PAPA BERGOGLIO E LA TEOLOGIA DEL POPOLO di Eos

Francesco è un sacerdote legato alla prassi politica ed alla pratica pastorale più che alla pura teologia ma nonostante questo ha solide basi teologiche. 

Il fondamento teorico che innerva la pratica del Pontefice è la teologia del popolo. Quest’ultima non va però identificata con la teologia della
liberazione latinoamericana. 

La teologia del popolo si basa anzitutto sulla Rerum Novarum di Leone XIII (1891), consolidata poi in altri documenti, come la Gaudium et spes di Paolo VI, ma è una prassi teologico-politica specificamente argentina. Il popolo, in tale concezione, è concepito non come popolo-classe (concetto caro alla teologia della liberazione), bensì come popolo-nazione depositario di un’identità metafisica più che etno-naturale. La teologia del popolo si definisce tramite il documento di San Miguel (1969) elaborato dalla Conferenza Episcopale argentina, che rielabora in senso critico ed oppositivo le indicazioni di Medellin della teologia della liberazione. La teologia del popolo argentina è in rottura con Yalta in tutte le sue manifestazioni (compresa dunque la teologia della liberazione): lo spirito di Yalta è per i teologi populisti l’antispirito in atto, ovvero supercapitalismo, materialismo e marxismo. Ispiratori della teologia del popolo sono Lucio Gera, Gerardo Farrel ed il gesuita Juan Carlos Scannone, uno dei punti di riferimento di Francesco. Peraltro questo sito se ha giustamente rilevato l’errore interpretativo, assai semplicistico e fuorviante, di identificare la politica globale di Francesco con la teologia della liberazione, non ha preso in considerazione la teologia del popolo della scuola argentina.

La teologia del popolo argentina teorizza l’anadialettica in senso differente dal Dussel. Alla base di tale visione del mondo e dell’uomo vi è l’annullamento della dialettica hegeliana Servo-padrone e della concezione storico-politica schmittiana. Non è il Nemico a definire l’identità dell’oppresso, non è la contrapposizione socio-politica di sostanza economicistica a scegliere destinalmente o ontologicamente infine la via dell’oppresso, ma la prassi della conversione etica (B. Lonergan). La missione del popolo è caratterizzata dal deposito di una trascendenza mitica e pre-razionale. La spiritualità “populista” si esprime attraverso la mediazione di manifestazioni liturgiche collettive, di cerimonie legate ai sacramenti, di riti frutto di una rivelazione sapienziale originaria. Il metodo del discernimento scientifico-filosofico, caro alla scuola gesuita, è finalizzato alla nuova

supremazia di una cultura mitica ed organicistica, comunitaristica e rituale, che superi tanto i dogmi neo-marxisti della teologia della liberazione quanto il supercapitalismo atomista (più che individuale) liberista disumanizzante e agnostico d’occidente. La teologia del popolo postula una visione antagonista alla globalizzazione dei mercati e della tecnocrazia, in nome di un universalismo non capitalista e solidaristico, in cui oppressi e oppressori scelgano consapevolmente la ecumenicità organicistica, scartando la fallimentare ipotesi dello scontro frontale e della reciproca distruzione.

In questa linea, l’Argentina presenta caratteristiche significative. Juan Domingo Peròn, presidente della Nazione dal 1946 al 1955, sviluppò, ben prima di Nasser e Gheddafi, la concezione della Terza Via universale oltre capitalismo e marxismo, vedendo in Yalta la tomba sionista mondiale dell’autodeterminazione popolare e democratica, Terza via la cui eco è tuttora profonda nel paese. Peròn aveva fondato la sua politica con il contatto mistico e “sovrannaturale” con il popolo, identificato con i ceti oppressi più poveri. La teologia del popolo rispetta essenzialmente l’adesione di gran parte del popolo argentino a tale movimento, senza per questo identificarsi totalmente con la teologia politica e sociale peronista. Sarebbe anche interessante considerare quanta mistica politica e civile di azione evitista (da Evita Peròn) vi sia nella teologia del popolo, ma questo non può essere qui e ora approfondito. Tale concezione è tuttora presente nella vita politica e culturale latinoamericana: il bolivarismo venezuelano, ad esempio, non sarebbe concepibile altrimenti. Più volte Chavez si definì Peronista. 

Papa Francesco è venuto per liberare gli ultimi esaltando la dignità della persona; egli ha guidato i lavori di redazione del documento finale della Conferenza di Aparecida (2007), momento significativo per l’affermazione della teologia del popolo. Lui stesso viene dal popolo ed ha sempre considerato il popolo al centro della pastorale, integrando la teologia di Blondel e Guardini, di cui egli è particolarmente debitore, con la visione spirituale del popolo e della comunità di Dostoevskij. Il pontefice considera centrale l’azione e la testimonianza personale, sviluppando la teoria del maestro Ismael Quiles. Il concetto di liberazione integrale dell’uomo, compreso il capitalista o il magnate di banca, è un pugno al cuore dell’individualismo e del materialismo delle società civili occidentali o occidentalizzate.


Papa Francesco non è un continuatore del precedente pontefice Ratzinger, che fu ancora fermo all’euroccidentalismo strategico di fronte ad una selvaggia globalizzazione, né tantomeno il papa di Soros, come predicano i sovranisti di destra. Egli ha scelto la via strategica Sud del mondo verso Sud del mondo, possibilmente con il Nord, a meno che nel Nord non prevalga la logica ipercapitalista dell’egoismo e della chiusura al mondo. Non è considerabile eretico, come sostengono taluni vaticanisti della destra conservatrice filoisraeliana islamofoba, a meno si voglia considerare eretico il Concilio Vaticano II o addirittura non si vogliano rimettere in discussione gli ultimi due secoli e mezzo di storia politica cattolica.


Nonostante Francesco abbia dato dimostrazione di essere l’unico statista “occidentale” che fustighi la demonia alienante e disumanizzante del capitalismo e del mercato che non fa che produrre “schiavitù spirituale….insoddisfazione e soprattutto tristezza….tristezza individualista che rende tutti schiavi” — Cfr. Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti del II incontro mondiale dei movimenti popolari; nonostante abbia dato in più casi dimostrazione di uno stile antiretorico e secco fondato sulla parresia, sul coraggio di essere piccoli di fronte alla logica plutocratica dei G8 o G7 e dei grandi della terra ; nonostante abbia ridicolizzato sul campo i vari leader europei od europeisti, come nel caso del 25 marzo 2017 quando il milione di fedeli di Bergoglio a Milano oscurarò e silenziò l’incontro della cupola europeista a Roma e Francesco, di recente, si sia saggiamente ben guardato dal condannare la Brexit fornendole un significativo avvallo; noi non crediamo, nonostante tutto questo, si possa parlare, almeno sino ad ora, di un Governo rivoluzionario a Roma. 

Francesco, eccelso statista globale, sicuramente il più saggio e equilibrato in Occidente, non ha saputo adeguatamente opporsi al genocidio di umili e oppressi in Medio Oriente; il connubio, per quanto fortuito e tattico, tra fanatici terroristi takfiriti [1] anticristiani e Sionisti ha prodotto macerie e sangue cristiano come all’epoca dei martiri protocristiani. Francesco ha fatto l’apologia del migrante, arrivando su questo tema all’ossessione ed alla nausea ma si è ben guardato dal fare concretamente e simbolicamente degli oppressi cristiani di Gaza o di Maalula il cuore e l’asse della Resistenza globale all’oppressione imperialista e capitalista del Nord plutocratico del pianeta. Viceversa, come nel recente indirizzo dato ai fedeli nel corso della santa giornata del santo Stefano, egli continua a indicare nel martire protocristiano il simbolo e il prototipo stesso, l’alfa e l’omega del cristianesimo. 

Questo lo scacco del bergoglismo. Lo scacco di una linea rossa che nell’intero occidente sionista non si può superare e trascendere anche quando innervati e animati dalla più pura e alitante volontà morale. 

NOTE

[1] Il takfirismo è la “accusa di miscredenza” (sorta tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo) che alcuni musulmani puritani e intrasingenti rivolgono anzitutto ad altri musulmani.  Il termine si basa sulla pretesa di bollare un musulmano sunnita o sciita di “empietà massima” e “apostasia”. Il takfirismo viene spesso, a torto, equiparato al jihadismo. In verità non tutti i musulmani che seguono il Jihad possono essere definiti takfiriti (ad esempio al-Qaida). Non c’è dubbio che il takfirismo è l’elemento ideologico e identitario caratterizza oggi giorno lo Stato Islamico.




AVVISO IMPORTANTE AI LETTORI DI SOLLEVAZIONE

SOLLEVAZIONE celebra il suo decimo anno di vita. 

Di strada ne abbiamo fatta. Quando demmo vita a questo “foglio telematico” (erano gli inizi di dicembre del 2009), avevamo poche decine di lettori al giorno. Oggi siamo a migliaia. La tabella sopra (statistiche fornite da blogger, la piattaforma di Google

su cui sta SOLLEVAZIONE) ci dice che abbiamo superato, negli ultimi 30 giorni, le 170mila letture di articoli, che fa circa 5.600 letture medie quotidiane. Dall’inizio della avventura siamo a quasi 7 milioni di articoli letti. Abbiamo articoli (in dieci anni ne abbiamo pubblicati 5400, nel novanta per cento dei casi scritti da noi) che nel tempo hanno avuto decine di migliaia di letture.

Non male, visti i tempi, per un blog politico, che per di più non nasconde di essere organo di un’organizzazione.

Cogliamo l’occasione per ringraziare i nostri collaboratori ed i nostri lettori, molti dei quali, facendo circolare sui social quanto scriviamo, hanno contribuito al successo.
Detto questo veniamo ad una nota dolente.

Da circa venti giorni SOLLEVAZIONE non può essere letta da chi usa Chrome
come browser

Un bel problema visto che, sempre le statistiche di blogspot dicono che Chrome, browser di Google, viene usato da circa il 43% dei nostri lettori. 

Da venti giorni, assieme ai compagni che di informatica se ne intendono, abbiamo cercato di venire a capo del guaio, senza successo.

La sola causa plausbile, a questo punto, sembra l’incompatibilità tra il template — modello grafico del blog e che usiamo oramai da anni ed a cui siamo molto affezionati—  e la piattaforma blogspot.

Ci vediamo quindi obbligati a cambiare template, nella speranza così di fare in modo che SOLLEVAZIONE ritorni accessibile a chi naviga con Chrome.

E siccome siamo alle porte dell’anno nuovo, dal primo gennaio SOLLEVAZIONE cambierà aspetto. In redazione stiamo vagliando, tra i diversi modelli, quello più consono ad un blog come il nostro. 

Speriamo che la nostra scelta sia da tutti voi considerata accettabile.

Buon 2020!










GRETA E LA NARRAZIONE TOSSICA di Piemme

Qui accanto la copertina del Time dedicata a Greta Thumberg, scelta come “persona dell’anno”.

Veniamo a sapere che fra poco uscirà un documentario a lei dedicato, dal quale si scopre che la ragazza è stata seguita sin dal primo giorno del suo sciopero scolastico.

Che il personaggio fosse stato fabbricato in laboratorio era difficile, tranne che per gli ingenui, avere dei dubbi.

La cetezza che alle spalle di Greta ci fosse una diabolica regia ha spinto molti non solo a condannare senza se e senza ma come “gretini” tutti qui giovani e giovanissimi che sono scesi in piazza contro la minaccia del cambiamento climatico, ma anche a considerare una specie di colossale truffa quella dell’allarme per il pessimo stato di salute dell’ecosistema.

Su questo blog abbiamo scritto molto sul tema dell’aumento della temperatura, se esso abbia anzitutto cause antropiche o se non si tratti invece di uno dei tanti mutamenti intrinseci conosciuti dal pianeta. Abbiamo dato voce ad entrambi questi punti di vista.

Per la cronaca: contro i tifosi di Greta Leonardo Mazzei avanzava il sospetto che lo scopo recondito di tanto allarmismo climatico era quello di riportare in auge il nucleare. Sospetto che poi si è rivelato non solo plausibile ma provato. Ecco infatti che il 28 novembre 2019 il Parlamento europeo a Bruxelles ha votato a favore dell’energia nucleare, in quanto essa è definita come “CO2-free e clima-neutrale”. 
“Piccolo” particolare la Greta, sulla sua pagina facebook, sul nucleare (il suo Paese è uno di quelli che ne fa più uso) ha scritto:

«Personalmente sono contraria all’energia nucleare, ma secondo l’Ipcc può essere la piccola parte di una grande soluzione per avere energia non carbon, soprattutto nei paesi e nelle zone che non hanno la possibilità di avere un rifornimento di energia rinnovabile su larga scala — anche se è estremamente pericolosa, costosa e che richiede tempo. Ma lasciamo il dibattito fino a quando non inizieremo a guardare al quadro complessivo».

Mettiamola così: l’ha detta giusta il presidente russo Vladimiri Putin il quale, nella conferenza stampa di fine anno, ha affermato che “Il riscaldamento globale è una minaccia per la Russia e per il mondo ma nessuno conosce le origini del cambiamento climatico”. L’affermazione è stata intepretata così da certi ambientalisti occidentali: “Putin come Trump: il cambiamento climatico non è colpa dell’uomo“.

Ecco, qui sta la vera trappola, tutta ideologica e politica, del fenomeno Greta: la “colpa” non è di un dato sistema di produzione e di consumo (quello capitalistico basato sulla produzione illimitata di merci e per cui ogni merce è prodotta anzitutto per dare profitto); la “colpa” è… dell’uomo. Una colpa radicale, ontologica, ricadrebbe dunque sulla nostra specie, considerata per sua stessa natura una minaccia per la vita sulla terra.

Tanti amici, troppi per la verità, perdono tempo a discettare su chi ha architettato il  fenomeno mediatico di Greta Thumberg ma sorvolano bellamente sulla tossica pericolosità della narrazione politica e ideologica che effettivamente vi sta dietro. Essi pensano così di essere dei radicali ma non si avvedono che guardando al dito e non alla luna finiscono per essere impigliati nella trappola “gretinica”, quella per cui si condanna “l’uomo” per quindi assolvere il sistema capitalistico.

Forse esagero ma considero questo ambientalismo tossico, non solo funzionale al sistema dominante ma l’ultimo colpo di coda del nichilismo occidentale. Qual è infatti il tratto forse più peculiare del nichilismo: non solo una radicale sfiducia verso il genere umano, ma la negazione che esso abbia fattuale capacità emancipativa. Con l’addendum per cui occorrerebbe sottrargli ogni dominio sul mondo per affidarlo alle tecno-scienze, all’intelligenza artificiale, ad algoritmi e macchine in grado non solo di riprodurre attività proprie dell’intelligenza umana ma di superarla per alla fine dominare sul genere umano, considerandolo non solo arcaico ma pericoloso.

E’ contro questo ambientalismo tossico, tutto funzionale al sistema, che va condotta la battaglia, anche e anzitutto dentro il movimento Friday for Future, per evitare che tanti giovani, pur animati da buone intenzioni, finiscano per… fare la guerra per il Re di Prussia.

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FRANCIA: 25° GIORNO DI SCIOPERO

Tanti sono i fatti accaduti nel 2019 che ci lasciamo alle spalle.
Tra questi ci piace ricordare le rivolte popolari che hanno scosso diversi paesi. Quella in Ecuador, quella dei cileni, che non demordono malgrado la durissima repressione (ieri è stato ammazzzzato il 29° manifestante). Vogliamo ricordare le
sollevazioni in Algeria, nonché quella libanese, e l’ancor più straordinaria rivota popolare irachena che vede nell’occupazione (che dura da due mesi) della centrale piazza Tharir a Baghdad.

Sollevazioni che di contro a quella di segno opposto di Hong Kong hanno un tratto in coune: il rifiuto delle politiche austeritarie e neoliberiste.
Un’onda destinata a durare e che è giuntan nel cuore dell’Europa con lo sciopero generale francese, giunto oggi al 25° giorno di sciopero.

Abbiamo detto l’essenziale sulla battaglia in corso oltralpe.
In Francia il popolo lavoratore fa sul serio, non è andato in vacanza. L’unica festa ammessa è quella che si vuole fare a Macron. In questo senso, e non solo per le forme di lotta che giungono fino al sabotaggio, il movimento di scioperi raccoglie il testimone dei Gilet Gialli, i cui tanti rivoli sono in gran parte confluiti in esso.
In solidarietà coi fratelli francesi pubblichiamo alcune immagini che parlano da sole.

  
 



PARAGONE HA RAGIONE

La tenaglia del bipolarismo si stringe attorno al collo del Movimento 5 stelle. La crisi finale sembra essere alle porte. 
Contro le due tendenze, quella che tira verso il centro-destra e l’altra verso il centro-sinistra, inizia a configurarsi la terza….






NO AL REFERENDUM LEGHISTA di Piemme

Il 20 novembre scorso la Cassazione ha purtroppo dato il via libera al quesito referendario presentato da otto regioni a guida leghista. 

Di che si tratta? Il referendum mira a cancellare la quota proporzionale del Rosatellum estendendo i collegi uninominali al 100% del territorio nazionale. L’ultima parola,
presumibilmente a gennaio, spetterà tuttavia alla Corte Costituzionale che deciderà sull’ammissibilità del quesito.

La “bomba atomica”


Il giorno dopo il parere della Cassazione l’ideatore del defunto Porcellum, Roberto Calderoli ha dichiarato:

«Ci siamo! L’ordinanza con cui la Corte di Cassazione ha dato il via libera al quesito referendario per l’abolizione della quota proporzionale della legge elettorale vigente, rappresenta il big bang del cambiamento, la bomba atomica che esplode spazzando via tutti i rigurgiti proporzionalisti di chi vorrebbe continuare con i giochini di Palazzo. (…) Questo via libera rappresenta un passaggio fondamentale per arrivare alla richiesta di un referendum abrogativo in materia elettorale finalizzato a ritornare ad un sistema elettorale che sia realmente maggioritario, per cui finalmente chi vince governa e chi perde va all’opposizione, chiudendo per sempre la fase dei giochini di palazzo finalizzati a nascite di Governi che non rispettano la volontà del popolo. Cosi’ finalmente a decidere sarà il popolo e non il Palazzo».

Il lupo travestito d’agnello, col pretesto di porre fine ai “giochini di palazzo”, ritorna all’attacco proponendo un referendum che, ove ottenesse la maggioranza, configurerebbe l’entrata in vigore di una legge-elettorale-truffa che, consegnando ad una minoranza politica la maggioranza di seggi in Parlamento, gli darebbe la facoltà di formare il governo e blindarlo. In effetti una vera e propria “bomba atomica” contro la Cosituzione e il principio dei rappresentanza per cui il Parlamento deve riflettere l’orientamento politico dei cittadini. Il tutto, beninteso, in nome del principio per cui la “governabilità” viene prima della democrazia.

Non “ci siamo”, ma ci risiamo!  

Calderoli non difetta di ostinazione. Nessuno dimentica il Porcellum, l’infame e antidemocratica legge elettorale n.270 del 2005 che attribuiva un enorme premio di maggioranza alla coalizione che arrivava prima e che istituiva le liste bloccate (con cui gli italiani in effetti votarono nel 2006, 2008 e 2013).  

Sia chiaro, il Porcellum non era frutto di un improvviso conato delle destre, esso veniva dopo che già il centro sinistra, a partire dal referendun Segni del 1993, in base al quale venne subito dopo adottato — indelebile macchia dii disonore dell’attuale Presidente della Repubblica —  il Mattarellum, sistema demolì il sistema elettorale proporzionale (il solo che sia coerente con lo spirito della Costituzione del 1948) e che diede i natali alla Seconda repubblica basata sul bipolarismo secco.

Era talmente evidente che il Porcellum confliggeva con la Costituzione che la Suprema Corte, con la pur molto discutibile e controversa sentenza 1/2014, lo dichiarò incostituzionale. E così sopraggiunse il pasticciato Rosatellum.

Logica vorrebbe che la Corte Costituzionale respinga il quesito proposto dalla Lega salviniana e dal centro-destra (Forza italia e Fratelli d’Italia compresi).

Nessun dorma!

Non c’è tuttavia da stare tranquilli. E non solo perché tra le pieghe della controversa sentenza del 2014 ci sarebbe spazio per giustificare la preminenza del cosiddetto “principio di governabilità” su quello della rappresentanza.

Tra le fila dell’élite e dei poteri forti (il cui referente politico primario resta pur sempre il PD) prevale l’idea di sostenere l’iniziativa leghista.

Ne è una prova quel che ha scritto Paolo Mieli sul CORRIERE DELLA SERA del 23 dicembre.
Il titolo è programmatico: “Il ritorno dei due poli“.

Cosa ci dice il Mieli in buona sostanza. Che la fine annunciata del M5s e il suo incorporamente in un nuovo centro-sinistra di fatto conduce al ritorno al bipolarismo, e che questo ritorno “produrrà nel lungo periodo un effetto di stabilizzazione del sistema”. 

L’élite euroliberista che conta non nasconde quindi il proprio appoggio al referendum leghista, esulta anzi, poiché considera questa mossa del gruppo salviniano (dopo le dichiarazioni pro-euro e pro-Draghi come primo ministro) come la dimostrazione che esso si è lasciato definitivamente alle spalle certo sovversivismo sovranista, la prova della sua affidabilità, che per i poteri forti non ci sarebbe nulla da temere ove salvini salisse al governo.

E’ dunque chiaro come questo “ritorno” al bipolarismo sarebbe una sciagura. Una sciagura che dev’essere sventata. Le forze democratiche battano un colpo! Facciano sentire la loro voce il giorno in cui la Suprema Corte si esprimerà.

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SARDINE: L’ARROGANZA DI UNA MINORANZA di Leonardo Mazzei

Né ridere né piangere. Né sopravvalutare né sottovalutare. Torniamo a fare analisi del “movimento delle sardine”. Che sia “spontaneo” oppure un prodotto di laboratorio non cambia la sostanza: Salvini è il bersaglio, il fine è debellare “populismo” e “sovranismo”. Per questo esso è funzionale al regime dell’élite euro-liberista.

SARDINE A NATALE

Le sardine manifesteranno a Bologna il prossimo 19 gennaio, cioè esattamente una settimana prima del voto regionale in Emilia Romagna. Forse basterebbe questo a chiudere il discorso su quale sia la loro funzione. Ma di questi tempi ci si emoziona per poco, specie quando entra in campo la piazza.

Secondo il modo di ragionare di certuni, il fatto che la gente manifesti sarebbe di per sé positivo. E questo indipendentemente dalle motivazioni, dai contenuti, dagli obiettivi, dai settori sociali realmente coinvolti nella mobilitazione. Il buffo è che queste argomentazioni vengono spesso da quella “sinistra” che considera i cortei della destra salviniana come redivive adunate fasciste dell’Italia che fu. Eppure anche quella è gente che scende in piazza…

Ma lasciamo perdere queste corbellerie. Il fatto è che la grande stampa continua ad enfatizzare il fenomeno in tutti i modi, segno inequivocabile di come ci si trovi di fronte ad un movimento sistemico, gradito come nessun altro alle neoliberali oligarchie dominanti. Tutto ciò è chiaro come il sole, ma siccome la confusione sotto il cielo è grande, non sarà male provare a fissare in alcuni punti un giudizio più netto su queste piazze benpensanti. Ecco perché ci occuperemo delle sardine a Natale. 

LE SARDINE: UN MOVIMENTO NEO-CONSERVATORE

Come tutte le cose del mondo, anche le sardine hanno le loro contraddizioni. Ma questo non significa che non abbiamo un’anima. O, come dice qualcuno (magari per criticarle), che non abbiano contenuti. L’anima c’è, ed è quella della conservazione. I contenuti ci sono, e sono quelli della delega alle istituzioni e ancor più ai “competenti”, cioè di fatto ai funzionari del capitale, ai tecnici delle oligarchie finanziarie che dominano il nostro tempo.

Esageriamo? A leggere i sei punti delle sardine sembrerebbe proprio di no:

«1. “Pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a fare politica invece che fare campagna elettorale permanente”. 2. “Pretendiamo che chiunque ricopra la carica di ministro comunichi solamente su canali istituzionali”. 3. “Pretendiamo trasparenza nell’uso che la politica fa dei social network”. 4. “Pretendiamo che il mondo dell’informazione protegga, difenda e si avvicini il più possibile alla verità”. 5. “Pretendiamo che la violenza, in ogni sua forma, venga esclusa dai toni e dai contenuti della politica”. 6. “Chiediamo alla politica di rivedere il concetto di sicurezza e, per questo, di abrogare i decreti sicurezza attualmente vigenti”».

Comincio ad avere una certa età, ma non ricordo una piattaforma più conservatrice di

questa. Forse un precedente si può trovare nella cosiddetta “maggioranza silenziosa” degli anni settanta del secolo scorso, ma quel movimento aveva almeno la dignità di presentarsi per quel che era: un raggruppamento conservatore, e financo reazionario, animato da una borghesia lombarda spaventata dalle lotte sociali di quegli anni. Ma adesso?

Adesso è il momento del politicamente corretto all’ennesima potenza. Un trucco per far passare contenuti ultra-conservatori senza neppure doverli dichiarare. O meglio, dichiarandoli in forma obliqua e grillesca come oggi si conviene.

Passiamo allora brevemente in rassegna questi sei punti. Il primo — chi è stato eletto se ne stia chiuso nelle istituzioni — è certo pensato contro Salvini, ma esprime un concetto gravissimo, quello di una politica che deve stare nel Palazzo, sorda e distante dal popolo e dai suoi problemi. Il secondo — chi è al governo comunichi solo attraverso i canali istituzionali — è un rafforzativo del primo, che fa però da battistrada al terzo sull’uso del social network e, soprattutto, ad un quarto punto che mira chiaramente all’istituzione di un controllo dall’alto sull’informazione. Queste pretese, viste nel loro insieme, configurano di fatto la richiesta di un orwelliano Ministero della Verità, rafforzato peraltro da quella di equiparare la violenza verbale a quella fisica.


Su tutto ciò ha scritto assai acutamente una persona solitamente ben distante dal mio modo di pensare, Barbara Spinelli. La quale, oltre a picchiar duro sui cinque punti di cui sopra, ha così liquidato pure il sesto sull’abrogazione dei “decreti sicurezza”:

«È l’unico punto veramente sensato, ma se la pretesa sulla violenza contenuta nel numero 5 (applicata in vari ambiti: media online e offline, manifestazioni pubbliche etc.) viene inserita nei decreti riscritti, è meglio forse tenersi quelli di Salvini».

Qui, al di là dell’analisi di dettaglio, quel che conta è il messaggio che le sardine vogliono trasmettere. Un messaggio che narra un Paese immaginario, un’Italia senza problemi (nessuna questione sociale viene mai citata, nemmeno di striscio) se non fosse per la comunicazione politica troppo urlata dai “populisti” e dai “sovranisti”. Roba da non credere, ma è così. 

Leggiamo, ad esempio, quel che ha detto Mattia Santori nel comizietto del 14 dicembre a Roma:

«Da sempre abbiamo chiesto un linguaggio politico più rispettoso delle vite degli italiani e che rispecchi la complessità della politica. Vogliamo che la politica torni ad essere qualcosa di complesso e andiamo a parlare dove e prima che il sovranismo arrivi. Noi cerchiamo di arrivare ai cervelli prima che si arrivi alle pance».

Ora, un movimento si giudica da tante cose, ma i primi elementi di giudizio non possono che essere il programma e l’ideologia del suo gruppo dirigente. E questi elementi ci dicono solo una cosa, che siamo di fronte ad un movimento neo-conservatore, con aspetti chiaramente reazionari. Ovviamente — ça va sans dire — stiamo qui parlando di un conservatorismo di tipo nuovo, del tutto opposto non a caso a quello salviniano, fatto invece di croci e madonne.

E’ il conservatorismo di chi non vuol neppure immaginare una crisi della globalizzazione capitalista, figuriamoci la sua messa in discussione. E’ il conservatorismo di chi non vede altra strada al di fuori del dogma europeista. Ma è anche, e bisogna dirlo con la durezza necessaria, il conservatorismo di chi sta meglio, di chi ha pagato meno la crisi, di chi sente meno l’austerità, di chi certo non ha il problema del lavoro e della precarietà. Detto in sintesi, quello delle sardine è un “popolo” largamente sovrapposto a quello delle Ztl che ancora vota Pd.


LE SARDINE: L’ARROGANZA DI UNA MINORANZA


Non sempre va in piazza chi sta peggio, chi è più oppresso, più sfruttato. Oggi, siccome certe piazze son chiamate dai media di lorsignori, talvolta ci va proprio chi vuol difendere i propri privilegi, piccoli o grandi che siano, reali o percepiti che siano, attuali o solo potenziali e di prospettiva. Privilegi non solo economici e di classe, ma legati anche all’appartenenza al club degli abilitati all’esercizio del potere – piccolo o grande, anche qui poco importa – per una sorta di grazia divina che da un quarto di secolo accompagna l’area larga del super-partito piddino.

Su cosa sia questo super-partito abbiamo già scritto due settimane fa:

«Il problema è che il Pd non è banalmente un partito. E’ qualcosa di meno — si pensi alla patetica figura del suo segretario politico —, ma è soprattutto qualcosa di più: il vero perno di un sistema che fa della sua sudditanza all’oligarchia eurista l’alfa e l’omega della propria ragion d’essere. Prodi, uno dei padri dell’euro, non è iscritto al Pd ma è Pd. Monti non è del Pd, ma è Pd. Mattarella non è iscritto al Pd, ma è Pd. E si potrebbe a lungo continuare con una lunga sfilza di nomi, oggi tutti — guarda caso — spinti sostenitori delle sardine. E questo per il semplice motivo che le sardine non sono semplicemente ascrivibili al Pd come partito, ma sono senza dubbio Pd nel senso del super-partito sistemico della conservazione eurista».

A questo c’è da aggiungere che l’attuale partito di Zingaretti è solo l’ultima mutazione di quello che il grande Costanzo Preve definiva come “serpentone metamorfico Pci-Pds-Ds-Pd”. Una mutazione, quella che ha portato da Gramsci e Togliatti a Renzi e Veltroni, che non ha bisogno di particolari commenti. Idem per quella che ha visto il passaggio dalla difesa degli interessi dei lavoratori alla diretta promozione del loro schiavismo tramite il jobs act.

Se tiriamo in ballo l’azzeccata metafora del serpentone previano è perché questa incessante trasformazione non è ancora finita. E non è finita perché non può finire. Non solo perché, notoriamente, al peggio non c’è limite, ma soprattutto perché nuovi travestimenti sono necessari affinché l’inganno possa continuare. Che le sardine abbiano qualcosa a che fare con questa esigenza lo dirà solo il tempo, ma sospettarlo è più che lecito.


Quel che è certo è che il movimento delle sardine rappresenta in tutto e per tutto gli interessi del blocco dominante. Ma così come quel blocco non è più da tempo maggioritario nel Paese, neppure le sardine che stanno lì solo per rivitalizzarlo, lo sono. E’ questo un altro punto su cui bisogna essere chiari.

Le sardine non sono pura invenzione. La società non è spaccata, come narrano alcuni confusionari, tra un 99% che sta sotto ed un modesto 1% che sta sopra. Questa semplificazione è ridicola. E, se presa davvero sul serio, foriera di drammatici errori. In realtà la punta della piramide è ben più ristretta dell’1%. Ma tra quel vertice ed il grosso del popolo lavoratore c’è un consistente strato — anch’esso assai variegato al suo interno — che identifica ancora i propri interessi (ed avrà qualche buon motivo per farlo) con quelli della ristrettissima cupola che comanda. E’ questo il blocco sociale da cui sono spuntate le sardine. Un blocco che ha ancora una forza consistente, ma che — repetita iuvant — non è più maggioritario. Che se invece lo fosse, le sardine sarebbero rimaste tranquille nelle loro Ztl.

Quando, come nei sei punti citati, le sardine pretendono di dettare il bon ton della comunicazione politica, esse mostrano non la gioiosa speranza trasformatrice dei movimenti popolari, bensì l’arroganza tipica di chi è avvezzo se non a comandare, quantomeno a stare sempre dalla parte di chi il potere lo ha. Un’arroganza sempre da respingere, tanto più oggi che è oltretutto minoritaria nella società.

LE SARDINE: IL FALSO BUONISMO DI CHI ODIA IL POPOLO

Tante sarebbero ancora le cose da dire. Ma ci soffermiamo su una, particolarmente diffusa. Per alcuni il momentaneo successo di questo pittoresco movimento ittico starebbe nel suo buonismo, nel suo essere “per” anziché “contro” qualcosa. Questo modo di vedere le cose mi pare un abbaglio assai clamoroso.

Le sardine dicono di essere in piazza contro l’odio, ma in realtà sono lì per esprimere il loro odio verso Salvini. Il quale – sia detto con la massima chiarezza – è assai spesso veramente odioso, ma è una strana lotta contro l’odio quella che muove proprio dal disprezzo per una forza politica (che in Salvini si riconosce) che ha il consenso del 30% degli italiani.

Senza scomodare l’odio, si può tranquillamente lottare contro Salvini contestandone l’impostazione culturale, le posizioni politiche, le singole proposte. Si può farlo anche (ed a ragione) criticandone il linguaggio becero e tracotante, ma perché farne il tema esclusivo di una mobilitazione come quella attuale? L’unica spiegazione di questa monotematicità sta nel fatto che i signorini che han dato vita alle sardine con Salvini hanno in comune assai più cose di quel che sembra. Di certo ne condividono la visione neoliberista, mercatista e privatizzatrice. Quel che non gli piace, invece, è la sua torsione nazionalista, sia pure di un nazionalismo ancora bizzarramente confuso con le origine padane della Lega.

 Ma c’è di più. Questa ossessione per Salvini è un comodo alibi per non parlare d’altro. Ad esempio delle malefatte di chi è attualmente al governo. Meglio ancora delle cause più profonde — dall’appartenenza all’Unione europea, al cappio rappresentato dall’euro — del degrado del Paese. Di tutto ciò non si parla perché proprio non se ne vuol parlare, ma la collocazione nel campo dell’euro-dittatura è ben rappresentata dal fatto che (a differenza delle altre) le bandiere dell’Ue sono sempre ben accette nelle piazze sardinate. Per giunta proprio nelle settimane in cui si è finalmente aperta la discussione sulla trappola del Mes, altro tema che per le sardine non esiste.

La lotta all’odio è dunque solo un’odiosa messinscena, e l’odio per Salvini nasconde invece l’odio per un popolo che non ne può più di un politicamente corretto che è servito solo a coprire il massacro sociale degli ultimi dieci anni, a rendere indiscutibili le verità dei dominanti.

Quel che è certo è che il successo delle sardine si spiega proprio con la chiara identificazione del nemico, altro che buonismo! In quanto poi all’essere “per” anziché “contro”, proprio non si capisce di cosa si stia parlando. Se i “per” sono i sei punti di cui ci siamo occupati (ed altro al momento non ci è noto) c’è solo da rabbrividire, dato che si tratta del più osceno sostegno alle oligarchie dominanti che si abbia avuto il coraggio di pubblicare negli ultimi decenni.

Chiudiamo sul punto con una semplice osservazione di buon senso. Come non vedere come tanto antisalvinismo sia in realtà la miglior benzina per la propaganda salviniana? Alle sardine il Salvini truce ed offensivo fa comodo – una conferma perfetta di quanto pericoloso sia il nemico contro il quale si manifesta. Al tempo stesso è del tutto evidente come queste manifestazioni a senso unico, tanto più in quanto mute sulle vere questioni che assillano la maggioranza delle persone, facciano la fortuna di Salvini, facendolo così apparire come il vero nemico delle èlite anche quando – come in queste settimane – elemosina un posto nel PPE e si pronuncia per Draghi al Quirinale o (via Giorgetti) a Palazzo Chigi. 

LE SARDINE: PERCHE’ NON PRENDERLE A PESCI IN FACCIA?

Veniamo adesso alla questione di quale sia il modo migliore di rapportarsi alle sardine, un tema che sta animando una certa discussione. Prima di farlo, però, due parole vanno spese sulla lettera scritta dai quattro promotori bolognesi e pubblicata da la Repubblica del 20 dicembre scorso.

Nella lettera, i quattro si presentano come anime candide momentaneamente sottratte al normale scorrere della loro vita. Ci raccontano delle fatiche dell’ultimo mese, perfino del sonno che hanno perso, poverini! Tutto ciò per concludere che (per ora, aggiungiamo noi) non faranno un partito. Per dirlo scelgono il solito linguaggio ambiguo tipico dei nostri tempi:

«Le sardine non esistono, non sono mai esistite. Sono state solo un pretesto. Potevano essere storioni, salmoni o stambecchi. La verità è che la pentola era pronta per scoppiare. Poteva farlo e lasciare tutti scottati. Per fortuna le sardine le hanno permesso semplicemente di fischiare»

Un “pretesto”, ovvio che è così. Ma un pretesto per fare che cosa? Altrettanto ovvio che non ce lo dicano. Nel frattempo, l’abbiamo scritto all’inizio, la mobilitazione è pronta per il 19 gennaio a dar manforte a Bonaccini nella piazza di Bologna. D’altronde, la frase

centrale delle conclusioni dei quattro è chiara quanto mai: «La condivisione dello stesso male ci ha resi alleati coesi, ha unito il fronte». Altro che movimento “per”! Ciò che li rende uniti è proprio la condivisione del nemico, che ovviamente non è rappresentato dalle oligarchie dominanti, ma da quella particolare variabile populista – ma tutt’altro che anti-sistemica – rappresentata dalla Lega. Insomma, per le sardine l’attuale dominio di classe del blocco dominante è sacrosanto, bisogna solo assicurarsi che esso possa proseguire con le “buone maniere” dei Monti e dei Draghi.

Che di fronte ad un simile programma ci sia chi a sinistra prende fischi per fiaschi non stupisce, ma neppure può essere passato sotto silenzio. Questo pittoresco fenomeno della sinistra sardinata spiega in realtà molte cose dell’attuale egemonia della destra. Del resto, quando si perde la bussola dell’analisi concreta della situazione concreta, tutto può capitare.


Leggiamo, ad esempio, l’entusiastico commento di Sinistra Anticapitalista sulla manifestazione di Roma:

«Quella del 14 dicembre è stata una grande manifestazione, come non se ne vedevano da troppi anni a sinistra, una manifestazione di popolo che ha riempito piazza S. Giovanni di decine di migliaia di persone (più di centomila secondo gli organizzatori) animate da sentimenti antifascisti e antirazzisti. Tanti e tante lavoratori e lavoratrici nativi e migranti, giovani, si sono incontrate/i dalle prime ore del pomeriggio con le variopinte sardine per riprendersi la piazza storica della sinistra, dopo la manifestazione del 19 ottobre delle destre reazionarie».

Non solo (e qui non ridete troppo, che è Natale e bisogna essere buoni):

«Vicino alla statua di S. Francesco si erano dati appuntamento le sardine anticapitaliste di Sinistra Anticapitalista, le sardine rosse di Rifondazione, i migranti delle sardine nere organizzati con Potere al popolo, il coordinamento per il ritiro di ogni autonomia differenziata e diversi altri pezzi della sinistra radicale romana».

Ammazzate oh!

Bene, se Sinistra Anticapitalista ha almeno il merito di rendere evidente ciò che non si deve fare, come rapportarsi allora a questo movimento?

Naturalmente, e questo vale in generale, chi ha buone ragioni e validi argomenti (come pensiamo di averli noi della sinistra patriottica) deve parlare con tutti, al limite (se lo si reputa utile) perfino col carceriere e col boia. Figuriamoci se non lo si può fare con le sardine o con la base leghista! Il problema è cosa pensiamo di tirarne fuori. Se puntare ad una conversione anticapitalista, tramite apposita e variopinta infiltrazione come quella poc’anzi citata, è semplicemente patetico, cos’altro di concreto si può fare?

Bene, in proposito le idee hanno da essere piuttosto chiare. Se è certo vero che un movimento allo stato iniziale è sempre inevitabilmente magmatico e contraddittorio, il modo migliore di separare il grano dal loglio non è l’acquiescenza, tantomeno la subalternità. Il modo migliore è la piena autonomia di giudizio, nel caso specifico l’aperta denuncia dell’operazione politica in corso.

Per aprire gli occhi a chi eventualmente fosse disposto a farlo, la scelta migliore è dire le cose come stanno. A volte un (metaforico) pugno nello stomaco è più salutare di tante ed ambigue carezze. La verità talvolta è dura, ma la verità è pur sempre la verità. Le sardine vanno dunque prese a pesci in faccia. Sempre metaforicamente, beninteso, anche se per il loro tribunale speciale — vedi il punto 5 — questa precisazione non mi salverebbe comunque dalla condanna.

A pesci in faccia. Denunciando la loro funzione sistemica, la loro connivenza con le oligarchie, il loro silenzio sui drammi sociali, la loro indifferenza per il popolo che soffre, il loro programma elitario e conservatore. Con calma, tranquillità e financo con un tocco di quel bon ton cui tanto tengono. Ma a pesci in faccia.


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SARDINE, SIONISTI E DINTORNI

Non c’è bisogno di ricordare quanto l’islamofobia si sia diffusa in Occidente, anzitutto dopo le stragi di al-Qaida e dello Stato Islamico.

Due fatti saltano agli occhi.Il primo è che l’esecrabile stragismo in questione è stato strumentalmente utilizzato per giustificare il disprezzo, se non il vero e proprio odio contro l’Islamismo in quanto tale.

Il secondo è che l’isteria islamofoba è stata abilmente pilotata per suscitare e alimentare un sentimento di indulgenza verso i crimini israeliani contro il popolo palestinese, peggio, di appoggio e di comunanza ideale al sionismo — considerato infatti la prima linea della battaglia anti-musulmana.

Sbaglia che pensa che  idee e sentimenti islamofobi siano propri solo di certa destra. L’islamofobia è forte anche a sinistra. 

Ne è una prova la valanga di critiche piovute addosso alle “Sardine”, in particolare del gruppo raccolto al leader Mattia Santori per aver fatto parlare dal palco di Piazza San Giovanni la musulmana palestinese, peggio ancora velata, Nibras Asfa — “Io sono Nibras, sono una donna, sono musulmana, sono figlia di palestinesi”. Non sono insorti solo Lega  e di Fratelli d’Italia. Bordate di critiche sono giunte anche da sinistra. La più autorevole e pesante da parte di Paolo Flores d’Arcais che su MicroMega ha tuonato fuoco e fiamme:

 «Sul “palco” delle sardine a San Giovanni a Roma ha preso la parola anche una donna con il velo islamico. Una sardina orgogliosa di esibire il velo. (…) Il velo islamico è un simbolo di oppressione. Al quadrato, anzi. Oppressione della religione sulla legge civile, a cui pretende di imporsi, violando quella precondizione della democrazia che è il principio di laicità dello Stato. E di oppressione dell’uomo sulla donna, quando la religione islamica pretende di prendere più o meno alla lettera il Corano e la Sura IV, “delle donne”, appunto».

Non poteva mancare l’esecrazione della Comunità ebraica italiana, che scavando e scavando su Nibras Asfa ha scoperto non solo le sue simpatie per HAMAS — en passant: Asfa simpatizza in Siria per la guerriglia anti-Assad — perche sul suo profilo Facebook, il 14 maggio 2018, scrisse questa parole sacrosante:

«Il sionismo è la più spietata forma di colonialismo attualmente attivo, perfido e radicato in quanto ammantato in un misto di mitologia, di religione e di una montagna di menzogne e propaganda. Gli ebrei credenti aborriscono il sionismo e con lui quel mostro chiamato Israele».

E’ evidente non solo l’afflato islamofobo che unisce trasversalmente destra e sinistra; è evidente il chirugico tentativo di mondare ed epurare le “Sardine” da ogni pericolosa contaminazione, quindi di afferrarlo bel campo ideologico del sionismo.


Una conferma che questa sia l’operazione politica ci viene da quanto è capitato alla famosa scrittrice Dacia Maraini. Sul Corriere della Sera di ieri, 24 dicembre, Maraini, allo scopo di elogiare le “Sardine”, citando Gesù, ha scritto:

«Un giovane uomo che ha riformato la severa e vendicativa religione dei padri, introducendo per la prima volta nella cultura monoteista il concetto del perdono, del rispetto per le donne, il rifiuto della schiavitù e della guerra. (…) i principi del vecchio Testamento, il suo concetto di giustizia come vendetta (occhio per occhio, dente per dente), la sua profonda misoginia, l’intolleranza e la passione per la guerra».

Per questa visione teologica, che per chi scrive è giusta nella sostanza, la Comunità ebraica è fulmineamente insorta.  

«Una sequela di falsità, menzogne da catechismo preconciliare da terza elementare. Dacia Maraini non è nuova a queste tiritere antigiudaiche. Lo aveva fatto già nel 2016, quando il “Vecchio testamento” era già stato bersaglio dei suoi strali: “Da noi c’è stato Gesù Cristo che ha sconvolto e rovesciato le prescrizioni della Bibbia: le parole «amore» e «perdono» hanno sostituito il «dente per dente» e l’odio di religione”».

Non vogliamo qui entrare nel merito di questa disputa teologica, che implicherebbe tirare in ballo il giudizio  sull’ebraismo a cui è recentemente approdata la Chiesa cattolica — i “fratelli maggiori” destinati per questo alla salvezza anche senza convertirsi alla fede cristiana — e se non abbia invece avuto ragione “l’eretico Marcione“.

Prendiamo solo atto dell’evidenza lampante per cui islamofobia e sionismo sono fratelli gemelli.


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AUTOSTRADE: ESPROPRIO PROLETARIO?

Sulla vicenda Autostrade per l’Italia la tabella qui sopra dice molte cose, dice anzi tutto. Il regime delle concessioni ha fatto fare soldi a palate alle imprese private (linea gialla) e linea verde) a cui lo Stato ha affidato la gestione delle autostrade mentre
manutenzione einvestimenti sono crollati (linee rossa e verde).

Non c’è solo la società dei Benetton poiché parliamo di 22 società che gestiscono quasi 6mila dei 7mila km di infrastrutture — per la cronaca: il grosso di queste privatizzazioni avvennero per decisione dei governi ulivisti di centro sinistra.  

La stessa Corte dei Conti, nel suo recente report di duecento pagine ha sentenziato che si è trattato di privatizzazioni fraudolente, a tutto vantaggio degli oligopolisti privati ed a tutto svantaggio del Paese, dello Stato e dei cittadini.

Non dovrebbero esserci quindi tentennamenti di sorta sulla necessità di revocare queste concessioni e di tornare ad una gestione pubblica delle autostrade così come di tante altre infrastruitture che il privato sta lasciando cadere a pezzi mettendo a repentaglio (Ponte Morandi insegna) la sicurezza e la vita dei cittadini.

Il governo deciderà a gennaio sulla revoca delle concessioni. 5 Stelle a favore, Renziani e gran parte del PD si oppongono, mentre Leu cincischia. La ministra piddina De Micheli mette le mani avanti e dice che non si tratta di fare un “esproprio proletario per vendetta”. Verrebbe da dire che vista la incredibile lettera minatoria di Autostrade per l’Italia (richiesta di un risarcimento stellare) l’esproprio per vendetta sarebbe la decisione più adeguata.

Ricordiamo a chi fa finta di dimenticarlo quanto recita l’Articolo 41 della Costituzione:

«L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».






È QUI, TRA NOI… BABBO NATALE? NO LA RECESSIONE

[ lunedì 23 dicembre 2019 ]


«Le imprese manifatturiere della provincia di Udine hanno visto la produzione scendere dello 0,9% nel primo trimestre 2019, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nel secondo trimestre il calo è stato del 2,7% e nel terzo del 3,7. Una valanga che aumenta di velocità con il passar del tempo.La Lombardia si avvicina alla crescita zero».

I dati del Bollettino economico della Bce ci dicono che stessa è la tendenza in Veneto, Piemonte ed anche in Emilia, ovvero nelle eree che sono il motore industriale del Paese.

Dati che si spiegano con il forte calo delle esportazioni, causato a sua volta dalla crisi delle locomotiva tedesca.

Afferma Anna Mareschi Danieli, presidente della Confindustria udinese: «Cos’altro ci vuole per capire che il Paese deve urgentemente cambiare rotta».

Giusto, ma quale rotta?

Non è difficile immaginare a quale alluda il grande padronato: avanti con la globalizzazione liberista, rispetto delle compatibilità eurocratiche, subalternità economica alla locomotiva (spompata) tedesca, insistere quindi sul modello esportativo basato sulla competizione sfrenata fondata su maggiore sfruttamento della manodopera e bassi salari. Quindi non solo accettare la chiusura di migliaia di aziende con l’accrescimento della disoccuazione, perciò un’ulteriore compressione della già depressa “domanda interna”.

Non un “cambio di rotta” quindi, ma esattamente il contrario, ovvero una “avanti tutta verso il baratro”, ciò nella convinzione che la recessione sia solo passeggera e che la tendenza protezionistica avviata dagli Stati Uniti sia solo una “follia” passeggera.

Non è così! La verità è che il lungo ciclo costituito dall’accoppiata della globalizzazione liberoscambista e della finanziarizzazione sfrenata è al tramonto, che la tendenza delle economie e degli stati nazionali a proteggersi dalla concorrenza e premunirsi dal rischio di un nuovo grande shock finanziario non è momentanea ma tenderà a rafforzarsi.

Se questo è vero c’è un solo possibile “cambio di rotta” per il nostro Paese: rilanciare la “domanda interna”, stroncare la disoccupazione di massa, aumentare i salari, ciò che chiede riportare lo Stato, come afferma la Cosituzione, ritorni al centro dell’economia affinché ridiventi il motore e la testa di un grande piano economico di rinascita e di investimenti.

Chiediamoci: è questo possibile restando nella gabbia dell’Unione europea?
 

La risposta è no. L’ITALEXIT, la riconquista della sovranità politica e monetaria sono la sola via per uscire dal marasma.


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