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IL POPULISTA PERFETTO

[ sabato 31 agosto 2019 ]

Tanto si è discusso e si discute negli ultimi anni sul populismo. Le letture del fenomeno sono diverse, quanti i giudizi. 
Per quanto ci riguarda il nostro lo abbiamo riprecisato giorni addietro parlando di Matteo Salvini e della sua Lega.

Non parliamo quindi del populismo in America latina, dov’è risorto nel secolo scorso, quanto di quello che va oggi per la maggiore nell’Occidente capitalistico, venuto alla ribalta come fenomeno politico dopo la grande crisi esplosa nel 2007-2008 negli Stati Uniti.

Non sarà un caso che proprio al centro dell’Impero, sconquassato da quella crisi, abbiamo avuto il fenomeno Donald Trump, con la sua sorprendente ascesa al potere. Vale la pena riascoltare, proprio per capire cosa il populismo sia, uno dei discorsi che fece durante la campagna elettorale del 2016 per la presidenza della repubblica.

Un attacco durissimo all’élite e all’establishment, alla globalizzazione e alla finanziarizzazione dell’economia.

Se non si trattasse di un miliardario di fede liberista sembrerebbe di ascoltare un leader del movimento Occupy Wall Street nato nel settembre 2011…





MO CHE? NON FANNO L’INCIUCIO?

[ sabato 31 agosto 2019 ]

Erano cinque, ora son venti…

Mentre scriviamo le agenzie battono la notizia di un ennesimo colpo di scena.
Luigi Di Maio ha detto che o si accettano i venti punti del M5S o si va dritti alle urne.

Ecco dunque che dopo l’entusiasmo delle borsa, arriva il crollo e lo spread ovviamente s’impenna. 

Mentre la trattativa continua ed i pontieri (tra cui Fico) sono al lavoro, Zingaretti lancia il suo tweet, in cui mette subito in chiaro il nascente governo deve compiere un atto di fede, quello europeista.


Vi chiederete: nei venti punti i 5 stelle che dicono sulla questione dell’Unione europea.

Risposta: niente. Semplicemente non ne parlano. Una clamorosa dimenticanza? Certo, ma non per caso, il che significa che su questo punto sostanziale, non c’è affettiva distanza tra Pd e M5s.

Non stiamo dicendo che il resto è fuffa, stiamo dicendo che con lo spostamento di 5 Stelle nel campo europeista (vergognoso voto per la Von Der Leyen), il negoziato coi piddini ha altissime possibilità di andare in porto, malgrado Di Maio abbia alzato la posta a causa delle turbolenze interne al movimento, causata dalle contestazioni diffuse, e non solo tra la base.

Resta l’incognita della consultazione sulla Piattaforma Rousseau. La vittoria dei no all’accordo col Pd, questo sì che potrebbe far saltare tutto, non solo il Conte Bis, lo stesso M5s. Un esito possibile, diremo di più, auspicabile, visto che un ectopalsma in cui c’è dentro tutto e il suo contrario non serve a nessuno (se non a coloro che ci campano occupando gli scranni) è comunque destinato a dividersi. Prima o poi accadrà.


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LA TESI-TRUFFA DELLA FINAZIARIZZAZIONE di Stavros Mavroudeas

[ venerdì 30 agosto 2019 ]

Un articolo duramente polemico questo di Stavros Mavroudeas, professore di Politica Economica presso l’università Panteion di Atene. Conoscemmo Stavros in Grecia come intellettuale e militante attivo della sinistra no-euro ellenica.

Duramente polemico con tutti quegli economisti che parlando del capitalismo globale attuale, ritengono che la finanziarizzazione rappresenti un cambio strutturale del sistema capitalistico, un nuovo stadio del capitalismo. Stavros non solo non lo crede, ritiene che i “finanzialisti” gettino alle ortiche,  assieme all’analisi marxiana del modo capitalistico di produzione, la teoria del valore e della crisi di sovrapproduzione di Marx — finendo per recuperare la visione keynesiana e quella dei teorici marginalisti.
Negli anni, su SOLLEVAZIONE, abbiamo molto scritto sulla tematica.
Segnaliamo in particolare quattro brevi saggi: 
*  *  *


LE TEORIE FALLACI DEI FINANZIALISTI

di Stavros Mavroudeas

Di recente, mi sono imbattuto in un’intervista a Dick Bryan e Mike Rafferty per la rivista JACOBIN. L’intervista riguarda la loro analisi della finanziarizzazione.

L’intervista ha il titolo COME LA FINANZA CI SFRUTTA. Non è un caso che un libro sulla finanziarizzazione di Costas Lapavitsas abbia lo stesso titolo (“Guadagnare senza produrre: come la finanza ci sfrutta tutti”). Questa somiglianza non è casuale ma denota elementi comuni più profondi delle diverse teorie della “finanziarizzazione”. In particolare, come verrà mostrato di seguito, questo identico titolo mostra la loro comune partenza dalla teoria marxista dello sfruttamento del lavoro attraverso il lavoro verso una teoria dell’espropriazione attraverso l’usura nella distribuzione. Mostra anche la loro condivisa dissoluzione della classe lavoratrice in una massa interclassista di persone finanziariamente espropriate. Non sorprende che questa massa sia dominata dalla “classe media” (che è principalmente la piccola borghesia). 

Costas Lapavitsas

Ciò che rende interessante questa intervista è che rivela sia le contraddizioni (non dialettiche) sia gli errori empirici non solo di Bryan e Rafferty ma dei “finanzialisti” in generale.

Bryan e gli altri. si propongono: (a) di innovare l’analisi economica marxista concentrandosi sulla finanza e (b) di avzìanzare una politica di classe sulla base della loro analisi. In tutti e due i casi essi falliscono completamente.

Per quanto riguarda il loro primo punto, considerano la finanziarizzazione — e in particolare i derivati finanziari (che si presume siano le differentiae specificae della loro teoria della finanziarizzazione) – come una nuova era del capitalismo. Sostengono che i derivati costituiscono un’innovazione rivoluzionaria nel XXI. secolo simile a quella della società per azioni nel XIX. secolo. C’è una prima inesattezza qui. I derivati finanziari nel capitalismo sono piuttosto vecchi. Anche la loro recente proliferazione ed espansione risale agli anni ’90.


Ma i problemi analitici del loro approccio sono persino maggiori delle loro imprecisioni empiriche. Adottano: (a) una comprensione neoclassica del profitto (come ricompensa per l’assunzione di rischi) e (b) un’enfasi keynesiana sulla liquidità. Entrambi sono estranei e incompatibili con il marxismo. Ma, per di più, sono errati in quanto hanno travisato l’effettivo funzionamento dell’economia capitalista.


Una concezione neoclassica

il rischio come fonte di plusvalore


L’essenza della loro analisi è che il rischio (incorporato e gestito tramite derivati) è una fonte di plusvalore. Il seguente passaggio è caratteristico:

“Sosteniamo che l’assorbimento del rischio è un contributo al surplus di capitale”.


È noto che il neoclassicismo giustifica il profitto come la ricompensa all’assunzione di rischi (imprenditoriali). Il marxismo ha svolto una critica devastante a questo errore.


Un prestito keynesiano: la liquidità


Keynes e la tradizione keynesiana fondarono la Teoria della preferenza per la liquidità – Liquidity Preference Theory). Con ciò si sostiene che la domanda di moneta non deriva

Dick Bryan

dalla necessità di prendere in prestito denaro, ma dal desiderio di rimanere liquidi di fronte ai rischi futuri. Inutile dire che questa prospettiva può essere facilmente adattata alla concezione del rischio come fonte di profitti. Per questo motivo, la Teoria della preferenza per la liquidità è stata facilmente incorporata nella sintesi hicksiana di keynesismo e neoclassicismo e anche nelle successive teorie neoliberali (con modifiche significative).

Il marxismo ha una prospettiva totalmente diversa da quella. Il capitale (e non tutti, come sostengono sia i neoclassici che i keynesiani) ha la tendenza a cercare fluidità. Ciò significa che è in grado di spostarsi facilmente, in particolare in forma monetaria, da un’attività all’altra. Ma questa fluidità ha una marcia in più: il capitale vuole passare facilmente da un’attività all’altra perché cerca un profitto maggiore. E il profitto, per il marxismo, deriva dalla creazione di plusvalore (ovvero nuova ricchezza). Ciò costituisce una generica contraddizione del capitale. Da un lato, vuole passare liberamente da un’attività di produzione di plusvalore all’altra in cerca di rendimenti più elevati. D’altra parte, è obbligato a legarsi alla produzione di valore (e plusvalore) in specifiche attività produttive. La preferenza tra fluidità e “schiavitù produttiva” (productive bondage) dipende dalla redditività. In ogni caso, almeno una parte significativa del capitale, per produrre valore, è vincolato ala “schiavitù produttiva”. Naturalmente, le forme più fluide di capitale sono sostanzialmente quelle finanziarie.

Il tentativo di Bryan e gli altri di sposare rischio e liquidità con il marxismo è un fallimento totale. Il marxismo spiega il rischio e la liquidità con riferimento al valore e al profitto. Il marxismo ha un’analisi centrata sulla produzione mentre Bryan e C. adottano la prospettiva centrata sulla circolazione del neoclassicismo e del keynesismo. Vedi, ad esempio, il seguente passo:

“Quindi il capitale è diventato liquido, ma la forza lavoro rimane illiquida”

Per quanto riguarda il secondo scopo che Bryan e C. si prefiggono — cioè offrire una politica di classe per la “nuova era del capitalismo finanziario” — essi falliscono ancora di più. Primo, non hanno una teoria marxista delle classi. Le ultime parti della loro intervista sono indicative. Alla fine considerano le “classi” come categorie di reddito. E adottano il

Mike Rafferty

termine fuorviante Mainstream non di classe di “famiglie” come categoria analitica. Queste sono le tipiche concezioni borghesi. Inutile dire che il marxismo ha una teoria delle classi totalmente diversa. Nonostante le loro smentite (“Nel marxismo c’è un’avversione nel definire la classe in termini di reddito, ma in realtà non lo stiamo facendo”), in verità è proprio quello che stanno facendo. Il seguente passaggio è anche caratteristico:

“Questo ruolo di generatore di surplus raggiunge in modo significativo la “classe media”

Inoltre, nonostante la loro retorica di classe, dissolvono il lavoro in capitale siccome sostengono che il lavoro è diventato una forma di capitale, poiché la riproduzione del lavoro è diventata, con la “finanziarizzazione della vita quotidiana” una fonte di trasferimento di plusvalore sotto forma di pagamenti di interessi Con questa

Rosa Luxemburg

formulazione, Bryan, Martin e Rafferty suggeriscono che esiste uno sfruttamento che non si limita al tempo di lavoro non retribuito ma si estende all’usura. Questo sfruttamento non riguarda solo il lavoro ma soprattutto le “classi medie”. Il seguente passaggio ci dice infatti:

“Stiamo offrendo una prospettiva aggiuntiva sulla classe che produce surplus, estendendola al modo in cui le relazioni di classe vengono trasformate dal capitale. Abbiamo dimostrato che questo ruolo generatore di surplus raggiunge in modo significativo la “classe media”.

Tipicamente, Bryan e C., nel loro studio empirico sull’Australia scoprono che non sono le persone a più basso reddito (una metafora per dire classe operaia) che sono soggette a questo nuovo meccanismo di sfruttamento capitalistico attraverso l’assorbimento del rischio da parte della famiglia ma le persone a medio reddito. Ancora una volta, il seguente passaggio afferma:

“Stiamo solo dicendo che se sei interessato al modo in cui l’assorbimento del rischio delle famiglie rende redditizio il capitale, e guardi dove viene assorbito questo rischio, scopri che non guadagni con le persone a reddito più basso perché esse sono escluse dalla finanza, perché non possono ottenere prestiti.
Non tutte le persone della classe operaia hanno un reddito basso, ciò che chiamiamo “classe operaia” rimane questionecontroversa, specialmente con l’ascesa di falsi contratti indipendenti (come la Gig economy). Stiamo offrendo una prospettiva aggiuntiva sulla classe che produce surplus, estendendola al modo in cui le relazioni di classe vengono trasformate dal capitale. Abbiamo dimostrato che questo ruolo generatore di surplus raggiunge in modo significativo la “classe media”.

Quindi, alla fine e nonostante la loro dettagliata “politica di classe”, la strampalata teoria del valore e le dichiarazioni operaiste — “il capitale che ruba lavoro spostando il rischio in senso distributivo”), Bryan e C.,. si finisce per riconoscere che è la “classe media” che viene sfruttata principalmente in questa nuova era del capitalismo finanziario. Bel finale per i nuovi guerrieri di classe !!!

Il programma politico che propongono è totalmente idiota. Il “mancato pagamento strategico delle fatture che sono state cartolarizzate” è una questione di esperti finanziari, ma non la questione centrale dei sindacati dei lavoratori. Il rifiuto di rimborsare l’affitto è stata una modalità tradizionale delle lotte dei lavoratori e non è una novità. Tuttavia, questo programma politico idiota ha una conseguenza veramente catastrofica per il movimento operaio. Rimuove il suo obiettivo principale di lottare nella sfera della produzione e del lavoro e lo traspone a problemi distributivi tra le classi. Inoltre, come Bryan e C.,. ammettono, questi problemi riguardano principalmente la “classe media”. Pertanto, pongono essenzialmente la classe operaia al servizio delle richieste della classe media. Un bel consiglio ai sindacati che Bryan e C. cercano di guidare !!!

Il resto dell’intervista è pieno di errori minori.

Vedi ad esempio la dichiarazione idiota secondo cui “Dato che le famiglie stanno dove si trova la maggior parte della ricchezza”. Ciò non è sostenibile nemmeno in termini neoclassici.

Un altro errore palese commettono Bryan e C.,. la comprensione del valore della forza lavoro. Il valore della forza lavoro non è “sostanzialmente sussistenza” in quanto

Stavros Mavroudeas

comprende anche una parte sociale. E, naturalmente, la loro tesi secondo cui “la sussistenza riguarda l’illiquidità familiare” è totalmente assurda.

Il nuovo riformismo della finanziarizzazione


Gli errori di Bryan e C. riguardo alla teoria della finanziarizzazione sono tipici della contemporanea razza del Nuovo Riformismo della Finanziarizzazione. Questo nuovo riformismo viene da molte parti. Il post-keynesismo coi suoi compagni di viaggio marxistoidi (Lapavitsas, Bryan ecc.) è una corrente. Un altra viene dal Rosa Luxemburg Institute con M. Heinrich ecc. D. Harvey è una specie a sé stante poiché prende da tutti le loro perle teoriche con sorprendente leggerezza e altrettanto sorprendente mancanza di coerenza economica.

Non sorprende che i temi comuni di questo nuovo riformismo della finanziarizzazione siano i seguenti.

In primo luogo, spostano l’analisi marxiana della centralità della produzione nel circuito di capitale verso la prospettiva circolazionista mainstream. La finanza diventa il luogo centrale di questo circolarismo.

In secondo luogo, deformano il concetto di sfruttamento capitalista spostandolo dalla estrazione nella sfera di produzione allo sfruttamento nella distribuzione. Questa mossa è stata fatta anche in passato dalle teorie marx-keynesiane (o piuttosto viceversa).

Tuttavia, questa volta c’è un nuovo elemento. Lo sfruttamento nella distribuzione viene condotto non solo attraverso meccanismi economici ma, in larga misura, attraverso la coercizione politica. Ciò è meno evidente in un’economia in quanto l’usura è il meccanismo di sfruttamento finanziario. Tuttavia, come Bryan e C. affermano in questa intervista, lo stato svolge un ruolo cruciale nella creazione di questo meccanismo. Questo meccanismo politico primario è più evidente nella fallace teoria del nuovo imperialismo.

Terzo, offuscano la loro analisi di classe dissolvendo la classe lavoratrice all’interno dei ceti medi. Ciò facendo, abbandonano la teoria marxista delle classi. Quindi, finiscono per sostituire la classe lavoratrice con una brodaglia sociale quasi post-moderna (che ricorda la “moltitudine” di Negri).

In quarto luogo, negano l’esistenza di una teoria marxiana della crisi (per non parlare di quella basata sulla caduta della redditività) e sostengono che possono esserci molti tipi di crisi (alcuni sostengono addirittura che ogni crisi è un caso speciale). Ma praticamente vedono ogni crisi moderna come una crisi finanziaria; quindi, d’accordo con i Mainstreamer.

In quinto luogo, in termini politici praticamente abbandonano il socialismo a favore di un vago anticapitalismo. Invece di essere indipendenti dall’organizzazione politica borghese della classe operaia, preferiscono i programmi populisti interclassisti che esprimono principalmente le esigenze della media e piccole borghesia. Il fine ultimo non è il socialismo ma un capitalismo umano riformato. 


** Traduzione a cura della Redazione


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COMPAGNI, NON TIRATE TROPPO LA CORDA di Marco Lang

[ venerdì 30 agosto 2019 ]

Leggo post di compagni, spesso amici, della “vera” sinistra i quali, rivolgendosi a chi, socialista o comunista, ritiene le elezioni la strada maestra per venire a capo della crisi politica, affermano che le elezioni, ora, consegnerebbero il Paese alla destra, che non si può andare alle elezioni senza avere uno schema di alleanze per il dopo voto (autonomia, questa sconosciuta), agiscono come se la distruzione della sinistra politica sia stata opera del destino cinico e baro, non determinata da quelli che, ancora, tengono le redini della cara estinta. Coloro ai quali questi compagni, bravi e generosi, sembrano aver giurato eterna fedeltà. 


Al termine dei loro post, questi carissimi compagni spesso scrivono: “e poi tu, chi voteresti alle elezioni, eh???”

Il voto politico è il principale strumento della democrazia, quello attraverso il quale si manifesta compiutamente la volontà popolare.

Ma si ha il diritto di esercitarlo, si ha il diritto di chiederlo. Non si ha l’obbligo di praticarlo.

Il ritorno del voto utile, che si riteneva passato e sepolto per sempre.

Se non sostieni il governo sei alleato oggettivo di Salvini.

Se si va al voto (malauguratamente!) devi sostenere chi si oppone a Salvini. Poi arriverà il tempo della politica.

Ma se si ritene che il PD ed i suoi derivati siano il virus che ha infettato e definitivamente distrutto la sinistra storica, già resa inoffensiva dalla sua resa al dominio dell’ideologia neoliberale, passato il trentennio glorioso, non c’è voto utile che tenga; il PD deve – semplicemente – morire o essere definito per ciò che è: un partito liberista moderatamente progressista sul terreno dei diritti civili. Tipo i libdem britannici.

Ma se non c’è il voto utile e non c’è il voto per affinità e per convinzione, restano l’astensione e il voto contro.

Lo abbiamo visto il 4 marzo dello scorso anno, lo abbiamo visto prima – nel voto referendario – e dopo – nelle varie elezioni regionali e locali. 

Mi sento di dare un consiglio a questi cari compagni, spesso amici: non tirare troppo la corda.


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A SALVÌ, MA CHI TE PAGA di Sandokan

[ giovedì 29 agosto 2019 ]

Anche su questo blog si è insistito molto sul madornale errore tattico di Matteo Salvini. Un autentico harakiri.

Tante le spiegazioni plausibili: sindrome di Napoleone, vertigini del successo, delirio di onnipotenza, ingenuità e quant’altro.

Subissato dalle critiche, con i sondaggi in picchiata, Salvini, invece di ammettere di aver fatto una gran cazzata, si è ridotto a fare i salti mortali. Ditemi voi come altro definire la mossa di staccare la spina al governo dicendo che con quelli dei no, leggi 5 Stelle, non si può governare, poi riproporre a quelli dei no di tornare a governare assieme, addirittura proponendo Di Maio al posto di Conte.

Qui siamo al di là della tattica, siamo al Circo Barnum.

Alla fine, nel maldestro tentativo di autoassolversi e per giustificare l’avere fatto cadere il governo, tira fuori la supercazzola: “guardate che non l’ho fatto cadere io, bensì o poteri forti. C’era il complotto di Bruxelles”. Idea che ha ripetuto addirittura ieri in Quirinale uscendo dal colloquio con Mattarella: “C’era un complotto per far cadere il governo giallo-verde”.

Una spiegazione francamente esilarante, la cui versione sobria ce l’ha offerta il soldato Alberto Bagnai tre giorni fa.

Ora, che i poteri forti ed eurocratici non amassero il governo giallo-verde, che tramassero per mandarlo a casa, è fatto evidentissimo, ed anche per questo ero tra coloro che non gli sparavano addosso.

Orbene, i poteri forti eurocratici speravano di far saltare il governo, ed io che ti faccio?

Logica vorrebbe che uno, consapevole del complotto del nemico, resista, operi per sventarlo, si prepari alla difesa, e quindi combatta l’isolamento evitando che l’alleato si presti al gioco (del nemico).

Niente di tutto questo. Sapete io invece che ti faccio? Do una mano ai poteri forti, stacco la spina e presento la mozione di sfiducia per far cadere il governo — grazie al quale sono schizzato in alto nei sondaggi e ho dettato l’agenda.

Fossi complottista come Salvini gli direi quel che si diceva una volta: “A Salvì, ma chi te paga?”

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ECCO COME USCIRE DALL’EURO di Programma 101

[ giovedì 29 agosto 2019 ]
Man mano che si avvicina la grande manifestazione LIBERIAMO L’ITALIA del 12 ottobre, la prima che rivendichi apertamente l’uscita dalla gabbia dell’euro, crescono, sia le adesioni sia coloro i quali si domandano: “Ma ce l’abbiamo le idee chiare su come rendere possibile l’uscita? Quali dovranno essere le misure politiche ed economiche affinché essa non sia un fiasco?”. Domande legittime a cui questo documento, frutto di anni e anni di riflessioni e discussioni, offre la risposta.

1. Riconquista della sovranità monetaria e controllo pubblico della Banca d’Italia


Il primo atto da compiere consiste nel ripristino del controllo pubblico della Banca d’Italia. Essa dovrà mettere in circolazione la nuova lira, sostenere la politica economica del governo, fungere da acquirente di ultima istanza dei titoli del debito pubblico ad un tasso d’interesse sostenibile. In questo modo lo Stato non avrà più bisogno di finanziarsi sui mercati internazionali. La Banca d’Italia – a differenza della Bce che ha come unico scopo la stabilità dei prezzi – dovrà dunque essere uno strumento decisivo di una Nuova Politica Economica volta alla lotta alla disoccupazione ed alla povertà, alla tutela dei risparmi, finalizzata al bene comune e non agli interessi di pochi.

2. Gestione dei nuovi cambi e dell’inflazione


Su questi temi il terrorismo del blocco eurista imperversa sui media. Si tratta di paure assolutamente infondate. L’Italia ha bisogno di svalutare rispetto alla Germania, ma questo non deve far pensare ad una svalutazione catastrofica rispetto alle altre monete. In caso di rottura completa dell’Eurozona, diversi studi prevedono anzi una sostanziale stabilità della nuova lira verso l’insieme delle monete dei singoli paesi, con svalutazioni (peraltro neppure troppo elevate) verso Germania, Olanda ed Austria ed addirittura rivalutazioni verso Francia, Spagna e Belgio. Le esagerazioni sono dunque fuori luogo, pura materia di propaganda, mentre la svalutazione con la Germania – che proprio grazie alla sua moneta svalutata ha un pazzesco surplus commerciale vicino al 10% del Pil – è assolutamente necessaria, ma non solo per l’Italia. 

L’alternativa a questa svalutazione monetaria non è l’assenza di svalutazioni, come vorrebbero farci credere, bensì la svalutazione interna già in atto da anni. E che cos’è la svalutazione interna? Essa consiste in una progressiva riduzione dei salari, delle pensioni, del welfare, dello stesso valore di beni materiali come le abitazioni. L’alternativa è dunque la semplice prosecuzione del disastroso scenario degli ultimi dieci anni per altri decenni ancora.

L’altra terroristica menzogna che ci viene propinata riguarda l’inflazione. I precedenti storici, sia in Italia (1992) che in altri paesi, smentiscono ogni scenario di inflazione alle stelle. E’ tuttavia necessario difendere i redditi dei lavoratori attraverso alcune misure: l’applicazione universale dei contratti collettivi di lavoro, la reintroduzione di una nuova scala mobile a tutela di salari e pensioni, il ripristino del metodo di calcolo retributivo sulle pensioni.

3. Ridenominazione del debito


Anche su questo il terrorismo mediatico impazza, volendo far credere che l’uscita dall’euro comporterebbe un forte aumento del debito verso l’estero. In realtà il governo non dovrà far altro che applicare il principio della Lex Monetae, peraltro già previsto dal nostro Codice civile, ridenominando il valore di ogni debito (dunque anche di quelli verso l’estero) nelle nuove lire, in base ad un rapporto con l’euro di uno a uno. I debiti (mutui inclusi) si ripagheranno perciò in nuove lire, non in euro come si dice per spaventare la gente.

In questo modo, il valore dei debiti italiani (pubblici e privati) calerà anziché aumentare. Certo, i possessori esteri di titoli italiani faranno il diavolo a quattro per non subire perdite. Ma l’esperienza insegna che i grandi creditori internazionali (banche e fondi di investimento) preferiscono in questi casi limitare le perdite piuttosto che perdere tutto. Uno Stato sovrano, con un governo deciso a difendere gli interessi del suo popolo, può obbligare i pescecani della finanza a più miti consigli.

4. Controllo del movimento dei capitali


L’operazione di fuoriuscita dall’euro va ovviamente accompagnata da un rigido controllo sul movimento dei capitali, impedendone la fuga verso l’estero. La fuga dei capitali non è però un problema del dopo Italexit, bensì della fase che la precede. Occorre dunque grande rapidità e fermezza nelle scelte che si renderanno necessarie. A chi ci dice che il controllo sui capitali è impossibile ricordiamo l’esperienza di Cipro nel 2013, quando pesanti misure sul movimento di capitali (un limite sulle transazioni verso l’estero, uno sulle spese di viaggio, un altro sugli assegni, eccetera) vennero imposte dalla stessa Unione Europea.

Non si vede proprio per quale motivo ciò che è stato fatto allora, non possa essere fatto oggi – nelle forme che saranno più opportune – da uno Stato come l’Italia. Mentre l’esportazione di capitali dovrà essere contrastata anche in seguito, misure emergenziali come quelle che abbiamo citato dovranno avere ovviamente solo natura transitoria, esaurendosi la loro necessità con il completamento del passaggio alla nuova moneta.

5. Nazionalizzazione del sistema bancario, a partire dalle banche sistemiche 


Il sistema bancario italiano è reso traballante dalle assurde regole dell’Eurozona. Da un lato, in assenza di una banca centrale che svolga questo compito, le banche italiane sono state costrette a riempirsi di Btp; dall’altro, la svalutazione di questi titoli prodotta dall’aumento dello spread rischia di portare al dissesto alcune banche di rilevanza nazionale. Tutto ciò anche a causa delle norme penalizzanti dell’Unione bancaria, anch’essa scritta di fatto sotto dettatura tedesca.

C’è un solo modo per uscire da questa trappola, per tutelare i risparmi, per far sì che le banche tornino ad essere un fattore propulsivo dell’economia nazionale: la loro nazionalizzazione, a partire dalle banche più importanti, quelle definite come “sistemiche”. 

6. Ridurre, grazie e contestualmente all’uscita dall’euro, il debito pubblico 


Abbiamo già visto come la semplice uscita dalla moneta unica determini da sola un abbattimento del valore effettivo del debito pubblico. Ma questo non basta. Insieme a quella dell’euro, l’Italia ha bisogno di uscire anche dalla schiavitù del debito. Tre provvedimenti saranno assolutamente necessari: la sterilizzazione dei titoli posseduti dalla Bce, una ristrutturazione della quota estera del debito, l’introduzione di nuovi strumenti finanziari per la sua rinazionalizzazione.

Il primo provvedimento era scritto nella bozza originaria del cosiddetto “contratto” di governo. Si tratta di azzerare i 250 miliardi dei titoli detenuti dalla Bce. Miliardi creati dal nulla, che nel nulla possono tornare, riducendo così l’ammontare complessivo del debito di un 11%. Il secondo provvedimento, valido solo per i titoli con possessori esteri, che già troppo hanno guadagnato speculando sui disastri imposti all’Italia dall’austerità e dalle regole del sistema dell’euro, può concretizzarsi sia con un allungamento delle scadenze che con una drastica riduzione degli interessi, meglio se con un mix di entrambe queste misure. 

Il terzo provvedimento – quello della rinazionalizzazione del debito – dovrà consistere nell’emissione di nuovi strumenti finanziari rivolti alle famiglie. Una sorta di “Btp famiglia” o dei “Cir” che il governo ha già annunciato, titoli rivolti esclusivamente alle famiglie italiane, integralmente garantiti dallo Stato, vantaggiosi fiscalmente o nei tassi applicati purché detenuti fino alla scadenza.

Scopo di queste misure non è solo la riduzione del debito accumulato, ma soprattutto la sua sostenibilità futura, garantibile soltanto con la totale indipendenza dai meccanismi e dagli avvoltoi della finanza internazionale. Come dimostra il caso del Giappone (che ne ha uno pari al 220% del Pil), il debito non è un problema quando si dispone pienamente della sovranità monetaria e quando esso è posseduto da soggetti interni.

7. Un programma di uscita dalla crisi, abbattimento della disoccupazione e della povertà 


Ovviamente l’uscita dall’euro non è fine a se stessa. Essa è la condizione necessaria, non ancora quella sufficiente per venir fuori dalla crisi e per sganciarsi dal sistema neoliberista. Per raggiungere questi obiettivi occorre un Piano per la ricostruzione economica e per il lavoro. 

La ricostruzione economica, che non va intesa in maniera meramente produttivistica, bensì principalmente nella sua dimensione di rifacimento di un vivere civile improntato al benessere fisico e psichico delle persone ed a quello della comunità, dovrà basarsi su un piano di reindustrializzazione fondato sulla nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia (energia, telecomunicazioni, acqua, trasporti), sulla difesa dell’ambiente, sull’eliminazione del precariato, sulla difesa dei redditi da lavoro dipendente ed autonomo, su un sistema tributario che unisca la riduzione della pressione fiscale al suo carattere progressivo, sulla garanzia del diritto allo studio, alla salute e ad una vecchiaia serena.

Tutti questi obiettivi dovranno vivere dentro un Piano per il lavoro finalizzato a debellare la disoccupazione e a dare risposta ad alcuni fondamentali bisogni. In concreto si tratta di lavorare su: a) deciso sostegno al sistema scolastico pubblico e alla ricerca scientifica, b) sviluppo delle energie alternative, c) interventi per la riduzione del rischio idrogeologico, d) riorganizzazione complessiva del sistema dei trasporti, e) recupero del patrimonio edilizio esistente e piano di ristrutturazione antisismica nelle zone a rischio, f) sostegno al turismo non speculativo, g) tutela del patrimonio artistico e culturale, h) piano per un’assistenza dignitosa a tutti gli anziani i) riforma del sistema agrario a tutela delle piccole e medie imprese agricole, favorendo forme non intensive e sostenibili, l) creazione di servizi e network pubblici a sostegno dell’artigianato e delle piccole imprese.


Un ponte verso una alternativa di società

resistere e mobilitarsi per una nuova politica economica


La proposta di Programma 101 guarda ad una nuova società. La rottura con l’euro-dittatura è la condizione perché possa ripartire la lotta per l’eguaglianza sociale, per un’effettiva democrazia, per la fine dello sfruttamento e della precarietà, perché la solidarietà e la fratellanza prevalgano sulla mentalità avida, aggressiva ed individualista imposta dal pensiero unico neoliberale. In una parola, è la condizione necessaria affinché possa riaprirsi una prospettiva socialista largamente rinnovata.

Noi ci battiamo perché l’uscita dall’euro abbia questo significato di ponte verso una nuova società. Ma non siamo ciechi, sappiamo perfettamente che quell’uscita potrebbe essere guidata da forze con impostazioni ben diverse dalla nostra. E’ questo il frutto della cecità dell’insieme delle formazioni della sinistra, che sfuggendo al tema della sovranità nazionale, hanno finito per cacciarsi nel vicolo cieco della totale irrilevanza, lasciando così ad altri la guida della ribellione popolare alle èlite.  

E’ questo certamente un problema, ma l’uscita dall’Eurozona è comunque la premessa per ogni politica a favore delle classi popolari. Noi ci battiamo per un’uscita da sinistra, come quella che abbiamo qui descritto, ma preferiamo in ogni caso l’uscita – anche se basata su impostazioni diverse – alla permanenza in una gabbia che non lascerebbe alcuna speranza per il futuro. 

Come da tempo avevamo previsto, il campo di battaglia in cui oggi si gioca il futuro dell’Unione Europea, a partire da quello dell’euro, è l’Italia. Diverse sono le proposte del governo gialloverde che non ci piacciono – basti pensare alle inaccettabili misure repressive e manettare contenute nel cosiddetto “decreto sicurezza” – tuttavia la SINISTRA PATRIOTTICA non ha alcun dubbio su quale lato della barricata stare. “Barricata” appunto, poiché solo mobilitando il popolo, non tenendo quindi la battaglia confinata dentro i Palazzi del potere, la nuova Resistenza diventerà Liberazione.

A cura del Comitato centrale di Programma 101 – Ottobre 2018­




SINEDDOCHE BIBIANO di Il Pedante

[ mercoledì 28 agosto 2019 ]


Un patologia sociale?


Confesso che quando alcuni amici mi hanno chiesto un commento strutturato sull’inchiesta di Bibbiano, ho dubitato di potercela fare. Perché se fosse confermata anche solo una frazione di ciò che i magistrati contestano agli operatori sociali, alle famiglie affidatarie e agli amministratori della Val d’Enza, ci troveremmo di fronte alla più pura epifania del male. Da quei fatti emergerebbe una volontà sadica e più che bestiale di traumatizzare a vita i più innocenti e di gettare le loro famiglie in uno strazio senza fine e senza scampo – perché imposto dalla legge – spezzando in un sol colpo i vincoli sociali e della carne. Per un genitore è insopportabile il pensiero di quei piccoli che si addormentano tra le lacrime, lontani da casa, indotti a odiare chi li ama, in certi casi maltrattati, affidati a squilibrati o molestati sessualmente (!), mentre padri e madri inviano lettere e regali che non saranno mai recapitati e pregano di uscire da un incubo che non osano denunciare per non perdere l’ultima speranza di riabbracciare i loro figli. Con buona pace del codice penale, i reati qui ipotizzati superano per gravità l’omicidio: perché fanno morire l’anima, non il corpo. Svuotano le persone e le lasciano vivere nel dolore.

I presunti abusi della Val d’Enza sono, appunto, presunti fino a sentenza. Ma il loro modus operandi e il ricorrere di alcuni protagonisti hanno fatto riemergere il ricordo di altri allontanamenti famigliari poi rivelatisi, anche in giudizio, gravemente ingiustificati, e dell’irreparabile scia di dolore che hanno inciso nelle comunità colpite. Il clamore delle cronache ha inoltre ridato forza alla denuncia di poche voci finora isolate, di un sistema che anche quando resta nel perimetro di una legalità formale conferisce agli operatori sociali un potere senza effettivi contrappesi in grado di strappare i figli alle famiglie per anni con le più arbitrarie delle motivazioni: dalla «inadeguatezza educativa» all’indigenza, dalla conflittualità tra i coniugi al disordine domestico, dalla «ipostimolazione» dei figli alla «immaturità» dei genitori. Queste fattispecie non sarebbero residuali ma prevalenti, come si apprende da un’indagine parlamentare conclusasi nel 2018:



Da un lato appare perciò urgente mettere in mora ogni altra priorità per emendare questo sistema partendo dai gradi più alti dell’amministrazione dello Stato, perché sarebbe vano e penoso discettare in prima serata di rinascite politiche, economiche e culturali mentre si erodono le basi biologiche della comunità. Sarebbe – come di fatto è – la metafora più calzante dell’impotenza etica e civile dell’umanità a noi coeva, che mentre blatera di salvare il mondo non riesce a proteggere la vita dei suoi figli da una carta bollata. Dall’altro, è però utile riflettere sulle salvaguardie culturali che da anni presidiano questo sistema. Superando le circostanze della cronaca, il dibattito sui dintorni e i precedenti di Bibbiano ha suscitato in molti il sospetto di una civiltà che non fa argine all’orrore ma lo veste con le sue procedure e i suoi feticci. Indagando su questi ultimi ci si accorgerebbe che gli abusi qui accertati, denunciati o ipotizzati possono alludere a problemi più radicali.
* * *


Secondo chi ha condotto le indagini, i responsabili dei servizi sociali della Val d’Enza avrebbero agito «in modo tale da sostenere aprioristicamente e in modo privo di qualsivoglia minimo equilibrio, le tesi o i sospetti… che i bambini avessero subito abusi sessuali» anche quando le presunte vittime negavano e imploravano di ritornare in famiglia. Avrebbero cioè anteposto all’indagine psicologica un’ideologia dell’abuso da «dimostrare» a tutti i costi. Un’ideologia, aggiungiamo noi, che nelle sue motivazioni e verbalizzazioni ambiva a collocarsi nel più ampio alveo di una precisa area politica e culturale, come si evince dagli scritti e dalle scelte di alcuni dei principali protagonisti dell’inchiesta: dalla retorica femminista e già marxista del maschio-padrone («In questo Paese è ancora troppo forte l’idea della famiglia patriarcale padrona dei figli», commentava l’assistente sociale Anghinolfi su La Stampa, nel 2016) all’attivismo per i diritti e la genitorialità LGBT, dal sostegno alle ONG del Mediterraneo alla partecipazione a incontri, convegni e audizioni organizzati dalla sinistra locale e nazionale.

È tutto legittimo e nulla aggiunge ai reati contestati. Né implica che esistano oggi schieramenti politici «che rubano i bambini» come una volta si diceva che li mangiassero. Qui non mi interessano i mandanti morali – qualsiasi cosa significhi, peraltro – ma il modo in cui queste vicende sono state recepite e tradotte in simboli da parte del corpo sociale, e la solidità dell’ipotesi che gli eccessi riconosciuti in parte a Bibbiano (sette minori affidati sono già rientrati nelle famiglie di origine) e certificati altrove si siano fatti scudo, nel loro reiterarsi, di una rispettabilità non solo scientifica, ma anche etica e culturale.


Reductio ad pueros


Da anni mi colpisce l’attenzione ossessiva, ma insieme chirurgicamente selettiva, che i progressisti riservano all’infanzia sofferente. In un articolo di qualche tempo fa coniavo il termine «reductio ad pueros» per denunciare l’uso di asservire la rappresentazione delle tragedie che colpiscono i più piccoli alla promozione di un obiettivo politico. È vivo il ricordo del giovanissimo Alan Kurdi, annegato nel 2015 durante un tentativo fallito di raggiungere clandestinamente le coste greche al seguito del padre. La foto straziante del suo corpo fu riprodotta ovunque e quasi ovunque accompagnata da inviti ad «aprire le frontiere» e ad allargare le maglie del diritto d’asilo per evitare il ripetersi di tragedie simili. Qualche anno dopo Beppe Severgnini teorizzava sul Corriere della Sera la liceità, anzi il dovere, di «mostrare la foto di un bimbo che muore» per denunciare misfatti come quello di Douma, dove il governo siriano avrebbe usato il gas nervino contro il suo stesso popolo. Per crimini di questa portata, spiegava il giornalista, «non può esistere il sospetto che sia un modo di speculare sui minori». Purtroppo (per lui, non per i siriani) l’Organizzazione per la proibizioni delle armi chimiche avrebbe di lì a poco certificato che quell’attacco chimico non era mai avvenuto. Ma non è un caso, né un’eccezione.

Nello stesso articolo osservavo che spesso le rappresentazioni della sofferenza puerile, oltreché accuratamente filtrate per rinforzare un messaggio, risultano a una più attenta analisi stiracchiate, esagerate o semplicemente inventate. Il piccolo Kurdi, ad esempio, non poteva essere stato vittima del negato diritto d’asilo in quanto la sua famiglia fuggita dalla Siria godeva già da tempo della protezione internazionale in Turchia. E tante altre piccole presunte vittime delle bombe o dei cecchini siriani erano in realtà attori, protagonisti di videoclip o testimonial delle fazioni ribelli. Così come non sono mai esistite le centinaia di bambini inglesi morti di morbillo ripetutamente citate dall’ex ministro Lorenzin in televisione per sostenere l’urgenza del suo decreto vaccinale. Così come non è credibile che i nostri bimbi «ci chiedano» di ridurre il debito pubblico o, se stranieri, di ottenere la cittadinanza italiana prima dei diciotto anni, a parità di diritti.

Nel concludere con la massima «ubi puer ibi mendacium», avanzavo l’ipotesi che il dolore dei bambini – vero o più spesso inventato – servisse a disattivare le resistenze razionali del pubblico per indurlo ad accettare proposte politiche altrimenti controverse, agganciandole a un’emozione innata, immediata e profonda. Il facile successo di questa operazione, non dissimile da quella di chi sceglie un corpo avvenente per reclamizzare un prodotto, è tale da avere spinto qualcuno addirittura ad auspicare quel dolore. Così accadeva ad esempio allo scrittore Edoardo Albinati, che un anno fa confessava in pubblico di avere «desiderato che morisse qualcuno sulla nave Aquarius. Ho detto: adesso, se muore un bambino, io voglio vedere che cosa succede per il nostro governo».

Aggiungo qui una terza proprietà della reductio ad pueros: che nel selezionare (prima proprietà) una disgrazia minorile in termini iperbolici, deformanti o fantasiosi (seconda proprietà) per dissimulare un fine ideologico (movente), promuove quasi sempre una disgrazia di molti ordini più grave. Questa disgrazia maggiore, per effetto della prima proprietà, resta in sordina e può così dispiegarsi in tutta la sua atrocità senza resistenze o rimedi. Consideriamo l’esempio fondativo della Guerra del Golfo, quando un’attricetta quindicenne seminò raccapriccio in mondovisione spacciandosi per un’infermiera sotto i cui occhi sarebbero stati barbaramente uccisi alcuni neonati kuwaitiani. Quella testimonianza (falsa) ebbe l’effetto di convincere l’opinione occidentale della necessità di muovere guerra contro il governo iracheno. La conseguenza (vera) fu che decine di migliaia di bambini (veri) persero la vita sotto le bombe e centinaia di migliaia (veri) per le privazioni causate dal successivo embargo. In un esempio più recente, la necessità di agevolare il trasferimento di massa di esseri umani dall’Africa all’Europa (movente) è stata in certi casi sostenuta rappresentando le sofferenze (presunte) patite dagli immigranti minorenni (presunti) in patria e in viaggio, con la conseguenza di consegnare molti di loro a un destino (vero) di sfruttamento lavorativo e sessuale, o alla sparizione.

Il fenomeno degli allontanamenti famigliari per motivi futili o inesistenti, per errore o per dolo, può soddisfare i requisiti della reductio ad pueros. In questi casi la giusta attenzione rivolta al fenomeno degli abusi in famiglia e della loro eventuale sottostima (prima proprietà) si è accompagnata all’urgenza di ingigantirne o immaginarne i segnali se non addirittura, come ipotizzano i magistrati reggiani, di «supportare in modo subdolo e artificioso indizi, o aggravare quelli esistenti, nascondendo elementi indicatori di possibili spiegazioni alternative» (seconda proprietà). La fabbricazione della falsa sofferenza da abuso ha infine prodotto la sofferenza vera dello sradicamento affettivo e della conseguente distruzione di vite e famiglie (terza proprietà).

Resta da indagare il movente.


Familles je vous hais!


Secondo gli inquirenti, in Val d’Enza le «false rappresentazioni della realtà» sarebbero state «tese in ogni caso a dipingere il nucleo famigliare originario come connivente (almeno se non complice o peggio) con il presunto adulto abusante». Altri autorevoli commentatori hanno denunciato più direttamente una «cultura molto invadente che vede nella famiglia… un luogo potenzialmente oppressivo e perciò da colpire». Secondo altri, esisterebbe un piano per «distruggere la famiglia» tout court.

All’estremo opposto leggiamo le parole di Claudio Foti, lo psicanalista (anche della citata Anghinolfi) e direttore scientifico dell’associazione Hansel e Gretel che collaborava con i servizi sociali di Bibbiano, secondo il quale il problema sarebbe invece che
per una parte della comunità sociale la famiglia è sacra ed intoccabile. E guai a chi la tocca! La famiglia è sempre e comunque un microcosmo idealizzato dove i bambini sono protetti e benvoluti! E gli operatori che si occupano di tutela,di abusi, che mettono in discussione l’immagine sacra ed idealizzata della famiglia diventano il bersaglio di una rabbia talvolta cieca e distruttiva!

Il professionista oggi sotto inchiesta, nel riconosce nella famiglia «la più straordinaria risorsa educativa dei bambini», ritiene che tra chi oggi si indigna per le cronache bibbianesi vi sia «un’area vasta di persone… che tendono a schierarsi a priori a difesa dei genitori e della famiglia (“un padre ed una madre non possono aver fatto questa cosa terribile!”)» e che la loro reazione violenta «si [sia] sviluppat[a] mano a mano che crescevano gli interventi sociali e psicologici per sostenere i genitori, ma anche per limitare la loro onnipotenza e… nella società maturava una consapevolezza critica nei confronti della famiglia».

Queste contrapposizioni segnalano senz’altro una radicalizzazione del dibattito, sia pure nella forma speciale della reciproca accusa di ideologia. A essere onesti, è però difficile imbattersi in qualcuno che voglia distruggere tutte le famiglie in quanto tali, inclusa la propria. E ancora più difficile è che altri le considerino tutte sante e immacolate in quanto tali. A quali persone si riferisce il dottor Foti? Pur frequentando sponde politiche molto lontane dalle sue non ne ho mai Incontrata una, neanche tra coloro che oggi augurano i peggiori supplizi agli indagati di Bibbiano. Il mio sospetto è che qui si faccia confusione tra sostanze prime e seconde in senso aristotelico: la sacralizzazione o quasi-sacralizzazione dell’istituto famigliare (sostanza seconda), in senso religioso (Gen 2,24, Mc 10,6-9) o civile (Cost. art. 31), non esclude che se ne possano criticare i singoli σύνολαgenitoriali (sostanza prima), e che anzi lo si debba fare se indegni. Persino la sacralità intrinseca del sacerdozio non impedisce alla dottrina di condannare i cattivi sacerdoti, anzi lo impone. Il peccato che dissacra il progetto divino è una condizione ineliminabile dell’uomo e il peccato più grave è anche quello originario, di presumere che le cose degli uomini possano diventare sacre nel senso di fregiarsi della perfezione divina (ὕβϱις).

Quelli di Foti e dei suoi eventuali nemici massimalisti sembrano perciò essere argomenti fantoccio le cui iperboli alludono a scontri culturali più profondi, alla dialettica tra la ragion di Stato del princeps e le ragioni del sangue del pater familias e, in radice, tra legge (νόμος) e natura (φύσις) umana. Oggi il polo normativo, quello del dover essere, vive una fase ipertrofica e le sue invasioni nel campo dell’essere sono evidenti. Ambisce a istituire la genitorialità di chi non può generare, a promuovere o imporre la bioingegneria di massa, a comprimere la realtà fisica in algoritmi e flussi di dati, a sostituire i sessi biologici con accrocchi culturali (ruoli e identità di genere) e altro, ma le sue pretese non sono nuove.

Né è è nuova l’idea a cui Foti sembra aderire, che il progresso sociale debba reclamare anche la demistificazione, il contenimento e la critica dei diritti familiari. Nel 1958 il sociologo Edward Banfield coniava la fortunata definizione di «familismo amorale» per spiegare come l’arretratezza materiale e morale di certe aree del nostro Meridione trarrebbe origine dalla centralità assunta dai rapporti famigliari stretti a scapito di una socialità più strutturata, cooperativa e solidale. Il binomio arretratezza-famiglia trova sponda nel sentire comune, ad esempio quando si identificano le economie famigliari con mafie, corruzione e favoritismi (mentre le imprese familiari sono le più floride e resilienti) o si formula l’auspicio che i nostri giovani abbandonino presto le famiglie di origine per rendersi indipendenti e incrementare la forza lavoro nazionale, poco importa a quali condizioni. Che smettano, diceva un ex ministro di famiglia ricchissima, di fare i «bamboccioni» per consegnarsi a una più salutare «durezza del vivere». O ancora, quando si subordina l’integrazione dei giovani immigrati alla loro emancipazione da retaggi famigliari «arcaici» e «oppressivi», cioè al loro sradicamento affettivo.

Mentre politici ed economisti di area liberale mettono i figli contro i padri e i padri contro i nonni insinuando che i più anziani starebbero «rubando il futuro» ai giovani con i loro «privilegi» pensionistici, le cure sanitarie di cui fruiscono e, a monte, il debito pubblico spensieratamente accumulato, negli ambienti accademici più blasonati raccoglie consensi l’idea di inasprire le tasse di successione affinché i nuovi lavoratori, non più protetti dal patrimonio di famiglia, si immolino nell’arena della competizione meritocratica «in un Paese dove spesso un giovane adulto conta troppo, volente o nolente, sulla casa e sui finanziamenti dei genitori o sulla raccomandazione del parente». Nel frattempo chi detta le riforme dell’istruzione chiede che i nostri figli trascorrano molto più tempo tra i banchi – e quindi meno in famiglia – con l’estensione dell’obbligo scolastico a partire dai tre anni e il tempo lungo obblgatorio fino ai quattordici. Ciò servirebbe, commenta candidamente il Corriere, «proprio a ridurre il peso(sic) dei condizionamenti ambientali e familiari».

Sul terreno della salute si osano gli esperimenti più audaci. Nel dibattito sorto attorno ai nuovi obblighi di vaccinazione per l’infanzia si è discussa con allarmante ossessione l’opportunità di sottrarre i figli ai genitori renitenti alle inoculazioni, accettando così la certezza di traumatizzare a vita i più piccoli (terza proprietà della citata reductio) per preservarli da rischi eventuali e remoti (seconda proprietà). Ricorderanno i lettori che questa opzione mai osata nel nostro ordinamento, di annichilire la dissidenza disgregandone gli affetti, era prevista a chiare lettere nel comma 5 dell’articolo 1 del decreto Lorenzin, poi abrogato nella conversione in legge. Per motivi analoghi, si reclama la facoltà dei minori, anche giovanissimi, di sottoporsi a test e trattamenti sanitari senza il consenso parentale, li si rappresenta come eroi quando si affidano agli apparati medici contro la volontà di genitori naturalmente retrogradi, si autorizza lo scempio chemioterapico dei loro corpi per sperimentare nuovi paradigmi sessuali e si patologizzano le loro difficoltà e il loro carattere per affidarli alle cure di appositi esperti, fin quasi dalla culla.

È difficile non vedere il filo rosso che lega queste e altre vicende. Il progressismo è la la volontà di imporre un progresso che, per il fatto di dover essere imposto, non è riconosciuto come tale dai suoi presunti beneficiari. Il suo momento propositivo è perciò eternamente posposto e schiacciato dall’urgenza preliminare di forzare le resistenze sociali al cambiamento e i sedimenti pregressi di costume e pensiero, tanto che finisce quasi sempre per identificarsi con la sola pars destruens, con una guerra al vecchio di cui il nuovo non è più il fine, ma il pretesto. Non può dunque sorprendere che il progressismo mal tolleri i diritti delle famiglie. Perché queste sono luogo della traditio letteralmente intesa in cui valori, rappresentazioni e credenze si «consegnano» da una generazione all’altra legandosi al veicolo inespugnabile e primordiale degli affetti. Chi vuole aggredire il vecchio deve aggredire le famiglie e spezzarne la catena di trasmissione: anche fisicamente, non disponendo gli uomini di surrogati pedagogici altrettanto incisivi (ma ci si sta lavorando).

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Attraverso una minuziosa analisi di accordi, intese e raccomandazioni internazionali, Elisabetta Frezza ha ricostruito le tappe di un processo che dal dopoguerra a oggi ha preparato e promosso la progressiva esautorazione dei riferimenti pedagogici famigliari per favorire programmi di educazione pansessualista e di eroticizzazione precoce dei fanciulli a cura degli apparati scolastici. In un intervento recente la studiosa ha citato un passo da L’impatto della scienza sulla società (1951) di Bertrand Russel dove il filosofo britannico immaginava una «dittatura scientifica» in cui «i socio-psicologi del futuro» potranno «convincere chiunque di qualunque cosa», anche che «la neve sia nera… a patto di poter lavorare con pazienza sin dalla giovane età». In ciò il principale ostacolo da superare sarà, appunto, l’«influenza della famiglia».

Anche queste idee sono antiche. Se l’utopia è l’esercizio più estremo e trasparente di progressismo, la dissoluzione della famiglia era già predicata nel testo utopico più antico che conosciamo, la Repubblica di Platone. Nella polis dei sapienti (che oggi chiameremmo «tecnici» avendo messo la ragioneria davanti alla metafisica) le donne sono «tutte in comune», la convivenza coniugale è vietata e «il padre non conosc[e] il figlio, né il figlio il padre» giacché «autorità apposite… prenderanno in consegna i neonati» subito dopo il parto per indirizzarli all’educazione e alle carriere stabilite dai guardiani dell’oligarchia. Importante è il passaggio del libro VII dove si descrive il modo in cui avverrà questa rivoluzione. «I veri filosofi che prenderanno il potere nelle città», spiega Socrate a Glaucone,
manderanno in campagna tutti i cittadini al di sopra dei dieci anni, prenderanno in cura i loro figli ancora immuni dai costumi dei genitori e li cresceranno secondo i modi di vita e le leggi loro propri… Questo è il modo più rapido e più facile per istituire quella città è quella costituzione di cui abbiamo parlato.

Duemilacinquecento anni fa il testo platonico fissava così un archetipo, la scorciatoia contronatura che da lì in poi avrebbe sedotto tutti i rivoluzionari frettolosi e incompresi. Sulla china di quella tragica illusione, di rigenerare la società minando le basi biologiche del matrimonio «prima societas» e della famiglia «principium urbis et quasi seminarium rei publicae» (Cicerone, De officiis) furono in molti a seguire l’ateniese, dal Campanella de La città del sole ai socialisti utopici alla Fourier, ma purtroppo anche governi non letterari come quello cambogiano del quadriennio rosso o quello canadese, che strappava i figli agli indigeni per cancellarne anche fisicamente il retaggio.

Tra gli esponenti più citati, spesso a sproposito, di questa tendenza, Marx ed Engels non avversavano l’istituto famigliare in sé ma criticavano nella «famiglia borghese» uno strumento con cui le classi dominanti opprimerebbero sia le famiglie proletarie («sie findet ihre Ergänzung in der erzwungenen Familienlosigkeit der Proletarier») sia le mogli («ein bloßes Produktionsinstrument») e i figli («die Ausbeutung der Kinder durch ihre Eltern») propri. In seguito, seguaci e divulgatori più o meno consapevoli estesero gradualmente le definizioni di famiglia borghese, di classe dominante e di «padre-padrone» a tutte le famiglie convenzionali dell’emisfero ricco, quasi senza eccezioni, rendendole sistemiche e giustificando così la partecipazione in prima linea delle sinistre nelle battaglie per il divorzio, l’aborto e altre «conquiste» atte a indebolire un modello non più politico, ma antropologico.

Da questa breve e insufficiente antologia sembra emergere che l’idea di migliorare la società criticando la forma-famiglia o aggredendone l’integrità è antica e frusta, in qualche modo onnipresente, sempre pronta a infliggere i suoi fallimenti. Se non il fenomeno degli affidi troppo facili, può certo spiegare l’intensità delle reazioni che esso sta suscitando in entrambe le sponde del dibattito. Negare l’enormità della posta in gioco è tanto più disonesto se non si riconosce che queste cronache portano munizioni a una guerra in corso contro la definizione e il ruolo della famiglia. Una guerra che parte dai livelli più alti – precisamente quelli delle «classi dominanti», su scala mondiale – e si dispiega negli ambiti dell’istruzione, della salute e della sessualità, avendo già colpito quello della sussistenza con la deflazione di salari, occupazione e servizi. Al di là dell’oggetto, l’invito a «non parlare di Bibbiano» rischia perciò di apparire come un tentativo poco credibile di anestetizzare un conflitto che già divampa nelle retrovie e di normalizzare i tentativi sempre più audaci di espugnare una delle trincee psicologiche, assistenziali, culturali e spirituali più tenaci, perché prepolitica, di un popolo che si ostina a non voler prendere la medicina globale.


* Fonte: Il Pedante



NO AL CONTE-BIS! di Comitato Centrale di P101

[ mercoledì 28 agosto 2019 ]

COMUNICATO N. 10/2019 DEL COMITATO CENTRALE DI P101



No al Conte-bis! 

No alla restaurazione dei servi di Merkel, Macron e Trump


La fine del governo giallo-verde ha dunque aperto la strada alla più classica delle restaurazioni. Il nuovo esecutivo sta nascendo sotto il segno della triade Bruxelles-Berlino-Parigi, la benedizione di Trump, l’appoggio dei principali centri del potere economico, il rientro al centro della scena del Pd, ovvero del partito che meglio rappresenta interessi, trame ed umori di quel blocco dominante che ha ridotto in catene l’Italia.
Si tratta di un passaggio gravissimo, che tradisce la spinta popolare al cambiamento così come si era espressa nelle urne del marzo 2018. L’incredibile imperizia (e presunzione) salviniana, che ha portato all’apertura della crisi senza che se ne valutassero tutte le possibili conseguenze, non giustifica in alcun modo la giravolta pentastellata che sta portando al governo M5S-Pd. 
I Cinque Stelle rischiano di venire travolti da questa scelta o, peggio ancora, di trasformarsi nella componente di “sinistra” di una nuova alleanza di centrosinistra a trazione piddina, premessa indispensabile per ricostruire quel bipolarismo tanto amato dalle èlite.
Fortunatamente questo processo di restaurazione ha i suoi punti deboli, dalle contraddizioni tuttora esistenti tra i due partiti, a quelle interne a ciascun partito. Ma ancor più peserà la strutturale impossibilità di risolvere i problemi del Paese stando dentro al quadro delle compatibilità europee.
Nondimeno il Conte-bis potrà fare ugualmente danni non indifferenti, riportando l’Italia ad una piena subordinazione nei confronti sia dell’Unione guidata dall’asse Merkel-Macron e alla conferma del vassallaggio geopolitico rispetto gli Stati Uniti. Una scelta che – al di là di qualche prevedibile mossa propagandistica sull’ambiente – renderà impossibile ogni politica espansiva, ogni rilancio degli investimenti, ogni misura sociale contro la povertà e la disoccupazione.
Programma 101, nel fare appello alla parte migliore del Movimento Cinque Stelle affinché si dissoci apertamente dalle scelte miopi dei propri dirigenti, ritiene che lo sbocco più avanzato, certamente quello più democratico, della crisi attuale siano le elezioni anticipate. L’alternativa a questo sbocco è infatti solo quella (non a caso proposta da Renzi) della piena restaurazione del dominio del blocco eurocratico, stavolta con la totale integrazione di M5S.
E’ in questo contesto che diventa ancora più importante la riuscita della manifestazione Liberiamo l’Italia del prossimo 12 ottobre, una manifestazione che sta riscuotendo sempre più interesse ed adesioni.
Se, nel confronto con l’Ue, entrambe le forze del governo giallo-verde si sono mostrate alla prova dei fatti del tutto inadeguate, è ora il momento che altre forze sorgano per impugnare seriamente, concretamente, e con il necessario spirito inclusivo, la bandiera della liberazione nazionale dall’oppressione dell’oligarchia eurista.


No al Conte-bis!
Elezioni subito!
Per una Sinistra Patriottica finalmente in campo!
Tutti a Roma il 12 ottobre!


Roma, 27 agosto 2019

Gli ultimi Comunicati

CON NOI AVETE CHIUSO 18 luglio 2019




GIUSEPPE MAZZINI UN RIVOLUZIONARIO di Giovine Italia

[ martedì 27 agosto 2019 ]





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Mazzini, lotta di classe ed interclassismo
di Giovine Italia


Giuseppe Mazzini, come da noi ricordato in un precedente articolo, si rendeva benissimo conto tanto della necessità di un programma che raccogliesse le istanze e gli interessi della classe operaia quanto della mancanza di questo. Questi interessi, nella visione mazziniana, non dovevano però rispondere unicamente ad un bisogno materiale, ma all’applicazione di una più ampia legge morale. “Senza morale non vi è Rivoluzione”. Una mero cambio della guardia, la variazione delle persone detentrici della sovranità non è sufficiente. Quello che occorre è l’imposizione di una Legge, che Mazzini fa discendere da Dio, non unicamente economica, ma totalmente umana. Questa legge può essere da chiunque intesa, e chiunque può battersi a suo favore, da qui il suo “interclassismo”, ben diverso da quello corporativo che vorrebbe far conciliare le opposte istanze delle classi padronali e salariate. La società deve avviarsi verso un avvenire di giustizia, dove ognuno sia “padrone della totalità della ricchezza da lui prodotta”, ma anche dove lo scopo ultimo non sia la sopravvivenza, ma il miglioramento, il progresso, in un’ottica tanto individuale quanto comunitaria. La lotta di classe fondata puramente su conflitti d’interesse di natura economica non risulta quindi lo strumento più sicuro, in quanto il bisogno materiale porta l’individuo a mettere se stesso al primo posto, anche anteponendosi alla propria classe. La lotta dev’essere condotta al sistema classista in sé, ai suoi principî e ad ogni sua manifestazione, portando avanti le istanze di giustizia sociale, eguaglianza e fraternità ma scongiurando la tirannide sottomettendo la lotta ad uma direttrice profondamente morale. Strumento per questo è l’Associazione, ossia unione frsterna avente il Progresso come scopo. Si badi bene: non associazione fra padroni e sudditi, ma fra uomini liberi.


Mazzini peccó indubbiamente di idealismo nel ritenere che il suo messaggio potesse essere non solo accettato, ma addirittura compreso, dalla stragrande maggioranza del tessuto sociale italiano, in special modo la medio-piccola borghesia, che mai avrebbe rinunciato ai propri privilige in nome di una giustizia che a loro non avrebbe arrecato altro che una perdita di potere politico. Detto questo, è bene sottolineare come anche l’eccesso opposto, il materialismo economicista, non abbia che portato alla soppressione di qualsiasi istanza rivoluzionaria in nome di un caduco miglioramento della situazione materiale di pochi “capipopolo”. Come negare ciò guardando il mondo attuale, dove sono i sindacati a bloccare gli scioperi, come avvenne a Genova nel 2013, per paura delle conseguenze della lotta, dove le organizzazioni autoproclamatesi “socialiste” se non addirittura “comuniste” fungono da quinta colonna per le organizzazioni padronali neo-feudali come l’Unione Europea, o guardando ad ogni rivolta sedata da un “piatto di minestra”, da Giolitti a Tsipras. La giusta via sta nel mezzo, nell’analisi pragmatica della situazione materiale e nella guida di una direttrice morale ed ideale, via che anche se sottaciuta è stata alla base di ogni esperienza rivoluzionaria vittoriosa. I cuori non si conquistano con le discussioni sulle variazioni del saggio del profitto, né da queste sono rassicurati se stretti in un cella o difronte alla morte, né allontanati dalle possibilità di corruzione. È la bellezza di un’Idea a tener saldi i corpi davanti al fuoco nemico, a spronare verso l’incorruttibilità, il radicalismo e la coerenza.

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ARGENTINA, L’ETERNO RITORNO di Gonzalo Fiore Viani

[ lunedì 27 agosto 2019 ]L’11 agosto scorso in Argentina
si sono volte le “elezioni primarie”, considerate le prove generali delle vere e proprie presidenziali, che si terranno il 27 ottobre. La schiacciante vittoria della coppia peronista 
 Fernandez-Kirchner
e la sonora sconfitta del presidente in carica Maurizio Macri è stata un vero e proprio terremoto politico di cui la speculazione finanziaria ha subito approfittato per mettere il paese in ginocchio.

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La schiacciante vittoria nelle primarie argentine del binomio del Frente de Todos composto da Alberto Fernández e Cristina Fernández de Kirchner, che accarezza il cinquanta percento dei voti, lascia il governo argentino in una situazione di estrema vulnerabilità. Sino al giorno precedente alle primarie, nessuno poteva prevedere uno scenario di questo tipo. Un presidente sconfitto così categoricamente da diventare politicamente debolissimo, ma con il paradosso che il candidato dell’opposizione non è ancora stato eletto.

Le primarie infatti servono solo a stabilire i candidati per le elezioni di ottobre. In questa occasione, tuttavia, non c’era concorrenza tra diversi ticket presidenziali interni ai partiti e quindi le primarie hanno funzionato da prova generale delle elezioni vere e proprie. Lo stesso presidente Mauricio Macri aveva deciso di elevare le primarie a “elezioni che avrebbero deciso i prossimi trent’anni”, salvo poi abbassare il tono una volta appresi i risultati. Ma era già tardi e la sorpresa è stata di tutti, sia della maggioranza sia dell’opposizione.

Un futuro governo di Alberto Fernández sarà molto più simile al primo esecutivo di Néstor Kirchner che all’ultimo di Cristina Fernández de Kirchner. Ex capo di gabinetto della Presidenza tra il 2003 e il 2008, Alberto Fernández lasciò il governo di Cristina in seguito alla crisi con i grandi produttori agropecuari per il progetto di innalzamento del regime di tassazione sulle esportazioni, poi abortito. Negli ultimi mesi, Fernández è riuscito a cancellare tutti i fantasmi di essere considerato un “burattino” di certi interessi, in un paese che non ha mai ammesso doppi comandi. Storicamente considerato un uomo moderato, ha dimostrato tuttavia un equilibrio che è attualmente molto necessario nel paese. Il suo discorso dopo la vittoria di domenica sera è stato responsabile, nella consapevolezza che una parola in più avrebbe potuto scatenare una crisi ancora più brutale di quanto già vivano le tasche argentine.

Il peronismo, considerato praticamente morto da molti dopo tre sconfitte elettorali consecutive (2013, 2015, 2017), ha ancora una volta difeso la propria validità, già insita nella cultura politica argentina. Ciò che sembrava impossibile, ossia l’unione di tutti i settori interni del peronismo, perennemente in conflitto, è stato raggiunto dopo una mossa di scacchi magistrale e assolutamente inaspettata: lo scorso aprile Cristina Kirchner ha lanciato Alberto, un uomo critico dei suoi due governi, come candidato alla presidenza, ritagliando per se stessa il ruolo di vice.

Questo gesto ha innescato una serie di eventi che si sono conclusi con un’unità ancora più ampia di quanto si potesse immaginare all’inizio. Infatti, non solo i governatori peronisti, precedentemente critici di Cristina e alla ricerca di una “terza via” che non si è mai materializzata, sono entrati nel Fronte di Tutti, ma anche Sergio Massa, un peronista moderato che riuscì a sconfiggere il Kirchnerismo nella provincia di Buenos Aires nel 2013. Massa è stato anche candidato alla presidenza nel 2015, per poi avvicinarci a Macri, al punto da accompagnarlo nel suo primo viaggio al Forum economico di Davos all’inizio del 2016, e infine ricredersi.

Insieme ad Alberto Fernández, Cristina Kirchner e Sergio Massa, l’altro grande vincitore di queste elezioni è stato Axel Kicillof. L’ex ministro dell’economia di Cristina ha sconfitto con un impressionante margine di venti punti il leader che, sulla carta, godeva della migliore immagine nel paese: la governatrice di Buenos Aires María Eugenia Vidal. L’economista si è dedicato a percorrere in lungo e in largo con la propria auto la più grande provincia del paese per due anni. In quella che è stata una campagna austera, carica di epica peronista, Kicillof ha ottenuto ciò che la maggior parte degli analisti considerava impossibile solo sei mesi fa.

Resta solo da sapere con che margine Fernández si imporrà ad ottobre e come il nuovo presidente riuscirà a resistere alle tempeste che perseguiteranno il suo governo. Alle elezioni generali mancano 77 giorni, che nella politica argentina sono diverse eternità. Jorge Luis Borges ha scritto in Storia dell’eternità: “In un tempo infinito, il numero delle permutazioni possibili non può non essere raggiunto, e l’universo deve per forza ripetersi. Di nuovo nascerai da un ventre, di nuovo crescerà il tuo scheletro, di nuovo arriverà questa pagina nelle tue mani uguali, di nuovo percorrerai tutte le ore fino all’ora della tua morte incredibile.”

Nell’eterna e incredibile storia argentina, potrebbe accadere un altro 1989, quando nel mezzo di un clima economico catastrofico, il padre della democrazia Raúl Ricardo Alfonsín, dell’Unione Radicale Civica, dovette consegnare il mandato sei mesi prima della data stabilita dalla Costituzione al presidente eletto, il peronista Carlos Menem. In un’economia dipendente dai “segnali” dei mercati e dall’estero come quella argentina, non possono esserci due presidenti. Macri, per ora, è solo in modalità formale, è un’anatra zoppa. I numeri disastrosi dell’economia argentina, la schiacciante vittoria del peronismo e la chiara incapacità politica del presidente hanno accelerato i tempi.


* Fonte: Senso Comune