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TERZO POLO? SÌ MA QUALE? di Leonardo Mazzei

L’Emilia Romagna non è l’Italia, ma le elezioni di domenica almeno tre cose ce le dicono.

La prima è ovviamente la sconfitta di Salvini. Sconfitta certo non imprevedibile, ma resa più cocente dalle spacconate del diretto interessato. Il quale deve ora incassare gli effetti del secondo grave errore negli ultimi cinque mesi, dopo quello clamoroso assai dell’agosto scorso.
Diverse sarebbero le cose da dire sul punto, ma una in particolare va messa subito a fuoco. Con Salvini non è stato sconfitto il sovranismo, come in tanti pretenderebbero, bensì la sua caricatura messa in scena proprio dal leader della Lega. Il quale, messa in soffitta ogni critica all’Europa, si è concentrato addirittura sull’obiettivo della liberazione dell’Emilia nientemeno che dal comunismo! Boom, boom, triplo boom! Ovvio come questa comica postura altro non sia stato che il riflesso compensativo della rinuncia ad ogni radicalità sovranista (Draghi? Why not?), un elemento importante da considerarsi tanto per l’oggi che (soprattutto) per il domani.

La seconda cosa che tutti giustamente rilevano riguarda le Sardine. Quale fosse la loro mission lo abbiamo detto per tempo, e certo non ci voleva molto a capirlo. Il problema era quello di rivitalizzare il super-partito sistemico imperniato sul Pd, a dispetto dell’elettroencefalogramma piatto del partito guidato da Zingaretti. L’operazione è riuscita. Ed è riuscita grazie ad un unico messaggio, quello contro il barbaro Salvini. Un gioco polarizzante al quale l’ex ministro dell’interno ha felicemente collaborato. Ma, alla fine, questo meccanismo circolare in cui la polemica dell’uno dava forza all’altro e viceversa, ha avuto un vincitore diverso da quello che in tanti prevedevano. Un risultato anche questo che ci dice molte cose per il futuro. Un’ultima noterella che ha a che fare con le Sardine riguarda le sorti delle tante frattaglie della sinistra sinistrata, i cui sempre più penosi zerovirgola stanno lì a dimostrare quale mulino alimenti la loro ossessione “antifascista”. A costoro andare in piazza con le Sardine è servito eccome! E difatti Bonaccini e Zingaretti ringraziano…

Ancora più importante, ai fini di ogni ragionamento sul che fare, è il terzo dato che ci arriva dalle elezioni di domenica: la disfatta del Movimento Cinque Stelle. Benché non inatteso, questo tracollo apre addirittura alla possibilità di una vera e propria scomparsa di M5s dallo scenario politico italiano. Paradosso ancor più grande nel momento in cui la pattuglia pentastellata è tutt’oggi la più numerosa in parlamento, quella decisiva per tenere in vita il governo della restaurazione eurista a trazione piddina. Questo rapido passaggio, da forza anti-sistema (o perlomeno così diffusamente percepita) a stampella

del regime, ha avuto ormai il suo definitivo responso elettorale. Il che la dice lunga, fra l’altro, su come la crisi macini rapidamente i suoi protagonisti politici. Ogni riferimento al possibile futuro di Salvini non è per nulla casuale.

Ma torniamo ai Cinque Stelle ed al loro sbando. Due le opzioni che si affacciano nel mediocre dibattito (e siamo buoni) del loro gruppo dirigente. Da una parte l’affiliazione definitiva al cosiddetto “centrosinistra”; dall’altra il mantenimento di una certa autonomia centrista — potremmo dire neo-democristiana — da giocarsi di volta in volta ma sempre all’interno di un ricostituito bipolarismo. Due sono infatti le caratteristiche comuni ad entrambe queste possibilità: la scomparsa di ogni contenuto antisistemico; l’accettazione di un ruolo minore, con la contestuale rinuncia a rappresentare un terzo polo popolare (e populista) alternativo agli altri due. Ed è proprio questa rinuncia la certificazione della morte politica di M5s.

Torneremo di certo su quelli che, prevedibilmente, saranno gli effetti di quanto finora descritto sul governo e sulle dinamiche politiche dei prossimi mesi. Qui voglio invece soffermarmi su un’altra e decisiva domanda: siamo davvero di fronte alla rinascita del bipolarismo? Un quesito che ne richiama immediatamente un altro: c’è, oppure no, lo spazio per un Terzo Polo alternativo e realmente antisistemico?

Un nuovo bipolarismo?

Come noto, il bipolarismo è da sempre il sogno delle oligarchie. L’alternanza, dunque la falsa alternativa, tra due contenitori intercambiabili è il modo migliore — il più efficace ed il più indolore — per uccidere la democrazia. Vinca chi vinca, vincon sempre lorsignori.

Questo meccanismo, che già zoppicava, andò clamorosamente in crisi nel 2013 con l’irruzione sulla scena politica dei Cinque Stelle. Adesso, proprio grazie alla loro disfatta, è lì che si vuole tornare. Questo percorso, che in tanti vorrebbero ineluttabile, non è però per niente scontato. Innanzitutto esso esige un sistema elettorale ad hoc, maggioritario in tutto o almeno in larga parte. L’esatto contrario del nuovo sistema proposto dalla maggioranza di governo nelle settimane scorse. Ci sarà su questo un ripensamento da parte del Pd? Possibile e perfino probabile dopo il voto emiliano, ma le controindicazioni non mancano e trovare la quadra non sarà facile.

La crisi del bipolarismo è comunque un fatto che va al di là dei sistemi elettorali. Se in Italia esso è andato in frantumi nonostante leggi ampiamente maggioritarie, nel resto d’Europa è avvenuta la stessa cosa a dispetto di sistemi assai differenti tra loro. Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna e Italia votano con cinque sistemi diversi, ma ovunque (con la parziale controtendenza delle ultime elezioni britanniche) il bipolarismo è a pezzi. Ci sarà pure una ragione. E la ragione risiede nella crisi, che ovviamente non è solo economica ma pure politica.

Lorsignori potranno dunque affannarsi a richiudere le porte del Palazzo, ma non potranno certo impedire il risorgere di una forza alternativa, antiliberista, antieurista, democratica, popolare e costituzionale. Il problema non è il se, ma il come e il quando avverrà. 

Un Terzo Polo può sorgere, ma come?

Il voto in Emilia Romagna, che peraltro non è l’Italia, non è la sconfitta dell’alternativa al bipolarismo liberista. La disfatta pentastellata non è la sconfitta di un’alternativa al sistema, quanto piuttosto la sconfitta di chi non è più alternativo per niente. E la stessa frenata della Lega ha almeno in parte lo stesso significato.

Certo, è vero — come ci dicono gli studi sui flussi elettorali — che il grosso dei voti ottenuti da M5s alle europee sono andati domenica al Pd, così come quelli persi tra il 2018 ed il 2019 erano andati alla Lega, ma questo è semplicemente dovuto alla mancanza di un’offerta alternativa, nel quadro di una mobilità elettorale straordinariamente alta.

Così come i voti ai Cinque Stelle non erano “per sempre”, la stessa cosa vale per quelli conquistati adesso dal Pd, ma pure dalla Lega. Nessun partito ha oggi la forza ed il radicamento di quelli della Prima Repubblica. Dunque il consenso è per sua natura precario, instabile e contendibile.

Tolto il blocco sociale dominante, che non è così piccolo come qualcuno immagina, le persone che vanno a votare (ed un discorso a parte andrebbe fatto per le tante che non ci vanno), procedono quasi sempre a tentoni. Avvertono l’insopportabilità del presente, la necessità (spesso confusa) di un cambiamento, affidandosi di volta in volta a chi in quel momento appare come la possibile speranza. Da qui una volatilità elettorale senza precedenti, e non solo in Italia.

Bando dunque alle facili certezze sul bipolarismo 2.0 tanto agognato dai dominanti. Ma se oggi questo sogno lorsignori possono permetterselo una ragione ci sarà. Ed essa sta nella fragilità del consenso che le forze populiste (M5s in primo luogo) avevano guadagnato. Se questa fragilità era all’inizio del tutto inevitabile, essa è col tempo divenuta un lusso insostenibile.

Nel caso dei Cinque Stelle non si pensi solo ai limiti del gruppo dirigente, a regole interne come minimo assurde, all’inesperienza spesso teorizzata come un bene che avrebbe addirittura tutelato la “purezza” (si è visto con quale risultato). Tutto ciò ha pesato, ma ancor più decisiva è stata l’assenza di una visione d’assieme, dunque di una strategia e di una tattica adeguata. La ragione più profonda del tracollo pentastellato sta lì, in un pragmatismo che si vorrebbe a-ideologico, ma in realtà incapace di confrontarsi con l’ideologia dei dominanti. E’ da lì che, alla fine, è arrivato l’europeismo più spinto, il voto alla Von der Leyen, il governo col Pd.

Altre cose ci sarebbero da dire, ma questo è il primo punto da mettere a fuoco. Un Terzo Polo, alternativo al bipolarismo liberista ed eurista, potrà sorgere e radicarsi solo a condizione di non ripetere errori ed orrori di questo tipo. E potrà sorgere solo immaginando e costruendo itinerari di mobilitazione e di lotta, non limitandosi dunque al pur imprescindibile momento elettorale.

Nel nostro piccolo è questa la strada indicata da Liberiamo l’Italia. Riconquistare la sovranità nazionale per applicare la Costituzione del 1948; uscire dall’euro e dalla gabbia dell’UE; attuare un piano di misure economiche e sociali per uscire dalla crisi, tutelando gli interessi della stragrande maggioranza del popolo italiano; unire tutte le forze che si riconoscono in questi obiettivi.

Che questo percorso si realizzi dipenderà da tante cose. Certo non solo da noi. Ma questa è la strada. L’unica per cui valga davvero la pena battersi oggi.




AAA: SOVRANISTI CERCASI di Luca Dinelli*

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Le recenti tornate elettorali ci hanno regalato poche sorprese e insegnato qualcosa.
Partiamo dall’ultima, che ha visto centrosinistra a trazione PD e centro destra a trazione Lega, contendersi l’Emilia Romagna: i temi nazionali non sempre vincono quando in ballo ci sono le specificità e le tradizioni di una terra; specie se, nonostante tutto, ben amministrata se paragonata ai disastri che la circondano.


*Luca Dinelli è membro del CPT Lucca di Liberiamo l’Italia

Lo ha capito Bonaccini, che di fronte ad un ribaldo Salvini, troppo tronfio per i recenti successi e troppo grossolano, tanto da ricordare l’albertogiussanesimo-bossismo della prim’ora, ha opposto uno stile sobrio e forte di un’esperienza fatta sul campo, anteposta ad inutili orpelli, primo fra tutti quello stesso stemma PD oscurato e messo in ombra come un’onta da far dimenticare.

Si è capito, tra l’altro, che quella vittoria Bonaccini la deve tutta ad una borghesia medio-alta, che lo ha votato in tutte le grandi concentrazioni urbane dove l’economia è più solida e i redditi significativamente più alti della media; non ha convinto, invece, nelle periferie povere dove è più significativa la presenza del precariato e dove la stagnazione economica ha morso più che altrove; a scaricarlo sono stati proprio gli sfruttati, i depredati, gli espulsi, i dimenticati da un’economia abbandonata al libero dispiegarsi di un neo-darwinismo selvaggio e da uno Stato che di fronte ai problemi del paese si è ritratto come un paguro nel proprio guscio.

Si è capito, anche se qualcuno nicchia, che poco spostano i finti movimenti nulla-proponenti e nulla-contestanti, che si danno ritrovo nelle piazze danzanti per celebrare la rievocazione nostalgica di una sinistra che fu. Secondo SWG il 78% dei votanti intervistati si sarebbe recato alle urne anche senza l’intercessione delle sardine, mentre solo il 3% dichiara determinante la loro presenza.

Andando a ritroso alle elezioni umbre, è banale constatare l’effetto sul voto di un PD commissariato per scandali e di un centro destra forte di una crisi di governo, indotta da un Salvini poco avveduto, ma traghettata verso un ribaltone inviso al popolo da un Movimento 5 stelle ormai privo di ogni credibilità.

Nessuna novità sugli altri fronti elettorali regionali e nazionali.
La polpetta avvelenata servita sul piatto agli italiani presenta due inequivocabili varianti: da una parte l’apparato della governabilità, dei conti in ordine, della responsabilità, del senso di realtà, dall’altra la compagine sedicente antisistema, anticasta, anticorruzione, anti Europa, anti clandestino.

Ma nei fatti dove sono finiti i sovranisti?

E’ stupefacente constatare la progressiva scomparsa di tutti i temi che per gli italiani dovrebbero fare la differenza. E’ persino imbarazzante rimarcare la cecità dei vari centristi, filoverdiniani, filorenziani, filoberlusconiani, filopiddini, di fronte ad una sovrastruttura incardinata su direttive e regolamenti, progettati in seno ad istituzioni sovranazionali eterodirette dalla grande finanza che impediscono allo Stato qualsiasi possibilità d’intervento in qualsivoglia direzione.

I governi e gli amministratori locali sono attanagliati da regole che impongono la rigida osservanza di obiettivi di tipo contabilistico. Le regioni sono condizionate da vincoli di bilancio che si fanno di anno in anno sempre più stringenti, con tagli che colpiscono la sanità, l’istruzione, i trasporti, la manutenzione del territorio. Gli enti locali, con poche eccezioni, sono perennemente in bilico sull’orlo del dissesto.

Eppure non una voce si leva dai banchi di coloro che hanno fatto voto di obbedienza ad un europeismo ottuso e acritico.

E anche dal fronte opposto attendiamo invano che si pronunci una parola significativa. Il tutto si è ridotto ad un dibattito asfittico sul pensionamento anticipato, la riduzione delle tasse, la chiusura dei porti, l’inno alla sicurezza (più celebrata che realizzata), la dimensione delle vongole.

Ultimamente siamo venuti a conoscenza dell’apertura leghista a Draghi come presidente della repubblica, abbiamo appreso attoniti dalla bocca del “capitano” che l’euro è irreversibile e abbiamo saputo che Garavaglia non è appassionato al tema del superamento dell’obbligo al pareggio di bilancio inserito in Costituzione.
Anche quest’ultima tornata elettorale ci ha regalato un silenzio assordante sui problemi strutturali del paese e sulle cause che ne impediscono la soluzione.

Niente sul definanziamento pluridecennale della sanità, niente sulla necessità di massicci investimenti statali sul sociale e sulla manutenzione del territorio, niente sul superamento della logica perversa della sussidiarietà che abbiamo capito tradursi nella regola (un po’ yankee, diciamolo) “dove non arrivo io, arrangiati da te”. Niente sull’obbligo derivante dai trattati europei di rispettare un tasso di disoccupazione funzionale al contenimento dei prezzi. Niente sulla necessità di impedire alle multinazionali la delocalizzazione degli stabilimenti, ricorrendo ove necessario alla nazionalizzazione delle imprese. Niente sulla necessità di riportare un controllo capillare dello Stato sulle condizioni di lavoro. Niente sulla preoccupante deriva del sistema creditizio che drena risorse dall’economia reale e lo dirotta verso investimenti speculativi.

Per affrontare questi problemi lo Stato deve riappropriarsi delle leve di politica economica e monetaria che ha devoluto alle istituzioni europee. Il motivo di questa fuga davanti alle cause strutturali della crisi del sistema-paese è fin troppo evidente: la paura di fronteggiare l’apparato leviatanico rappresentato dall’Unione Europea e gli interessi reali sottesi alla sua costruzione. Il grande capitale si nutre di crisi, necessita per accrescersi di disarticolare le istituzioni democratiche che ne costituivano l’argine naturale, ha bisogno di privatizzare e trasformare in merce ciò che le costituzioni di ispirazione socialista avevano sottratto alla logica di mercato e orientato al progresso della collettività.

Di fronte alla constatazione della pochezza di argomenti sollevati nel dibattito politico italiano e alla dilagante assenza delle istituzioni nazionali nell’indirizzo dell’economia e nella definizione delle politiche sociali, desta stupore l’allarme suscitato dal presunto pericolo sovranista che ancora rotocalchi e televisioni diffondono.

Noi non scorgiamo sovranisti all’orizzonte.

Se davvero ne esistono, si facciano trovare.

Fonte: Liberiamo l’Italia




PORTI ITALIANI: NO AL NUOVO ULTIMATUM UE di Tiziana Alterio

Pensavate che non avremmo fatto la fine della Grecia?
Vi sbagliate…



TRA SCILLA E CARIDDI di Alessandro Visalli

Alessandro Visalli è un esponente di NUOVA DIREZIONE. Giorni addietro il gruppo ha svolto la sua assemblea costitutiva. Pubblichiamo l’ultima parte del contributo di Alessandro Visalli.  La versione integrale la trovate QUI. Visalli svolge un’analisi che ampiamente condividiamo. Torneremo quanto prima sulla questione per segnalare quelli che ci paiono alcuni punti critici.

Siamo dunque qui

Podemos è tornato al governo in Spagna, ma avendo perso per strada buona parte della spinta valoriale ed elettorale antagonista, ormai prigioniero e subalterno al partito dell’establishment e dell’europeismo. Ancora peggio, Insoumise, che ha scelto la “linea Autain”[1][17] rifugiandosi nell’Ile-de-France nell’insediamento storico della sinistra, è tornato a livelli elettorali da sinistra radicale. Corbyn ha perso in Gran Bretagna per non aver avuto la forza di scegliere tra Scilla e Cariddi, restando con l’impressione di irresolutezza e confusione, unendo un programma
economico fortissimo ma nessun mezzo per attuarlo.
Il M5S, la forma ‘neopopulista’ più pura, naviga alla metà dei consensi raggiunti nel 2018 ed è
stato stritolato dalla doppia esperienza del governo “gialloverde” e “biancogiallo”.

 

Sembra quindi che dopo la tempesta 2016-18 sia in corso un ritorno alla politica ordinaria in Spagna, con il nuovo governo Sanchez, in Italia, con il Pd nuovamente in sella, in Francia, con un Macron sfidato dalle piazze ma saldo al potere, in Germania, dove ancora regge l’arco dei partiti sistemici, con il soccorso dei Grunen.

Quella che siamo abituati a chiamare “bipolarismo”.Nella quale, precisamente, si sfidano due versioni diverse del neoliberismo:

– da una parte il “neoliberismo progressista”, che unisce politiche economiche austeriane e regressive a politiche identitarie volte a valorizzare mobilità, modernizzazione, multiculturalismo e merito individuale;

– dall’altra un “neoliberismo difensivo e nazionalista” di nuovo conio, che unisce le identiche politiche, spostando in parte i beneficiari, a politiche identitarie che vivono di identificazione dell’altro come nemico, deviazione della rabbia, drastica semplificazione dei meccanismi.

C’è bisogno di altro

Bisogna rompere la gabbia del bipolarismo e tornare a chiedere un autentico cambiamento. E’ necessario aggregare un “terzo polo”, che sia alternativo a quel che si formerà tra Pd e frazioni del M5S, e quel che si è formato come nuovo centrodestra tra Lega, FI e FdI. Bisogna lavorare all’unificazione di un blocco sociale capace di reale cambiamento nel paese. Un blocco che sia fondato sull’autentica maggioranza del paese, che sia capace di aggregare una larga coalizione sociale da Nord a Sud, rispondendo alle diverse esigenze delle sue aree culturali ed economiche. Capace di parlare con i neo-proletari della new economy, i professionisti in via di “uberizzazione”, i lavoratori autonomi sfruttati e marginali, i pensionati a basso reddito e negletti, la parte ancora reattiva del proletariato e sottoproletariato urbano. Al contempo capace di attrarre a sé i segmenti di piccola borghesia operanti sul mercato interno, il ceto impiegatizio pubblico, e parte dei ceti medi riflessivi, staccandoli dall’egemonia esercitata dalla borghesia cosmopolita e dal settore dedito alle esportazioni. Solo se riusciremo a determinare questa larga alleanza avremo la forza per modificare la traiettoria che sta portando il paese e l’intero mondo occidentale verso l’esaurimento del suo modello di produzione e sviluppo. Una traiettoria che ci designa come vittime e nuova periferia interna, al fine di consentire al centro metropolitano ulteriore crescita e stabilizzazione. Ci designa come classe e come paese.

Il ‘soggetto’ di questa trasformazione non può più essere unilateralmente una frazione qualificata della società. Non può esserlo la vecchia classe operaia ormai frammentata e dispersa; né possono esserlo le “classi riflessive” della nuova economia della conoscenza, spesso in prima fila per la conservazione dei loro declinanti, piccoli, privilegi; né non meglio precisate “moltitudini”, con il loro rifiuto di porre la questione del potere; né le “donne”, quasi fossero una classe a sé stante.

Il blocco sociale capace di riaprire il futuro può solo essere una rete contingente di soggetti sociali, sensibili alle diseguaglianze orizzontali e verticali, tra periferie e centri. Quest’aggregazione contingente deve prendere le mosse dai danni creati dallo sviluppo unilaterale della valorizzazione capitalistica, dai luoghi dove le condizioni di lavoro o di vita risultano insopportabili per chi non gode di posizioni privilegiate. È qui che nasce la resistenza da cui partire.

Il punto diventa quindi costruire linee oppositive al capitalismo che passino innanzitutto per i differenziali di reddito, di mobilità, di luogo. È la divaricazione tra i ‘vincenti’ – che riescono a fare il proprio prezzo e si muovono nei centri geografici funzionali al sistema – e i ‘perdenti’, che il
prezzo lo subiscono e stazionano in area periferica – a definire il campo della lotta di classe per un socialismo del XXI secolo[2][18]. L’unica forza che può avviare una transizione.

Ma per riuscirvi abbiamo bisogno di un diverso pensiero

L’idea che il discorso politico sia autosufficiente, e che si tratti di costruire su ‘faglie di antagonismo’ esistenti, aggregando le forze eterogenee tramite discorsi emozionali si è dimostrata potente ma ha i suoi limiti. Quella che si possano rendere equivalenti posizioni sociali e radicamenti differenti facendo di diverse soggettività un “popolo” politico costruito dal discorso è un’idea effimera che è stata vista fallire in questi ultimi anni. Chi cavalca la “tigre della sorveglianza” corre i suoi rischi perché procede velocemente, aggregando emozioni e manovrando tatticamente, ma non è capace di creare una linea politica coerente. Di resistere in essa alle inevitabili pressioni e defezioni.

In altre parole, creare strutture verticistiche senza strategia, tenute unite da obiettivi disparati e soggettività spesso narcisistiche è sempre a rischio di immediata revoca di fiducia per il sospetto di inautenticità. La strategia tutta “testa e comunicazione” va fatalmente in crisi nel momento in cui, crescendo, deve passare alla produzione di potere.

Dunque per superare la crisi bisogna capire una cosa essenziale: che si è chiamati a produrre potere per cambiare il modo di produzione capitalista che ci sta stritolando. Le tensioni politiche che si scaricano nelle forze ‘populiste’, siano esse orientate a destra o a sinistra, non sono effetto dell’abile scelta di alcuni “significanti”. Al contrario: la produzione delle idee, le rappresentazioni che riescono a dominare la scena pubblica, sono intrecciate con le attività materiali nelle quali i soggetti che si attivano politicamente sono impegnati, come scriveva Marx “l’essere degli uomini è il processo reale della loro vita”.

La biforcazione

Noi siamo quindi ad un punto di biforcazione. Dobbiamo scegliere tra:
1-      l’aspirazione alla riconquista storico-politica dei ceti popolari e subalterni, contendendo
l’egemonia alla destra sul campo largo.
2-      La rassegnazione alla gestione della sconfitta e alla difesa delle residue aree di consenso
marginali (delle zone ZTL) che possono essere mobilitate solo su temi morali.
Se scegliamo la prima abbiamo bisogno di due cose:

1-      una lotta spietata al settarismo ed al narcisismo, ovvero alla tentazione di reagire ad una fase di dolorosa confusione con il rinserrarsi nelle vecchie identità sfidate

2-      la ferma decisione che la lunga ritirata, prodotta dalla crisi degli anni settanta e dall’insorgenza dell’uomo narcisista e post-materialista è finita.

Quando la lunga ritirata termina, perché ne terminano le ragioni, allora bisogna dismettere tutti gli strumenti che abbiamo tenuto in campo ed usato per gestirla.

In particola la prima cosa da abbandonare è l’idea che all’impolitico neoliberale non c’è alternativa, ma ci si può solo adattare, perché è la forma definitiva dell’umano.

Il “primopopulismo” è stato questo, un adattamento, e la fase “neopopulista” che ora è entrata in crisi non ha compreso che doveva essere radicalmente discontinua.

Ma l’umano non termina di modificarsi, come la storia, cambia sempre insieme alle condizioni materiali ed alle forme del sociale che vi sono relazionate. Dunque sta nuovamente per cambiare.

Cosa significa dunque passare tra Scilla e Cariddi?

Tre cose:

Oltrepassare l’impolitico neoliberale e recepire il nuovo bisogno di collettivo e di umanità, dandogli forma. Porre con coraggio e coerenza la questione della trasformazione dell’esistente e della creazione di un nuovo mondo. Andare al cuore dei problemi, dimenticare le tattiche ‘intersezionali’ volte a sommare narcisismi inconciliabili, andare oltre la vaghezza, il rifiuto della denominazione di un livello strutturale dello scontro. Accettare la polarizzazione e stare da una parte.

Dimenticare la strategia tutta “testa e comunicazione” del primopopulismo, in ogni sua versione. Creare le condizioni per forme nuovamente solide, imperniate su un nuovo attivismo che faccia leva sulle reti di comunicazione diffuse e sulla vicinanza dei corpi. Sulle mobilitazioni politiche di prossimità, su coesione “simpatia” e mutuo sostegno. Sulla creazione di una cultura comune e condivisa.

Rigettare l’odore di sconfitta della sinistra, radicale e non. Tutta la sinistra è attardata inconsapevolmente in pratiche adattive per una società che già non c’è più. Per paura resta abbarbicata ad una “base sociale” ristretta, che ripiega costantemente, ed ormai ha perso anche molta parte della sua “base di massa”. Ne è immagine la postura della radicalità come voce morale inflessibile che fustiga i potenti e si trincera entro gli indicatori di purezza e superiorità del discorso “politicamente corretto”. Tre bastioni individuano questa cittadella assediata: il cosmopolitismo, la retorica dei diritti e delle minoranze, ed il tono morale con il quale sistematicamente interviene.

Per far crescere questa possibilità bisogna ricominciare a fare Grande Politica, a creare quadri di senso e progetti di liberazione del paese che si confrontino con la dura realtà delle cose. Svolgere analisi concrete delle situazioni concrete e non rifugiarsi nelle “frasi rivoluzionarie”, o nelle
tecniche ‘primopopuliste’ che presupponevano un mondo che sta venendo meno.

Quel che sta accadendo è che, revocato il ‘compromesso keynesiano’ ed esplose nuovamente le contraddizioni che teneva a freno, si torna alla durezza.

Bisogna combattere quindi in modo determinato la guerra egemonica, piazzaforte per piazzaforte, ma tornando a capire la politica come lotta tra posizioni strutturali di interessi, resi tali dal modo di produzione e dalla collocazione spaziale.

In questa guerra servono alleati di ogni genere, ma la questione dirimente è quale gruppo sociale esercita la direzione intellettuale e morale. La condizione necessaria per cambiare le cose e accedere alla forza per cambiarle è infatti di esercitare questa direzione; di creare con la necessaria pazienza e lena un blocco sociale del cambiamento che si incunei tra i due poli neoliberali.

Farlo con tutti coloro che vogliono davvero cambiare direzione, e non solo spalla al fucile.
Questo è il nostro compito.
NOTE

[1][17]
– Mi riferisco allo scontro simbolico tra due importanti esponenti della France Insoumise, Djordje Kuzmanovic, poi uscito dal movimento, e Clémentine Autain. Si veda “Scontri in France Insoumise”.
[2][18]
– Si veda anche “Partito e classe. Dopo la fine della sinistra”.



FRANCIA, IL ROSSO E’ DIVENTATO GIALLO di Fulvio Grimaldi

IN QUESTO SITO un diario fotogiornalistico che, alla mano di magnifiche immagini, illustra quella che in Europa è indubbiamente la più valida, forte, giusta e nobile lotta di massa del nuovo millennio, quella dei Gilet Gialli, ora al 60° appuntamento.

I media di regime, vale a dire i media dei miliardari, evitano. Pubblicano, se proprio c’è un po’ di sangue, qualche trafiletto. Ma si impegnano alla morte a ridurre, sopire, troncare, minimizzare. Rilevano che dopo 60 appuntamenti in gran parte del paese, i numeri dimagriscono. Non rilevano che questo dato fisiologico non toglie nulla al fatto storico che si tratta della lotta più lunga vista in Europa dalla fine della guerra, una lotta che continua e ora si è espansa ad altre masse di maltrattati, deprivati ed emarginati.

I Gilet Gialli hanno il merito di aver denudato il sovrano messo lì dalla corporazione degli usurai di Francia e di aver fatto emergere con il proprio valore e sacrificio, tra media renitenti, i suoi incredibilmente brutali e sanguinari metodi di affrontare cittadini, voluti sudditi, che si permettono di rivendicare quanto gli è dovuto.

Hanno dimostrato che razza di feroci pretoriani difendono i caveau dei dominanti e ne hanno evidenziato la differenza rispetto a una polizia di Hong Kong che ha risposto alla violenza devastatrice e, in alcuni casi omicida, di squadristi con mandato USA e UK, con una civiltà e un autocontrollo che l’Occidente ha volontariamente abbandonato da secoli.

Hanno fatto da innesco a una vera e propria insurrezione di popolo guidata da sindacati come noi ce li sogniamo, anzi, non abbiamo mai avuto, ora al 50° giorno di sciopero generale contro gli strumenti di strangolamento sociale messi in campo dal burattino e dai suoi pupari. Un esempio che viene dalla Francia che ha ancora in corpo elementi di DNA del 1789 e del 1870.

Un esempio al mondo, che però a noi sfugge grazie all’unanimismo tirannico di un’informazione che quanto le mostra la Francia fa tremare e…cestinare.

Di Maio e Di Battista si sono fatti vedere accanto ai Gilet Gialli. Ci fossero rimasti! O avessero fatto apparire dei gilet gialli made in Italy!

I gilet gialli, uno dei più grandi movimenti di piazza del nuovo millennio, raccontato attraverso le voci di chi ha lottato e chi la protesta l’ha studiata




GENTILE, MAZZINI E IL MISTICISMO POLITICO ITALIANO di Eos

Torniamo ad occuparci del pensiero filosofico di Giovanni Gentile.
Sulla questione e dello stessso autore SOLLEVAZIONE ha già pubblicato: FUSARO E LA NOTTE DEL MONDO, ETICA E AUTONOMIA DELLA POLITICA e ANTONIO GRAMSCI E IL GIACOBINISMO.
In conclusione l’autore accenna al legame Gentile-Gramsci, smentendo la tesi sostenuta da Diego Fusaro. Sul pensiero dell’amico Diego Fusaro segnaliamo quanto scrisse Moreno Pasquinelli in CRITICA DEL FUSARO POLITICO.

Hannah Arendt sostiene che Giovanni Gentile come un moderno Filosofo platonico pensa che con la sua filosofia della prassi il filosofo possa trasformare il mondo. La differenza con l’empirismo realistico e neo-aristotelico di Croce è evidente. Croce pensa di contro che un progetto politico possa inverarsi solamente se la congiuntura contestuale e l’accadimento storico lo consentano, poiché anche se le idee fossero giuste ed in linea con lo spirito del tempo bisognerebbe prendere in considerazione l’astuzia degli avversari o la hegeliana astuzia della Ragione.

Gentile considera la intima religiosità o “santità” di una Idea del mondo, pensata intensamente sino al sacrificio o al martirio, non la storia progressiva o il successo materiale, il sigillo mediante cui quella si afferma e trionfa. La conferenza sul carattere religioso dell’idealismo italiano tenuta a Praga il 30 aprile 1935, come gli scritti ed i discorsi gentiliani su “La Religione” con la sua visione sconvolgente della Morte bastano a chiudere qui la questione.

A nostro avviso, senza scomodare il Platone e l’Aristotele dell’Antichità classica, la storia culturale e politico-religiosa italiana ha avuto i suoi padri putativi, i suoi Platone e Aristotele: Savonarola e Machiavelli.

Gli hegeliani di Napoli, dopo il Risorgimento, intesero estendere il loro progetto come la consapevolezza filosofica del Regno d’Italia. Loro obiettivo, nota acutamente Luigi Russo, fu perciò rappresentato dalla conquista culturale del centro tradizionale della cultura e della politica della Penisola: Firenze e la Toscana. Firenze e la Toscana sarebbero diventate, nella prospettiva di Spaventa, il cuore del liberalismo nazionale hegeliano, nuova sintesi di paolottismo e positivismo metodologico. Tale progetto non si attuò. 

Stessa sorte fallimentare ebbe del resto il tentativo, panrealistico e neomachiavellico di B. Croce, di contrastare lo statalismo liberale agnostico del Giolitti con un nuovo e più incisivo realismo modernistico, sempre con una fiorentinità rinovellata al centro. Troppo aveva pesato, sullo spirito di Firenze, il fatto che fosse stata l’élite liberale e irrilegiosa piemontese a guidare machiavellicamente il processo risorgimentale, aggravando per molti versi, irresolubilmente, il regresso già forte dei popoli d’Italia. 

Fu Gentile, invece, neo-platonico armato e mistico della politica, a conquistare e rinovellare lo spirito politico e religioso di Firenze centro eterno d’Italia (1). Partito dalla natia e venerata Sicilia — e non dalla indistinta ed informe Napoli — con destinazione Pisa, Gentile impose allo spirito toscano, e quindi all’Italia, la definitiva liberazione dalla realpolitik machiavelliana (2). La riforma gentiliana fu per Del Noce la riforma religiosa dello spirito italiano, la riforma del carattere italiano. Essa fu solo formalmente hegeliana. La filosofia del mondo attualista si proponeva come un rinnovamento spirituale totale: riportando al centro del dibattito culturale italia la fazione dei “Piagnoni” che nel Tommaseo aveva trovato il suo massimo esponente e che viveva nel devoto culto di Savonarola, martire semidivinizzato; facendo propria l’esegesi tradizionalistica del Capponi; oltrepassando in senso metafisico ed immanentistico sia lo hegelismo spaventiano sia un certo provvidenzialismo vichiano; leggendo il Rinascimento italiano con la lente del “moralismo” neo-savonaroliano mistico e nazionalpopolare, che così grande influenza aveva esercitato sul Villari.

La filosofia attualista di Gentile è indubbiamente un fenomeno complesso, un unicum nella storia del Novecento. Un fenomeno assolutamente e totalmente italiano. Bene fece Augusto Del Noce a liberare il campo da equivoci di sorta. Per quanto rosminianesimo, giobertismo, hegelismo vi fosse nel filosofare dell’Atto Puro, nel platonismo immanentizzato di Giovanni Gentile con la sua ansia di riforma religiosa del popolo italiano vi sono profonde influenze di un misticismo politico e sociale toscano che non può che rimandare al Frate ferrarese o ancor più ai suoi discendenti.

Spiega bene Del Noce, a differenza di una certa superficialità e leggerezza che caratterizza lo studio di Sergio Romano su “Gentile e la filosofia al potere”, che il presunto liberalismo gentiliano va preso con estrema cautela (3). L’attualismo come filosofia mondiale rivoluzionaria (4) non può che incontrarsi con il pensiero filosofico-religioso mazziniano, antiliberale e antimaterialista, in cui si trovava per il Gentile la forma mistica della filosofia della prassi, il fondamento della rivoluzione idealistica e nazionalpopolare che avrebbe trasformato irriducibilmente il carattere italiano, dando concretezza al “desiderio” platonico, che era per il Nostro anche una necessità storica, del nuovo italiano, dell’uomo nuovo (5). 

Antimo Negri, nei suoi profondi studi sull’attualismo gentiliano, ha rilevato come il concetto di Stato etico del filosofo siciliano non subirebbe influenze hegeliane o neo-hegeliane, ma sarebbe frutto di una rielaborazione e attualizzazione del pensiero mistico-politico del Mazzini. La sua stessa volontà finale di andare incontro alla Sconfitta, alla Morte, al Martirio non si può leggere nella prospettiva dell’idealismo hegeliano, sempre razionale e deterministico, ma rimanda chiaramente ad un evidente misticismo italiano, o savonaroliano o mazziniano (es. alla Repubblica Romana del ’49 e alla conseguente sconfitta della fazione mazziniana). Nei suoi scritti su Mazzini Gentile non si stanca di ricorrere all’immagine della “Profezia”: Mazzini sarebbe più che un filosofo, sarebbe stato l’unico statista della storia italiana, sarebbe il veridico e puro continuatore di una tradizione religiosa italiana basata sulla Filosofia Profetica, in quanto solo dal sangue, dal sacrificio, dall’amore verso il martirio potrebbe sbocciare il divino e il sacro nell’immanenza.

In quegli stessi anni Weber descriveva il disincanto di un mondo occidentale che aveva abbandonato ogni prospettiva divina e sacralizzante rilasciandosi a un destino storico grigio ed insensato.

La risposta che daranno da un lato Gentile, dall’altro Croce e, a nostro avviso, Gramsci stesso a questa desertificazione prodotta dal liberalismo capitalistico sarà opposta: per Croce e Gramsci, continuatori della tradizione empiristica aristotelico-machiavelliana, il gioco di specchi e di ombre e la relazione di forze strategiche tra élite potrebbero decidere sul destino dello spirito del tempo, Croce proponendo la terapia sociopolitica di una élite di saggi liberali illuminati e filantropi — che ben poco hanno a che fare con il classico liberalismo europeo — addestrata nello spirito del Segretario fiorentino; Gramsci, in perfetta continuità strategica teorica con lo storicismo di Croce, l’egemonia di una élite progressista e neo-giacobina che liberi le classi subalterne dal ritardo sociale e storico in cui si trovano a causa delle condizioni storiche.

Benedetto Croce e Antonio Gramsci

Gentile viceversa, come Mazzini martiriopatico di fronte alla “ignonimia” della definitiva Sconfitta e al trionfo infame e ingiusto di una indegna Italia altra che di italiano avrebbe posseduto solo la forma giuridica, finirà per celebrare in Genesi e Struttura, ben oltre l’umanesimo del Lavoro, il profondo umanesimo del santo mistero della Morte, quanto di più sacralizzante e al tempo stesso politico vi potesse allora essere per un neo-platonico armato che era riuscito, od aveva creduto di riuscire, a riportare l’Italia tutta sotto il dominio dello spirito della Firenze di Savonarola, Tommaseo e Guerrazzi.

NOTE

1) A. Del Noce, Giovanni Gentile. Per una interpretazione filosofica della storia contemporanea, Il Mulino 1990, p. 161.

2) Estremamente importanti, forse più dello stesso epistolario Croce Gentile, gli scritti dei filosofi nel contesto della Prima Guerra Mondiale. Se Croce simpatizza chiaramente con lo Stato Maggiore prussiano proprio perché lo spirito del Machiavelli si sarebbe trasferito, tramite Hegel e Clausewitz, in Germania ed in parte nella stessa Austria cattolica gesuitica, Gentile è un avversario della politica imperiale del Kaiser proprio perché machiavellica e diviene già di fatto, molto prima dell’adesione al Fascismo, il teorico più avanguardista del Sindacalismo Rivoluzionario corridoniano, per cui il destino italiano è nel Mediterraneo, ben lungi da germanesimo e occidentalismo wilsoniano, due facce di una medesima medaglia. Prima che Lenin apra definitivamente alla Germania protestante e borghese, il filosofo siciliano non nasconde una certa speranza su un futuro populismo russo, antitedesco e antimaterialista, arrivando a autodefinirsi “più socialista di Lenin e Marx”.

3) A. Del Noce, Op. Cit., p. 237.

4) Ivi, p. 236.

5) Ivi, p. 369.




TERRORISMO BIOCHIMICO E LA GUERRA IBRIDA

C’è dell’altro dietro al Coronavirus?

Come i nostri lettori sanno bene non siamo adusi al “complottismo”. Tuttavia, ci pare doveroso pubblicare questa opinione giuntaci stamattina in redazione.

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Corona virus: terrorismo biochimico e azione di guerra angloamericana

Guido Santevecchi, nel “Corriere della Sera” del 28 gennaio 2020, spiega che la “Grande Cina”, dopo i ritardi nella prevenzione si sta muovendo con metodi da “guerra santa”. Il premier Li Keqiang è andato ieri a Wuhan, camice e mascherina in ospedale. “Il comandante supremo Xi Jinping lo ha inviato al “fronte”.

«Li è un tecnocrate serio, assume compiti di ispezione e direzione degli sforzi e ha pensato di lanciare la parola d’ordine “Forza Wuhan”, scandendola tra i dirigenti locali per inneggiare alla resistenza. Ha promesso rinforzi: altri 2500 medici e infermieri». (G. Santevecchi, “Il contagio spaventa le Borse”, Corriere della Sera 28 Gennaio 2020).

Nel frattempo le Borse si spaventano, in quanto 11 Borse hanno rilevato circa 40 contagi, ma anche perché il virus che sta investendo la Cina può costare in termini molto elevati all’economia: da Tokyo all’Europa vi sono miliardi bruciati in capitalizzazione dei settori industriali più vulnerabili, dal turismo all’economia. Il numero dei morti è salito a 106, i casi confermati sarebbero invece circa 4.600, tra cui 1000 pazienti in operazioni critiche, mentre sui 7000 sono i casi registrati di sospetto contagio da 2019-nCoV. La Cina prolunga la chiusura delle scuole e delle aziende per il Capodanno lunare sino a domenica prossima. Qualora cominciasse il grande ritorno verso la vita lavorativa, si avrebbero circa 300 milioni di lavoratori in movimento. Meglio di certo la vacanza forzata sino a data da stabilirsi.

Un evento di simile portata porta con sé due chiare conseguenze sociali planetarie: azzoppa enormemente ogni sogno di gloria imperiale HAN e ogni impulso di confuciana “Armonia universale” sotto il cielo, lasciando inoltre libero sfogo a qualunque istinto di sorda e cieca Sinofobia. La “Cina rossa”, in seguito all’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, ha vinto su tutta la linea la sfida di guerra asimmetrica economica con la plutocrazia liberista e capitalista angloamericana. Le oligarchie dell’Impero, londinesi o di New York, si sono così spaccate in due principali frazioni politiche strategiche sui seguenti punti.

La linea Kissinger ha teorizzato un nuovo deal globale sia economico sia politico-militare con la Cina, con la possibilità non remota ma ben attuale di una guerra tattica prolungata antirussa (modello Ucraina) o antiraniana (modello Siria): ad esempio, Michel D’Andrea, il capo delle operazioni di intelligence Usa contro l’Iran e mandante dell’omicidio di Qassem Soleimani, peraltro ucciso poche ore fa in Afghanistan nell’incidente aereo di Ghazni, apparteneva a tale frazione, come vi appartiene appunto una potente frazione di CIA e MI6. 

Il recente deal Usa-Cina mostra che anche la frazione neocons e sionista evangelica che tiene “in ostaggio” Donald Trump è favorevole a questa ipotesi. Una più consistente frazione politico-strategica del britannico MI6 ritiene invece non affidabile la “Cina rossa” di Xi Jinping e vede come fumo negli occhi ogni ipotesi di deal mondiale sino-americano; questo naturalmente non significa che sia russofila o filoputiniana, tutt’altro. La prospettiva di tale frazione rimane quella della “Global Britain”, con i Five Eyes più il Sionismo unici alleati strategici a livello mondiale. E’ indifferente, per tale frazione, vi sia Trump o Obama alla Casa Bianca, ma la sostanza della partita geopolitica globale si gioca esclusivamente sul fatto che vi sia concretamente e esclusivamente l’élite wasp — “il fardello dell’uomo bianco” — alla guida strategica dell’imperialismo occidentale. 

E’ la strategia del vecchio imperialismo britannico che fa degli Anglosassoni gli “israeliti” della modernità a riemergere su tutta la linea. E’ in questa direzione che vengono messe in moto azioni di guerra ibrida contro quelli che vengono considerati Nemici del “Global Britain”: dalla Cina all’Iran, dalla Russia alla Turchia. 

L’operazione Coronavirus cinese rientra con ogni probabilità nella logica di azione di guerra terroristica biochimica. Un gruppo speciale dell’intelligence britannica MI6, di appena tre persone, tra cui due operativi ed un dottore di un centro chimico e biologico specializzato nella guerra ibrida che si trova nella zona di Salisbury, sarebbe arrivato a Wuhan con il volo CZ 674 partito da Londra il 16 gennaio 2020. Il gruppo avrebbe fatto rientro a Londra nel tardo pomeriggio del 20 gennaio 2020 da Hong Kong con volo British Airwais. 

L’operazione è purtroppo pienamente riuscita. Quale è il significato politico dell’evento? Mentre l’Iran ha saputo rispondere sino ad ora alle azioni di guerra totale lanciate dagli angloamericani e dai sionisti contro l’IRCG, la Cina si è fatta trovare gravemente impreparata, lasciando il fianco scoperto e subendo agli occhi globali un drastico ridimensionamento della propria ambizione imperiale. Dal modo in cui la Cina reagirà a questo sorprendente e spaventoso attacco della “perfida Albione”, per il quale si è precipitati in una situazione di drammatica globale emergenza, e da come saprà reagire alla stessa Rivoluzione colorata di Hong Kong, si potranno comprendere varie questioni, anche interne alla dialettica di potere dell’élite di Pechino. 

O la Cina cederà alla democrazia liberale e razzista anglosassone, trasformandosi essa stessa in una democrazia liberale subcoloniale o si dirigerà verso una prassi di nuova “teocrazia” Imperiale Confuciana in guerra santa contro l’occidente bianco sionista.




GIANLUIGI PARAGONE: RICOMINCIAMO DA TRE

PAROLE SANTE!




UNA NOTIZIA CATTIVA E DUE BUONE di Piemme

 

Noi non esultiamo come l’élite, tuttavia…

Era in Emilia Romagna che si giocava la partita decisiva — con tutto il rispetto per la Calabria ed i calabresi. La cattiva notizia è che con la vittoria campale di Bonaccini riprende fiato e tiene banco il “campo di forze” (europeistico) della conservazione sociale, ovvero il Partito democratico e le sue frattaglie (“Sardine” comprese, che s’è visto a che servono). 

La prima buona notizia è la battuta d’arresto di Salvini. Convinto di vincere (se non di stravincere) ne esce invece con la coda tra le gambe. La Lega perde due punti rispetto alle europee di pochi mesi fa. Salvini paga (al netto della pagliacciata sbirresca del citofono) a caro prezzo le sue due recenti grandi mosse: la prima, quella d’aver fatto cadere il governo giallo-verde, e la seconda (che spiega la prima) di aver spostato la Lega dal campo “sovranista” a quello europeista-giorgettiano (“l’euro è irreversibile”, “Draghi primo ministro”).


La seconda buona notizia è la disfatta del Movimento 5 Stelle. Esso è diventato primo partito in quanto movimento antistemico di protesta. Al netto degli altri fattori la prima causa della disfatta è stata senza dubbio la sua svolta governista, europeista e moderata, culminata con l’abbraccio al Pd.

L’establishment esulta i risultati non tanto perché stampellano il governo Conte bis, ma come una spinta alla rinascita del bipolarismo in stile Seconda repubblica. 

AUT AUT

Le due cose (tenuta del governo e ritorno al bipolarismo) non stanno tuttavia assieme assieme. 

Per ristabilire il bipolarismo occorre infatti celebrare i funerali non solo del M5s ma pure del governo Conte. Se si vuole davvero tornare al bipolarismo si deve infatti ripristinare un sistema maggioritario (tipo Mattarellum), quindi il Pd deve fare marcia indietro rispetto all’accordo con il M5s sulla legge proporzionale, accordo su cui si regge in piedi il governo Conte. Per prendere la palla al balzo il Nazzareno deve quindi stringere un patto con Salvini, il che significa far cadere il governo, porre fine alla legislatura ed andare ad elezioni anticipate. Vedremo che decideranno gli ottimati piddini, di certo questo chiede l’élite economica e finanziaria.


Che conseguenze può trarre, da questo quadro, la Sinistra Patriottica?


Esse ci paiono, se non ci si vuole limitare ad un ruolo marginale  o di mera testimonianza, obbligate. 


Occorre contribuire alla costruzione di un TERZO POLO populista di sinistra.
Il
voltafaccia europeistico di Salvini ma, anzitutto, la disfatta del M5s,
aprono a questo “TERZO POLO” uno spazio politico grande, di sicuro buona parte di quello che era
stato occupato dal M5s.

Che fisionomia e forma, dovrebbe avere questo TERZO POLO?  Quale possibile base politica potrebbe avere? Quali forze inziali potrebbe raggruppare? Chi potrebbe costituire il suo nucleo fondatore?


La questione è oramai posta e noi una proposta l’abbiamo fatta: il Partito dell’ITALEXIT.

 

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BOLDRIN: “ABOLITE IL LATINO”! di M-48

Michele Boldrin, l’economista liberista, si presente alla seconda conferenza del movimento “Liberi, oltre le illusioni” con una volontà di fondo ben precisa, ossia distruggere l’impianto educativo dell’istruzione italiana a favore di un impianto mirato a sfornare “imprenditori di se stessi” drogati di competizione e scentismo spicciolo.
“Abolire il classico, lo studio del latino è un lusso, la programmazione è un diritto”. 

Ma lusso per chi, Boldrin? Lo studio della lingua e della letteratura latina è funzionale agli scopi della scuola, ossia l’educazione di futuri cittadini, il tramandare la paideia che si vorrebbe dimenticare in nome della produttività capitalistica. 

No Boldrin, il latino non è un lusso, ma anzi un’esigenza.


E’ un’esigenza per un popolo che deve tornare a sentirsi tale, che vuole esistere nel mondo come libero, unico ed in pace coi propri fratelli. E’ un’esigenza per chi punta a qualcosa di più di una misera esistenza passata alla ricerca del profitto fra gavette interminabili e “bellum omnium contra omnes”, per chi punta ad essere un Cittadino, non un consumatore. I linguaggi di programmazione, conoscenza importantissima e rispettabile al pari di ogni altra, sono utili unicamente all’atto pratico, e solamente come elementi di determinati tipi di lavoro, per i quali esiste una preparazione specializzata che si sviluppa in corsi universitari o privati. 


Essendo una conoscenza pratica indirizzata al lavoro non dovrebbero essere argomento della scuola dell’obbligo, che NON deve formare lavoratori, ma educare. Ancor più miserabile risulta la tua proposta se vista col fine di preparare masse schiavili alle “sfide del mercato”, sempre più alla ricerca di personale specializzato per diminuire i costi del lavoro ed aumentare i profitti degli imprenditori-vampiri da te idolatrati e propagandati come punti di riferimento per la società. Non aboliamo ma potenziamo invece lo studio del latino, in modo tale che gli studenti possano leggere dei Gracchi, di Catilina, di Spartaco, e imparare che tiranni ed oligarchi, gli stessi che oggi opprimono il mondo tramite “i Mercati” possono essere combattuti e vinti. Aboliamo il parassitismo di chi vorrebbe distruggere la cultura in nome del profitto. Aboliamo il pensiero liberista, bastoniamo ed allontaniamo chiunque professi e propagandi una società classista e diseguale. Te in primis.

* Fonte: M-48 (Giovine Italia)