facilità che la conquista della maggioranza parlamentare e del governo non è il deus ex machina, non è la dimensione risolutiva del politico, perché non è ancora la conquista dello Stato. Il quale è costituito da almeno altri 5 poteri (potere giudiziario, potere legislativo, esercito e forze armate, mass media, monopolio privato dei grandi mezzi di produzione) e di altrettante casematte (banca centrale, scuola, editoria, sindacati, cooperative, banche private etc). Lo stato è costituito di roccaforti, non è un campo di gioco, una sede agonistica, limitata al parlamento, come pensa Laclau e Mouffe, dove le forze egemoniche si disputano la vittoria, spostando in avanti o indietro le frontiere dello scontro. La conquista della maggioranza parlamentare se non prelude all’occupazione popolare degli altri poteri rimane un bluff, che lascia in essere solo l’apparenza e la finzione del cambiamento.

8) Il populista di destra e di sinistra effettua una riduzione di complessità del reale che spesso fa sparire il reale lasciando solo la sua ombra, la sua caricatura complottistica. Ne abbiamo un esempio sul tema dell’immigrazione, in riferimento al quale, come dimostra il governo giallo verde, si instaura una convergenza quasi totale tra populismi. In sostanza, le migrazioni dei popoli, che sono un dato permanente del capitalismo sin dalla sua nascita (si pensi alle enclosures e alle prime migrazioni dalle campagne alle città, o alle ultime migrazioni interne di 300 milioni di contadini cinesi verso le grandi metropoli) ed oggi ancor più devastante a causa dei crescenti squilibri economici, ambientali e demografici, vengono fatta passare allegramente come un complotto sorosiano delle élite cosmopolite per sostituire i popoli e abbassare i salari (dottrina Kalergi). Cancellando con un colpo di spugna tutta la complessa dinamica interna della forma capitale. Per Marx l’esercito industriale di riserva si costituiva per effetto delle leggi di movimento del capitale, e non come decisione politica di qualche massoneria segreta.

9) Il populista di destra e di sinistra dimentica che c’è un altro tipo di populismo, un populismo liberale (in Italia, Berlusconi e Renzi, in Francia Macron) creato ad hoc dall’élite sfornando, all’occorrenza, leader di plastica costruiti in laboratorio, virtuali salvatori della patria, che personalizzano all’eccesso il quadro politico, facendo credere al popolino che la chiave per la risoluzione di tutti i problemi passa dalle loro uniche mani. Ma se tutti sono populisti nessuno è più populista e il populismo rischia così di diventare un vuoto simulacro. Come nelle parole del Gattopardo di Tommaso di Lampedusa, che ritrae il vizio storico delle classi dirigenti occidentali: cambiare tutto per non cambiare nulla. Destra, sinistra centro si convertono cosi in populismo di destra, populismo di sinistra populismo di centro, con l’aggravante di avere sempre meno proporzionale e più maggioritario, meno democrazia rappresentativa e più democrazia rappresentata, personalizzata.

10) Il populista vezzeggia e corteggia il popolo, gli liscia il pelo, per poi tradirlo una volta giunto al governo. Scagiona sempre il popolo da ogni responsabilità e se poi accade che esso gli volta le spalle rivotando gli uomini di plastica dell’élite (come è accaduto in Grecia questi giorni… con la sconfitta di Tsipras e la vittoria di Nuova Democrazia) i cittadini sono sempre perdonati, perché spinti dalla disperazione si aggrappano a qualsiasi speranza. Peccato che in Grecia invece di aggrapparsi al male minore dei comunisti o di Varoufakis si siano aggrappati al male peggiore degli uomini del memorandum, pochi anni prima sonoramente bocciato. Ragione o delirio del popolo?

11) Il populista di destra e di sinistra ragiona sempre in una ottica binaria e dualistica. Abbiamo la dimostrazione di come egli faccia parte di una cultura “normale”, insufficiente a comprendere il pensiero dialettico, la complessità del reale, la sottigliezza e la profondità di talune argomentazioni. Mai accetta un pluralismo di posizioni e punti di vista, fuori dal bianco e dal nero dominanti. Se gli dici che sei contro Putin ti dirà che sei a favore di Trump o della Merkel. Se condanni i crimini di Assad ti dirà che sei un sionista. Se accetti la teoria del Global worming sei un venduto al pensiero unico dominante. Se riconosci i diritti democratici dei gay e delle minoranze sei un LGTB e quindi un europeista sorosiano. Se gli dici che sei all’opposizione di questo governo ti dirà che sei alleato dell’élite. Non concepisce un terzo campo anticapitalistico e qualora lo concepisse direbbe sempre che è prodotto di visionarietà ed utopismo. Meglio tenersi questo Stato per farne al massimo uno Stato etico in senso hegeliano e gentiliano (Fusaro). Il campo da gioco dove si sfidano le forze egemoniche può essere occupato solo da due forze, in una ottica che ricorda il bipolarismo all’americana.

12) Il populista di destra e di sinistra ricorre spesso ad una fraseologia anticapitalista per conquistare il consenso delle masse, ma una volta al governo l’abbandona, e finisce sempre per rimanere nel quadro delle compatibilità capitalistiche, senza mai radicalizzare lo scontro, senza mai chiamare il popolo a manifestare e sollevarsi contro l’infiltrato esterno, che all’inizio indicava come responsabile della crisi. Una volta al governo il populista relega il popolo nella posizione di spettatore passivo che può solo affidarsi al piano di salvezza del leader. Guai disturbare il grande timoniere e se qualcuno ci prova incorre nelle maglie del “decreto sicurezza” che inasprisce le pene per chiunque chiami alla sollevazione o a semplici blocchi stradali.

13) Il populista non avendo armi per combattere l’oligarchia, che non sia la impotente fraseologia anti-elitaria, si rivolge in basso per costruire il nemico e aizzargli contro la frustrazione del popolo. Alza la voce e mostra i muscoli contro gli ultimi, gli immigrati in balia delle onde, i piccoli criminali, i piccoli spacciatori etichettati come vermi, i piccoli mafiosi a cui si distrugge la casa salendo su una ruspa, in diretta streaming. Da notare che sul terreno della lotta all’immigrazione e alla piccola delinquenza, il popolo sceglie sempre l’originale (il populista di destra) e non la brutta copia (il populista di centro-sinistra). Così accade che Salvini asfalta Di Maio nei consensi e costui, per non perderne ancora, si atteggia a numero due della Lega, senza capire che più insegue Salvini sul suo terreno più ne esce con le ossa rotte!

14) Il populista di destra e di centro-sinistra blocca i porti quando sono insidiati da battelli pieni di immigrati, guai a bloccarli quando in quei porti sopraggiungono navi costipate di armi della Nato, o da quei porti partono cargo pieni di bombe, indirizzati alla monarchia saudita per annientare il popolo yemenita (100.000 civili uccisi in pochi anni nell’indifferenza del main stream). Mission impossible bloccare a Gioia Tauro le navi che riversano cocaina colombiana nei mercati europei!


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C’ERA UNA VOLTA IL MOVIMENTO 5 STELLE di Mario Monforte

[ giovedì 25 luglio 2019 ]

Dopo il sì a vax obbligatori, il sì al Muos, il sì al Tap, il sì al Triv, ora il sì al Tav — e farlo votare in parlamento è un escamotage (puerile) per (pseudo-)deresponsabilizzarsi come governo e per farlo passare, dato che tutti i parlamentari non-5S voteranno pro (e forse anche dei 5S). E si è detto un sì (decisivo per l’elezione) alla Von der Leyen (=Bilderberg-Merkel). La prossima grande mossa “di cambiamento” dei nostri eroi quale sarà?

QUALE RIORGANIZZAZIONE INTERNA?

Ho seguito il video in cui Di Maio indica la “riorganizzazione del movimento”. In sostanza: si punta a consolidare uno strato di eletti – dai Comuni alle Regioni al Parlamento agli incarichi di Governo – e perciò si supera il limite dei mandati, e a tal fine si designano i “facilitatori”, i quali saranno gli operatori dello strato di eletti, in attesa di essere eletti a loro volta, designando nuovi ” facilitatori”. Quindi si procede a questa strutturazione “dall’alto” – di evidente tipo para-partitico – che conferisce la decisionalita’ ai vertici, anch’essi stratificati. A tale strutturazione si “incollano” le assemblee territoriali, che si riuniscono quando…vertici e “facilitatori” lo vogliono e che, è palese, hanno lo scopo di far dire un po’ di “cose” (ma alla svelta: 2 minuti a testa?) ai presenti e poi approvare ciò che viene posto – e imposto. In più va rilevato che non si espone nessun contenuto: quale è l’analisi, il progetto, la strategia, la tattica su cui ci si muove, su cui si fa la “riorganizzazione”, su cui procedono i vertici e i ” facilitatori”?

Io non accetto per niente questa “roba” e vi contrappongono l’idea e la prospettiva dell’Ass. d. Citt. decisionale e interrelata su tutti i territori, volta alla gestione diretta del potere, cioè la democrazia vera (non quella del web, blog, etc.). Ma io non sono un 5S. Vediamo che posizione prendono attivisti, iscritti, simpatizzanti e votanti…



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12 OTTOBRE: LA GIOVENTÙ PATRIOTTICA CI SARÀ

[ mercoledì 24 luglio 2019 ]

Leonardo Sinigaglia, studente di Genova, membro di Giovine Italia e del Comitato organizzatore della Manifestazione del 12 ottobre a Roma, spiega perché è necessario partecipare e essere in tanti.

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IL PROBLEMA TEDESCO di Giovanni Passali

[ mercoledì 24 luglio 2019 ]

Deutsche Bank e la prova che le regole Ue non valgono per tutti


di Giovanni Passali

Nello scorso articolo, descrivendo i grossi problemi di Deutsche Bank, avevo commentato la nomina della Von der Leyen a Presidente della Commissione affermando che i tedeschi rischiano di aver preso i posti più importanti nel momento peggiore per l’Unione europea. In effetti, c’è il problema della Von der Leyen da gestire sul piano interno. Infatti, la tedesca è stata ministro in Germania per diverse volte con la Merkel presidente; l’ultima come ministro della Difesa; è stato in seguito a quella attività che è stata definita da Schulz il “peggiore ministro” della Germania. E per questo motivo ora appoggiarla potrebbe diventare un problema.

Ma non c’è solo la signora Ursula come tedesco in un posto importante in Europa. Alla potente Banca europea per gli investimenti c’è Werner Hoyer, alla Corte dei Conti Europea c’è Klaus-Heiner Lehne, al Meccanismo europeo di stabilità c’è Klaus Regling. E pure tre segretari generali su quattro sono tedeschi. Tra questi, quello del Parlamento europeo è occupato da Klaus Welle, uomo della Merkel che guida ottomila funzionari dell’apparato burocratico più grosso. In questo contesto, la nomina della francese Lagarde a capo della Bce (lei che non è un’economista) ha il sapore del contentino. E che a capo della Bce ci sia una che non ha la laurea in Economia la dice lunga su quanto quella carica sia ormai politicizzata.

E per far capire l’aria che ora tira, Ursula von der Leyen ha detto che guarderà con molta attenzione al debito italiano. Ovviamente il fatto che la nostra bilancia dei pagamenti, secondo gli ultimi dati, continua a migliorare (sono leggermente aumentate le importazioni, ma le esportazioni sono cresciute di più) non conta nulla. E pure non conta la situazione drammatica della Deutsche Bank, che per tentare di sopravvivere procederà al taglio di 19.000 dipendenti e alla vendita della divisione speculativa. Una vendita che rischia di essere di una scatola vuota e quindi di fallire. Infatti, i clienti speculatori, temendo che il loro capitale sia a rischio (vale o dovrebbe valere la regola del bail-in, quella per cui a pagare sono i depositanti) stanno già operando una silenziosa corsa agli sportelli e stanno spostando elettronicamente i loro capitali in altre banche. Sembra che la fuga di capitali stia procedendo al ritmo di un miliardo al giorno.

Ma questo per i burocrati europei non è un problema; le regole sono uguali per tutti, ma per le banche tedesche sono “diversamente” uguali. Loro possono sempre fare qualcosina di diverso, come già accaduto in passato, quando il Governo procedette a copiosi interventi finanziari per salvare il proprio sistema bancario, mentre nel caso Mps e delle quattro banche poi quasi fallite l’intervento venne proibito, salvo poi scoprire che la proibizione era sbagliata e che l’intervento, secondo le norme europee, era lecito. Nel caso Mps il comportamento della Bce è stato scandaloso: chiese una ricapitalizzazione di 5 miliardi, ma dopo una settimana improvvisamente la richiesta cambiò e chiese una ricapitalizzazione di ben 8 miliardi.

Come ha osservato il senatore Bagnai, nel caso delle banche amiche (tedesche) le regole si interpretano. E nel caso di Deutsche Bank, si cambiano pure. Infatti, il piano di ristrutturazione non sarebbe potuto partire senza un aumento di capitale, secondo le regole imposte agli altri. Ma in questo caso la Bce ha abbassato il target CET1 dello 0,5% per i prossimi tre anni e quindi l’aumento di capitale non è stato più necessario. Il fatto è devastante, perché un tale volubilità della Bce sulle regole, imposte però rigidamente e ottusamente agli altri, non farà che squalificare la stessa istituzione che guida la politica monetaria.

Al di la dei numeretti e delle regole astruse (e astrusamente applicate) chi si fiderà più della Bce? Come la prenderanno gli investitori? Il governo della Bce dell’era Draghi sta finendo nel peggiore dei modi. Quello dell’era Lagarde rischia di iniziare di male in peggio, in mezzo a un mare di problemi irrisolti.



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FINE DEL SOSTEGNO TATTICO di Moreno Pasquinelli

[ martedì 23 luglio 2019 ]

Il cambio di posizione di Programma 101 rispetto al governo Conte — COMUNICATO N. 9/2019 del 18 luglio —, ovvero il passaggio dall’appoggio tattico all’opposizione, è stato considerato da alcuni una “salutare correzione di un errore grave”, da altri una “giravolta”, da altri ancora un “aggiustamento a tempo scaduto”.


Ci sono ovviamente molte sfumature di grigio, ma sempre di grigio stiamo parlando. 

Non siamo adusi a nascondere o camuffare le divergenze politiche con alcuni amici e compagni — anche dell’area della Sinistra patriottica. Esse c’erano, ci sono e, ahinoi, resteranno. E finché esse non saranno superate è improbabile che nel breve futuro sia possibile un soggetto unico di questa sinistra. Speriamo invece non risulti aleatoria la costruzione di un fronte comune. Lo vedremo presto il 12 ottobre, poiché penso che il 12 traccerà una linea tra il prima e il dopo, tra chi considera irreversibile la rottura con la sinistra transgenica e chi, di riffa o di raffa, resta aggrappato alla sottana dell’élite euro-globalista. Ci sono poi sempre le sette, che non si aggrappano a nessuno e passano il loro tempo a contemplare il proprio ombelico. Di queste inutile occuparsi.

Non ci giriamo attorno, guardiamo anzi in faccia queste differenze.

(1) POPULISMO


Non siamo giunti all’appoggio tattico al governo giallo-verde(blu) per sbaglio, alla leggera, bensì dopo un lungo e faticoso percorso fatto di studi, discussioni, lotte, diserzioni. Ci siamo arrivati anzitutto in base al discorso sul “populismo” ed alla analisi ed al giudizio sulle due forme specifiche di populismo italiano: m5s e Lega salviniana. Non abbiamo mai affermato che essi rappresentassero una rottura in atto della gabbia euro-globalista, o che questi movimenti populisti fossero all’altezza del momento storico che viviamo. Al contrario, abbiamo sempre segnalato la loro insipienza, la loro profonda inadeguatezza. Abbiamo cioè costantemente ribadito che essi incarnavano, volenti o nolenti, una spinta storico-sociale in potenza, che portava seco la possibilità dello scontro con l’Unione europea ed i poteri forti collaborazionisti nostrani. Dicevamo che il populismo, per quanto per sua natura contraddittorio, veicolava un impulso democratico, che incarnava una potente volontà di rivincita sociale di un blocco sociale tendenzialmente maggioritario, le diverse classi sociali ferite a morte dalla euro-globalizzazione — non solo la media e piccola borghesia, ma pure la gran parte della classe operaia e della gioventù proletaria. 
Il populismo, era dunque, in ultima istanza, una manifestazione, pur spuria, della vecchia ma non defunta lotta di classe.


(2) IL FATTORE PRINCIPALE


Alla base di questo giudizio sul “populismo” e le sue potenzialità eversive dello stato di cose presenti c’era un paradigma che abbiamo sempre tenuto fermo: nella scala delle priorità (intendiamo le priorità del Paese, quindi della sua maggioranza popolare) abbiamo sempre posto la necessità della rottura dell’Unione europea, dunque il legame tra la questione sociale e democratica e quella della sovranità nazionale. Abbiamo cioè sempre considerato la relazione tra l’Unione e la nostra nazione come essenzialmente antagonistica, perciò come il fattore principale. Diversamente da noi, di riffa o di raffa, altri gruppi della sinistra hanno considerato come principali fattori i diritti civili o  l’accoglienza degli immigrati, giungendo a qualificare il populismo come proto-fascista, addirittura adombrando una “fascistizzazione delle masse”. Altri ancora, del tutto incapaci di fare i conti sol reale, hanno insistito nell’immaginare che la contraddizione principale fosse quella tra capitale e lavoro (anticapitalismo d’abord). Certo, non abbiamo mai escluso un’inversione delle contraddizioni (la principale può diventare secondaria e viceversa). Si faccia avanti tuttavia chi ha visto in questi ultimi dieci anni manifestarsi questa inversione. Morale della favola: il sostegno tattico al governo Conte era una maniera per agire sulla contraddizione principale, ovvero sostenere lo sganciamento di Roma dall’asse carolingio Berlino-Parigi, considerando che ogni pur piccolo passo andava nella giusta direzione. Considerando infine che essendo l’élite euro-globalista (Pd anzitutto) il nemico principale, e la Ue una gabbia di ferro, l’auspicabile fratturazione dell’Unione avrebbe rappresentato una essenziale conquista strategica, l’inizio di una fase che avrebbe riaperto la partita anche per le debolissime forze rivoluzionarie. Su questa via pochi ci hanno seguito a sinistra, molti invece, fuori. 


(3) LINEA DI MASSA E BLOCCO SOCIALE


La conseguenza di questo discorso è stata per noi inevitabile: non solo schierarsi col “campo populista” contro quello dell’élite euro-globalista, ma costruire quella che chiamammo la “terza gamba” di quel campo, un movimento patriottico e partigiano per far sì che la disobbedienza ai diktat dell’Unione maturasse nella direzione di una lotta nazionale e sociale di liberazione. Era per noi la logica conseguenza di quel che andavamo sostenendo da almeno un lustro: linea di massa. Il polo rivoluzionario poteva essere costruito dentro, e non fuori il campo popolare e populista, poiché esso conteneva la parte più avanzata della società italiana. Diciamo quel che pensiamo, e facciamo quel che pensiamo. Per questo uscimmo da Eurostop (che respingeva l’idea della centralità della questione nazionale) e fummo tra gli animatori della Confederazione per la Liberazione nazionale la cui ragione sociale era la costruzione di un Comitato di Liberazione nazionale. Si rifiutavano, in Eurostop, sia di considerare la lotta nazionale come centrale, sia di valutarla come una forma della lotta di classe, sia, infine, di considerare il populismo, malgrado la sua momentanea configurazione politica, come espressione del solo blocco sociale dalla cui evoluzione e tenuta dipendeva (e dipende) la possibilità (sottolineato possibilità) di cacciare l’élite collaborazionista dal governo. Un passaggio decisivo (decisivo per chi mastichi almeno un po’ la politica) che noi ritenemmo a portata di mano dopo il referendum del 4 dicembre 2016. Un passaggio, quella vittoria del NO, che pochi seppero cogliere nella sua effettiva dimensione — si cianciava che si trattasse anzitutto di “anti-renzismo —, che nessuno seppe leggere come il sintomo dell’avanzata poderosa del populismo.


(4) APPOGGIO TATTICO 


Avanzata che ineluttabile verrà, manifestandosi nel terremoto elettorale del 4 marzo 2018. Terremoto devastante da cui nascerà il governo giallo-verde(blu) — dove il blu è la “quinta colonna” mattarelliana. Dicemmo subito che il governo, nascendo grazie ad un infido compromesso coi poteri forti — ricordiamo il veto di Mattarella su Paolo Savona a ministro dell’economia —, non nasceva sotto una buona stella. Il “contratto di governo” non era certo entusiasmante — un ibrido notarile di liberismo e keynesismo —, tuttavia, frutto dell’accordo tra i due populismi, la sua attuazione implicava non solo la fine dell’austerità, ma la disobbedienza all’eurocrazia. Di qui la nostra decisione sull’appoggio tattico. Anche qui, una precisazione è doverosa: non ci siamo fatti deviare dalla molte promesse, alcune banali, altre inaccettabili, scritte nel “contratto”; dicemmo che avremmo giudicato l’azione di governo anzitutto dalla qualità delle sue politiche sociali, dalla determinazione a porre fine alle politiche di austerità dettate dal vincolo esterno e dal dogma del pareggio di bilancio. Altri, a sinistra invero pressoché tutti, caddero nella trappola ideologica dell’élite, giudicando il governo dalla sua legiferazione attinente a minoranze spesso insignificanti o agli immigrati. Eppure ci voleva poco a capire che la campagna ideologica “progressista” nascondeva il vero motivo dell’ostilità dei poteri forti verso il governo, il fatto essenziale che per la prima volta da decenni, disobbediva loro.


(5) TERREMOTO NEL CAMPO POPULISTA


L’offensiva a tutto campo dell’élite spinse il governo a fare marcia indietro, che infatti rimodulò la Legge di bilancio 2019 affinché fosse evitata la ritorsione dei mercati e dell’Unione europea. Condannammo quel compromesso, dicemmo tuttavia che  la partita restava aperta, che non si trattava di una finanziaria austeritaria. Avevamo piuttosto una tregua in cui entrambi gli sfidanti guadagnavano tempo. C’erano in vista le elezioni europee, che malgrado il rovesciamento dei rapporti di forza tra M5S e Lega, confermavano un’ampia maggioranza popolare a sostegno del governo. Maggioranza conservata malgrado una furibonda e massiccia campagna di diffamazione animata dal fronte eurista. Una maggioranza conservata grazie alle misure adottate (per quanto menomate rispetto alle promesse iniziali: Quota 100 e RdC) e malgrado la evidente  improvvisazione e inidoneità a governare dei due populismi, nonostante gli stucchevoli litigi tra loro e tra i diversi esponenti della posticcia maggioranza. Litigi che hanno premiato la Lega di Salvini apparso come l’uomo decisionista, il populista che tira diritto, pronto a tenere testa alla Ue ed agli avversari nostrani — mentre Di Maio ha svolto una campagna elettorale suicida, all’insegna di un moderatismo politicamente corretto, ciò che spiega il crollo elettorale del M5S. Un’inversione, quella dei rapporti di forza all’interno del campo populista, che cambiando di nuovo il panorama politico ha avuto un effetto destabilizzante sul governo Conte.


(6) IL GIORNO DEL GIUDIZIO


Abbiamo conservato la posizione di appoggio tattico (tanto più perché da Bruxelles era giunta la minaccia della “procedura d’infrazione”), sempre ritenendo che il banco di prova per il governo, il vero giorno del giudizio, sarebbe arrivato nei messi successivi, alla prova della prossima Legge di bilancio. La “manovrina” di giugno, scritta da Tria (più volte abbiamo invocato la sua estromissione dalla compagine governativa), l’accordo siglato da Conte con la Merkel e Macron in sede europea per le nomine ai vertici Ue, sono stati due inquietanti campanelli d’allarme. Il Cc di P101 scriveva l’8 luglio scorso:

«Il tempo sta scadendo. La prossima Legge di bilancio sarà la cartina di tornasole per capire se il governo si ribellerà o si inginocchierà alla Ue. Per questo i patrioti ed i cittadini consapevoli dell’alta posta in palio non possono restare alla finestra. Assieme dobbiamo trovare il modo di mobilitarci e scendere in piazza per la fine dell’austerità, per la sovranità e la democrazia, contro l’euro-dittatura. A fianco del governo nel caso avrà il coraggio di combattere, contro se getterà la spugna».

La goccia che per noi ha fatto traboccare il vaso è stato il voto con cui i parlamentari europei del 5 stelle hanno salvato, assieme al falco Von Der Leyen, la cupola eurocratica da una crisi istituzionale che sarebbe potuta diventare devastante. Non è stato un incidente di percorso ma, come da noi affermato il 18 luglio, un salto di qualità, uno sfrontato segnale che il

«M5S ha attraversato il Rubicone, passando armi e bagagli nel campo dell’élite eurocratica — passaggio sancito dalla indegna adesione al gruppo liberista capeggiato da Macron Renew Europe. Da questo momento, visto che i 5 Stelle hanno la maggioranza assoluta dei ministri, e dato il loro tradimento — che dovranno pagare a caro prezzo —, la Sinistra Patriottica denuncia questo governo come una succursale della cupola eurocratica, come un nemico della causa sovranista e del popolo lavoratore».

(7)  QUANTITÀ E QUALITÀ


La bestialità compiuta dal M5S non ha solo indebolito il governo, lo ha gettato in uno stato comatoso, e un governo moribondo non potrà fare niente di buono per il Paese. Fiaccato com’è, esso è un ostaggio dei poteri forti. 
Di più: col salto della quaglia dei Cinque Stelle è il campo populista che è stato azzoppato e sfibrato. Nei fatti non abbiamo più due populismi ma uno solo, e non abbiamo più un governo populista con una quinta colonna eurista all’interno, ma un governo a trazione eurista con un ospite indesiderato, la Lega salviniana — posta non a caso sotto attacco e che a sua volta vede al suo interno una forte componente liberista, nordista e collaborazionista. In queste condizioni, dati i cambiamenti avvenuti, mantenere l’appoggio tattico al governo equivarrebbe a diventare ruote di scorta dei poteri forti.

La quantità, ad un certo punto ed a certe condizioni, si trasforma in qualità, come l’acqua che a cento gradi evapora o a zero gela, gli atti, le decisioni ed i gesti, anche solo simbolici, di un movimento, sanciscono ad un certo punto il passaggio qualitativo. Uno degli aspetti decisivi del fare politica è appunto capire, e quindi decidere, in quale momento critico ed a quali condizioni la quantità si trasforma in qualità. E’ infatti in questi momenti critici che cambia il senso comune, che le minoranze creative possono stabilire una relazione con esso, o almeno con le linee più avanzate del popolo. Non è dunque fare come gli oracoli che prevedono un’eclissi ma non hanno la più pallida idea di quando essa avverrà. Certi sapientoni che ci dicono “noi ve l’avevamo detto” sono come quell’orologio rotto che indica almeno due volte al giorno l’ora esatta. 

Gli orologi rotti non servono a nessuno, tantomeno al popolo, tanto più in questo delicato frangente storico.


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CI HA PAURA NON VADA ALLA GUERRA di Leonardo Mazzei

[ martedì 23 luglio 2019 ]


«Posto che una fase di emergenza va effettivamente messa nel conto (ma non nei termini ipotizzati dal Gionco), essa non sarebbe comunque troppo lunga. E qui voglio essere brutale ma chiaro: se non siamo nemmeno capaci di immaginare e di affrontare qualche giorno senza il bancomat, è giusto che rimaniamo schiavi. Non si può infatti avere la botte piena (la sovranità) e la moglie ubriaca (il quieto vivere senza scossone alcuno)».

In risposta a Davide Gionco


Chi ha paura non vada alla guerra. Ecco un detto che chi si occupa delle cose della politica sempre dovrebbe rammentarsi. E come non farlo, ricordando Sciascia, nel momento in cui gli ominicchi potrebbero lasciare il posto ai quaquaraqua? Ma non è di “grande” politica che vogliamo occuparci oggi, bensì di un problema più circoscritto: quello dei sovranisti alimentati a paura, quelli del “vorrei ma non posso”, del “prima bisogna…”, eccetera eccetera.

Stavolta ce ne offre lo spunto uno scritto di Davide Gionco, apparso su “Scenari economici“. Il ritornello è sempre il solito: uscire dall’euro è difficile, la Bce ci strangolerebbe, il consenso non ci sarebbe (o comunque non reggerebbe), meglio sarebbe stato esserne fuori, ma ormai…


Certo in maniera del tutto involontaria sono proprio questi discorsi il regalo più grande che si possa fare alle oligarchie euriste. Del resto, anche tra i dominanti non manca chi riconosce che l’euro sia stato un errore, aggiungendo però subito dopo che adesso uscirne sarebbe semplicemente catastrofico.

Già tre anni fa chi scrive polemizzò con un articolo di Giorgio Lunghini, il cui succo si condensava in questa frase del noto economista scomparso nel 2018: 

«In breve, l’Unione Economica e Monetaria europea è come l'”Hotel California” nella canzone degli Eagles: forse sarebbe stato meglio non entrare, ma una volta dentro è impossibile uscire».

Un concetto assurdo in sé, quello della “impossibilità”, che se preso sul serio ci condurrebbe dritti dritti nelle accoglienti braccia di Francis Fukuyama e della sua “Fine della storia“, pensata e scritta dopo la disgregazione dell’Urss. Ma se del politologo americano di origine giapponese oggi ben pochi si ricordano, una ragione certo ci sarà. Purtroppo, però, certe visioni (stavolta cucinate in salsa tecnicista) si son fatte strada in tanti mondi, anche in quello sovranista. Ed una delle idee che circolano è che, non solo non ci sarebbe più spazio per le sollevazioni come per le rivoluzioni, non solo sarebbe vietato pensare, aspirare e lottare per una diversa società, ma pure uscire da due costruzioni politiche come l’euro e l’Ue sarebbe un’impresa quasi impossibile.
Il brutto è che mentre l'”impossibilismo” (mi si passi il termine) di Lunghini era tutto da ascriversi — singolare paradosso dei tempi nostri — al conservatorismo della cosiddetta “sinistra radicale”; quello adombrato da certi sovranisti, pur essendo animato da opposti obiettivi, rischia di condurci anch’esso nei meandri dell’impotenza. Ma la lotta per la sovranità nazionale non si alimenta con la paura, quanto piuttosto con la ragionevole speranza di una liberazione che non potrà tardare a lungo.

L’articolo di Davide Gionco

Partendo dalla fosca cornice di cui sopra, l’idea proposta da Gionco non è certo nuova. In breve: anziché uscire dall’euro, la moneta unica verrebbe semplicemente aggirata con l’introduzione di una moneta parallela. Avremmo così un parto indolore e tutti vivrebbero felici e contenti. Il primo paradosso di questo ragionamento è che dopo aver descritto un nemico pressoché invincibile, alla fine egli dovrebbe gettare la spugna dopo una manovra di aggiramento di cui (evidentemente) non si sarebbe accorto in tempo. Bah!
Prima di entrare nel merito dell’articolo voglio però ricordare due cose. La prima è che mai e poi mai abbiamo pensato ad un’uscita indolore dall’euro, il che non vuol dire però che essa debba essere immaginata e descritta come una catastrofe, come una sorta di Terza guerra mondiale. La seconda è che riteniamo positiva (e per certi aspetti necessaria) l’introduzione di una moneta parallela, e non a caso siamo a favore dei Mini-Bot, ma riteniamo che questa mossa abbia senso solo nell’ambito della prospettiva dell’uscita piena dall’euro e dalla Ue.
Detto questo, veniamo ad alcune affermazioni centrali dell’articolo in questione. Scrive Gionco:

«La soluzione al problema sembra semplice: “usciamo dall’euro!”. E traditori sono i politici che avevano promesso di farlo ed ora non lo dicono nemmeno più. Cerchiamo ora di capire perché, se anche sarebbe cosa buona che l’Italia non fosse mai entrata nell’euro e sarebbe cosa buona oggi trovarci fuori dall’Eurozona, vi sono delle difficoltà oggettive a realizzare il passaggio “da dentro a fuori”. E sono certamente queste difficoltà a far tacere i politici, quei pochi che hanno capito il problema, su questo argomento. Il fatto principale è che l’euro non è solo una moneta. E’ soprattutto un sistema di regole comuni a molti paesi europei, una organizzazione  complessa e interconnessa».

Lo ripeto a scanso di equivoci: non siamo mai stati tra i “facilisti” del “tutto e subito”, ma giustificare certe giravolte dicendo che quei politici «hanno capito il problema» è davvero un po’ troppo. Che l’euro sia un sistema oltre che una moneta è cosa fin troppo nota, scoprirlo ora o è tardivo o è furbesco.
Ma è davvero impossibile uscire da quel sistema? Qui Gionco fa sfoggio di un catastrofismo davvero fuori luogo. Per rendercene conto leggiamo due passaggi. Così si esprime nel primo:

«Se la BCE, sulla quale la Repubblica Italiana non ha sostanzialmente alcuna autorità, decide di bloccare il sistema bancario, succede che tutto il nostro denaro non lo possiamo più utilizzare. Ovvero: la BCE ha il potere di bloccare il sistema dei pagamenti bancari».

Ha la Bce questo potere? Ovviamente sì, ma ce l’ha finché restiamo nell’euro. Dopo no. Un minuto dopo l’uscita questo potere svanisce nel nulla. Una ragione in più per percorrere quella strada. Il problema è semmai nella fase precedente all’uscita, ma appunto per questo dilatarla oltremodo sarebbe un errore, quello sì, catastrofico.
Vediamo ora il secondo passaggio:

«Se un governo democraticamente eletto decide di “uscire dall’euro”, la BCE lo minaccia con il blocco del sistema dei pagamenti. Mentre quel governo converte le euro-banconote in neo-lire, tutti noi ci troveremmo impossibilitati a ricevere lo stipendio sul nostro conto corrente bancario, non potremmo pagare le bollette, non potremmo ritirare banconote dai bancomat. Non è fantascienza, sono fatti a cui abbiamo già assistito in Grecia o a Cipro. O anche in Argentina nel 2001-2002. Non solo: lo Stato non potrebbe più ricevere i pagamenti delle tasse, né pagare gli stipendi. Si fermerebbe la macchina dello Stato, i trasporti, gli ospedali, l’economia intera. Come già successe in Argentina nel 2001, non potendo convertire le nostre “note contabili” presso le banche nei beni e servizi di cui abbiamo bisogno per vivere, ci sarebbero gli assalti ai supermercati per potersi procurare anche solo da mangiare e ci sarebbe la fuga dalle città verso le campagne, dove almeno è possibile trovare del cibo senza pagarlo».

Questo catastrofismo, francamente incommentabile, non ha davvero giustificazione alcuna. E per diversi motivi. In primo luogo, un governo minimamente capace non avrebbe troppe difficoltà a prendere tutte le contro-misure del caso. In secondo luogo, uscire dall’euro non è “uscire dal mondo” e neppure “uscire dall’Europa”, e non è difficile prevedere che un po’ tutti i paesi europei farebbero a gara per mantenere e sviluppare affari e commerci con l’Italia post-euro. Assurdo dunque spargere terrore sul sistema dei pagamenti bancari.
In terzo luogo, posto che una fase di emergenza va effettivamente messa nel conto (ma non nei termini ipotizzati dal Gionco), essa non sarebbe comunque troppo lunga. E qui voglio essere brutale ma chiaro: se non siamo nemmeno capaci di immaginare e di affrontare qualche giorno senza il bancomat, è giusto che rimaniamo schiavi.
Non si può infatti avere la botte piena (la sovranità) e la moglie ubriaca (il quieto vivere senza scossone alcuno).
Avendone scritto tante volte in passato, non la faccio qui troppo lunga sulla questione del debito pubblico, altro tema che preoccupa Gionco. Detto che sono totalmente d’accordo sulla sua rinazionalizzazione, non riesco veramente a comprendere il suo allarmismo. Lo spread è un problema, ma solo finché restiamo nell’euro senza una Banca centrale che faccia il suo lavoro di prestatrice di ultima istanza. Al massimo, per un periodo brevissimo, si tratterà di rinviare di qualche giorno il pagamento dei titoli in scadenza. Gli investitori inizieranno a vendere alle prime avvisaglie dell’uscita? Facciano pure. A loro decidere se svendere in euro od essere ripagati al 100% in nuove lire. Per lo Stato italiano nulla cambierebbe.

In conclusione

Se mi sono occupato dell’articolo di Gionco, non è solo per mettere in guardia da un catastrofismo che fa soltanto (evidentemente al di là delle intenzioni) il gioco delle èlite. E’ anche per segnalare un errore di fondo ancora più grande.
Siamo talmente immersi nel mondo della tecnica da ridurre ogni questione ad un problema tecnico. E siccome la materia monetaria ha una sua complessità, i problemi tecnici sembrano l’aspetto principale. Errore, errore madornale. Gli aspetti tecnici hanno la loro importanza, ma mai vengono per primi.
Il nodo principale, quello veramente decisivo, è puramente politico. Quel che occorre è il potere politico, la volontà di agire per l’Italexit, la determinazione a farlo nelle condizioni più favorevoli (o meno sfavorevoli) per l’interesse nazionale e per quello del popolo lavoratore. Ciò che conta è questa capacità decisionale, questo doveroso coraggio unito alla mobilitazione popolare.
Poi verrà la tecnica e con essa i tecnici. Ma se vi saranno potere, volontà e determinazione, non mancherà di certo la capacità tecnica di risolvere ogni questione.
Nel frattempo non lasciamoci imbrigliare in risposte che sembrano più facili, ma che non solo non lo sono (vedi la risposta della Cupola eurocratica ai Mini-Bot), ma che rischiano di illudere sulla possibilità di evitare lo scontro col blocco eurista. Più che sfornare una ricetta tecnica al giorno, c’è adesso bisogno di costruire un percorso politico. 
La manifestazione del 12 ottobre servirà proprio a questo.

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ALITALIA DÉJÀ VU… di Antonio Amoroso (C.U.B. Trasporti)

[ lunedì 22 luglio 2019 ]

UNA NAZIONALIZZAZIONE BIDONE


Dopo oltre 2 anni dal commissariamento dell’Ali-Etihad voluto da Calenda per rappresaglia contro l’opposizione dei lavoratori all’ennesima richiesta di sacrifici occupazionali, salariali e normativi, l’ipotesi, formulata dal Governo attuale, di definizione di una cordata di investitori pubblici e privati in grado di salvare e rilanciare Alitalia svanisce.

La scadenza del 15.7.2019 fissata da Di Maio per la presentazione delle offerte vincolanti da parte di FS e dei papabili investitori privati, nei fatti viene svuotata e tutto si rimanda ancora una volta.

In aggiunta, quanto sta emergendo sul contenuto del Piano AZ redatto da FS e Delta è un assoluto déjà vu: un progetto di ridimensionamento della flotta, di licenziamenti, tagli salariali e peggioramento normativo.

Un Piano in assoluta continuità con quelli falliti ed archiviati che hanno attuato i “Capitani Coraggiosi” che intervennero dopo la privatizzazione nel 2008 e che hanno redatto i cavalieri bianchi di Etihad nel 2014.

A peggiorare la situazione c’è che, se il Piano AZ non sarà cambiato, ad attuarlo sarà un CdA espressione dell’investitore pubblico che deterrà la maggioranza del capitale della “Nuova Alitalia”, composto al 37% da FS (controllata al 100% dal Tesoro), 15% dal Mef (convertirà parte del prestito ponte di 900 mln erogati dal precedente Governo per la gestione commissariale), 10-15% da Delta Airlines e il restante circa 40% affidato ad uno dei concorrenti manifestatisi di recente (Toto, l’azionista di Avianca, Lotito e Atlantia).

La circostanza che il capitale sarà a maggioranza pubblica, se da una parte rende merito all’azione del Governo per la scelta coraggiosa che ha saputo attuare, dall’altra rappresenta un rischio per la sopravvivenza di Alitalia se l’intera operazione dovesse fallire.

Il fallimento di tale operazione darebbe fiato ai detrattori dell’intervento pubblico che tanto hanno fatto e continuano a fare per impedire una soluzione di completa nazionalizzazione di Alitalia: la liquidazione rappresenterebbe l’approdo certo e non ritengo possa esserci prova di appello se fallisse tale ultima chance.

Di fatto, però, il Piano AZ di cui come Cub Trasporti abbiamo ampiamente dato risalto e che molti quotidiani hanno ripreso e confermato nelle linee generali, costituisce una gravissima minaccia, in quanto fallimentare e senza alcuna prospettiva di riuscita.

Seppure “emendabile” nelle intenzioni di Fs e Delta che l’hanno redatto, è altamente improbabile che possa essere rivoluzionato se il gestore politico non impone lo stravolgimento delle linee cardine del progetto stesso.

D’altra parte Atlantia, che sembra essere in pole-position tra i candidati a rilevare parte o tutta la quota di azioni rimaste senza acquirenti (…e pensare che solo 15 giorni fa Di Maio la definiva azienda decotta e pericolosa per il futuro di Alitalia), ha comunque partecipato alla stesura del Piano stesso e non sembra finora averne preteso lo stravolgimento e/o un miglioramento

A quanto sembra Toto, pur non godendo del favore di Battisti e di FS, sembrerebbe intenzionato a intervenire in AZ per ampliare la flotta e ridurre l’impatto sociale ma di visibile non c’è molto visto che anche l’investitore abbruzzese non ha ancora scoperto le carte.

Meno probabile la partecipazione di Efromovich di Avianca nel capitale AZ, come anche si allontana l’ipotesi Lotito ma neppure per questi ultimi due “concorrenti” si ha alcuna visibilità sulle loro concrete intenzioni e sui loro progetti reali.

Ciò che manca nel Piano AZ preparato da FS e Delta, in cui non si intravede neppure come possa essere realizzato il preventivo risanamento, è il progetto di rilancio, senza il quale il destino della Compagnia di Bandiera resta segnato.

Certo è che gli impegni pre-elettorali su Alitalia assunti dalle forze politiche che oggi compongono la maggioranza dell’Esecutivo non sono rintracciabili nelle 35-40 pagine del Piano AZ.

Salvini, prima di ripensarci e tifare per Lufthansa eppoi per Atlantia, era un sostenitore della nazionalizzazione di Alitalia. Di Maio sosteneva un progetto, a conduzione pubblica, che realizzasse un vero rilancio di Alitalia, senza alcun pedaggio per i lavoratori che avevano gà dato nel corso degli anni precedenti ed un ritorno progressivo al controllo dei flussi turistici da e per l’Italia.

La situazione è molto delicata. Non c’è assoluta chiarezza sul patrimonio netto dell’attuale compagnia commissariata e a quanto pare il prestito ponte sembra essere in via di esaurimento, al punto di non garantire l’operatività di Alitalia oltre la fine dell’anno, se non addirittura prima.

E’ dunque necessario che il Governo, con uno scatto di reni imperioso, sappia imporre una svolta e, scongiurando soluzioni posticce e senza futuro, ridefinisca gli assunti di Piano, in modo da assicurare ad Alitalia risanamento e sviluppo, scongiurando tagli e licenziamenti.

Per fare questo non vedo altre soluzioni che una Nazionalizzazione di Alitalia, con l’intervento di una ricapitalizzazione adeguata che consenta lo sviluppo di un piano che ridia speranze ai lavoratori e tuteli gli interessi della collettività.

Se è vero che, giustamente, per avere un servizio ferroviario adeguato alle esigenze del nostro Paese, le FS beneficiano di un investimento di circa 10 mld l’anno di denaro pubblico da oltre 35 anni, non si capisce per quale motivo un investimento di 2 MLd, destinato alla crescita e allo sviluppo del Trasporto Aereo, possa costituire un problema per le casse dello Stato che avrebbe ben altri benefici.

Si ricordi che dei circa 8 MLD spesi in Alitalia negli ultimi 20 anni, oltre 4 MLD sono stati sperperati nella privatizzazione, per ridimensionare Alitalia e per lasciare a casa oltre 12.mila lavoratori diretti e più del doppio indiretti: è ora di fare investimenti per la crescita e non certo continuare a rimanere prigionieri di scelte miopi e pericolose.

Il ricco mercato del Trasporto Aereo consente la profittabilità degli investimenti, visti gli alti tassi di crescita del traffico passeggeri e la tendenziale prospettiva di aumento del traffico merci: è necessario ribaltare le logiche che in Europa hanno confinato da 20 anni Alitalia a ruolo di cenerentola, assediata dal mercato low-cost più che in ogni altro paese del vecchio continente, generando asimmetrie che penalizzano la crescita e lo sviluppo di una vera Compagnia di Bandiera italiana.

E’ ora di cambiare rotta. In fretta e con lucidità. Altrimenti si precipita.



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SPAGNA: DOVE VA PODEMOS? di Manolo Monereo

[ lunedì 22 luglio 2019]

Riceviamo dal compagno Monereo e volentieri pubblichiamo quanto da egli scritto sul quadro politico spagnolo.
In altri tempi avremmo detto che la situazione, nell’Unione europea, procede seguendo la regola dello “sviluppo ineguale e combinato”.
Osservando quanto accade in Spagna (e non solo) pare che la regola debba essere riformulata: lo sviluppo procede in modo diseguale e scombinato. L’Unione è al tramonto, ma le dinamiche interne ai singoli paesi sono differenti e asimmetriche. Dal nostro punto di osservazione la vicenda di cui ci parla Monereo, quella del tentativo di Podemos di cercare un accordo tattico col Pd spagnolo (il PSOE) può sembrare inconcepibile, un precipitato di politicismo senza principi. Mutatis mutandis, fa pensare alle torbide prove di inciucio tra M5s e Pd. Monereo ci spiega che così non è.  E forse così non è. Non è per la semplice ragione che in Spagna non esiste un campo populista di massa anti-euro, detto altrimenti: la contesa tra le forze politiche si svolge tutta entro il campo europeistico, entro il perimetro ingannevole del politicamente corretto. Segno che l’egemonia dell’élite neoliberista, sotto le mentite spoglie del “progressismo”, resta fortissima. In poche parole: non appartiene al senso comune spagnolo la connessione strettissima tra crisi d’identità dello Stato spagnolo e il marasma della Ue. Abbiamo così lo spettacolo di una crisi istituzionale e politica tanto profonda, quanto surreale. Monereo afferma che «la posta in gioco — nel gioco tattico tra Podemos e il PSOE di Sanchez —è puramente e semplicemente, il futuro della sinistra».
E’ l’ammissione, almeno così a noi pare, che in Spagna la comparsa di Podemos sulla scena politica spagnola, considerata — anche da noi, al tempo— come il segno di una rottura antisistemica, non è che una postmoderna metamorfosi della sinistra socialdemocratica che fu. Dove qui si seppelliscono i morti, altrove questi ultimi riescono ancora ad allungare le mani sui vivi.

*  *  *

IL COMPROMESSO TRA UNIDAS PODEMOS E IL PSOEUNA TREGUA CATASTROFICA?


di Manolo Monereo


«Possono esserci soluzioni cesariste senza un Cesare, senza una grande personalità “eroica” e rappresentativa»«Ogni governo di coalizione è un grado iniziale di cesarismo, che può o non può svilupparsi fino ai gradi più significativi»Antonio Gramsci

È stata una battaglia dura, molto dura, nel quadro di una guerra che viene da lontano e continuerà. Gli attori principali si sono preparati a questo scontro per molto tempo e ora, finalmente, le carte sono scoperte e la retorica adempie già al ruolo di accompagnatrice nella contesa. Pedro Sánchez fa la sua parte, va a sinistra per ottenere il centeeo della scacchiera. Nel caso a qualcuno non fosse chiaro, ha mostrato senza sottigliezze che la l’egemonia del PSOE, ancora una volta, passa inevitabilmente per la menomazione del  peso elettorale e sociale di Unidas Podemos (UP). Tutto il resto è secondario. Pablo Iglesias ce l’ha chiaro da tempo: affinché Podemos possa avere un futuro, in queste condizioni, deve toccare il potere; il resto è pura illusione, sinistrismo e mancanza di coraggio. Coerentemente, ha fatto un grande sforzo per omologarsi all’esistente, essere una sinistra complementare per poter governare con il PSOE. Iglesias mostra, ancora una volta, un’enorme capacità di reinventarsi e trasformare l’accessorio nella cosa principale.


È importante non trascurare le cose che sono successe e che hanno profondamente segnato il nostro presente. Non confondetevi: siamo, come direbbe Pasolini, in una tipica manovra di “palazzo” in cui il pubblico guarda la scena e deve, in un modo o nell’altro, posizionarsi in quello che finisce per essere — la definizione è di Gentile —una “democrazia recitativa”. Il gioco di strategia è sempre stato fatto pensando al presente e al futuro, usando il passato come catalizzatore di una discussione che avrebbe potuto prevedere elezioni future come una minaccia. È la gestione del tempo e del potere. Sebbene possa sembrare il contrario, il PSOE non ha mai cambiato la sua strategia. Alcuni parlavano di “abbraccio dell’orso”, altri di neutralizzazione politica. Le elezioni generali del mese di aprile sono state pensate, tra le altre cose, per rafforzare elettoralmente il partito socialista e trasformare UP in un partito “cerniera”. La catastrofe era molto vicina ed è stata evitata da una potente campagna del candidato Pablo Iglesias. Convertire l’idea di governare con il PSOE in una rivendicazione plebea è stata geniale, ma non poteva evitare un cattivo risultato elettorale con una significativa perdita di voti e deputati. La cosa più grave era che PSOE e UP non hanno ottenuto la maggioranza per governare. Il PSOE ha utilizzato questo argomento per ottenere la cosa fondamentale: impedire un governo di coalizione con UP. Fin dall’inizio sapevamo che Pablo Iglesias era il problema. Le elezioni europee, municipali e regionali sono state molto vicine alla catastrofe e hanno notevolmente indebolito la capacità negoziale di UP.

Pablo Iglesias non mancano capacità di iniziativa, decisione e una strategia chiara. Ciò che gli è mancato, alla fine, sono stati i voti. Si è mosso con abilità e intelligenza e ha dimostrato ciò che già sapevamo, che il territorio della comunicazione gli appartiene. Rimane l’incognita di sapere quando si è convinto che la chiave fosse governare comunque, con lui alla testa. La richiesta di scuse a Pedro Sánchez durante la mozione di censura ha mostrato che la decisione era già stata presa. Logica che sottostava a quell’atto era evidente: l’impulso del cambiamento si era esaurito; l’organizzazione di Podemos stava entrando in un processo di disintegrazione e perdita di legami sociali; la direzione politica non si è mai consolidata e la lotta tra le frazioni ha finito per minare la pluralità interna. In altre parole stavamo passando da una guerra di movimento ad una guerra di posizione; vale a dire, stavamo entrando in un periodo di accumulazione di forze, di consolidamento e di espansione delle alleanze, di ricerca di un programma alternativo di Paese che ha dato identità, significato e orientamento a una formazione politica che mostra segni allarmanti di debolezza organica e politica. Pablo Iglesias, alla fine, si è reso conto dei problemi reali e ha fatto qualcosa a lui peculiare: ha cercato una scorciatoia, “schiacciando” la situazione, impedendo così in ogni modo la cristallizzazione di una correlazione di forze che poteva condurre al duro ed estremamente difficile mondo di ricostruire, dal basso, organizzazione, programma e strategia. Esprimere la realtà significa questo, ottenere un vantaggio prima che la finestra delle opportunità si chiuda definitivamente. Governare con il PSOE era tattica, strategia e politica; ciò implicava dunque concentrarsi su questo punto e scommettere su di esso. L’obbiettivo sostanziale era una direzione omogenea, un gruppo parlamentare coeso e una relazione privilegiata con i media.

L’argomento di Podemos era, fin dall’inizio. In primo luogo, il PSOE non è affidabile, esso  cambia a seconda che si trovi al governo o dell’opposizione; in secondo luogo, il programma ha poca importanza, dal momento che il PSOE può violarlo senza grossi problemi; in terzo luogo, è necessario un governo di coalizione con una presenza proporzionale dei ministri di Unidas Podemos. Lo ripeto, al centro di tutto, Pablo Iglesias. Se analizziamo questo ragionamento in dettaglio, vedremo che c’è un salto (senza una rete di protezione) tra i primi due passi e il terzo. La politica non è sempre logica, ma deve essere argomentata bene. Cosa si dice veramente? Che non vi siano basi oggettive e soggettive per una politica di governo congiunto tra il PSOE e UP. Il programma del PSOE, o meglio, la sua strategia — è stata mostrata più e più volte in questi due mesi e mezzo — passa per diventare, ancora una volta, l’asse della ricomposizione del sistema politico dominante in Spagna; dipendere da Unidas Podemos diventa un ostacolo che si aggrava all’infinito ove ci fosse un governo di coalizione. UP sa perfettamente che è un socio  indesiderato e che solo con la matematica elettorale andreebbe al governo. Lo dirò chiaramente: un governo di coalizione tra PSOE e UP non è altro che la continuazione del conflitto con altri mezzi e, date le condizioni del dibattito politico in Spagna, sarebbe una tregua, una “pace armata” tra contendenti che sanno che le battaglie decisive stanno arrivando e che, alla fine, la posta in gioco è puramente e semplicemente, il futuro della sinistra.

Pablo Iglesias ne è uscito rafforzato ed ha guadagnato tempo. Può ora presentarsi a una terza assemblea di Vista Alegre con i compiti svolti e con la magnanimità che deriva dal sapere come fare un passo indietro pubblicamente. Conosce abbastanza la geopolitica per sapere che il sistema mondiale sta attraversando un momento di transizione molto delicato e che una nuova crisi economica, un conflitto in Medio Oriente — con l’Iran, per esempio — sarà sufficiente per far esplodere tutto. L’ accordo sulla Catalogna è difficile e Sanchez ha chiaramente segnato il territorio. La questione sociale rimane molto aperta e la posizione del PSOE è, come minimo, confusa; per non parlare delle imposizioni di Bruxelles nella sua ossessione di ridurre il deficit della Spagna. Il segretario generale di Podemos [ Iglesias, Ndt ] deve rispettare Izquierda Unida e il Partito comunista e andare oltre una semplice coalizione parlamentare, sapendo che è necessario prendere iniziative unitarie in un momento in cui Íñigo Errejón [ l’ex numero due di Podemos uscito dal movimento su una posizione moderata, NdT ] pensa seriamente alla costruzione di un nuovo partito. Deve approfittare della tregua per costruire organizzazione, inserirla nella società e creare quadri di partito, qualunque sia il costo. La questione degli intellettuali si è aperta drammaticamente e l’isolamento di Podemos può diventare endemico.


Continuazione del conflitto con altri mezzi. A maggiore cooperazione con il PSOE, maggiore autonomia e differenziazione. Il passo indietro di Pablo Iglesias può essere qualcosa di positivo per lasciare il “palazzo”, tornare nelle piazze promuovendo un riarmo morale e intellettuale, ricostruendo i collegamenti perduti e facendo partito. L’alternativa è la subalternità politica, la disintegrazione e la divisione. Il tempo scorre…

* Traduzione a cura della Redazione
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