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UNIVERSITÀ: UNA DENUNCIA MICIDIALE

Non ci crederete ma l’articolo che leggerete qui sotto, è stato pubblicato sul CORRIERE DELLA SERA di oggi. Si sapeva come neoliberismo e vincoli eurocratici avessero ferito la nostra Università. Invece è propria morta! Nell’articolo del Corriere, Scurati fa riferimento ad un Appello «Disintossichiamoci – sapere per il futuro» che è stato firmato da duecento docenti di varie università italiane fortemente critici verso le logiche imperanti di mercato che “hanno ridotto la libertà di ricerca ed insegnamento (sebbene queste siano tutelate dall’art. 33 della Costituzione) a libertà di impresa” per un regime di produzione di conoscenze utili innanzitutto ad incrementare il profitto privato.

Così si spegne l’università

di Antonio Scurati


Questo è uno di quegli articoli che di solito non legge nessuno. Tratta, infatti, della crisi dell’università, una delle istituzioni cruciali per il futuro della nazione italiana, della quale, però, sembra non importare a nessuno.Ebbene, se il futuro del nostro Paese ancora vi sta a cuore, sappiate che secondo molti professori l’università italiana sta morendo (secondo altri sarebbe già morta). Non sto esagerando. Proprio oggi viene pubblicato in rete (www.roars.it) un documento sottoscritto da più di duecento professori universitari dal titolo esplicito: «Disintossichiamoci». È un documento drammatico. Descrive l’università italiana odierna come un territorio gravemente contaminato da un incidente nucleare, una landa desolata, popolato di animali morenti. Secondo gli estensori del documento, infatti, il mutamento catastrofico che si è abbattuto sull’università negli ultimi decenni — un veleno sottile, una catastrofe al rallentatore — avrebbe sortito l’effetto non soltanto di devastarne il paesaggio istituzionale ma anche quello di desertificare gli animi delle donne e degli uomini che ci lavorano. Una distruzione terribile e paradossale: nella cosiddetta «società della conoscenza» — quella in cui il sapere assume un ruolo fondamentale per la vita sociale — condannata a morte lenta è proprio l’istituzione dedicata alle cose della conoscenza.

Che cosa accade? Chi o che cosa sta uccidendo l’università? Due sarebbero i principali responsabili: la burocratizzazione ipertrofica e il correlato asservimento di ricerca e insegnamento a sedicenti logiche di mercato. Il perno su cui ruota questo movimento a tenaglia di strangolamento dell’università è il mito soffocante e ossessivo della «valutazione». Per esser chiari: quando intrapresi la carriera universitaria (25 anni or sono) tutte le mie energie erano spese ad aumentare la conoscenza ricevuta (ricerca) e a trasmetterla agli studenti (didattica). Oggi, invece, sarei chiamato a dedicare più della metà del mio tempo professionale a compilare questionari, schedari, certificazioni, accreditamenti, rendicontazioni, riesami, revisioni per mezzo dei quali un elefantiaco apparato burocratico, il cui unico scopo è giustificare la propria esistenza, pretenderebbe di valutare il mio operato in termini di efficienza produttiva. Con l’inizio del nuovo millennio, la vita del professore è sprofondata in un universo kafkiano di parametri pseudo-oggettivi, mediane, soglie, rating, metriche, decaloghi, indicatori,

«somministrati» da una pletora di organismi e protocolli — Anvur, Invalsi, Ava, Gev, Vqr, Asn — tramite i quali i burocrati del sapere vessano sistematicamente studenti e docenti, con l’unico risultato di spegnere in loro ogni autentico desiderio di conoscere, ogni libero impeto a sapere, ogni possibilità di fecondarsi reciprocamente nell’eterno e rinnovato mistero dell’insegnamento.

D’altro canto, tutti noi docenti siamo pienamente consci del fatto che questo presunto sistema di valutazione oggettivo della conoscenza prodotta e di quella trasmessa è una colossale menzogna. È l’ultima, ennesima, sfinita maschera indossata dalle vecchie baronie, ora anche spogliate di quel minimo di responsabilità che il rango comportava, per continuare a sopravvivere da parassiti di un sistema del sapere al collasso. Cosa ancora più grave, anche la costante giustificazione di questa oppressione burocratica con il ricorso al feticcio del “mercato” è, per lo più, una volgare impostura. I fautori di questa sclerosi hanno tagliato ricerca e didattica non sul desiderio di conoscenza degli studenti, non sulla domanda di nuove forme di sapere da parte delle nuove generazioni, non sulle esigenze di un Paese in rapido mutamento, ma su quelle delle loro carriere, dei loro fondi di ricerca, dei loro piccoli feudi personali in un totale e progressivo scollamento tra l’università e la società. Una macchina celibe che gira su se stessa, una produttività da castrati, l’efficienza della cavia da laboratorio costretta a mordersi la coda nel loop di una cattiva eternità. Il risultato, ha scritto Alvesson, è che «mai prima nella storia dell’umanità tanti hanno scritto così tanto pur avendo così poco da dire a così pochi».

Sia chiaro: nessuno dei firmatari, e tanto meno il sottoscritto, rimpiange la vecchia università delle baronie a viso aperto. Ma siamo certi che queste nuove baronie mascherate, questa grottesca applicazione alle cose del sapere di un linguaggio da mutui subprime, questa terminologia da marketing che nasconde l’antica pratica della marchetta, stia assestando il colpo letale all’università che pretende di rianimare. In fondo sarebbe così semplice… basterebbe tornare alla Costituzione repubblicana: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento».




NO MES: COSTITUITO IL COORDINAMENTO

Il 18 gennaio scorso , promosso da Liberiamo l’Italia, si svolse a Roma un primo incontro per dare vita ad una vasta campagna di mobilitazione contro il cosiddetto “Fondo salvastati”, ovvero il M.E.S. Tra i partecipanti, oltre a delegati di Liberiamo l’Italia, del Fronte Sovranista Italiano, di Nuova Direzione, della Carta di Firenze e di altri attivisti, erano presenti Paolo Maddalena, Giulietto Chiesa, Tiziana Alterio. Il 6 febbraio c’è stata una seconda riunione. Presenti questa volta anche esponenti di Vox Italia e Sovranità Popolare, Nicoletta Forcheri e il senatore Gianluigi Paragone. – La Riunione ha ufficialmente costituito il COORDINAMENTO NAZIONALE NO MES. – Nino Galloni è stato scelto come portavoce del Coordinamento. – Un gruppo di lavoro comunicazione è già al lavoro affinché la campagna abbia la massima efficacia. – La riunione ha quindi convocato una ASSEMBLEA NAZIONALE a Roma per sabato 7 marzo, assemblea che sarà aperta ai cittadini ed a tutte le forze politiche e sociali che vorranno unirsi alla campagna. – L’obbiettivo è una grande manifestazione popolare e nazionale da svolgersi in occasione della ratifica del M.E.S. da parte del Parlamento italiano. – La riunione, dopo aver sottolineato la necessità ai stringere eventuali alleanze con le forze politiche, culturali e sociali che sono contrarie al MES, comprese quelle parlamentari, ha approvato il seguente appello a cui sarà data massima diffusione:

Fermiamo il MES!

Appello per una grande manifestazione nazionale 

Il cosiddetto “Meccanismo Europeo di Stabilità” (MES) va fermato. Sono in gioco, assieme alla democrazia e all’indipendenza nazionale, l’economia del Paese, la stessa possibilità di uscire dalla crisi. Il MES è uno degli strumenti con i quali l’Unione europea a dominanza tedesca, impone l’austerità e schiaccia gli Stati pur di tenere in piedi il sistema liberista che fa perno sul mercato unico e l’euro. Ecco allora un nuovo Trattato pensato per imporre all’Italia nuovi e micidiali vincoli che metteranno a rischio i risparmi delle famiglie, le banche e le aziende di cui ci si vuole impadronire a basso prezzo.

La presidenza del primo incontro

Di fronte a questo attacco la classe dirigente balbetta. Denuncia i rischi (vedi il governatore Visco) per poi smentirsi il giorno dopo; ammette che le nuove regole sono sfavorevoli per il Paese, ma non ha il coraggio di opporsi. Peggio ancora il comportamento del governo. Nato in agosto dalla benedizione europea, esso sa solo chiedere un rinvio della sottoscrizione del nuovo trattato, senza però reclamare chiaramente la modifica del suo contenuto. Un comportamento che tradisce fra l’altro la stessa Costituzione repubblicana, laddove prescrive (art.11) che le eventuali limitazioni (non cessioni) di sovranità possano avvenire solo “in condizioni di parità con altri Stati”. L’esatto contrario di quel che prevede il MES. Da Bruxelles, d’altra parte, hanno già risposto: l’accordo raggiunto non si mette in discussione, l’Italia se ne faccia una ragione. Nulla di buono è dunque all’orizzonte. Si deve fermare questo ennesimo disastro nazionale, destinato a ricadere come al solito sulla vita del popolo lavoratore. Servono la denuncia, l’informazione e la mobilitazione dei cittadini. Occorre dare vita ad un’ampia alleanza nazionale e democratica per scongiurare la prevista ratifica del trattato da parte del Parlamento. Organizzeremo incontri, sit-in, assemblee ovunque possibile. Chiameremo tutti ad una grande manifestazione nazionale da tenersi a Roma in concomitanza della prevista discussione del MES in Parlamento. – Fermiamo il Mes e chi vuole continuare a impoverire il Paese ! – Difendiamo gli interessi dell’Italia, del popolo lavoratore e delle imprese ! – Riconquistiamo la democrazia, difendendo la Costituzione del 1948 !