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SINEDDOCHE BIBIANO di Il Pedante

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[ mercoledì 28 agosto 2019 ]


Un patologia sociale?


Confesso che quando alcuni amici mi hanno chiesto un commento strutturato sull’inchiesta di Bibbiano, ho dubitato di potercela fare. Perché se fosse confermata anche solo una frazione di ciò che i magistrati contestano agli operatori sociali, alle famiglie affidatarie e agli amministratori della Val d’Enza, ci troveremmo di fronte alla più pura epifania del male. Da quei fatti emergerebbe una volontà sadica e più che bestiale di traumatizzare a vita i più innocenti e di gettare le loro famiglie in uno strazio senza fine e senza scampo – perché imposto dalla legge – spezzando in un sol colpo i vincoli sociali e della carne. Per un genitore è insopportabile il pensiero di quei piccoli che si addormentano tra le lacrime, lontani da casa, indotti a odiare chi li ama, in certi casi maltrattati, affidati a squilibrati o molestati sessualmente (!), mentre padri e madri inviano lettere e regali che non saranno mai recapitati e pregano di uscire da un incubo che non osano denunciare per non perdere l’ultima speranza di riabbracciare i loro figli. Con buona pace del codice penale, i reati qui ipotizzati superano per gravità l’omicidio: perché fanno morire l’anima, non il corpo. Svuotano le persone e le lasciano vivere nel dolore.

I presunti abusi della Val d’Enza sono, appunto, presunti fino a sentenza. Ma il loro modus operandi e il ricorrere di alcuni protagonisti hanno fatto riemergere il ricordo di altri allontanamenti famigliari poi rivelatisi, anche in giudizio, gravemente ingiustificati, e dell’irreparabile scia di dolore che hanno inciso nelle comunità colpite. Il clamore delle cronache ha inoltre ridato forza alla denuncia di poche voci finora isolate, di un sistema che anche quando resta nel perimetro di una legalità formale conferisce agli operatori sociali un potere senza effettivi contrappesi in grado di strappare i figli alle famiglie per anni con le più arbitrarie delle motivazioni: dalla «inadeguatezza educativa» all’indigenza, dalla conflittualità tra i coniugi al disordine domestico, dalla «ipostimolazione» dei figli alla «immaturità» dei genitori. Queste fattispecie non sarebbero residuali ma prevalenti, come si apprende da un’indagine parlamentare conclusasi nel 2018:



Da un lato appare perciò urgente mettere in mora ogni altra priorità per emendare questo sistema partendo dai gradi più alti dell’amministrazione dello Stato, perché sarebbe vano e penoso discettare in prima serata di rinascite politiche, economiche e culturali mentre si erodono le basi biologiche della comunità. Sarebbe – come di fatto è – la metafora più calzante dell’impotenza etica e civile dell’umanità a noi coeva, che mentre blatera di salvare il mondo non riesce a proteggere la vita dei suoi figli da una carta bollata. Dall’altro, è però utile riflettere sulle salvaguardie culturali che da anni presidiano questo sistema. Superando le circostanze della cronaca, il dibattito sui dintorni e i precedenti di Bibbiano ha suscitato in molti il sospetto di una civiltà che non fa argine all’orrore ma lo veste con le sue procedure e i suoi feticci. Indagando su questi ultimi ci si accorgerebbe che gli abusi qui accertati, denunciati o ipotizzati possono alludere a problemi più radicali.
* * *


Secondo chi ha condotto le indagini, i responsabili dei servizi sociali della Val d’Enza avrebbero agito «in modo tale da sostenere aprioristicamente e in modo privo di qualsivoglia minimo equilibrio, le tesi o i sospetti… che i bambini avessero subito abusi sessuali» anche quando le presunte vittime negavano e imploravano di ritornare in famiglia. Avrebbero cioè anteposto all’indagine psicologica un’ideologia dell’abuso da «dimostrare» a tutti i costi. Un’ideologia, aggiungiamo noi, che nelle sue motivazioni e verbalizzazioni ambiva a collocarsi nel più ampio alveo di una precisa area politica e culturale, come si evince dagli scritti e dalle scelte di alcuni dei principali protagonisti dell’inchiesta: dalla retorica femminista e già marxista del maschio-padrone («In questo Paese è ancora troppo forte l’idea della famiglia patriarcale padrona dei figli», commentava l’assistente sociale Anghinolfi su La Stampa, nel 2016) all’attivismo per i diritti e la genitorialità LGBT, dal sostegno alle ONG del Mediterraneo alla partecipazione a incontri, convegni e audizioni organizzati dalla sinistra locale e nazionale.

È tutto legittimo e nulla aggiunge ai reati contestati. Né implica che esistano oggi schieramenti politici «che rubano i bambini» come una volta si diceva che li mangiassero. Qui non mi interessano i mandanti morali – qualsiasi cosa significhi, peraltro – ma il modo in cui queste vicende sono state recepite e tradotte in simboli da parte del corpo sociale, e la solidità dell’ipotesi che gli eccessi riconosciuti in parte a Bibbiano (sette minori affidati sono già rientrati nelle famiglie di origine) e certificati altrove si siano fatti scudo, nel loro reiterarsi, di una rispettabilità non solo scientifica, ma anche etica e culturale.


Reductio ad pueros


Da anni mi colpisce l’attenzione ossessiva, ma insieme chirurgicamente selettiva, che i progressisti riservano all’infanzia sofferente. In un articolo di qualche tempo fa coniavo il termine «reductio ad pueros» per denunciare l’uso di asservire la rappresentazione delle tragedie che colpiscono i più piccoli alla promozione di un obiettivo politico. È vivo il ricordo del giovanissimo Alan Kurdi, annegato nel 2015 durante un tentativo fallito di raggiungere clandestinamente le coste greche al seguito del padre. La foto straziante del suo corpo fu riprodotta ovunque e quasi ovunque accompagnata da inviti ad «aprire le frontiere» e ad allargare le maglie del diritto d’asilo per evitare il ripetersi di tragedie simili. Qualche anno dopo Beppe Severgnini teorizzava sul Corriere della Sera la liceità, anzi il dovere, di «mostrare la foto di un bimbo che muore» per denunciare misfatti come quello di Douma, dove il governo siriano avrebbe usato il gas nervino contro il suo stesso popolo. Per crimini di questa portata, spiegava il giornalista, «non può esistere il sospetto che sia un modo di speculare sui minori». Purtroppo (per lui, non per i siriani) l’Organizzazione per la proibizioni delle armi chimiche avrebbe di lì a poco certificato che quell’attacco chimico non era mai avvenuto. Ma non è un caso, né un’eccezione.

Nello stesso articolo osservavo che spesso le rappresentazioni della sofferenza puerile, oltreché accuratamente filtrate per rinforzare un messaggio, risultano a una più attenta analisi stiracchiate, esagerate o semplicemente inventate. Il piccolo Kurdi, ad esempio, non poteva essere stato vittima del negato diritto d’asilo in quanto la sua famiglia fuggita dalla Siria godeva già da tempo della protezione internazionale in Turchia. E tante altre piccole presunte vittime delle bombe o dei cecchini siriani erano in realtà attori, protagonisti di videoclip o testimonial delle fazioni ribelli. Così come non sono mai esistite le centinaia di bambini inglesi morti di morbillo ripetutamente citate dall’ex ministro Lorenzin in televisione per sostenere l’urgenza del suo decreto vaccinale. Così come non è credibile che i nostri bimbi «ci chiedano» di ridurre il debito pubblico o, se stranieri, di ottenere la cittadinanza italiana prima dei diciotto anni, a parità di diritti.

Nel concludere con la massima «ubi puer ibi mendacium», avanzavo l’ipotesi che il dolore dei bambini – vero o più spesso inventato – servisse a disattivare le resistenze razionali del pubblico per indurlo ad accettare proposte politiche altrimenti controverse, agganciandole a un’emozione innata, immediata e profonda. Il facile successo di questa operazione, non dissimile da quella di chi sceglie un corpo avvenente per reclamizzare un prodotto, è tale da avere spinto qualcuno addirittura ad auspicare quel dolore. Così accadeva ad esempio allo scrittore Edoardo Albinati, che un anno fa confessava in pubblico di avere «desiderato che morisse qualcuno sulla nave Aquarius. Ho detto: adesso, se muore un bambino, io voglio vedere che cosa succede per il nostro governo».

Aggiungo qui una terza proprietà della reductio ad pueros: che nel selezionare (prima proprietà) una disgrazia minorile in termini iperbolici, deformanti o fantasiosi (seconda proprietà) per dissimulare un fine ideologico (movente), promuove quasi sempre una disgrazia di molti ordini più grave. Questa disgrazia maggiore, per effetto della prima proprietà, resta in sordina e può così dispiegarsi in tutta la sua atrocità senza resistenze o rimedi. Consideriamo l’esempio fondativo della Guerra del Golfo, quando un’attricetta quindicenne seminò raccapriccio in mondovisione spacciandosi per un’infermiera sotto i cui occhi sarebbero stati barbaramente uccisi alcuni neonati kuwaitiani. Quella testimonianza (falsa) ebbe l’effetto di convincere l’opinione occidentale della necessità di muovere guerra contro il governo iracheno. La conseguenza (vera) fu che decine di migliaia di bambini (veri) persero la vita sotto le bombe e centinaia di migliaia (veri) per le privazioni causate dal successivo embargo. In un esempio più recente, la necessità di agevolare il trasferimento di massa di esseri umani dall’Africa all’Europa (movente) è stata in certi casi sostenuta rappresentando le sofferenze (presunte) patite dagli immigranti minorenni (presunti) in patria e in viaggio, con la conseguenza di consegnare molti di loro a un destino (vero) di sfruttamento lavorativo e sessuale, o alla sparizione.

Il fenomeno degli allontanamenti famigliari per motivi futili o inesistenti, per errore o per dolo, può soddisfare i requisiti della reductio ad pueros. In questi casi la giusta attenzione rivolta al fenomeno degli abusi in famiglia e della loro eventuale sottostima (prima proprietà) si è accompagnata all’urgenza di ingigantirne o immaginarne i segnali se non addirittura, come ipotizzano i magistrati reggiani, di «supportare in modo subdolo e artificioso indizi, o aggravare quelli esistenti, nascondendo elementi indicatori di possibili spiegazioni alternative» (seconda proprietà). La fabbricazione della falsa sofferenza da abuso ha infine prodotto la sofferenza vera dello sradicamento affettivo e della conseguente distruzione di vite e famiglie (terza proprietà).

Resta da indagare il movente.


Familles je vous hais!


Secondo gli inquirenti, in Val d’Enza le «false rappresentazioni della realtà» sarebbero state «tese in ogni caso a dipingere il nucleo famigliare originario come connivente (almeno se non complice o peggio) con il presunto adulto abusante». Altri autorevoli commentatori hanno denunciato più direttamente una «cultura molto invadente che vede nella famiglia… un luogo potenzialmente oppressivo e perciò da colpire». Secondo altri, esisterebbe un piano per «distruggere la famiglia» tout court.

All’estremo opposto leggiamo le parole di Claudio Foti, lo psicanalista (anche della citata Anghinolfi) e direttore scientifico dell’associazione Hansel e Gretel che collaborava con i servizi sociali di Bibbiano, secondo il quale il problema sarebbe invece che
per una parte della comunità sociale la famiglia è sacra ed intoccabile. E guai a chi la tocca! La famiglia è sempre e comunque un microcosmo idealizzato dove i bambini sono protetti e benvoluti! E gli operatori che si occupano di tutela,di abusi, che mettono in discussione l’immagine sacra ed idealizzata della famiglia diventano il bersaglio di una rabbia talvolta cieca e distruttiva!

Il professionista oggi sotto inchiesta, nel riconosce nella famiglia «la più straordinaria risorsa educativa dei bambini», ritiene che tra chi oggi si indigna per le cronache bibbianesi vi sia «un’area vasta di persone… che tendono a schierarsi a priori a difesa dei genitori e della famiglia (“un padre ed una madre non possono aver fatto questa cosa terribile!”)» e che la loro reazione violenta «si [sia] sviluppat[a] mano a mano che crescevano gli interventi sociali e psicologici per sostenere i genitori, ma anche per limitare la loro onnipotenza e… nella società maturava una consapevolezza critica nei confronti della famiglia».

Queste contrapposizioni segnalano senz’altro una radicalizzazione del dibattito, sia pure nella forma speciale della reciproca accusa di ideologia. A essere onesti, è però difficile imbattersi in qualcuno che voglia distruggere tutte le famiglie in quanto tali, inclusa la propria. E ancora più difficile è che altri le considerino tutte sante e immacolate in quanto tali. A quali persone si riferisce il dottor Foti? Pur frequentando sponde politiche molto lontane dalle sue non ne ho mai Incontrata una, neanche tra coloro che oggi augurano i peggiori supplizi agli indagati di Bibbiano. Il mio sospetto è che qui si faccia confusione tra sostanze prime e seconde in senso aristotelico: la sacralizzazione o quasi-sacralizzazione dell’istituto famigliare (sostanza seconda), in senso religioso (Gen 2,24, Mc 10,6-9) o civile (Cost. art. 31), non esclude che se ne possano criticare i singoli σύνολαgenitoriali (sostanza prima), e che anzi lo si debba fare se indegni. Persino la sacralità intrinseca del sacerdozio non impedisce alla dottrina di condannare i cattivi sacerdoti, anzi lo impone. Il peccato che dissacra il progetto divino è una condizione ineliminabile dell’uomo e il peccato più grave è anche quello originario, di presumere che le cose degli uomini possano diventare sacre nel senso di fregiarsi della perfezione divina (ὕβϱις).

Quelli di Foti e dei suoi eventuali nemici massimalisti sembrano perciò essere argomenti fantoccio le cui iperboli alludono a scontri culturali più profondi, alla dialettica tra la ragion di Stato del princeps e le ragioni del sangue del pater familias e, in radice, tra legge (νόμος) e natura (φύσις) umana. Oggi il polo normativo, quello del dover essere, vive una fase ipertrofica e le sue invasioni nel campo dell’essere sono evidenti. Ambisce a istituire la genitorialità di chi non può generare, a promuovere o imporre la bioingegneria di massa, a comprimere la realtà fisica in algoritmi e flussi di dati, a sostituire i sessi biologici con accrocchi culturali (ruoli e identità di genere) e altro, ma le sue pretese non sono nuove.

Né è è nuova l’idea a cui Foti sembra aderire, che il progresso sociale debba reclamare anche la demistificazione, il contenimento e la critica dei diritti familiari. Nel 1958 il sociologo Edward Banfield coniava la fortunata definizione di «familismo amorale» per spiegare come l’arretratezza materiale e morale di certe aree del nostro Meridione trarrebbe origine dalla centralità assunta dai rapporti famigliari stretti a scapito di una socialità più strutturata, cooperativa e solidale. Il binomio arretratezza-famiglia trova sponda nel sentire comune, ad esempio quando si identificano le economie famigliari con mafie, corruzione e favoritismi (mentre le imprese familiari sono le più floride e resilienti) o si formula l’auspicio che i nostri giovani abbandonino presto le famiglie di origine per rendersi indipendenti e incrementare la forza lavoro nazionale, poco importa a quali condizioni. Che smettano, diceva un ex ministro di famiglia ricchissima, di fare i «bamboccioni» per consegnarsi a una più salutare «durezza del vivere». O ancora, quando si subordina l’integrazione dei giovani immigrati alla loro emancipazione da retaggi famigliari «arcaici» e «oppressivi», cioè al loro sradicamento affettivo.

Mentre politici ed economisti di area liberale mettono i figli contro i padri e i padri contro i nonni insinuando che i più anziani starebbero «rubando il futuro» ai giovani con i loro «privilegi» pensionistici, le cure sanitarie di cui fruiscono e, a monte, il debito pubblico spensieratamente accumulato, negli ambienti accademici più blasonati raccoglie consensi l’idea di inasprire le tasse di successione affinché i nuovi lavoratori, non più protetti dal patrimonio di famiglia, si immolino nell’arena della competizione meritocratica «in un Paese dove spesso un giovane adulto conta troppo, volente o nolente, sulla casa e sui finanziamenti dei genitori o sulla raccomandazione del parente». Nel frattempo chi detta le riforme dell’istruzione chiede che i nostri figli trascorrano molto più tempo tra i banchi – e quindi meno in famiglia – con l’estensione dell’obbligo scolastico a partire dai tre anni e il tempo lungo obblgatorio fino ai quattordici. Ciò servirebbe, commenta candidamente il Corriere, «proprio a ridurre il peso(sic) dei condizionamenti ambientali e familiari».

Sul terreno della salute si osano gli esperimenti più audaci. Nel dibattito sorto attorno ai nuovi obblighi di vaccinazione per l’infanzia si è discussa con allarmante ossessione l’opportunità di sottrarre i figli ai genitori renitenti alle inoculazioni, accettando così la certezza di traumatizzare a vita i più piccoli (terza proprietà della citata reductio) per preservarli da rischi eventuali e remoti (seconda proprietà). Ricorderanno i lettori che questa opzione mai osata nel nostro ordinamento, di annichilire la dissidenza disgregandone gli affetti, era prevista a chiare lettere nel comma 5 dell’articolo 1 del decreto Lorenzin, poi abrogato nella conversione in legge. Per motivi analoghi, si reclama la facoltà dei minori, anche giovanissimi, di sottoporsi a test e trattamenti sanitari senza il consenso parentale, li si rappresenta come eroi quando si affidano agli apparati medici contro la volontà di genitori naturalmente retrogradi, si autorizza lo scempio chemioterapico dei loro corpi per sperimentare nuovi paradigmi sessuali e si patologizzano le loro difficoltà e il loro carattere per affidarli alle cure di appositi esperti, fin quasi dalla culla.

È difficile non vedere il filo rosso che lega queste e altre vicende. Il progressismo è la la volontà di imporre un progresso che, per il fatto di dover essere imposto, non è riconosciuto come tale dai suoi presunti beneficiari. Il suo momento propositivo è perciò eternamente posposto e schiacciato dall’urgenza preliminare di forzare le resistenze sociali al cambiamento e i sedimenti pregressi di costume e pensiero, tanto che finisce quasi sempre per identificarsi con la sola pars destruens, con una guerra al vecchio di cui il nuovo non è più il fine, ma il pretesto. Non può dunque sorprendere che il progressismo mal tolleri i diritti delle famiglie. Perché queste sono luogo della traditio letteralmente intesa in cui valori, rappresentazioni e credenze si «consegnano» da una generazione all’altra legandosi al veicolo inespugnabile e primordiale degli affetti. Chi vuole aggredire il vecchio deve aggredire le famiglie e spezzarne la catena di trasmissione: anche fisicamente, non disponendo gli uomini di surrogati pedagogici altrettanto incisivi (ma ci si sta lavorando).

* * *


Attraverso una minuziosa analisi di accordi, intese e raccomandazioni internazionali, Elisabetta Frezza ha ricostruito le tappe di un processo che dal dopoguerra a oggi ha preparato e promosso la progressiva esautorazione dei riferimenti pedagogici famigliari per favorire programmi di educazione pansessualista e di eroticizzazione precoce dei fanciulli a cura degli apparati scolastici. In un intervento recente la studiosa ha citato un passo da L’impatto della scienza sulla società (1951) di Bertrand Russel dove il filosofo britannico immaginava una «dittatura scientifica» in cui «i socio-psicologi del futuro» potranno «convincere chiunque di qualunque cosa», anche che «la neve sia nera… a patto di poter lavorare con pazienza sin dalla giovane età». In ciò il principale ostacolo da superare sarà, appunto, l’«influenza della famiglia».

Anche queste idee sono antiche. Se l’utopia è l’esercizio più estremo e trasparente di progressismo, la dissoluzione della famiglia era già predicata nel testo utopico più antico che conosciamo, la Repubblica di Platone. Nella polis dei sapienti (che oggi chiameremmo «tecnici» avendo messo la ragioneria davanti alla metafisica) le donne sono «tutte in comune», la convivenza coniugale è vietata e «il padre non conosc[e] il figlio, né il figlio il padre» giacché «autorità apposite… prenderanno in consegna i neonati» subito dopo il parto per indirizzarli all’educazione e alle carriere stabilite dai guardiani dell’oligarchia. Importante è il passaggio del libro VII dove si descrive il modo in cui avverrà questa rivoluzione. «I veri filosofi che prenderanno il potere nelle città», spiega Socrate a Glaucone,
manderanno in campagna tutti i cittadini al di sopra dei dieci anni, prenderanno in cura i loro figli ancora immuni dai costumi dei genitori e li cresceranno secondo i modi di vita e le leggi loro propri… Questo è il modo più rapido e più facile per istituire quella città è quella costituzione di cui abbiamo parlato.

Duemilacinquecento anni fa il testo platonico fissava così un archetipo, la scorciatoia contronatura che da lì in poi avrebbe sedotto tutti i rivoluzionari frettolosi e incompresi. Sulla china di quella tragica illusione, di rigenerare la società minando le basi biologiche del matrimonio «prima societas» e della famiglia «principium urbis et quasi seminarium rei publicae» (Cicerone, De officiis) furono in molti a seguire l’ateniese, dal Campanella de La città del sole ai socialisti utopici alla Fourier, ma purtroppo anche governi non letterari come quello cambogiano del quadriennio rosso o quello canadese, che strappava i figli agli indigeni per cancellarne anche fisicamente il retaggio.

Tra gli esponenti più citati, spesso a sproposito, di questa tendenza, Marx ed Engels non avversavano l’istituto famigliare in sé ma criticavano nella «famiglia borghese» uno strumento con cui le classi dominanti opprimerebbero sia le famiglie proletarie («sie findet ihre Ergänzung in der erzwungenen Familienlosigkeit der Proletarier») sia le mogli («ein bloßes Produktionsinstrument») e i figli («die Ausbeutung der Kinder durch ihre Eltern») propri. In seguito, seguaci e divulgatori più o meno consapevoli estesero gradualmente le definizioni di famiglia borghese, di classe dominante e di «padre-padrone» a tutte le famiglie convenzionali dell’emisfero ricco, quasi senza eccezioni, rendendole sistemiche e giustificando così la partecipazione in prima linea delle sinistre nelle battaglie per il divorzio, l’aborto e altre «conquiste» atte a indebolire un modello non più politico, ma antropologico.

Da questa breve e insufficiente antologia sembra emergere che l’idea di migliorare la società criticando la forma-famiglia o aggredendone l’integrità è antica e frusta, in qualche modo onnipresente, sempre pronta a infliggere i suoi fallimenti. Se non il fenomeno degli affidi troppo facili, può certo spiegare l’intensità delle reazioni che esso sta suscitando in entrambe le sponde del dibattito. Negare l’enormità della posta in gioco è tanto più disonesto se non si riconosce che queste cronache portano munizioni a una guerra in corso contro la definizione e il ruolo della famiglia. Una guerra che parte dai livelli più alti – precisamente quelli delle «classi dominanti», su scala mondiale – e si dispiega negli ambiti dell’istruzione, della salute e della sessualità, avendo già colpito quello della sussistenza con la deflazione di salari, occupazione e servizi. Al di là dell’oggetto, l’invito a «non parlare di Bibbiano» rischia perciò di apparire come un tentativo poco credibile di anestetizzare un conflitto che già divampa nelle retrovie e di normalizzare i tentativi sempre più audaci di espugnare una delle trincee psicologiche, assistenziali, culturali e spirituali più tenaci, perché prepolitica, di un popolo che si ostina a non voler prendere la medicina globale.


* Fonte: Il Pedante
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