DELLO STATO D’ECCEZIONE O DEL REGIME DEL TERRORE di Davide Fucci*

Caro professore,

non riesco a nasconderLe che ho paura. Non già temo la malattia, bensì l’angoscia che sta provocando. O meglio, l’angoscia e il terrore che i mezzi di informazione principali, abilmente sfruttati, stanno instillando nel popolo. Temo questo stato d’eccezione costituente un pericolosissimo precedente, temo le modalità con cui è stato istituito, temo la passività della gran maggioranza di fronte ad esso. Soprattutto, temo questo: se in nome della salute pubblica è possibile abolire lo stato di diritto in questa circostanza, quali altre occasioni saranno propizie affinché si ripresenti la stessa opportunità? Non credo di sbagliare dicendo che questa sia, a ben vedere, la più grande abolizione, seppure ad interim, dei diritti fondamentali dai tempi in cui vide la luce la nostra Carta Costituzionale; tempi, quelli, in cui si usciva da un vero e proprio stato di dittatura.

Non temo affatto Conte, sia chiaro: anzi, sono convinto che, se pure volesse, non sarebbe in grado di approntare un “coup de man”. Temo tutti coloro che invece, domani come fra 5 o 10 o 50 anni, avrebbero la capacità economica e politica per farlo. Il paradosso è che, in una situazione del genere, in cui ogni individuo è ossessivamente terrorizzato per la propria salute e per quella dei suoi cari, qualsiasi persona “altra-dal-nucleo” diventa un potenziale untore, gli schiavi sono così pronti a lottare contro i loro compagni di servitù e ad amare le catene che li tengono al sicuro, separati, isolati, senza diritti ma senza preoccupazioni. Non c’è motivazione più grande che il temere per la propria vita, d’altra parte, per concedere che un terzo abbia in consegna i propri diritti.

Perdipiù, ad un ‘attenta analisi logica, trovo insostenibile la posizione dello Stato anche nei fatti: assodato che la pericolosità di questo virus non sia tanto il poter uccidere, ma l’essere estremamente contagioso ed il causare sovraffollamento ad un esile sistema sanitario, seppur ornato di saltuarie eccellenze, come quello italiano, Conte sta dunque pagando sia la propria imperizia iniziale, sia le sciagurate politiche di tagli mandati avanti nei decenni precedenti, e che egli, tuttavia, in due anni, ormai, non ha sovvertito.

Sta pagando non solo Conte, ma il popolo tutto: in questa posizione disastrosa, uno statista, quale il professore non è, ma si trova malauguratamente ad essere, non può ignorare questi fatti (cosa che sta facendo), ma deve assumersi la responsabilità di condurre politiche anche impopolari, ma diretta conseguenza di ciò che si è seminato.

Sarò chiaro, non mi interessano i buonismi da politicamente corretto ed i giri di parole: Conte non può pensare, con queste misure ridicole, di “mettere una pezza” agli errori precedenti, non può pensare che chiudere ogni cittadino in casa, fermando l’attività piccolo-imprenditoriale del paese (e quindi il 90% degli imprenditori), di mietere meno vittime di quelle che potrebbe causare il virus: le vittime collaterali saranno appunto tutti i negozianti, i commercianti, le micro-imprese, danneggiati non tanto, poi, dalla chiusura recente delle attività, ma dalla distruzione della domanda creata proprio dal regime di terrore.

Non può permettersi di propagandare i suoi “sovrumani sforzi” necessari a non lasciare nessuno senza la possibilità di un ricovero ospedaliero: sa benissimo che già, nel Nord del paese, si sceglie chi mandare a morte e chi no, nonostante le misure adottate.

Costui, che guida un paese, deve sapere che tra un anno, siccome l’Italia non possiede sovranità monetaria, siccome le misure che concederà la BCE saranno al massimo agevolazioni per i prestiti (ditemi voi un’azienda a conduzione familiare cosa se ne fa di denaro a prestito quando non possiede liquidità, ma soltanto un asset, ovvero la propria attività, o la propria casa, che peraltro è stato svalutato enormemente), lo stesso paese cui sta risparmiando 2000/3000 morti adesso, gli verrà a rendere il conto dei disastri economici che lui stesso ha generato gettando migliaia di famiglie nella disperazione.

Costui, sic stantibus rebus, ha il dovere di dire lapalissianamente a tutti che, per colpa di scellerate politiche adottate in passato e tuttora da lui sostenute, l’Italia non è in grado di salvare tutti coloro che contrarranno il virus; che barricarsi in casa è la soluzione in questo momento più popolare, quella dettata dalla scienza (la quale imporrebbe, se potesse, lo stesso trattamento anche per evitare tutti i morti quotannis per la normale influenza) e perciò stesso dai suoi rappresentanti, difesa in tutti i salotti televisivi, ma non quella sostenibile dal paese per le sue condizioni attuali; che la politica ha il dovere di scegliere in base alla salute pubblica in senso ampio, e quindi alla salvaguardia sia dell’economia dello stato e dei cittadini, sia allo stato di diritto, cioè alla vita dello Stato stesso.

Una volta che si sarà creato un precedente, non ci si chieda se ricapiterà, ma quando.

La saluto caldamente, inquieto e preoccupato relativamente per l’oggi, molto per il domani.

P.S. Sorvolo sullo squallido bollettino di guerra che passa ogni giorno per le radio, per le emittenti televisive, per i tweet dei giornalisti e delle testate online. Persino alcuni tra i virologi che stanno monopolizzando il palinsesto si sono ricordati di dare informazioni preliminari fondamentali per interpretare i dati:

– innanzitutto, la maggioranza dei morti conteggiati è morta CON il Coronavirus, e non PER il Coronavirus, in quanto esso era concausa del decesso, accanto a patologie pregresse più o meno gravi (come dire, per esempio, che, se non ci fosse stato Odoacre, l’Imperium Romanum non sarebbe caduto – quello d’Occidente, s’intende-, ignorando le cause strutturali che furono il vero motivo della decadenza);

– in secundis, se pure conosciamo il numero certo dei morti (viziato, come ho detto, dalla precedente considerazione), non abbiamo la minima idea di quanti siano realmente i contagiati; conosciamo soltanto il numero dei positivi che hanno avuto occasione di fare il tampone (ovvero lo 0,1% della popolazione, all’incirca; peraltro, ci sono dubbi consistenti sull’efficacia dei tamponi stessi), sebbene i pochi sovracitati scienziati ipotizzino addirittura un numero di infetti CENTO VOLTE maggiore;

– in tertiis, occorre fare una differenza tra infetti e malati: tutti coloro che accolgono al loro interno il virus, sono infetti; tra questi, quelli che sviluppano sintomi, plausibilmente i più deboli, sono i malati. Si stima che il numero di asintomatici, di nuovo, sia di molto superiore a quello dei malati.

 

*Davide Fucci è un ex-studente del Liceo classico De Sanctis di Salerno, ora frequenta Lettere classiche alla Federico II di Napoli.