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FOIBE E IPOCRISIA NAZIONALISTA di Sandokan

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Da quando, con la legge 30 marzo 2004 n. 92, è stato istituito, sulla falsa riga del “Giorno della memoria”, quello del “ricordo” — per «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale» — abbiamo parlato di foibe alcune volte su questo blog. La prima il 16 febbraio 2010. L’ultima l’anno scorso.

Abbiamo detto l’essenziale, ma data l’insopportabile ipocrisia nazionalistica — gli stessi che inneggiano all’orgoglio italiota sono gli stessi che svendono la sovranità italiana e inneggiano all’Unione europea— sento che debbo tornarci su.

Politici e pennivendoli di regime accusano chiunque osi sfidare la vulgata pseudo-patriottica sulle foibe, di “negazionismo” — ancora una volta sulla falsa riga della shoah.

A scanso di equivoci: non nego un bel niente. I partigiani titoisti iugoslavi effettivamente gettarono nelle foibe, in una prima ondata nel 1943 e poi nella seconda del 1945, i corpi di centinaia di italiani precedentemente fucilati. Fu una barbarie? Sì, lo fu.

MA QUI CERTE “COSETTE” VANNO DETTE…

Come gli storici di ogni tendenza hanno confermato, si trattava nel 90% dei casi di italiani che svolgevano funzioni apicali (militari e civili) nell’occupazione italiana e (dopo il 1943) nazi-fascista, e che furono direttamente e/o indirettamente responsabili di eccidi di massa ai danni delle popolazioni slave. Eccidi, crimini e repressione sistematici, che vennero avanti sin dalla fine della prima guerra mondiale.

Dopo la Grande Guerra, si ritrovarono entro i confini del Regno d’Italia 490mila tra croati e sloveni, ed anche serbi abitanti in Venezia Giulia, Istria e Dalmazia. Lo Stato italiano, lungi dal rispettare i loro diritti, diede avvio ad una politica imperialistica di assimilazione forzata di questi gruppi slavi. Con l’avvento al potere del partito nazionale fascista, questa politica di assimilazione divenne brutale, anzi criminale.

– tutti gli slavi vennero esclusi dagli impegni pubblici, assegnato solo ad italiani;
– Con l’adozione della riforma scolastica gentile (1 ottobre 1923) fu abolito nelle scuole l’insegnamento delle lingue croata e slovena. Tutte le scuole slovene e croate vennero chiuse, e la lingua italiana la sola ammessa;
– furono imposti (Decreto regio del 29 marzo 1923) nomi italiani a tutte le centinaia di località, comprese quelle abitate solo da slavi;
– con Decreto regio del 7 aprile 1926 vennero imposti cognomi italiani a decine di migliaia di croati e sloveni,
– con legge del 1928 a parroci e uffici anagrafici venne fatto divieto di iscrivere nomi slavi nei registri delle nascite.

Dite un po’? voi non vi sareste incazzati per questa “bonifica etnica”? Io sì, e se fossi stato sloveno o croato, da patriota, avrei raggiunto la resistenza, che infatti subito sorse.

E se provo vergogna per quello che l’Italia fece allora, sono forse un “negazionista”?

Non è finita qui…

Con l’invasione della Iugoslavia (aprile 1941) da parte degli eserciti tedesco e italiano, il Paese venne smembrato e i suoi territori anessi alla Germania e all’Italia. I crimini compiuti da occupanti fascisti e nazisti furono inenarrabili. Furono compiuti (e ampiamente documentati) dalle truppe fasciste e naziste svariati massacri per debellare la resistenza titoista.
«Si procede ad arresti, ad incendi (…) fucilazioni in massa fatte a casaccio e incendi dei paesi fatti solo per il solo gusto di distruggere (…) la frase “gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi” che si sente mormorare dappertutto, compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi». [1]  Se foste stati sloveni o croati voi che avreste fatto?

Contro la Resistenza iugoslava le autorità fasciste si diedero alla deportazione sistematica nei campi di concentramento e a ulteriori massacri indiscriminati:

«. . . Si informano le popolazioni dei territori annessi che con provvedimento odierno sono stati internati i componenti delle suddette famiglie, sono state rase al suolo le loro case, confiscati i beni e fucilati 20 componenti di dette famiglie estratti a sorte, per rappresaglia contro gli atti criminali da parte dei ribelli che turbano le laboriose popolazioni di questi territori . . .» . [2]

Il 12 luglio 1942, nel villaggio di Podhum, per rappresaglia furono fucilati da reparti militari italiani, su ordine del Prefetto della Provincia di Fiume Temistocle Testa, tutti gli uomini del villaggio di età compresa tra i 16 e i 64 anni. Il resto della popolazione fu deportata nei campi di internamento italiani e le abitazioni furono incendiate.

Cartina a sinistra: Dopo l’8 settembre del 1943 i nazisti prendono il controllo della Venezia Giulia e dell’Istria, sottraendolo alla Repubblica Sociale Italiana

Dopo l’8 settembre, quando i tedeschi rimpiazzarono i fascisti, le cose non migliorarono. L’esercito nazista, sostenuto dalle autorità locali italiane e dagli Ustascia croati, continuò la politica di sterminio già adottata verso le altre popolazioni slave sotto occupazioni. Vale la pena ricordare che rispetto agli abitanti, i popoli iugoslavi subirono nella seconda guerra mondiale le maggiori perdite in vite umane (1milione e 200mila).

Non voglio giustificare le rappresaglie compiute dalla Resistenza iugoslava (dopo quelle del 1943, quelle dopo la ritirata dei nazisti della fine del 1944), ma esse vanno contestualizzate, altrimenti si fa demagogia da quattro soldi. Una demagogia che serve ai satrapi dell’Unione europea per salvarsi la faccia dandosi una patina di retorico patriottismo — si inneggia all’italianità dei dalmati e degli istriani mentre si smantella la sovranità nazionale. Per la cronaca: l’esercito partigiano iugoslavo (di cui facevano parte anche italiani, vedi Porzus), una volta occupati la Venezia Giulia, Trieste, l’Istria ecc., eliminò anche diversi esponenti del CLN italiano. C’era in queste ritorsioni un’odio nazionalistico? Si, c’era, ma c’era anche quella che gli storici hanno chiamato “vendetta sociale e di classe”, visto che contrariamente a Togliatti, Tito congiungeva lotta di liberazione nazionale e passaggio al socialismo.

Inutile continuare. Il tutto serve a dire che un Paese serio e rispettoso davvero dei valori della pace e della fratellanza tra i popoli, se proprio deve istituire il “giorno del ricordo”, non dovrebbe ricordare solo i propri morti (e dire la verità su chi fossero e cosa avessero fatto) ma pure quelli altrui, quelli caduti proprio per mano fascista italiana.

PS
Mi chiederete: e dell’esodo degli italiani che hai da dire?
Segnalo soltanto che esso ebbe enormi proporzioni (una minoranza restò entro i confini della nuova Iugoslavia) solo dopo  il febbraio 1947, come conseguenza del “Trattato di Parigi” fra l’Italia e le potenze alleate. Il Trattato incluse non solo la rinuncia ai possedimenti coloniali in Africa ma anche lo scambio tra Italia e Iugoslavia di diverse aree. Scambio provvisoriamente sancito dal “Memorandum di Londra” del 1954 [vedi Cartina a destra: zona A amministrata dagli Alleati e quella B dalla Iugoslavia], definitivamente formalizzato dal “Trattato di Osimo” del novembre 1975. Le responsabilità per questo esodo non sono solo delle autorità titine, ma pure di quelle italiane le quali a Parigi accettarono la clausola che dava la facoltà allo Stato, al quale il territorio era ceduto, di esigere il trasferimento in Italia dei cittadini che avessero esercitato questa opzione.
Domandatevi: Non è forse vero che esso incoraggiò l’esodo? Perché il governo italiano accettò questa clausola e avallò l’esodo quando poteva impugnare un’altra clausola del “Trattato di Parigi” che stabiliva il pieno rispetto dei diritti delle minoranze?NOTE

[1] Riportato da due riservatissime personali del 30 luglio e del 31 agosto 1942, indirizzate all’Alto Commissario per la Provincia di Lubiana Emilio Grazioli, dal Commissario Civile del Distretto di Longanatico (in sloveno: Logatec) Umberto Rosin.

[2] Dalla copia del proclama prot. 2796, emesso in data 30 maggio 1942 dal Prefetto della Provincia di Fiume Temistocle Testa, riportata a pagina 327 del libro di Boris Gombač, Atlante storico dell’Adriatico orientale.

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