COVID-19: COSA CI DICONO I NUMERI? di Leonardo Mazzei

Sabato sera il governo ha deciso di “chiudere”, con misure più severe, la Lombardia ed altre 14 province del nord. Sedici milioni di italiani vivranno quindi, almeno fino al 3 aprile, in una condizione simile a quella delle ristrette “zone rosse” decretate già due settimane fa.

Dopo la chiusura delle scuole, decisa quattro giorni orsono, siamo dunque ad un nuovo tornante dalle serie conseguenze per il futuro del nostro Paese. E’ evidente come nel governo sia passata la linea dell’estrema drammatizzazione. Ma qual è la portata effettiva dell’epidemia in corso?

No al catastrofismo

Per cercare di capirlo è opportuno ricorrere ai numeri, ragionando sulle cifre note ed ufficiali. Indubbiamente i numeri non sono tutto, ma ci dicono comunque molte cose. Analizzarli è dunque necessario.

I raffronti con precedenti epidemie dell’ultimo secolo sono abbastanza noti, ma riassumiamoli in breve. L’influenza “spagnola” H1N1 (1918-1920) provocò la morte di 50-100 milioni di persone su un totale di 500 milioni di ammalati (il 25% della popolazione mondiale di allora). La meno grave “influenza asiatica” H2N2 (1957-1960) causò pur sempre due milioni di vittime; mentre le stime sulla successiva “influenza Hong Kong” H3N2 (1968-1969), probabilmente una mutazione del virus dell’asiatica, vanno da un minimo di 750mila ad un massimo di due milioni di morti. Ad oggi i dati del Covid 19, aggiornati a domenica 8 marzo, ci parlano di 106mila contagiati e 3.594 vittime. Da quattordicimila a ventottomila volte meno che nella “spagnola”, 556 volte meno che nell’asiatica, da 208 a 556 volte meno dell’influenza Hong Kong. Tutto ciò senza considerare il notevole aumento della popolazione mondiale avvenuto nel frattempo, che (se calcolato) distanzierebbe ulteriormente le diverse incidenze di queste epidemie. Di fronte a questa gigantesca sproporzione con le pandemie del recente passato, è davvero giustificato l’attuale catastrofismo? A mio modesto parere, assolutamente no.

Giusto per dare un’idea, secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss), nell’influenza del 1968-69:

«In Italia l’eccesso di mortalità attribuibile a polmonite ed influenza associato con questa pandemia fu stimato di circa 20.000 decessi».

Ventimila, è chiaro? Eppure l’informazione di allora fu tutt’altro che allarmistica. Questo video ce lo illustra in abbondanza.

Perché oggi tanto catastrofismo e cinquant’anni fa, quando probabilmente sarebbe stato più giustificato, l’esatto contrario? Ecco una domanda davvero interessante.

Certo, gli odierni catastrofisti possono sempre dirci (ed in effetti lo fanno) che siamo solo all’inizio, che il peggio deve sempre venire. Ovviamente nessuno ha la sfera di cristallo per sapere quel che avverrà nei prossimi mesi, tuttavia i numeri di queste settimane qualcosa già ci di dicono.

La virologa Ilaria Capua, già parlamentare di Scelta Civica, parlando apertamente di pandemia usa queste parole:

«Lo studio del collega Lipsitch di Harvard dice che potrebbe essere infetto il 60 per cento della popolazione della terra. La forbice di incertezza è gigantesca».

Appunto, la forbice di incertezza… Di fronte a certe sparate vorrei sommessamente ricordare due fatti. Il primo è che anche in occasione della Sars (2002-2003) si parlò di possibile pandemia, poi tutto finì con 8.096 casi e 774 decessi, mentre molti di noi ricorderanno pure gli allarmi sproporzionati per l’aviaria e la “suina”. Il secondo fatto è che con l’attuale numero giornaliero di casi su scala planetaria (mediamente circa tremila negli ultimi giorni), servirebbero 4mila anni per raggiungere i 4,5 miliardi di esseri umani ipotizzati dallo studio citato dalla Capua.

Naturalmente, anche su questo, i catastrofisti possono sempre affermare (ed in effetti lo fanno) che i numeri attuali nulla ci dicono, dato che la crescita dei casi non è lineare bensì esponenziale. Ma è davvero così? Assolutamente no. Almeno su scala planetaria, almeno fino ad oggi, fortunatamente non è così.

Le responsabilità politiche dei governi dell’austerità eurista

Prima di passare ad alcuni dati, chiariamo bene un punto. Quanto affermiamo non vuol certo sminuire la solidarietà con chi soffre, tantomeno il dolore per le persone decedute e per le loro famiglie. Né vuole sminuire gli enormi problemi cui sono sottoposte le strutture ospedaliere, in particolare quelle della Lombardia. Ma non possiamo neppure trattare quest’ultimo capitolo prescindendo dai tagli imposti alla sanità negli ultimi 10 anni: 37 miliardi di euro e 70mila posti letto in meno a causa delle politiche austeritarie imposte dai dogmi euristi.

Speriamo proprio che non si arrivi a tanto, ma se davvero i posti di terapia intensiva dovessero esaurirsi, chiara sarà la responsabilità politica di chi ha governato in questi anni. Altro che vantarsi delle cosiddette “eccellenze” (che pure ci sono) del sistema sanitario nazionale! La verità nuda e cruda è che, taglia oggi e taglia domani, l’Italia è arrivata ad avere 3,2 posti letto ogni mille abitanti, contro i 6 della Francia e gli 8 della Germania. Anche in materia di posti in ospedale, che in alcuni casi può fare la differenza tra la vita e la morte, l’Unione Europea è del tutto asimmetrica. E sappiamo tutti come ciò non sia per nulla casuale. Quel che è certo è che ai tempi della lira almeno problemi di posti letto non ci sarebbero stati, mentre ai tempi dell’euro ci sono eccome…

I dati ufficiali del Covid 19

Torniamo adesso ai dati ufficiali dell’epidemia in corso, ripartendo dalla domanda sulla sua pretesa crescita esponenziale.

Sul Corriere della sera di ieri Giorgi Parisi, presidente dell’Accademia dei Lincei, lancia l’allarme: i contagi raddoppiano in 2,5 giorni e quadruplicano ogni 5. Detta così parrebbe una certezza assoluta, ma i dati ci dicono altro.

Esaminando gli ultimi 4 giorni (dal 4 all’8 marzo) scopriamo una realtà ben diversa e differenziata. Prendendo in considerazione 6 paesi tra quelli con il maggior numero di positivi si scopre che l’incremento è stato più alto in Francia (+ 347%), in Iran (+ 149%) ed in Italia (+ 135%); assai più basso in Giappone (+ 57%) e Corea del Sud (+ 34%). Clamoroso poi il dato della Cina, che nei quattro giorni suddetti ha registrato un modestissimo + 0,6%, con soli 44 casi nella giornata di ieri.

Il dato italiano, pur se inferiore, non è molto distante da quello indicato da Parisi, ma la grande differenziazione tra questi paesi ci indica velocità di raddoppio estremamente variabili. Ad esempio, con questo ritmo, per raddoppiare gli 80mila casi attuali alla Cina servirebbero più di due anni, alla Corea del Sud dodici giorni, all’Italia tre, alla Francia due. Cosa ci dice tutto ciò? Ci dice che ad un certo punto la curva esponenziale rallenta. La Francia, dove l’inizio dell’epidemia è più recente ha il massimo della crescita. La Cina, cioè il luogo da cui tutto è partito, ha invece il minimo. Corea del Sud e Giappone, dove il virus è arrivato subito dopo, stanno nella parte medio bassa della crescita. Italia ed Iran, dove il Covid 19 è arrivato più tardi, stanno invece in quella medio alta.

Tutto bene dunque? Assolutamente no. Chi scrive non ha certo la pretesa di conoscere meglio degli esperti quel che può attenderci. I dati ufficiali, però, sono questi. E tenerli a mente – sempre ricordando come sono finiti i catastrofici allarmi delle altre presunte pandemie del XXI secolo – non sarà male in questi giorni di psicosi alimentata dai media.

Naturalmente, qualcuno ci dirà a questo punto che lo straordinario risultato cinese è il frutto delle misure draconiane adottate a Wuhan dal governo di Pechino. In una certa misura sarà sicuramente così, ma – a parte il fatto che la Cina è grande e non si esaurisce con la provincia di Hubei – come spiegare allora il declino dei casi giornalieri in Corea del Sud?

I dati ufficiali sono attendibili?

 A questo punto del discorso bisogna però farsi una domanda. Finora abbiamo utilizzato soltanto i dati ufficiali, e del resto non potevamo fare altrimenti. Ma quanto sono attendibili questi dati? Ci facciamo questa domanda non per discutere la minore o maggiore attendibilità di questo o quel paese (che evidentemente c’è), né le diverse metodologie usate ed i diversi calcoli politici di ognuno, tantomeno gli inevitabili errori statistici. Tutto ciò è rilevante, ma resta comunque ben poca cosa rispetto ad un altro problema: il numero dei casi reali è probabilmente molto più alto di quelli ufficiali.

C’è un fatto che tutti avranno notato. Limitandoci all’Italia, su 5.800 positivi al Coronavirus troviamo Zingaretti, il governatore del Piemonte Cirio, il Capo di Stato maggiore dell’esercito, diversi sindaci tra i quali quello di Piacenza, i prefetti di Bergamo e Brescia, il questore di Bergamo, un assessore regionale lombardo, una collaboratrice di Fontana e financo un agente della scorta di Salvini. Ma questa situazione non è solo italiana: positivo Sepulveda, ma pure 23 parlamentari iraniani e 3 membri dell’assemblea nazionale francese.

Ora, escludendo che il virus abbia una sua particolare intelligenza, è mai possibile che esso si accanisca particolarmente con i personaggi pubblici e con chi gli sta accanto? E’ chiaro come questo alto numero di positivi nei palazzi del potere dipenda essenzialmente dal fatto che in quegli ambienti, a differenza che altrove, i tamponi si fanno senza troppi problemi.

Se questo è vero, e ci pare difficile ipotizzare il contrario, ciò significa che il numero reale dei positivi è decisamente più alto di quello ufficiale. Apparentemente questa considerazione di buon senso sembrerebbe portare acqua al mulino dei catastrofisti, ma non è esattamente così. Infatti, se il numero dei casi è sensibilmente più alto, ciò significa che il tasso di mortalità è decisamente più basso di quello oggi indicato. Ovviamente nessuno può dire quale sia il rapporto tra i casi ufficiali e quelli effettivi. Uno a dieci? Uno a cinquanta? Uno a cento? Non lo sappiamo e probabilmente non lo sapremo mai, ma se per ipotesi questo rapporto fosse da uno a trentacinque ecco che il tasso di mortalità del Covid 19, scendendo dal 3,5% allo 0,1%, eguaglierebbe esattamente quello delle normali influenze stagionali.

Ovviamente, qui siamo solo nel campo delle ipotesi, ma questo ragionamento ci serve a dire che i casi sono due e solo due: o i contagiati sono davvero pochi, come dicono le cifre ufficiali; o sono invece molti di più, ma in quel caso il tasso di mortalità andrebbe rivisto decisamente al ribasso. Delle due l’una, anche se questa considerazione non può consolarci più di tanto.

Due parole ai complottisti

 Prima di concludere due parole le voglio dire ai complottisti. La maggioranza di costoro ha interpretato l’intera vicenda del Coronavirus come un attacco alla Cina. Adesso, a meno di due mesi dall’inizio di questa storia, la Cina si sta rimettendo in piedi, mentre l’epicentro dell’epidemia si è spostato in Europa. Come esito di un complotto anti-cinese niente male!

Ma c’è una ragione più profonda per contestare il complottismo. I virus esistono, l’umanità ci convive da sempre e sarà così anche in futuro. Perché non partire da questa semplice, perfino banale verità? La mia impressione è che ci sia di mezzo l’attuale deificazione della scienza, che fa pensare (sbagliando) che le malattie infettive siano solo un problema del passato.

I grandi progressi scientifici del nostro tempo, che sarebbe ridicolo negare, portano infatti a due ragionamenti, opposti ma convergenti nella comune lettura catastrofista di quel che accade. Siccome si ritiene erroneamente che la scienza possa tutto, se essa non riesce a contenere questo virus – pensano in tanti – allora vuol dire che siamo di fronte alla catastrofe. Se la scienza, considerata comunque onnipotente, non lo sconfigge – obiettano altri (i complottisti) – significa che in alto qualcuno non vuole farlo. In un caso, come nell’altro, saremmo al disastro totale.

Ora, i ragionamenti sui numeri del contagio proposti in questo articolo saranno certamente discutibili, ma il loro scopo è solo quello di ristabilire il senso della misura. Il che non significa negare il problema, ma vederlo nella sua effettiva dimensione, unico metodo che conosciamo per affrontarlo con scelte razionali, non con l’improvvisazione, tanto meno con quel panico che tanto piace ai dominanti della nostra epoca.

Per cosa dobbiamo batterci?

Ci sarà modo per tornare sulle enormi conseguenze economiche del Coronavirus e della sua gestione politica. Qui sottolineiamo invece agli aspetti più evidenti della crisi sanitaria in atto.

Prima ancora che a chiudere, con misure di dubbia efficacia, alcune aree del Paese, il governo avrebbe dovuto affrontare con decisione il tema dei posti letto, soprattutto di quelli nei reparti di terapia intensiva. Tutto ciò significa spazi, macchinari e personale adeguato da reperirsi in brevissimo tempo. E’ stato fatto? Lo si sta facendo? Speriamo di sì, ma la cosa non è così chiara.

Il Coronavirus non è la tragedia epocale che si vorrebbe, ma proprio per questo è grave che sia bastato così poco per mandare in tilt il sistema sanitario. Adesso si assumeranno alla rinfusa ventimila persone tra medici e infermieri, dopo anni di tagli senza tregua e dopo aver insistito sul numero chiuso nelle facoltà di medicina. E’ pazzesco che per arrivare ad invertire la follia austeritaria di un lungo decennio sia stato necessario un virus venuto dall’Asia.

Quel che dobbiamo fare in questo momento è batterci affinché sia garantita la migliore assistenza a tutti i malati, affinché gli operatori sanitari possano lavorare in sicurezza, per tornare al più presto a condizioni di normalità tali da impedire un tracollo economico senza precedenti.

Per ottenere questi risultati è necessario rompere con le regole europee. Gli spazi di “flessibilità” finora concessi dall’UE non solo non sono sufficienti, sono sinceramente risibili ed offensivi per il popolo italiano. Prenderne atto, e procedere con le rotture necessarie, è la prima cosa da fare. Il primo obiettivo di chi vuol superare questa crisi, insieme a quella più generale che da dodici anni opprime il popolo lavoratore del nostro Paese. Senza catastrofismi sempre amici del potere, ma con la consapevolezza del bivio che ci si para davanti: o un governo di emergenza frutto di una sollevazione popolare, o una svolta autoritaria verso un nuovo esecutivo tecnocratico ed oligarchico. I prossimi mesi saranno decisivi.

Post Scriptum

Come già specificato, questo articolo si basa sui dati dell’8 marzo. Quelli di stamattina, 9 marzo, ci confermano comunque quanto scritto. L’epidemia è in crescita in Italia e (in misura minore, ma sappiamo come i dati vengano trattati in maniera diversa) in parecchi paesi europei. E’ invece quasi del tutto sconfitta in Cina, ed in forte regressione in Corea del Sud, mentre anche in Iran il numero dei nuovi casi giornalieri sembrerebbe stabilizzarsi. A livello globale non c’è dunque la temuta crescita esponenziale. Decisamente una buona notizia, anche se questo non fermerà di certo un catastrofismo in grado di fare più danni dell’epidemia stessa.