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PER UNA CRITICA DEL POPULISMO (2) di Mauro Pasquinelli

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[ 19 luglio 2019 ]

Non sono poche le occasioni in cui SOLLEVAZIONE ha ospitato riflessioni sulla questione del “populismo”. Anni addietro, non solo noi, promuovemmo sul tema convegni di studio. Una categoria politica, quella del “populismo”, polisemica e insidiosa quant’altre mai. Il terremoto elettorale del 4 marzo 2018, l’avvento al potere di due formazioni considerate populiste, il fatto dunque che l’Italia diventa il principale laboratorio politico europeo, obbliga a tornare sul punto ed a riaprire la discussione. Pubblichiamo la seconda parte del contributo di Mauro Pasquinelli. QUI la prima. Inutile ricordare che pubblicare un contributo non significa che la redazione lo condivida. Il dibattito proseguirà.
*  *  *

POPULISMI SENZA POPOLO (seconda parte) 


di Mauro Pasquinelli 


Crisi della forma-capitale e populismo


La globalizzazione iper-capitalista neoliberale, rafforzando i poteri delle grandi corporazioni economiche, centralizzando le decisioni di politica economica internazionale in mano a pochi grandi potentati oligopolistici, ha finito per sequestrare sovranità ai singoli stati nazionali, relegando la democrazia rappresentativa a una truffa elettorale per decidere quale tecnico migliore possa assoggettare il popolo ai dictat delle oligarchie!

In questo nuovo scenario storico, dove sinistre e destre storiche sono trasmutate in tecniche della forma cosmopolita del capitale, la rabbia dei popoli ha trovato sfogo in formazioni politiche populiste che hanno avuto gioco facile a rivendicare ciò che è stato svuotato di senso e di valore dai mercati finanziari: sovranità popolare, stato sociale, difesa di confini, delle culture e delle tradizioni nazionali.

Sovranità non è un concetto fascista, come pensa la “sinistra liberal”, ma un principio basilare di tutte le costituzioni democratiche, diventate oggi il principale ostacolo da abbattere per completare la realizzazione del capitalismo assoluto.

Il capitalismo sta attraversando una crisi epocale che si manifesta nella riduzione del saggio medio di profitto mondiale, determinata sia dall’introduzione di nuove tecnologie digitali, che eliminando lavoro vivo sopprimono la fonte primaria del plusvalore (legge marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto) sia dall’emergere di nuove potenze mondiali del sud del mondo, che fanno del basso costo del lavoro la loro arma vincente per la conquista dei mercati mondiali. Il capitalismo occidentale langue schiacciato in questa micidiale tenaglia.

Per ironia della storia esso viene sopraffatto dalle stesse potenze ex coloniali e dalla vorticosa crescita della produttività che, come un apprendista stregone, ha evocato e non riesce più a controllare.

La Cina e l’Asia ex-coloniale rappresentano la sua nemesi storica. Il lavoro morto dell’intelligenza artificiale che sostituisce il lavoro vivente dell’uomo è l’acceleratore della crisi!

La bomba demografica e il lento esaurimento delle risorse naturali saccheggiate a ritmo crescente negli ultimi due secoli, chiudono il cerchio.

Risorse che calano e degradano, bocche fameliche dei nuovi “barbari” che crescono e bussano alle porte dell’occidente, segnano l’inizio della fine della “civiltà” occidentale, come segnarono la fine dei vecchi imperi! Natura, ex colonie e lavoro vivo presentano il conto storico che il capitale imperialista non potrà pagare!

La finanziarizzazione, la distruzione dello stato sociale e delle costituzioni nazionali è la risposta a questa crisi di valorizzazione.

Se fosse sufficiente stampare moneta e rilanciare i consumi interni secondo la ricetta neokeynesiana, vagheggiata dalla MMT di Mosler, l’élite globalista lo avrebbe già fatto, perché è nel suo interesse razionale non suicidarsi, incrementare i profitti e non perdere consenso sociale. Ma Marx ci aveva avvisato: la crisi non è da sottoconsumo! E’ crisi di sovrapproduzione e sotto-valorizzazione del capitale. Il turbocapitalismo impone l’austerity, delocalizza le produzioni nel sud del mondo e lascia le popolazioni occidentali impoverire perché è stretto nella morsa delle sue contraddizioni e non ha altra scelta per riprodursi come potenza famelica a caccia di denaro.

La forma capitale è entrata in un conflitto storico insanabile con i bisogni delle popolazioni. Da ciò deriva la colossale crisi di legittimazione delle élite europee ed occidentali che hanno governato la globalizzazione negli ultimi decenni.

I populisti tentano di porre un argine alla crisi innalzando il vessillo di vecchie ricette keynesiane, del protezionismo, del ritorno alla sovranità nazionale, dell’interclassismo, etc. Ritengo sia un passaggio obbligato per mantenere il consenso delle popolazioni al sistema dominante, un tentativo disperato per allungare la vita del malato sistemico terminale.

Spostare la crisi da un paese all’altro, coprire la falla con delle toppe, è un palliativo, non è la soluzione alla crisi sistemica del capitale, che, forse per la prima volta nella storia, è crisi universale, crisi di egemonia, crisi produttiva, crisi ecologica, crisi culturale, crisi di valori, crisi di civiltà e di senso!

Per questo ritengo che la zattera del populismo, su cui molti della vecchia sinistra sono saliti non ci porterà a nessuna soluzione vera delle contraddizioni ma solo a ritardare la resa dei conti finale, che storicamente si è sempre sostanziata in guerre imperialiste e guerre civili. Quando la torta si restringe e gli agenti che se la disputano aumentano, i conflitti si acuiscono e inevitabilmente tendono a conflagrare in conflitti armati.

Occorre passare velocemente ad una nuova zattera, ricostituire un terzo campo, come è nel DNA della sinistra anti-sistemica. Il cancro del capitalismo non può essere curato con lassativi populisti, che come nel caso di Trump, negazionista del Global Worming, paladino del ritorno al carbone, all’amianto e al nucleare, rischiano di essere una toppa peggiore del buco. Il cancro va sradicato alla radice. Saremo per lungo tempo in minoranza? Non ha importanza! In minoranza ci sono stato Cristo, Marx, Engels. Ci possiamo stare anche noi! Ma è importante dire la verità senza edulcorarla perché la verità è sempre rivoluzionaria, mentre le fanfaluche possono solo servire a lenire le sofferenze o ad alimentare false credenze ed illusioni. Riseminare una teoria e di una prassi che potrà essere raccolta dalle generazioni future…Questo è il nostro compito. Ma se nessuno le raccoglierà, pazienza! Lanceremo i nostri file nell’oscurità dell’universo. Forse qualche vita extraterrestre li raccoglierà dopo l’estinzione del genere umano, che è l’unico dato certo! 

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