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A SALVÌ, MA CHI TE PAGA di Sandokan

[ giovedì 29 agosto 2019 ]

Anche su questo blog si è insistito molto sul madornale errore tattico di Matteo Salvini. Un autentico harakiri.

Tante le spiegazioni plausibili: sindrome di Napoleone, vertigini del successo, delirio di onnipotenza, ingenuità e quant’altro.

Subissato dalle critiche, con i sondaggi in picchiata, Salvini, invece di ammettere di aver fatto una gran cazzata, si è ridotto a fare i salti mortali. Ditemi voi come altro definire la mossa di staccare la spina al governo dicendo che con quelli dei no, leggi 5 Stelle, non si può governare, poi riproporre a quelli dei no di tornare a governare assieme, addirittura proponendo Di Maio al posto di Conte.

Qui siamo al di là della tattica, siamo al Circo Barnum.

Alla fine, nel maldestro tentativo di autoassolversi e per giustificare l’avere fatto cadere il governo, tira fuori la supercazzola: “guardate che non l’ho fatto cadere io, bensì o poteri forti. C’era il complotto di Bruxelles”. Idea che ha ripetuto addirittura ieri in Quirinale uscendo dal colloquio con Mattarella: “C’era un complotto per far cadere il governo giallo-verde”.

Una spiegazione francamente esilarante, la cui versione sobria ce l’ha offerta il soldato Alberto Bagnai tre giorni fa.

Ora, che i poteri forti ed eurocratici non amassero il governo giallo-verde, che tramassero per mandarlo a casa, è fatto evidentissimo, ed anche per questo ero tra coloro che non gli sparavano addosso.

Orbene, i poteri forti eurocratici speravano di far saltare il governo, ed io che ti faccio?

Logica vorrebbe che uno, consapevole del complotto del nemico, resista, operi per sventarlo, si prepari alla difesa, e quindi combatta l’isolamento evitando che l’alleato si presti al gioco (del nemico).

Niente di tutto questo. Sapete io invece che ti faccio? Do una mano ai poteri forti, stacco la spina e presento la mozione di sfiducia per far cadere il governo — grazie al quale sono schizzato in alto nei sondaggi e ho dettato l’agenda.

Fossi complottista come Salvini gli direi quel che si diceva una volta: “A Salvì, ma chi te paga?”

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