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TRA I DUE LITIGANTI IL TERZO GODE di Piemme

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[ venerdì 26 luglio 2019 ]


Ci sono diversi amici che non condividono la nostra decisione di voltare le spalle al governo. Essi dicono: “Se cade questo governo, quello successivo sarà sicuramente peggio”. Una posizione che una volta si sarebbe definita “menopeggista”. Non che in certe circostanze non sia necessario evitare il peggiore e tenersi il meno peggio. 


Il problema è che una situazione “meno peggio” è per sua natura precaria e provvisoria, per cui occorre stabilire con precisione — come abbiamo scritto giorni addietro — quand’è che la quantità si trasforma in qualità, ovvero quando il meno peggio sia solo una variante o sia diventato già una forma del peggio. 

Nel Comunicato n.9 di P101 abbiamo stabilito che questa linea è stata superata col grande tradimento dei 5 stelle a favore della Von Der Leyen, il quale ha segnato il passaggio del movimento nel campo eurista.

Dicevamo quindi che con quell’atto ad alto valore politico e simbolico il governo stesso, dopo mesi di stato confusionale, da “governo del cambiamento” era diventato il governo della conservazione.

La ridicola sceneggiata accaduta martedì in Parlamento e in seno alla compagine governativa — Conte che va a dire quattro fregnacce sull’affare dei presunti soldi russi alla Lega, Salvini che non va in aula a combattere per smascherare la pagliacciata di Conte, i 5 stelle che disertano l’aula, Conte che si erge a decisionista annunciando che la TAV si farà — conferma la nostra posizione: questo morto che cammina rischia di fare danni enormi al Paese. 

Tra i due litiganti il terzo gode. Può fare enormi danni perché, mentre Di Maio e Salvini si paralizzano a vicenda, il Presidente del consiglio, con l’appoggio del Quirinale, ne esce rafforzato. Quella che nei mesi abbiamo definito come “quinta colonna” dei poteri forti eurocratici è oramai alla guida del governo. Se non ci saranno fatti nuovi, un’inversione di marcia, si può così facilmente immaginare come andrà a finire la partita della prossima Legge di bilancio.

Il fatto nuovo, che segnerebbe la sola auspicabile inversione di marcia possibile, è un solo: che Di Maio e Salvini si decidano a sbarazzarsi non solo di Tria ma pure di Conte. Più Conte resta al suo posto più i due leader si indeboliscono, apparendo come i classici cani che abbaiano ma non mordono. Auspicabile inversione che sembra tuttavia altamente improbabile. Di Maio è orami un pesce bollito. E Salvini?

Il gigantesco mostro si mostra un nano politico privo di coraggio. Le ragioni di questo rimpicciolimento possono essere molteplici. Fioriscono le congetture. E’ ricattato perché avrebbe pesanti scheletri nel suo armadio. E’ bloccato dalla fronda liberal-nordista all’interno della Lega. Non vuole andare alle elezioni anticipate perché in verità non vuole andare al governo, ovvero fare lui la Legge di bilancio. Oppure, il che fa lo stesso, spera che la situazione marcisca fino a giustificare il prossimo passaggio della Lega all’opposizione.

E’ forse un mix di tutti questi fattori che spiega perché il Salvini abbia scelto una posizione attendista, un attendismo che mentre logora lui stesso aiuta il partito eurista a consolidare le proprie posizioni, dandogli il tempo per attuare il suo piano strategico —chiudere, con le buone o le cattive, la stagione populista— che passa per quello tattico adombrato da Mattarella: subito un governo dei “responsabili”, o novelle “larghe intese” per adottare una finanziaria gradita all’EUROpa, per gestire quindi la situazione in vista di elezioni anticipate in primavera.

Questo piano va sventato, e se i 5 Stelle sono nel pallone, se Salvini non sa che pesci pigliare, c’è da augurarsi che sia il popolo, o quantomeno la sua parte più avanzata, a farsi sentire. Anche per questo è importante la manifestazione del 12 ottobre.


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