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IN MEMORIA DI UN MAESTRO di Nello De Bellis

[ mercoledì 31 luglio 2019 ]

Il 31 luglio del 2011 veniva a mancare a Pisa il nostro grande amico e compagno di strada Massimo Bontempelli [nella foto].

Chi scrive ha già su queste pagine pubblicato un breve profilo dell’autore e dell’opera (vedi questo sito come pure del Campo antimperialista in data 1 agosto 2013), né intende ripetersi. 

Quello che trovo opportuno ricordare in questa sede non è solo la mesta ricorrenza, ben nota a compagni ed amici, bensì l’importanza di leggere e approfondire la sua opera per un orientamento non solo politico ed economico, intellettuale e scientifico ma anche etico e spirituale nel mondo contemporaneo.

Pochi pensatori hanno davvero la capacità di “leggere il presente come Storia” e di ergersi contro l’assurdo e l’insensatezza, accettata dai più come banale ed inevitabile, e chieder conto e ragione di tutto in nome dell’Uomo.
Umanesimo integrale senza infingimenti e pose umanitaristiche, così definirei la filosofia di Massimo Bontempelli,che si inverava e diventava di implacabile rigore e profondità, nell’opera storiografica. 

La sua non è stata tanto una forma di Neoidealismo, ma un Idealismo rinnovato e vivificato nelle sue fonti e messo in fecondo e stimolante confronto con Marx e la tradizione marxiana, nonché con tutto l’orizzonte della cultura contemporanea e l’avvicendarsi delle formazioni economico-sociali. 

Ne scaturiscono quadri di un’ampiezza e profondità impressionanti in cui la competenza dello storico si intreccia con quella dell’economista e con la lucidità del filosofo che comprende con eccezionale capacità speculativa l’essenza, il nocciolo intemporale eppur storicamente divenuto della realtà, secondo il ben noto paradosso hegeliano dell’Assoluto concepito non più come sostanza ma come soggetto

Il che in un quadro desolante come quello della cultura e società italiana, in cui gli intellettuali riconosciuti o sono servi sciocchi del Potere o sono delle autentiche “macchiette”, involontariamente migliori di quelle di Scarpetta e di Eduardo, è un esempio, un modello, un appiglio che ci dà modo ancora di non naufragare nell’agnosticismo, nella vacuità e nella disperazione.

Continuare l’ opera di un Maestro, interpretandola è ciò che rende umanamente migliori i suoi allievi e i suoi lettori, poicheé il vero maestro è colui che fa emergere la parte migliore di noi stessi.

Vorrei, in conclusione di questa breve nota commemorativa, suggerire una chiave di lettura della vasta opera dell’amico scomparso. Forse essa è il rapporto che Bontempelli istituisce tra storicità e trascendenza, quest’ultima concepita non certo in senso metafisico, ma come prospettiva logico-ontologica che mantiene costantemente aperto l’orizzonte del possibile come apertura sulla verità dell’essere e come principio di speranza per il riscatto della comunità umana e del mondo.


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12 OTTOBRE: COI GIOVANI PER LA SOVRANITÀ POPOLARE

[ mercoledì 31 luglio 2019 ]

Continuano a crescere le adesioni alla manifestazione popolare del prossimo 12 ottobre.

C’è una gioventù patriottica che occupa il posto che le spetta, la prima fila.


Aderisci e partecipa anche tu!
Firma l’appello per liberare l’Italia dalle catene del neoliberismo.






RINASCITA O FINE DEL 5 STELLE? di Mario Monforte

[ martedì 30 luglio 2019 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo


«Eroi, eroi, che fate voi?
‘Ponziamo sul poi’.
O sul presente?
‘Tutto e niente’».

Giuseppe Giusti

Questa è la condizione che vedo: chi continua come prima, chi si sconforta e si pone fuori, chi si consola occupandosi d’altro, chi si rifugia nella nostalgia di tempi e personaggi passati, chi spera che uno o due altri personaggi risolvano le “cose”, chi si concentra su questioni parziali o di contorno — sperando senza crederci e credendo senza sperarci. Appunto: “tutto e niente”.

Il presente disastro mi spiace ma non mi stupisce. Da tempo e non certo da ostile al M5S (posso fornire analisi dal 2012) ho visto che forza e debolezza del movimento andavano insieme.

La forza: rivolgersi alla “gente” così com’è, mettendo in luce la massa di “cose” che “non vanno” o sono negative, e dicendo che si risolveranno pezzo per pezzo, agendo con onestà, correttezza, trasparenza – il che corrisponde alla visione comune, che non va alle radici, ma coglie i vari effetti (è una visione subalterna, che ha interiorizzato il “sistema” e non immagina nemmeno di superarlo, ma vorrebbe “ciò che c’è” senza i suoi “mali”, e perciò si ritiene non- o post-ideologica, ossia precisamente come si vuole l’ideologia liberale). Ed ecco, appunto, la forza, soprattutto in rapporto a danni conditi da corruzione e scandali apportati dalle forze di sinistra e di destra – e alle loro scarse capacità politiche.

La debolezza era, ed è, però intrinseca a questa forza: non si ha un’analisi globale della realtà (sui tre assi del presente: capitale, Stato, tecnologia) e si aderisce — nei fatti — a una variante del liberalismo, non si ha un progetto di effettiva trasformazione, non si ha una strategia con tattica conseguente. Tale debolezza emerge subito appena la forza ha funzionato: lo attesta la piatta conduzione delle gestioni comunali (tanto che le si perdono alla tornata successiva) e lo attesta la conduzione della gestione governativa, pur in posizioni di maggioranza.

Il resto viene di conseguenza: dagli eletti che fuoriescono (perché residui di altre varianti ideologiche, sempre del liberalismo, li influenzano, senza contare interessi personali alle prebende) a quelli che restano lì come “pesci nel barile”, dalle masse di delusi che si astengono ai grossi comparti, che rivotano Pd o votano Lega, fino ai governanti che attuano misure striminzite e cedono su tutto, fino a dare il voto decisivo a un’evidente agente del grande capitale e dell’inaccettabile Ue [Von de Leyer].

È dunque chiaro che o si va a un superamento — teorico, politico, organizzativo: di contenuto e prospettiva — di ciò che è stato il movimento — ed è l’unico modo per salvare la valenza di risveglio, insorgenza e riscatto che ha avuto per i lavoratori e le classi subalterne del nostro paese —, oppure si va nella pochezza di un altro para-partito che si situa nel gioco (scontato) della stantia politica italiana — e già nel migliore dei casi, perché i 5S possono anche ridursi a un partitino marginale. 


E se non si imbocca la prima linea di operatività e prospettiva, dico da ora che, francamente, alla seconda non ho il minimo interesse.


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IL MITO DELLA CLASSE OPERAIA di Moreno Pasquinelli

[ martedì 30 luglio 2019 ]


«La classe operaia è rivoluzionaria o non è nulla».
[ Karl Marx a Schweitzer, 13 febbraio 1865]


*  *  *

Tra i tanti critici che abbiamo alle calcagna ci sono coloro i quali, pur allattatisi al nostro seno e scopiazzando qua e la quanto andiamo sostenendo da anni, ci accusano di aver dimenticato la centralità del “fattore di classe”. Cosa questi critici intendano per “fattore di classe” non è affatto chiaro, dal momento che non sono in grado di dare rigore logico alle loro critiche. Tuttavia è evidente come essi ci stiano lanciando la scomunica: saremmo eretici perché il nostro discorso rivaluta i concetti di popolo e nazione “a spese” di quelli di classe operaia e rivoluzione comunista. L’accusa di eresia (una variante tutto sommato garbata dell’accusa di “rossobrunismo”) implica ci sia una “ortodossia”, ma non chiedete loro, tra i disparati marxismi, quale sia il loro. Non lo sanno, e quel che è peggio, non gli interessa saperlo. Ai faciloni basta e avanza aggrapparsi a certa vulgata. Comunque sia, ove essi, invece di procedere per frasi fatte, accettassero un serrato confronto teorico, qui siamo ed a loro dedichiamo queste riflessioni.

*  *  *

No al pressapochismo teorico


Com’è che Marx è considerato un gigante rivoluzionario nonostante non abbia guidato né un movimento di rivolta né tantomeno alcuna rivoluzione sociale? Polemista implacabile bisticciò con la maggior parte dei socialisti del tempo. Morì in esilio e nel massimo isolamento. AI suoi funerali c’erano poco più di dieci persone. 

Egli fu rivoluzionario a causa delle sue idee e della grandezza della sua visione teorica. In altri tempi questa precisazione sarebbe stata pleonastica — Lenin: “senza teoria rivoluzionaria non c’è azione rivoluzionaria”. Non è così oggi, dove tutti sono stati infettati dall’analfabetismo funzionale, dal pressapochismo teorico. E’ triste dirlo ma ciò vale anche per tanti militanti marxisti che di Marx conoscono, sì e no, l’abc. L’alibi di chi non ha profondità teorica è mascherare questa deficienza apponendo i dati di fatto, i risultati pratici ai principi teorici. E’ vero che il pensiero da solo non cambia il mondo, ma non si è mai visto cambiarlo da chi pensiero profondo non possedeva. L’America ha vinto anche grazie all’egemonia della sua peculiare filosofia, il pragmatismo: meglio l’uovo oggi che la gallina domani, la prassi trasmutata in calvinistica operosità performativa, la filosofia disprezzata come superflua metafisica.

Esula da questo breve saggio, poiché chiederebbe molto più spazio, un’indagine sistematica sulle idee fondamentali di Marx — per meglio dire, e non è la stessa cosa, quelle che gli epigoni han fatto diventare fondamentali a spese di altre sottacendo le evidenti antinomie marxiane —, quelle che hanno dilagato nel ‘900, in molti casi diventando egemoniche. Dobbiamo limitarci, per stare ai nostri critici, a quella che può essere definita la madre di tutte le idee marxiste: il mito della classe operaia

Dei miti e delle loro funzioni


I seguaci che considerano il marxismo una scienza — nel senso di una concezione esatta e infallibile della storia — sobbalzeranno sulla sedia, ci accuseranno di blasfemia. Per essi il mito è per sua natura irrazionale, fantasticheria primitiva, un’anticaglia seppellita da progresso. Per essi dunque, affermare che Marx (lo scienziato!) abbia fondato un mito, significa squalificarlo, attribuirgli una tremenda nota di demerito. Per noi è l’esatto contrario: una delle ragioni della grandezza di Marx è proprio quella di avere fabbricato il potente mito di una classe che per sua stessa natura era destinata a riscattare tutti gli oppressi ed a salvare il mondo.

L’essere umano, data la sua natura antropologica, ha bisogno di miti in cui credere e per cui battersi; essi sono infatti espressioni simboliche di istanze psichiche profonde, istintive e emotive, archetipi che soggiacciono, come strati nascosti, alle sovrastrutture ideologiche successive, che dunque preesistono all’esperienza. Jung avrebbe parlato di “inconscio collettivo”.

Il Sorel, checché se ne possa pensare della commistione tra marxismo e vitalismo bergsoniano, è stato quello che con più forza ha sottolineato la potenza demiurgica e creativa del mito sociale, come figura che spinge le masse all’azione, per lui quindi opposta a quella dell’utopia —dove utopia sta per la credenza che si possa cambiare il mondo senza rivoluzione: 

«Si può parlare all’infinto di rivolte sociali senza mai provocare un movimento rivoluzionario, fin tanto che non vi sono miti accettati dalle masse […] Il mito è un’organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa dal socialismo contro la società moderna». [Georges Sorel, Riflessioni sulla violenza]

Ciò che sterminate masse, anche negli angoli più sperduti del pianeta, accettarono come mito nel secolo grandioso che ci siamo lasciati alle spalle, è l’idea che vi fosse una classe, quella degli operai dell’industria, destinata a liberarci una volta per tutte dalla catene dell’oppressione e dell’abiezione, e quindi a condurre l’umanità al socialismo. Non è che nella modernità fosse scomparso il mito: merito di Marx è averlo strappato dal cielo facendolo scendere sulla terra, costruendolo come mito storico-sociale.

Il mito nel giovane Marx…

Vale la pena soffermarsi su come Marx sia giunto a tanto. Basti dire che come materiali grezzi ha usato, genialmente assemblandoli, la filosofia finalistica della storia hegeliana (con la sua dialettica del negativo come motore del progresso storico) e la sociologia positivistica di Saint Simon (col suo culto dell’industria, delle forze tecnico-scientifiche, delle moderne classi produttive).

Ogni teoria politica ha una base filosofica. Prima di diventare marxista, ovvero prima di individuare la classe operaia industriale come la moderna e peculiare forza sociale levatrice del socialismo, nei vulcanici scritti giovanili, Marx così pose filosoficamente la questione:

«La liberazione è la liberazione dal punto di vista di quella teoria che proclama l’uomo la più alta essenza dell’uomo (…) la condizione operaia è la perdita completa dell’uomo, e può dunque guadagnare se stessa soltanto attraverso il completo recupero dell’uomo. (…) Quando il proletariato annunzia la dissoluzione dell’ordinamento tradizionale del mondo, esso esprime soltanto il segreto della sua propria esistenza, poiché esso è la dissoluzione effettiva di questo ordinamento del mondo». [K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Dicembre 1843-Gennaio 1844].

Evidente la matrice umanistica e idealistica di questo filosofare. Pochi mesi dopo il nostro, riflettendo sulle prime rivolte operaie in Germania, ribadiva questa matrice filosofica:

«Una rivoluzione sociale si trova dal punto di vista della totalità perché — se pure essa ha luogo solo in un distretto industriale — essa è una protesta dell’uomo contro la vita disumanizzante, perché muove dal punto di vista del singolo individuo reale, perché la comunità, contro cui la separazione da sé l’individuo reagisce, è la vera comunità dell’uomo, l’essenza dell’uomo». [ K. Marx, Glosse critiche all’articolo di un prussiano. Agosto 1844 ]

Qui, con le categorie di essenza umana, di comunità e totalità, sta la sorgente filosofica del successivo mito della classe operaia, qui abbiamo già, infatti, la figura simbolica di una classe sociale dalla missione salvifica e universale. E’ a questo punto che Marx compie una seconda mossa filosofica: l’innesto su questa matrice umanistica della dialettica hegeliana servo-signore, radicalizzandola:

«Proletariato e ricchezza sono opposti. Essi formano come tali un tutto. Entrambi sono figure del mondo della proprietà privata. Ciò che conta è la posizione determinata che entrambi occupano nell’opposizione. Non basta dire che sono lati di un tutto. (…) Il proletariato è costretto è costretto a togliere sé stesso e con ciò l’opposto che lo condiziona e lo fa proletariato, la proprietà privata. Esso è il lato negativo dell’opposizione, la sua irrequietezza in sé, la proprietà privata dissolta e dissolventesi». [K. Marx, La sacra famiglia. Settembre 1844]

Da questa mossa Marx ricava e propone una versione estrema di teleologia deterministica:

«Ciò che conta non è che cosa questo o quel proletario, o anche tutto il proletariato si rappresenta temporaneamente come fine. Ciò che conta è cosa esso è e che cosa sarà costretto storicamente a fare in conformità a questo suo essere». [ K. Marx, Ibidem]

… e in quello “maturo”


Come si vede qui non abbiamo nessuna analisi del capitalistico modo di produzione, nemmeno un riferimento alle sue leggi di movimento tra cui la presunta essenziale contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione. Non abbiamo le categorie di merce, di valore e plusvalore, nessun accenno al lavoro astratto come fonte del valore. Pur tuttavia, come detto, è qui che vengono gettate le basi filosofiche del mito della classe operaia come soggetto che proprio in base alla sua intrinseca essenza, pur senza averne coscienza, quali che siano le sue rivendicazioni, è destinato, anzi costretto, a compiere la propria missione. Non si discute quindi di possibilità, qui c’è il dogma finalistico della necessità. Usando il paradigma di Carl Schmitt, per cui le moderne categorie del Politico non sono che concetti teologici secolarizzati, dovremmo parlare di una visione soteriologica ed escatologica.

C’è qui, infine, implicita un’idea, anzi un teorema: che la battaglia dei proletari in difesa dei propri interessi immediati, anche meramente sindacali, sia consustanziale a quella ideale e rivoluzionaria per il comunismo. Sarà Lenin a prendere atto che così purtroppo non è, che le lotte sindacali ed economiche sono “la politica borghese in seno alla classe operaia”, che la coscienza rivoluzionaria non sorge spontaneamente ma “può essere portata solo dall’esterno” dei meri rapporti di fabbrica. [ V.I.Lenin, Che fare

Chiediamoci: il Marx maturo, quello del Capitale, quello che pretese di aver trasformato il socialismo da utopia a scienza, rinnegò forse, come ebbe a sostenere Luis Althusser, la sua visione filosofica originaria? Per niente. Egli utilizzerà le sue analisi empiriche del capitalismo e le sue scoperte scientifiche, come conferme a fortiori della sua visione finalistica della storia. Solo si sbarazzerà di certo linguaggio astratto e concetti metafisici — ad esempio l’idea del proletario come agente di una rivoluzione sociale che nel suo essere totale e radicale doveva addirittura fare a meno di essere politica — affinché il mito di una classe rivoluzionaria in sé potesse essere più solido e quindi penetrare tra le masse, affinché diventasse una forza invincibile. 

Il proletariato della fase idealistica subiva un processo di transustanziazione, il suo carattere provvidenziale dipendeva ora non più dall’essere la parte più alienata e abietta della società, bensì dal posto centrale che esso deteneva nel processo di produzione sociale, in quanto incarnazione della forza produttiva generale.

«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente». [K. Marx F, Engels, L’ideologia tedesca, 1845-46]

Spazzato via, a favore dell’oggettivismo storicista hegeliano, ogni dualismo kantiano tra essere e dover essere. E’ l’essere stesso così, il movimento oggettivo della storia, a procedere, motu proprio, verso il comunismo.

Una forza è tanto più invincibile se crede nel mito di sé medesima, se si convince che la propria liberazione non è mera possibilità — che quindi dipende dall’incontro di molteplici fattori  — ma risponde a necessità, ad un movimento oggettivo, ad un ordine destinale della storia. Invincibile poiché addirittura impersona la spinta delle moderne forze produttive. Di qui la tesi che il socialismo sia l’ineluttabile frutto dello stesso sviluppo delle forze produttive capitalistiche; di qui il mito che la classe operaia (orami individuata negli operai dell’industria moderna) abbia intrinseca la missione di sopprimere, col capitale, se stessa, in vista del definitivo approdo al “regno della libertà”. Il comunismo come inveramento in terra della “città di Dio”.

Non abbiamo così solo un mito, ma mito raddoppiato in quanto si addobba coi paramenti sacerdotali della scienza. Un mito che sarà poi Engels a giustificare, fabbricando un marxismo come sintesi di storicismo, positivismo e evoluzionismo — con ciò aggiungendo al corpo teorico marxiano ulteriori antinomie.

Che qualche dubbio si sia insinuato già in Marx sulla natura e il ruolo attribuito alla classe operaia è certo. Non ci spiegheremmo altrimenti il seguente lapidario giudizio:

«La classe operaia è rivoluzionaria o non è nulla».[ Karl Marx a Schweitzer, 13 febbraio 1865 ]

Né capiremmo il ricorso di Marx (nei Grundrisse) alla categoria del “general intellect”, che infatti verrà utilizzata da certo operaismo italiano, dopo la sbornia fabbrichista, come controfigura e successore della classe operaia. Anche questo tentativo era il sintomo del tramonto di un mito, anzi il tentativo, disperato quanto elegante, d’inventarsene uno nuovo.

E’ proprio così, la classe operaia o è rivoluzionaria o non è nulla, per la precisione, e stando alle categorie del Marx maturo, solo la parte variabile del capitale. E quando questa classe è riuscita a svolgere, momentaneamente, un ruolo rivoluzionario è stato grazie all’esistenza, nel suo seno, di un’avanguardia organizzata, un’avanguardia forte appunto dell’arma del mito. 

Dopo l’oblio, quale mito?

Ha resistito il mito della classe operaia — quello che il postmodernista Francois Lyotard ridenominò “meta-narrazione” — alla prova della storia? La risposta è no. Non solo non ha resistito, dopo essersi appassito è stato dimenticato dalle masse, abbandonato anzitutto dalla classe operaia medesima, stanca di portare addosso quella pesante croce. Quel mito è stato condannato alla desuetudine, è oramai un’arma scarica, un’idea priva di ogni potenza evocativa. 

C’è stato un momento storico decisivo in cui il mito della classe operaia è stato messo alla prova: dopo la rivoluzione bolscevica. Davanti a quel poderoso assalto al cielo, compiuto per nome e per conto della classe operaia mondiale, di quella europea anzitutto, questa classe, nella sua maggioranza, è restata appresso ai socialdemocratici, in Italia e Germania subendo addirittura un processo di fascistizzazione, così che l’avanguardia russa è stata lasciata drammaticamente sola, fino a collassare su sé stessa. Oggi possiamo dirlo: quello fu un colpo letale, un colpo dal quale il grande mito non si riprenderà più.

Nulla di nuovo che ci siano in giro testardi i quali, sordi alle lezioni della storia, non vogliano riconoscerlo, che sperano nel miracolo della sua palingenesi. Che si rifiutano di ammettere che la dipartita di quel mito è forse la ragione fondamentale del supplizio subito dal marxismo, poiché esso era il vero e proprio fulcro su cui poggiava l’intera  costruzione teorica.

Nulla di strano che i miti siano destinati ad appassire per poi soccombere all’opera distruttrice del divenire storico. L’umanità, le civiltà, molti ne hanno conosciuti, rimpiazzando miti vecchi con miti nuovi. 

Del fatto che gli umani abbiano bisogno di miti, di simboli che indichino orizzonti di senso alla storia, lo vediamo anche nei nostri tempi. In barba ai sapientoni liberali che considerano i miti arcaiche fantasie, vediamo oggi che il mito a cui la civiltà occidentale (e non solo quella) consegna il suo destino è quello della scienza, per la precisione della potenza della tecnica e dei suoi prodigi. Ogni civiltà ha un suo mito, che corrisponde al suo proprio spirito. E’ un paradosso solo apparente che il mito che nella modernità abbia resistito sia proprio quello della scienza, che proprio questa sia diventata la religione civile, con la sua corte dei miracoli di apostoli, sacerdoti e ministri del culto. Non cadete nell’inganno: il mito della tecno-scienza non cade dal cielo, è la maschera dietro alla quale la nuova borghesia nasconde sé stessa, spacciandosi come agente del progresso universale. 

Ma che sia un travestimento ingannevole non deve impedirci di smentire quella che Marx considerava come la principale contraddizione sistemica, quella tra rapporti di produzione e forze produttive, per cui il capitalismo sarebbe diventato una camicia di forza del “progresso”. In verità il capitale è per sua natura dinamico, mosso anzi da un frenetico impulso vitale. Esso non può infatti fare a meno di sviluppare le sue forze produttive, quindi ad utilizzare pro domo sua ogni scoperta scientifica per accrescere la propria produttiva potenza. Il capitalismo è una “brutta bestia” per diverse ragioni, ma la prima delle quali è proprio che in fatto di progressismo batte in breccia ogni concorrente.

Così forse ci spieghiamo come mai, siccome questo progressismo si manifesta come spietato Moloch che sacrifica ai suoi piedi tutto quanto di propriamente umano incontra sulla sua strada, s’avanza nelle viscere del mondo un comune sentire anti-progressista e tradizionalista, che certe élite politiche tentano di usare come carburante reazionario.

Il fatto è che avendo la storia scippatoci il vecchio mito, non abbiamo un contro-mito da opporre a quello di cui il capitale si serve per giustificare la propria supremazia. E non si vede all’orizzonte, né questo contro-mito, né un profeta che lo annunci.

Per questo dovremmo forse chiuderci in un cenacolo? No, l’umanità è sempre in cammino e noi dobbiamo procedere con essa, sapendo anzi che siamo dentro una crisi di civiltà, che il mondo conoscerà nuove scosse telluriche, che dentro questo gorgo siamo condannati a stare, a pensare, ad organizzarci per agire. Dobbiamo accendere il fuoco con la legna che abbiamo in cascina. E che legna abbiamo? Quanta ne abbiamo?

Abbiamo un neo-capitalismo che nel suo vorticoso sviluppo, come non mai, ha ammucchiato ricchezza smisurata ad un polo e miseria crescente a quello opposto. Abbiamo un sistema che mentre ha neutralizzato la classe operaia salariata ha creato una moltitudine di dannati costretti a loro volta a mettersi in vendita per tirare a campare. Non è propriamente una classe, è una nuova plebe. Una poltiglia sociale che tuttavia recalcitra, si oppone come può allo stato di cose presente. Queste plebe rifiuta tuttavia questa condanna, sa che oggi non è nulla ma vuole essere tutto, inizia lentamente a sentirsi popolo, vuol diventare popolo ed in quanto tale chiede democrazia reale e sovranità. Questa consapevolezza può sembrare poca cosa, in verità porta seco un impulso che, per quanto frammisto a diversi detriti, sta entrando in rotta di collisione con la nuova aristocrazia liberal-capitalistica, perché contiene un’eccedenza comunitaria e democratica che non può essere esaudita dal sistema, che quindi può (sottolineiamo può) avere una dimensione rivoluzionaria.

Da qui occorre partire, dal fatto di sentirsi e voler essere popolo di questi nuovi e tiranneggiati plebei, dal loro considerarsi l’anima stessa della comunità nazionale, dall’aver scoperto che loro è la nazione, che anche per questo il super-capitalismo globalista (di cui la Ue  è protesi) vuole mandare in frantumi. 

Crescono i populismi delle più diverse fattezze, ed i nazionalismi con loro. Siamo nella fase di ascesa di questi populismi non quindi per un accidente, ma perché il populismo è la modalità funzionale, la forma politica più adeguata che questa plebe ha partorito, per dimostrare di esistere, per sfidare il potere dell’élite, per rivendicare giustizia sociale. Se le sinistre sono escluse da questa sfida è perché si sono messe di traverso alla riscossa plebea, quelle di regime per ovvie ragioni, quelle radicali anche per essere restate aggrappate a mito morto della “classe operaia”, riciclato e sputtanato in quello del “povero migrante”, così che la lotta di classe è diventata la pietistica e impolitica “accoglienza” a prescindere, con la violazione delle frontiere come simbolo di massimo antagonismo (sic!).

Classe e nazione

Maggio 2004, era il tempo dei 21 giorni di lotta allo stabilimento FIAT di Melfi, in Lucania. Uno sciopero prolungato animato da un pugno di sindacalisti della FIOM. Si concluse con una sostanziale vittoria. Avvenne un fatto che ci colpì profondamente. Davanti alla carica della polizia gli operai si sedettero a terra e mentre i celerini si accanivano con i loro manganelli gli operai, tutti assieme, intonarono non Bandiera Rossa ma… Fratelli d’Italia.

AI critici che ci dicono che dimentichiamo il “fattore di classe” diciamo che è l’esatto contrario, poiché questa lotta plebea è, nelle concrete condizioni, una forma, per quanto sui generis, di lotta di classe. Il compito non è quello di trasformare questa plebe in classe, ma di sostenere l’impulso di questa plebe a diventare popolo, affinché diventi una forza rivoluzionaria. Affinché ciò sia possibile occorre oggi, non un riverniciato partito comunista, ma un partito che invece di fare spallucce davanti ai fenomeni populisti, agisca per dividere il grano dal loglio, per depurare l’impulso democratico implicito nel populismo dai detriti anche reazionari che lo contaminano. Un partito populista di massa, rivoluzionario e democratico.

Avremo convinto i nostri critici? Ne dubitiamo. Come minimo le loro critiche ci son servite a precisare quanto pensiamo. Per noi è abbastanza.

Tuttavia, dato che essi vogliono trastullarsi al gioco del chi è più “fedele alla linea” chiudiamo con una citazione di Engels, che mentre era convinto della missione salvifica della classe operaia, sapeva altrettanto bene che per farlo detta classe doveva appunto diventare l’avanguardia politica della nazione, il campione di altre classi popolari. 

“Come si può uscire da questa miseria? Solo una via è possibile. Una classe deve diventare abbastanza forte da far dipendere dalla sua ascesa quella di tutta la nazione, dal progresso e dallo sviluppo dei suoi interessi il progresso degli interessi di tutte le altre classi. L’interesse di questa unica classe deve diventare per il momento interesse nazionale”. [F. Engels, Lo status quo in Germania, 1847]

Ammesso che gli operai assumano un ruolo dirigente, non ci riusciranno mai con un classismo ottuso, sezionale e corporativo, non sotto la bandiera dei propri interessi particolari ma, al contrario, nel nome dei diritti universali della società, della nazione e dei suoi cittadini.



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IL MOMENTO GIUSTO? di Leonardo Mazzei

[ lunedì 29 luglio 2019]

Non siamo certo tra coloro che non vedevano l’ora che il governo gialloverde naufragasse. Né siamo tra quelli che gioiscono per quello che considerano lo “smascheramento” dei Cinque Stelle. Sta di fatto che, al di là delle pur necessarie certificazioni anagrafiche, il decesso politico è ormai compiuto. E tutto è avvenuto nel peggiore dei modi possibili, consegnando cioè la guida delle operazioni agli uomini di quella Quinta Colonna che, tramite il Quirinale, risponde direttamente ai voleri della Cupola eurocratica.
Un Salvini penosamente aggrappato ai temi securitari, fa il paio con un Di Maio palesemente allo sbando. Entrambi parlano adesso di tutto fuorché della gabbia europea. Se M5S ha formalizzato la svolta con il vergognoso voto alla Von der Leyen (nonché con il quotidiano richiamo alle coperture per la prossima Legge di bilancio), Salvini sa solo dire “flat tax” senza mai precisarne i contenuti effettivi. Contenuti tutti compatibili, in ogni caso, con i vincoli europei, come ripetono in continuazione Tria e Conte.

Ieri alcuni leghisti si sono chiesti cosa ci stia ancora a fare M5S al governo dopo la batosta del Tav. Giusta osservazione, peccato si possa dire la stessa cosa della Lega dopo i nein del Ministero dell’Economia e di Palazzo Chigi ad ogni manovra minimamente espansiva che possa turbare i signori di Bruxelles e Berlino.


Mezze calzette prive di visione e di coraggio


Qual è la verità nuda e cruda? E’ che questi sono delle mezze calzette prive di visione e di coraggio. Il confronto con la vita reale ha portato all’eutanasia i Cinque Stelle, ma solo la loro inettitudine ha coperto per un po’ quella pochezza che corrisponde al nome di Matteo Salvini. In breve, la classe dirigente delle due forze populiste al governo si è dimostrata ben al di sotto di ogni aspettativa.

Certo, la Lega ha mietuto un successo elettorale dopo l’altro, fino a quello — clamoroso — delle europee del 26 maggio. Un 34% molto simile a quel 33% pentastellato del 4 marzo 2018, già bruciato al 50% in un anno di governo. In tempi di crisi il consenso ha vita breve, specie se alla fine ti pieghi alla dittatura europea quasi come un Renzi qualsiasi.

Noi non ci siamo mai augurati questo esito per una semplicissima ragione, perché esso non farà altro che rafforzare la tesi dell’impossibilità di uscire dalla gabbia dell’euro. Per questo abbiamo sempre detto che l’eventuale sconfitta del governo gialloverde non sarebbe stata solo dei gialloverdi, ma che essa sarebbe in qualche modo ricaduta sulla battaglia complessiva per uscire dall’euro-dittatura. Sarebbe miope nasconderci oggi questa semplice verità.

Ma c’è, per fortuna, anche un’altra verità. Ed è che il pantano in cui è finito il litigioso duo Salvini-Di Maio, mostra a tutti l’esigenza di costruire un’alternativa ben più solida al dominio dell’oligarchia eurista. In assenza di ciò la prospettiva è quella di un declino secolare del nostro Paese. Una decadenza, non solo economica, ma anche sociale, politica e culturale targata euro.

Al momento non sappiamo quali saranno i prossimi sviluppi della crisi politica in corso. Ma il fatto che nessuno dei protagonisti indichi, con un minimo di credibilità, la prospettiva di uno scontro con l’Unione Europea, basta ed avanza per trarne le dovute conseguenze.

Il mostro eurista è oggi più debole che mai. Aver rinunciato a metterlo in croce, con il voto determinante alla Von der Leyen, è il marchio di infamia che accompagnerà fino alla loro scomparsa i Cinque Stelle. Ma che dire della Lega? Insistere sul regionalismo differenziato (dunque sulla fine, di fatto, dell’unità nazionale), pensare che un modestissimo intervento fiscale possa cambiare il quadro macro-economico, saper solo innalzare la bandiera confindustriale del Sì-Tav: cos’è, in fondo, tutto questo se non il modestissimo programma di una forza neoliberista ormai piegata (anche per le fortissime spinte interne dei capibastone del nord) alle compatibilità europee?

Certo, nuove grida di guerra non mancheranno. La propaganda ha le sue esigenze. Ma la credibilità, che è dura da conquistarsi, ben presto si perde quando ci si piega al nemico senza neppure combattere. E tutto ciò è ancora più grave in considerazione dei prevedibili scossoni che la Ue subirà con i nuovi passaggi che si annunciano sulla Brexit.

Questo sarebbe stato, insomma, il momento dell’attacco. Ed è invece, in tutta evidenza, il momento della ritirata delle forze che hanno dato vita al governo gialloverde. I canti di gioia dei media sistemici sono lì a ricordarcelo ogni dì.


Non tutto il male vien per nuocere


Ma non tutto il male vien per nuocere. La domanda, sociale e politica, che ha spinto in alto le forze populiste (pur così diverse tra loro) resta inalterata. Difficile credere che adesso tutto rifluisca nel tranquillo alveo di un bipolarismo 2.0. Le élite questo cercheranno, ma la realtà si rivelerà di certo più complicata ed interessante.

E’ dalla fine del governo Berlusconi, cioè dal novembre 2011, che il bipolarismo è nei fatti saltato. Ed è saltato perché la crisi di consenso alle forze tradizionali non è stata più recuperata. Difficile credere che il miracolo gli riuscirà adesso, anche se la debacle gialloverde un aiuto di sicuro glielo darà.


Potrebbe essere questo, dunque, il momento giusto per far emergere una nuova proposta politica. Una proposta nuova e radicale di Italexit, che sappia raccogliere il meglio di una spinta populista che, benché tradita dalle forze politiche che ne erano state premiate, è però ben lungi dall’esaurirsi. 

Ci sono oggi le condizioni per muovere con successo in questa direzione? La manifestazione del 12 ottobre – Liberiamo l’Italia – ci darà una prima risposta.


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VACCINI: CE LO CHIEDE L’EUROPA di M. Micaela Bartolucci

[ lunedì 29 luglio 2019 ]

CE LO CHIEDE L’EUROPA L’OBBLIGO VACCINALE COME SINEDDOCHE DEL VINCOLO ESTERNO


Venerdì 26 e sabato 27 luglio si sono svolte a Roma due importanti incontri organizzati dalla sezione del Lazio di COMILVA (Coordinamento del Movimento Italiano per la Libertà delle Vaccinazioni, per sapere chi sono e per cosa si mobilitano, vi invito a visitarne il sito https://www.comilva.org), la prima, presso la Regione Lazio, aveva come titolo Tutela della salute: scelte consapevoli e informate, nella seconda presso l’Olyhotel, il cui titolo era La nuova obiezione di coscienza, è stata anche presentata la seconda edizione del libro Immunità di legge, Il Pedante e P.P. Dal Monte, Arianna editrice.

Era importante esserci per molte ragioni, per informarsi, per conoscere, certo, ma anche, e soprattutto, per dissipare l’ignoranza, la superficialità ed il pregiudizio che, nonostante la possibilità di accedere ad un’informazione seria, ammantano ancora queste tematiche;

una ignoranza propagata dal pensiero dominante che ha lavorato alacremente per svilire, ridurre e ridicolizzare chiunque esprimesse un dubbio in merito, chiunque sollevasse perplessità o, semplicemente, chiedesse un’adeguata informazione. E’ utile ricordare che alcuni medici, che si sono macchiati della terribile colpa di aver sollevato dubbi in merito all’obbligo, sono stati sottoposti a provvedimenti disciplinari dall’Ordine e ci sono stati licenziamenti, a vario titolo, tra il personale ospedaliero, fatti di cronaca facilmente rintracciabili.

Streghe, maghi, ciarlatani, ignoranti, somari, imbonitori… questi sono gli epiteti usati dai servitori sciocchi di sistema per rivolgersi a chi, come me, ed altri 2 milioni di italiani si pone domande e chiede un’informazione più chiara. Costoro, dall’alto della loro supponente arroganza, stanno, con ogni mezzo, cercando di affossare la conoscenza, la consapevolezza ed il senso critico: la scienza che diventa dogma non è scienza, è fede, strumento di propaganda politica privato di ogni valore, usato in modo totalmente coercitivo per controllare, alienare e sottomettere.

Ecco perché è di fondamentale importanza capire ed analizzare cosa c’è dietro questo obbligo irresponsabile e lesivo della libertà, non solo di scegliere, ma di sapere, cosa si nasconde dietro la proposta, per esempio della Regione Lazio, di estendere l’esclusione dei bambini non vaccinati dalla scuola per l’infanzia alla scuole dell’obbligo, 6-14 anni, senza omettere che, nella sua forma iniziale, il DDl della Lorenzin (PD!) prefigurava la revoca della potestà genitoriale per i genitori non adempienti!

I vaccini, in questo senso, per usare un’efficacie espressione di Pier Paolo Dal Monte, diventano una sineddoche di una trama più complessa che concerne il nostro diritto alla salute, ma anche, aggiungo io, un mezzo per far luce su qualcosa di ancora più profondo e coperto da assordante silenzio.

“Se una cosa non serve a niente, allora serve a qualcos’altro” (cit. da Il Pedante) questa, apparentemente, semplice affermazione deve spingere ad una riflessine più ampia, ad unire i puntini per vedere il disegno che viene fuori.

Il disegno è una tela di ragno, complessa ed invisibile agli occhi, come spesso lo è l’essenziale, che va mostrata perché ne venga compresa appieno la pericolosità e pervicacia: l’obbligo vaccinale espresso dalla legge 119 (Legge Lorenzin) non è una semplice scelta di un governo, irresponsabile ed asservito totalmente all’Unione Europea qual è stato quello Renzi, è molto di più, è parte di una serie di direttive europee che minano le fondamenta dello stato italiano, che erodono la politica come scelta. Che cosa dice, nello specifico dell’argomento, una di queste direttive? Leggendo un testo della Commissione europea, esattamente la RACCOMANDAZIONE DEL CONSIGLIO del 7 dicembre 2018 relativa al rafforzamento della cooperazione nella lotta contro le malattie prevenibili da vaccino (2018/C 466/01), è possibile prevedere quello che accadrà, ciò che si chiede e si raccomanda agli sati non più sovrani, per comodità, quello che segue è un elenco di alcune delle “raccomandazioni” in essa contenute:


Da sinistra: Massimiliano Paolini (Presidente di COMILVA Lazio),
Il Pedante e Pier Paolo Dal MOnte

1) L’azione dell’Unione, destinata a completare le politiche nazionali, deve indirizzarsi al miglioramento della sanità pubblica, alla prevenzione delle malattie e affezioni e all’eliminazione delle fonti di pericolo per la salute fisica e mentale.

2) La rapida diffusione di informazioni inesatte attraverso i social media e da parte di ferventi antivaccinisti ha alimentato convinzioni errate che stanno allontanando l’attenzione del pubblico dai benefici individuali e collettivi della vaccinazione e dai rischi posti dalle malattie trasmissibili e stanno accrescendo la diffidenza e i timori nei confronti di eventi avversi non dimostrati.

3) I cambiamenti demografici, la mobilità delle persone, i cambiamenti climatici e il calo dell’immunità individuale contribuiscono ai mutamenti epidemiologici (?) nell’impatto delle malattie prevenibili da vaccino, il che richiede programmi di vaccinazione che prevedano un approccio alla vaccinazione sull’intero arco della vita, al di là degli anni dell’infanzia. Questo approccio mira a garantire una protezione adeguata per tutta la vita e contribuisce a una vita e a un invecchiamento in buona salute, nonché alla sostenibilità dei sistemi sanitari.

4) La direttiva 2000/54/CE (6) relativa alla protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da un’esposizione ad agenti biologici durante il lavoro stabilisce le prescrizioni minime per assicurare la protezione dei lavoratori, compresa la necessità di offrire la vaccinazione ai soggetti non precedentemente immunizzati, e la direttiva 2010/32/UE del Consiglio (7) che attua l’accordo quadro, concluso da Hospeem e FSESP, in materia di prevenzione delle ferite da taglio o da punta nel settore ospedaliero e sanitario prevede che, qualora la valutazione dei rischi riveli la presenza di un rischio per la sicurezza e la salute dei lavoratori a causa della loro esposizione ad agenti biologici contro i quali esistono vaccini efficaci, a tali lavoratori sia proposta la vaccinazione.

5) In occasione dell’Assemblea mondiale della sanità del 2012, i ministri della sanità hanno approvato il piano d’azione mondiale sui vaccini per garantire che entro il 2020 nessuno resti escluso dalle vaccinazioni essenziali.

RACCOMANDA AGLI STATI MEMBRI:

1) di elaborare e attuare piani di vaccinazione a livello nazionale e/o regionale, laddove opportuno, volti ad aumentare la copertura vaccinale al fine di raggiungere gli obiettivi e i traguardi del piano d’azione europeo per i vaccini dell’OMS entro il 2020. Tali piani potrebbero comprendere, ad esempio, disposizioni per un finanziamento e una fornitura sostenibili dei vaccini, un approccio alla vaccinazione sull’intero arco della vita, la capacità di rispondere a situazioni di emergenza e attività di comunicazione e di sensibilizzazione;

2) di introdurre controlli di routine dello stato vaccinale e opportunità regolari di vaccinazione nelle diverse fasi della vita, mediante visite di routine presso il sistema di assistenza sanitaria di base e misure supplementari adottate, ad esempio, all’inizio del percorso scolastico (o prescolastico), sul luogo di lavoro o nelle strutture di assistenza, a seconda delle capacità nazionali;

3) contrastare la diffusione online di informazioni inesatte sui vaccini e sviluppare strumenti di informazione e orientamenti basati su dati concreti, per aiutare gli Stati membri ad affrontare l’esitazione vaccinale, in accordo con la comunicazione della Commissione relativa al contrasto della disinformazione online;

4) di convocare una coalizione per la vaccinazione al fine di riunire le associazioni europee di operatori sanitari, oltre alle pertinenti associazioni di studenti nel settore, affinché si impegnino a fornire al pubblico informazioni accurate, a sfatare i miti e a scambiare le migliori pratiche;

5) di elaborare orientamenti per superare le barriere giuridiche e tecniche che impediscono l’interoperabilità dei sistemi informativi nazionali sulla vaccinazione, tenendo debitamente conto delle norme sulla protezione dei dati personali, come indicato nella comunicazione della Commissione relativa alla trasformazione digitale della sanità e dell’assistenza sanitaria nel mercato unico digitale, alla responsabilizzazione dei cittadini e alla creazione di una società più sana;

Il vincolo esterno dell’Unione Europea interviene nell’intera gestione della nostra vita, non è composto solo da stringenti trattati economici, un nodo scorsoio, che ci costringono ad una forsennata politica di austerità in base ad assurdi parametri, sono molto di più e riguardano moltissimi aspetti della nostra esistenza: dall’inserimento della Triptorelina (farmaco che blocca la pubertà) tra i medicinali presi in carico dal Sistema Sanitario nazionale, all’ecotassa sulle automobili, dalla Fatturazione elettronica all’Unione Bancaria, dal Macroregionalismo alla riforma del sistema pensionistico. Di queste cose non sentirete parlare, non fa comodo divulgarle ed anche cercarle in rete è piuttosto difficile: è un lavoro minuzioso, spesso insoddisfacente e scoraggiante, però portarle alla luce è il dovere di chiunque faccia attività, politica o sociale, per passione e non per gloria né per denaro.

Informarsi ed informare, far circolare la conoscenza perché la politica non abdichi più le proprie scelte ad una “scienza”, di qualsiasi tipo, che venga definita “non democratica”, perché si torni ad occuparsi dei nostri diritti, fondamentali ed inalienabili, non di cosmesi, in prima persona.


Ogni iniziativa volta ad aprire gli occhi sulla realtà è utile a svegliare le coscienze dal sonno in cui vorrebbero farci cadere gli strenui difensori delle élite europeiste del villaggio globale. Il vincolo esterno dell’Unione Europea si scontra spesso con la nostra Costituzione, ecco perché si è tentato e si tenterà ancora di cambiarla, a questo dobbiamo coscientemente opporci, contro questo nemico principale dobbiamo lottare, senza distinzioni politiche o di altro tipo, perché uniti, superando divisioni ideologiche, partitiche o di qualsiasi altro tipo, si può far leva sulle scelte programmatiche, si può far crollare il dividi et impera.

Il 12 ottobre, a Roma, si terrà la prima manifestazione trans-ideologica e trans-partitica contro ogni vincolo esterno dettato da questa non-Unione Europea, credo che sia importante esserci ed essere promotori di questa fondamentale iniziativa.

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NO TAV SOLIDARIETÀ

[ domenica 28 luglio 2019 ]

Contro la decisione del governo di portare avanti il TAV Torino-Lione, resa possibile dal vergognoso voltafaccia del M5S, ieri migliaia di persone hanno manifestato in modo combattivo in Val Susa.
Qui sotto il bilancio della giornata di mobilitazione.




LA VAL SUSA PAURA NON NE HA


Avevamo detto che avremmo portato più gente possibile al cantiere, per far vedere a tutti da vicino contro cosa lottiamo e lo abbiamo fatto, con grande impegno.

A differenza di tanti, il movimento No Tav mantiene sempre le sue promesse.

Sappiamo che tutta l’informazione si sta concentrando su “come” abbiamo raggiunto il cantiere ma il “come” che tanto fa notizia, è esattamente lo stesso modo in cui lo abbiamo fatto molte altre volte.

A noi interessa valorizzare quanti giovani e meno giovani sono partiti dal Festival per raggiungere la Val Clarea, con un tempo a dir poco incerto, e ci hanno spinto ad andare fino in fondo, sorpassando zone rosse e cancelli in metallo.

Un pacifico fiume in piena fatto di migliaia di volti di ogni età è partito da Venaus per arrivare a Giaglione e trasformarsi in un torrente in piena che si è diviso in mille rivoli tentando raggiungere il cantiere della vergogna. Il dispositivo di sicurezza tanto decantato dal ministro Salvini, con i suoi 500 agenti, faceva… acqua da tutte le parti! I jersey sono venuti giù e una marea di bandiere crociate ha violato la zona rossa.

Eravamo veramente tanti, sorridenti e determinati a ribadire che nonostante le parole di Conte e il voltafaccia delle stelle al governo, non ci saremmo fermati neanche un attimo, come avviene da tutti questi anni.

Tanti pensavano di poter chiudere il capitolo della lotta No Tav con un sospiro di sollievo, come se si trattasse di chiudere una parantesi nella storia del nostro paese. Hanno fatto male i loro conti. Qui c’è un libro appena aperto fatto di resistenza e determinazione, con tante pagine ancora da scrivere. Sono 20 anni che politici e giornali provano a scrivere patetici coccodrilli, recitando un de profundis della lotta No Tav pregando che si possa finalmente mettere la parola fine all’esercizio di coerenza e determinazione che ha preso corpo in questa valle. Tra lo stupore generale nei giorni scorsi, abbiamo reagito all’infame decisione del governo dicendo che per noi “Non è cambiato niente”. La giornata di oggi ne è la prova. 

Siamo dalla parte giusta della storia.

Avanti Notav!




12 OTTOBRE, È TEMPO DI LOTTARE

[ domenica 28 luglio 2019 ]





LO STATO PROFONDO USA-ISRAELE-ITALIA CONTRO SALVINI di F.S

[ sabato 27 luglio 2019]

Vari autori di analisi politica, tra cui Piemme, ritengono che Salvini stia giocando male la sua partita e avanti di questo passo rischia un veloce tramonto stile Renzi. Altri, come Maurizio Blondet, lo considerano un primitivo politico pericoloso per sé e per gli altri. Altri ancora, a sinistra, passati dal culto dell’eroico e terzomondista Ernesto Che Guevara – antieurocentrista – a quello di Greta e della Rackete, le nuove eroine dello Stato profondo sionista pangermanico senza reggiseno ma con tshirt da antifa della prima ora, da esibire proprio il 25 luglio e il 25 aprile come fossero cittadine italiane e non tedesco-svedesi (Salvini c’entra qualcosa per caso?), lo considerano addirittura un agente di Netanyahu il cattivo, mentre per costoro il sionismo di sinistra di Peres ed Haaretz sarebbe buono e quasi “umanitarista” perché combatte l’islamofascismo di Khomeini e Ahmadinejad!

Chiunque, viceversa, va esaminando i meccanismi odierni della politica italiana avrà avuto modo di constatare che Salvini è oggettivamente considerato il politico più pericoloso ed il principale nemico dello stato profondo ebraico statunitense clintoniano o neocons (di “esito deludente” delle visite salviniane in Israele ed Usa parlava ieri Marcello Sorgi nel quotidiano di Torino La Stampa, dando per implicita la trazione eccessivamente russofila del ministro dell’interno leghista) proprio in base all’assedio politico e istituzionale di cui è vittima da tutti fronti. Dai fiduciari dell’Alleanza Atlantica in Italia (Mattarella, il premier Conte e la frazione dei magistrati che a costoro risponderebbero) al movimento grillino che giustamente Sorgi considera fiduciario dello Stato semiprofondo trumpiano e israeliano, secondo un piano in elaborazione da tempo, per finire ad alti ambienti curiali che ben si guarderebbero dal mettere in discussione l’opzione geopolitica occidentale antirussa dell’Italia. Per tutti questi ambienti, che nell’aprile scorso sono addirittura arrivati a accusare il ministro dell’interno di “negazionismo storico” antisemita, senza però scalfire affatto il consenso popolare, Salvini è realmente pericoloso non perché “neofascista”, ma perché filorusso dotato di un consenso popolare irreversibile e non passeggero o liquido come era evidentemente quello berlusconiano. 


In un certo senso, come alcuni hanno colto acutamente Salvini, a differenza di Crosetto o della Meloni o di vecchi esponenti del Movimento Sociale italiano che parlavano di “sfondamento a sinistra” nel periodo degli anni ’80 di disorientamento del proletariato italiano, è stato effettivamente in grado di recuperare in larga parte l’eredità storica e politica del PCI nazionalizzandola. 

Nella storia contemporanea d’Italia e del Mediterraneo, il Piano sionista Yinon vinse purtroppo su tutta la linea sul Piano neutralista Craxi. Grazie al Vaticano woytiliano, grazie a Cossiga, grazie alla sinistra e alla destra più o meno radicali, solita carne da macello dell’imperialismo sionista. 

Fu la catastrofe italiana, forse la peggiore della nostra storia e il fatto che i media dello stato profondo non ne parlano mai lo conferma. Stefania Craxi, in conferenza al Ministero degli affari Esteri nel marzo 2006 sulla missione mediterranea italiana, disse al riguardo:

«Bettino sapeva anche quanto fosse difficile guadagnare un quarto di punto sui mercati occidentali e vedeva nei paesi emergenti del Mediterraneo il luogo di elezione per lo sviluppo delle medie industrie italiane con le loro avanzate tecnologie. Con l’allargamento dell’Europa ad Est, l’Italia, ma soprattutto il Sud, rischia di diventare in Europa marginale, a meno che non senta profondamente l’impulso naturale che la spinge a collegarsi con i popoli e i paesi della regione mediterranea, aspirando a diventarne punto di riferimento. Una vocazione antica, che l’intuizione di Craxi aveva riportato in vita, dopo decenni di oscuramento. Credo sia utile, a questo punto, riportare una curiosa lettera ricevuta dall’ambasciatore Sergio Romano e la risposta data nella rubrica a lui affidata sul “Corriere della Sera”. La lettera lamentava che nel concorso per l’ammissione alla carriera diplomatica fosse stato affidato ai candidati il compito, definito astruso, di parlare della “politica italiana in Medio ed Estremo Oriente tra le due guerre mondiali”: una prova talmente vacua, diceva la lettera, “che solo 15 fantasiosi eroi sono stati ammessi agli orali” su 27 posti disponibili. Nella risposta, Sergio Romano documenta invece l’intensa attività della diplomazia italiana nel Mediterraneo e in Asia non senza sbavatura di velleitarismo come la “spada dell’Islam” a Mussolini nel ’37, di fronte a 2000 cavalieri arabi. Fu aiutato Bourghiba, leader del movimento indipendentista in Tunisia e altri esponenti del nazionalismo arabo in Egitto, Siria, Iraq. Sì infastidì gli inglesi in Palestina. Insomma fu un periodo molto attivo. E’ noto del resto che un bel capitolo sulla “funzione del Mediterraneo” figurava a quei tempi in tutti i libri di storia adottati nei ginnasi e nei licei. La conclusione è purtroppo la solita: la faziosità di una cultura che ha imposto “il sonno della memoria” su tutto quello che accadde in un ventennio in un grande paese come l’Italia. Una giusta politica mediterranea si presenta ancora oggi nella sua attualità indicando prospettive d’avvenire, all’insegna della pace, dell’indipendenza e dei diritti dei popoli, del ruolo che l’Italia può svolgere in ogni campo della cooperazione economica, tecnica, culturale. L’Italia, con Moro e Fanfani ha fatto sempre una politica filo araba. Ma questa politica aveva due soli capisaldi: il petrolio e la sicurezza. Craxi aveva ben altre idee, pensava ai popoli, ai loro diritti, alla loro libertà. Una pace totalmente disarmata come quella urlata dai noglobal appartiene all’ideale. Una pace organizzata nella sicurezza appartiene al reale».

Il 23 luglio scorso, Giulietto Chiesa scriveva che lo stato profondo occidentale starebbe pianificando una ripetizione della “strategia della tensione” con obiettivo proprio l’Italia. Carne da macello la solite correnti impolitiche dall’estrema destra all’estrema sinistra. L’analista parla di “operazione politica in grande stile” che abbisogna evidentemente del supporto operativo. 


In conclusione, il problema principale che i critici di Salvini non comprendono è che nella guerra di posizione contro lo Stato profondo italiano (oggi capeggiato da Mattarella ieri da Napolitano) emanazione di quello sionista euroamericanista, vincitore assoluto della guerra fredda contro l’Italia conclusasi nel 1993, non è sufficiente il consenso popolare, se i margini parlamentari sono purtroppo ancora ridotti. Per conquistare da solo il governo Salvini ha bisogno del Sud, dei collegi uninominali del Sud; ha quindi bisogno della pace tattica con i Cinque Stelle per crescere al Sud, alleandosi su tutta la linea con la componente “sovranista” dei Cinque Stelle. L’incontro con Di Maio andrebbe in tale direzione e non è da escludere una “bomba giudiziaria” (tipo il Russiagate di Savoini) proprio contro il vicepremier pentastellato se effettivamente quest’ultimo prestasse consapevolmente il fianco al progetto salviniano. Salvini ha quindi bisogno dei collegi uninominali del Sud e di tempo. Solo allora, se questo disegno si realizzerà, potremo conoscere la politica italiana “globale” del leader leghista. E solo allora sarà possibile giudicarlo. Vedremo se sarà un primitivo politico o un nuovo Craxi in versione un po’ più machiavelliana, capace di rimettere il Mediterraneo — né l’euroamericanismo né l’Occidente né il sionismo buono della sinistra gretoracketiana Lgtbq* — al centro della nostra geopolitica.

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FATE TACERE DI MAIO di Sandokan

[ sabato 27 luglio 2019 ]

Ieri Di Maio ha rilasciato una lunga intervista a SKY TG24.  Ha detto cose … “che voi umani”…

Delle diverse chicche ne debbo segnalare almeno tre.

La prima: si è vantato che i parlamentari europei 5 Stelle sono stati determinanti nell’eleggere la Ursula Von Der Leyen.

La seconda: alla giornalista che gli segnalava le parole di Salvini per cui, ove il ministro Tria si mettesse di traverso all’adozione di una finanziaria espansiva, dovrebbe lasciare il suo posto, Di Maio ha risposto che “queste polemiche sono dannose, io ho piena fiducia in Giovanni e Giuseppe”.

Quindi la terza chicca: la giornalista chiede cosa egli pensi della proposta leghista della flat tax. Risposta: “stiamo discutendo del nulla… se si abbassano le tasse sono contentissimo, ma ancora non ho visto le coperture”.

Dalla prima chicca abbiamo una conferma che dopo tanti tira e molla, molteplici zig-zag, l’attuale Movimento 5 Stelle ha abbandonato ogni discorso no-euro ed è entrato armi e bagagli nel campo europeista.

Dalla seconda sappiamo che Di Maio ha schierato il M5S con il partito eurista di Mattarella. Se prima avevamo tre governi in uno, adesso (ed è un cambiamento di rilievo) ne abbiamo due: da una parte la Lega dall’altra il blocco Conte-Tria-Di Maio. Il che fa la stragrande maggioranza nel Consiglio di ministri. Quale legge di bilancio possa partorire questo blocco è facile immaginare. Dietro l’angolo a me pare ci sia l’uscita della Lega dal governo.

Dalla terza che vien fuori? Vien fuori che le giravolte di Di Maio non sono estemporanee, che sono invece il risultato di un’adesione, non solo al campo eurista, ma all’ideologia ordoliberista. Vien fuori chiaro dal suo invocare “le coperture”,  il vero e proprio primo comandamento dell’ordoliberismo euro-tedesco. In sostanza: rispetto pieno del famigerato “pareggio di bilancio”, che in concreto significa non ad una Legge di bilancio in deficit, se riduzione delle tasse deve esserci la si faccia ma solo con altri tagli alla spesa pubblica e con ulteriori privatizzazioni dei beni pubblici.

La situazione è chiara. Terrorizzato all’idea che si vada ad elezioni anticipate che segnerebbero un nuovo crollo del Movimento, Di Maio è oramai aggrappato alla sottana di Mattarella ed è diventato la ruota di scorta del regime.

La sua scomparsa dalla scena politica come un pagliaccio sarebbe solo rimandata.


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