PREPARIAMOCI A COMBATTERE di Leonardo Mazzei

Le cronache più recenti ci parlano di un governo incapace di risolvere il problema delle mascherine… Una delle maggiori potenze industriali al mondo ha il problema delle mascherine… Il fatto è che i paesi dove si acquistavano se le tengono per sé. Scherzi di una globalizzazione al tramonto e di un liberismo alla frutta. Non per questo, siatene certi, si arrenderanno.

Hanno creato l’emergenza con lo sfascio del sistema sanitario, ma tutta la colpa è del virus. Certo, come no? Chissà perché in Giappone e Corea del  Sud, rispettivamente 13 e 12 posti letto ogni mille abitanti contro i 3,2 dell’Italia, l’emergenza la stanno superando brillantemente.

Ma il disastro non è solo sanitario. Esso è anche (e lo diventerà sempre più) economico, dunque sociale. E alla fine la salute degli italiani, specie quella del popolo lavoratore, verrà colpita più dalla disoccupazione e dall’impoverimento che dal coronavirus. Questa almeno è la mia convinzione.

Che fare dunque? In questi giorni spuntano come i funghi in autunno tanti piani per la ripresa. Da quelli nel campo dei dominanti (Confindustria in primis), fino a quelli dell’arcipelago sovranista. Si indicano programmi, necessità, urgenze. Uno sforzo encomiabile, ma che generalmente non fa i conti con la realtà. Che è più dura di quel che sembra. Che abbisogna della politica prima ancora che dell’economia.

Non è il momento delle lunghe analisi. Cerchiamo dunque di andare al sodo, procedendo sinteticamente per punti.

  1. L’Italia non è la Germania. E non lo sarà finché resterà nella gabbia dell’UE. Chi non l’avesse ancora capito se lo ficchi bene in testa. Gli tornerà utile. Il piano da 500 miliardi, annunciato l’altro giorno dal governo tedesco, si basa sul fatto che Berlino può indebitarsi a iosa, tanto i suoi titoli hanno tassi negativi. Così non è per l’Italia. Il nostro Paese potrà (ed a parere di chi scrive, dovrà) dotarsi di un piano della medesima portata, ma potrà farlo solo riconquistando la sovranità monetaria, ripristinando dunque la funzione di acquirente di ultima istanza della Banca centrale. Un primo passo in questa direzione potrebbe consistere intanto in una decisa rinazionalizzazione del debito, ma di questo parleremo al punto 9.
  2. La crisi della globalizzazione è una realtà che nessuno oggi può negare. I confini che dovevano aprirsi sempre più, si vanno chiudendo uno dopo l’altro. Ovviamente la situazione attuale verrà superata, ma nulla sarà come prima. Tutti gli stati, perlomeno quelli dotati di una classe dirigente all’altezza, si stanno ponendo il problema della tutela delle aziende nazionali e quello del controllo delle principali filiere produttive. Nessuno crede più alle salvifiche virtù del mercato. Ha l’Italia una classe politica in grado di affrontare questa sfida? La risposta è no. Anzi è NO, ed è inutile che vi dica il perché. Ma se le cose stanno così, ciò vuol dire che occorre un rivolgimento profondo. Occorre mandare a casa un’intera classe politica, non solo gli ominicchi dell’attuale governo. Ma ciò sarà possibile solo con una vera sollevazione popolare, che se le masse restassero passive il risultato sarebbe già scritto. Dice, ma tu sei un illuso? Può darsi, ma ieri i Gilet Gialli son tornati a manifestare a Parigi. Comunque, illusione o no, chi ha un’idea migliore si faccia avanti.
  3. L’Unione Europea è al Redde rationem. Non può più andare avanti così, è incapace anche solo di pensarsi diversa da com’è. Le ragioni di questa irriformabilità le abbiamo analizzate tante volte e non ci torniamo sopra. Di certo le parole e le asfittiche misure della Lagarde sono lì a confermarci che così stanno le cose. In quanto alla Commissione, il “siamo tutti italiani” della Von der Leyen suona più che altro come una presa in giro. L’ennesima. Confindustria ha chiesto che il suo piano di tremila miliardi (a livello europeo) venga finanziato con l’emissione di eurobond. Sulla stessa linea Romano Prodi e tutti gli europeisti senza macchia né peccato. Per adesso da Bruxelles pare sia arrivata una pernacchia. E non poteva essere altrimenti. Del Quisling Gualtieri non parliamo neppure. Il massimo che al suo ministero sanno immaginare è solo una maggiore flessibilità. Ovvio che quest’anno il 3% del deficit verrà sforato alla grande, hai a provare a non farlo! Ma nella loro idea andrà fatto solo per rimettersi quanto prima sulla giusta, virtuosa, ammirevole strada del pareggio di bilancio. Che tanto bene ha fatto all’economia italiana ed alla vita dei suoi cittadini. Del resto queste sono le regole…
  4. Ciò che serve all’Italia è chiaro. Servono le risorse per rimediare ai disastri sanitari di trent’anni di tagli e privatizzazioni. Servono massicce assunzioni nella sanità, nei comuni e nelle provincie. Serve un rifinanziamento straordinario a questi enti per far ripartire la manutenzione delle strade e delle scuole. Serve un grande piano di investimenti pubblici, ma prima ancora servono misure straordinarie di sostegno al reddito. Nessuno deve perdere il posto di lavoro, né tra i dipendenti né tra gli autonomi. Le misure di cui si sta parlando in queste ore sono insufficienti. Se non si troveranno altre vie va considerata la possibilità di versamenti diretti nei conti correnti di tutti i soggetti (disoccupati, partite IVA, eccetera) che stanno soffrendo il sostanziale azzeramento dei propri redditi. Si parla tanto di helicopter money, bene facciamolo.
  5. Ma c’è di più. Tutti questi provvedimenti sarebbero solo acqua fresca senza drastiche misure a tutela dell’economia nazionale. Il che significa nazionalizzazioni, a partire dai settori strategici e dalle banche. Su questa base, con la ripresa del controllo delle vere leve del comando, sarà possibile lanciare un piano per il lavoro centrato su due obiettivi: la piena occupazione, il diritto ad un reddito dignitoso per tutti. Inutile, sennò, continuare a parlare della Costituzione e dei suoi inattuati principi.
  6. Il punto, come accennato in premessa, è tutto politico. Visto che occorre abbandonare tutte le cose fasulle che sono state raccontate per anni, dalla bellezza della globalizzazione alle virtù del mercato, è evidente che bisogna ragionare su un nuovo Stato al servizio dei cittadini ed orientato in base agli interessi del popolo lavoratore. Il primo passo per arrivarvi è dunque quello di un governo popolare d’emergenza. Possiamo infatti essere sciocchi, e tante volte capita di illudersi, ma mai fino al punto di poter pensare che le nostre ricette possano essere accolte da lorsignori, tantomeno da quelli che risiedono a Bruxelles, Berlino e Francoforte.
  7. E’ chiaro che c’è urgenza. Ma l’urgenza non deve far perdere la lucidità. Anche chi è piccolo e in minoranza ha perciò il diritto/dovere di fare le proprie proposte. Anche perché esse potrebbero essere raccolte, almeno in parte, da quel movimento di popolo che ci auguriamo prenda forma. Come dovrebbe muoversi un governo spinto dalla volontà di realizzare, anche solo parzialmente, le cose che abbiamo fin qui detto? In primo luogo esso dovrebbe annunciare un piano di interventi straordinario, diciamo da 500 miliardi, ma senza limiti predeterminati, fino al raggiungimento degli obiettivi indicati. Chiaro come un simile progetto sarebbe una sfida frontale all’UE, un piano A che aprirebbe la strada al piano B dell’uscita dall’euro e dall’Unione.
  8. Ora, anche se noi passiamo come quelli fissati con l’Italexit, vogliamo invece accettare la sfida dei tanti incerti dell’ “uscita sì, ma non si sa quando“. Visto che siamo tutti convinti della necessità di un piano straordinario per l’uscita dalla crisi, non solo quella attuale ma quella più generale in cui siamo ingabbiati da 12 anni, vogliamo almeno accettare questo schema delle due opzioni nei confronti dell’UE? E’ chiaro che si tratterebbe di un confronto senza appello. Non puoi andare con un piano A così ambizioso senza essere pronto, innanzitutto in termini di volontà e coraggio politico, al passaggio al piano B.
  9. Ma proviamo ad immaginare quale potrebbe essere la mossa per smascherare i tecnocrati di Bruxelles. Sappiamo tutti che un piano italiano delle dimensioni ipotizzate, verrebbe immediatamente respinto dall’UE: “come lo finanziate disgraziati!“. Lo finanziamo, potrebbe essere la risposta in prima battuta, con l’emissione di Btp “Ricostruzione”. E come sarebbe, ci direbbero? Sarebbe che emetteremo Btp rivolti solo all’interno, garantiti dallo Stato, non negoziabili sul mercato secondario, dunque sottratti agli squali della finanza internazionale. Sarebbe che ci rivolgeremo alle famiglie italiane, con l’obiettivo di convogliare una quota di ricchezza privata verso il suo utilizzo pubblico. Sarebbe che, se volete che rimaniamo nella vostra rispettabilissima Unione, quelle emissioni non verrebbero contabilizzate nei vostri rispettabilissimi deficit/pil e debito/pil. Ma non ci riuscirete mai, mangia-spaghetti che non siete altro! Chissà, ad ogni modo abbiamo un’alternativa… Guardate che in Italia l’UE non è mai stata così impopolare.
  10. In verità sappiamo tutti che “non se ne esce senza uscire”. Dopo 12 anni di crisi, la situazione attuale ce lo conferma come meglio non si potrebbe. Ma se vogliamo nel frattempo smascherarli, il modo proposto al punto 9 potrebbe essere efficace. Purché si sappia che stavolta non ci saranno vie di mezzo. Alla fine della fiera, o avremo riconquistato la sovranità o saremo sudditi a lungo. Ma il tempo stringe e vedrete che il nemico, che tutto è fuorché stupido, un piano lo metterà a punto. Prepariamoci a combattere.