CHI DIMENTICA È PERDUTO di Thomas Fazi

Draghi ha assunto la carica di nuovo Presidente della BCE alla fine del 2011, dopo una “brillante” carriera come Vicepresidente e managing Director di Goldman Sachs (2002-2005), Governatore della Banca d’Italia (2005–2011) e Direttore generale del Tesoro italiano (1991-2001). È proprio nella veste di DG del Tesoro che Draghi, negli anni ’90, si rese protagonista della stagione delle privatizzazioni selvagge di buona parte dell’apparato industriale pubblico italiano, pur essendo perfettamente consapevole, come dichiarò nel suo intervento sullo yacht Britannia nel 1992, che questo avrebbe “indeboli[to] la capacità del Governo di perseguire alcuni obiettivi non di mercato, come la riduzione della disoccupazione e la promozione dello sviluppo regionale”. Tuttavia – come disse sempre Draghi – quel processo era da considerarsi “inevitabile perché innescato dall’aumento dell’integrazione europea”.

Fu sempre Draghi, sempre nella veste di DG del Tesoro, a far sottoscrivere allo Stato italiano una serie di derivati (finalizzati a mascherare la reale entità del debito pubblico italiano) – i cui dettagli non sono noti perché coperti dal segreto di Stato – che negli anni sono costati al nostro paese svariati miliardi. Lo stesso pacco che poi Draghi avrebbe rifilato alla negli anni ’00 mentre stava alla Goldman Sachs.

Ora, volete che, dopo essersi prodigato in maniera così infaticabile per vent’anni a favore degli interessi del grande capitale internazionale, Draghi non fosse ripagato come minimo con un bel ruolo da banchiere centrale? E infatti così è stato. Con l’arrivo di Draghi alla BCE molti speravano che la banca centrale avrebbe finalmente adottato un approccio più interventista. E così è stato, purtroppo per tutti noi. Nell’agosto del 2011, pochi mesi prima che Draghi assumesse ufficialmente la carica alla BCE, e nel pieno della furia speculativa nei confronti dei titoli italiani, lui e il suo predecessore, Trichet, inviarono al governo italiano quella famosa “letterina”, che poi sarebbe entrata nella storia, in cui intimavano al governo italiano “una profonda revisione della pubblica amministrazione”, compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali”, “privatizzazioni su larga scala”, “la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari”, “la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale”, “criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità” e persino “riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali”. Tutto ciò, si sosteneva, era necessario per “ripristinare la fiducia degli investitori”.

Evidentemente, però, Draghi deve aver ritenuto insufficienti gli sforzi del Governo italiano, e pochi mesi dopo – come ammesso persino da Mario Monti qualche tempo fa – “decise di cessare gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della BCE” per far schizzare in alto lo spread e costringere Berlusconi alle dimissioni, spianando così la strada all’ascesa del Governo “tecnico” di Monti. È difficile immaginare uno scenario più inquietante di quello di una banca centrale apparentemente “indipendente” e “apolitica” che ricorre al ricatto monetario per estromettere dalla carica un Governo eletto e imporre la propria agenda politica. Tuttavia, questo è quanto ha fatto Draghi nel 2011 nei confronti dell’Italia.

Non contento, appena un mese dopo il suo colpo di Stato silenzioso in Italia, Draghi lanciò l’idea di un “patto fiscale” (“fiscal compact“): “una revisione fondamentale delle regole a cui le politiche di bilancio nazionali dovrebbero essere soggette in modo da risultare credibili”. Ciò comportò, nel marzo del 2012, la firma da parte di tutti gli Stati membri dell’UE (con le uniche eccezioni di Regno Unito e Repubblica Ceca) di una versione ancora più rigorosa del Patto di stabilità e crescita istituito dal trattato di Maastricht: il cosiddetto Fiscal Compact. Esatto, quest’ultimo è un’invenzione di Draghi. Cosa la firma di questa trattato significasse per l’Europa lo spiegò lo stesso Draghi in un’intervista al Wall Street Journal pochi mesi dopo: “Non c’è alternativa al consolidamento fiscale, il modello sociale europeo appartiene già al passato”.

Fu sempre Draghi a coniare il concetto di “pilota automatico” in riferimento alle politiche economiche dell’eurozona. In seguito alle elezioni italiane del 2013, in cui il Movimento 5 Stelle emerse come il primo partito del Paese, Draghi rassicurò tutti circa i timori che questo potesse portare l’Italia fuori dai binari dell’austerità: “Gran parte dell’adeguamento fiscale che l’Italia ha intrapreso continuerà con il pilota automatico”. E infatti così è stato. Il messaggio di Draghi era chiaro: grazie al nuovo regime di governance economica che egli stesso aveva contribuito a costruire, i risultati delle elezioni non avrebbero contato più nulla. Come avrebbe detto qualche anno più tardi il Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble: “Le elezioni non cambiano nulla. Ci sono delle regole”.

È precisamente questo processo di spoliticizzazione delle politiche economiche che ha permesso a Draghi di pronunciare il suo famoso discorso che “ha salvato l’euro” nell’estate del 2012. In quell’occasione, Draghi annunciò l’istituzione del programma OMT (Outright Monetary Transactions), con il quale la BCE si impegnava, se necessario, ad effettuare acquisti illimitati di titoli di Stato sui mercati obbligazionari secondari “per preservare l’euro”. L’implicazione era che, se i mercati avessero richiesto tassi di interesse eccessivamente alti, la BCE sarebbe intervenuta, acquistando i titoli essa stessa. L’annuncio di Draghi fu sufficiente a far scendere immediatamente i tassi di interesse nei paesi interessati dalla crisi, a conferma del fatto che gli interessi sui titoli di Stato sono determinati dalla politica monetaria della banca centrale, non dalla “fiducia dei mercati”, come Draghi aveva ripetutamente affermato fino a quel momento (e avrebbe continuato a ripetere negli anni successivi).

Tuttavia, se da un lato questo ha aiutato i paesi in crisi (come l’Italia) ad evitare l’insolvenza, ha fatto ben poco per sostenerli in termini di rilancio delle loro economie: questo avrebbe richiesto politiche di stimolo fiscale (cioè deficit più elevati), che era esattamente ciò che il nuovo quadro di governance fiscale inaugurato da Draghi proibiva. L’accesso a un programma OMT, infatti, come abbiamo scoperto in questi giorni, comporta l’adesione da parte del Paese in questione a un rigido programma di austerità fiscale e alle famigerate “condizionalità” della troika (liberalizzazione del mercato del lavoro, privatizzazione degli asset statali, compressione dei salari ecc.), all’interno della cornice del Meccanismo europeo di stabilità (MES). In breve, le varie innovazioni istituzionali introdotte da Mario Draghi nel corso degli anni, che gli sono valse così tanti elogi, non hanno trasformato la BCE in un prestatore di ultima istanza, su cui i governi nazionali possano fare affidamento sempre e comunque, ma l’hanno resa piuttosto uno “spacciatore di ultima istanza”, con il potere di sfruttare le difficoltà economiche dei paesi per ricattarli e costringerli a implementare politiche di matrice neoliberista.

Questo è diventato evidente nell’estate del 2015, quando, nel bel mezzo del negoziato tra le autorità greche e la troika, la BCE ha deliberatamente destabilizzato l’economia greca, interrompendo il supporto di liquidità alle banche, per costringere il Governo di SYRIZA ad accettare le dure misure di austerità contenute nel nuovo memorandum, un fatto pressoché senza precedenti nella storia. Tutti questi episodi dimostrano che è soprattutto merito di  Draghi se oggi possiamo dire che l’eurozona è l’unica area economica al mondo in cui non è la banca centrale ad essere dipendente dai governi, ma sono i governi ad essere dipendenti dalla banca centrale . Più in generale, alla luce del suo “curriculum”, ci sarebbe solo che da tremare alla prospettiva di un eventuale Governo tecnico guidato da Draghi. Il fatto che oggi non ci sia praticamente un solo politico in Italia – da Salvini in giù – che non invochi questa soluzione dà veramente il senso della caratura della nostra classe politica.

* Fonte: L’Intelletuale dissidente




NO AL “PROGRAMMA DRAGHI” di Moreno Pasquinelli

La cosiddetta “pandemia” COVID-19 ha gettato nel marasma la già malmessa economia mondiale. A ben vedere è proprio l’Occidente a subirne le più gravi conseguenze e, in questo perimetro, è anzitutto l’Unione europea ad essere letteralmente terremotata.
E’ in questo contesto che dobbiamo leggere la nuova e pesante scesa in campo di Draghi, col suo intervento sul Financial Times.
Con la sua sortita, l’ex-governatore della Bce non solo certifica la sua auto-candidatura a guidare il nostro Paese — dato il precipitare degli eventi più come primo ministro che come presidente della Repubblica. Egli indica la terapia per guarire il malato, la via per tirar fuori l’Unione europea dalla sua crisi mortale.

Di che terapia si tratta? Quale via suggerisce?

Come c’era da aspettarsi l’uscita del nostro ha immediatamente ricevuto il plauso dell’establishment italiano, non solo dei potentati economici, ma della gran parte degli esponenti politici, a sinistra e a destra. Pressoché tutti lo invocano come salvatore della Patria, affinché, passata la buriana, prenda il posto di Conte. Tecnicamente, questo passaggio di consegne ci riporterebbe all’autunno 2011, quando venne defenestrato Berlusconi. Anche questa volta lorsignori non pensano affatto di passare per le urne. La differenza (e che differenza!) è che il passaggio sarebbe pilotato e blindato con accordo bipartisan preventivo centro-destra-centro-sinistra.

Che chi sta sopra, in alto, cioè le classi dominanti e i loro fantocci politici siano pronti a consegnare pieni poteri a Draghi non deve stupire. Essi sanno chi è costui, si fidano ciecamente, e dal loro punto di vista di classe non si sbagliano.

Ciò che semmai sorprende, che suscita massima inquietudine, è che vi siano alcuni “insospettabili”  — evitiamo per carità di patria di fare i nomi — che stanno avvelenando i pozzi. Codesti, dopo avere conquistato la stima di molti per aver gridato contro il regime e le politiche neoliberiste, dopo avere detto e scritto che occorre una radicale inversione di rotta, ci stanno dicendo che non bisogna opporsi pregiudizialmente all’operazione Draghi, che anzi occorre aprirgli una linea di credito. Questi cretini (concediamo loro la buona fede) per sostenere il loro spostamento di campo, adombrano ad una resipiscenza keynesiana di Draghi: “egli fu allievo di Federico Caffè”.

Resipiscenza keynesiana?

Basta leggere con la dovuta attenzione cosa precisamente abbia indicato Draghi sul Financial Times per smentire questa idea come una gigantesca bufala. Il fatto che Draghi ammetta che sarà necessario fare debito pubblico non significa che egli si è convertito. Il debito è solo uno strumento, dipende da come lo si usa e dagli scopi di chi lo usa. Un coltello serve al cuoco per cucinare un buon piatto, in mano ad un omicida serve per uccidere.

Quando il mercato ed il settore privato entrano in coma, anche i liberisti più sfrenati chiedono aiuto allo Stato, ma affinché torni il vecchio Ambaradan.

Come scrive Emiliano Brancaccio

«L’espansione del debito pubblico è dunque l’unica prospettiva razionale, ma non basta. Occorre chiarire come saranno gestiti i costi di questa crisi inedita e tremenda. Un piano che sposti l’onere principale sui rentiers, contrasti ogni forma di speculazione e salvaguardi i lavoratori e i soggetti sociali più deboli potrebbe rivelarsi necessario per la rinascita non semplicemente economica, ma civile e democratica. Proprio come accade alla fine di una guerra, quando le forze illuminate della società escono vittoriose».

Thomas Fazi, dopo aver rinfrescato la memoria agli smemorati che sono caduti con tutti e due i piedi nella trappola — ricordando per filo e per segno le numerose e gravissime mosse  che Draghi ha collezionato nella sua carriera —,  scrive:

«Veniamo ora alla lettera di Draghi inviata al Financial Times. Mi dispiace deludervi, ma Draghi non è improvvisamente diventato un novello Keynes da un giorno all’altro. Più banalmente, Draghi sta invocando quella che è la strategia da manuale del buon liberista: privatizzare i profitti in tempo di “pace” (attraverso politiche di austerità a vantaggio del grande capitale ecc.) e socializzare le perdite in tempo di “guerra”, attraverso un’espansione della spesa pubblica – ovviamente a debito – per tenere a galla il grande capitale (istituti finanziari in primis), esattamente come è accaduto nel 2007-2009. Passata la bufera si potrà poi tornare allegramente a privatizzare i profitti con ancora più veemenza di prima, adducendo proprio l’aumento del debito come scusa per implementare politiche di austerità ancora più severe, esattamente com’ è accaduto del decennio post-2007. Il senso dell’intervento di Draghi sta tutto qui».

Non c’è dubbio che chi abbia sale in zucca, chi abbia davvero a cuore gli interessi ed i diritti delle masse popolari, ovvero della maggioranza dei cittadini, deve opporsi all’operazione Draghi.

Non basta, evidentemente dire no a Draghi ed al suo programma liberista. Occorre opporre un programma opposto, che descriva un’alternativa di società.

Se non ora, quando?




DICHIARAZIONE DEI FRATELLI GRECI

Per salvare vite umane, dobbiamo sbarazzarci dell’austerità neoliberista dell’UE, di Nuova Democrazia e di SYRIZA
Proteggiamo ora il sistema sanitario e il personale medico!

La pandemia di Covid-19 segnala le responsabilità criminali di coloro che hanno demolito il sistema sanitario pubblico e lo stato sociale. Dieci anni di Memorandum e attacchi neoliberisti hanno creato un enorme deficit di personale medico e attrezzature. I governi neoliberisti devono essere ritenuti responsabili della crisi epidemica dinanzi alla società.

Lo sfrontato sostegno al capitale privato, la privatizzazione degli ospedali pubblici, la mercificazione della salute, l’abbandono e il disprezzo del settore pubblico, hanno tutti la firma delle forze politiche che hanno governato il nostro paese negli anni passati.

In questi tempi difficili, tutti ammettono che la speranza per la salute delle persone risiede in un sistema sanitario pubblico ben attrezzato e dotato di risorse. I costosi servizi privati non possono e non sono disposti a svolgere questo compito. Scandalosamente favoriti dall’UE e dalle politiche governative traggono profitto sulle spalle dei pazienti.

Lo scoppio del virus, con centinaia di migliaia di infetti e migliaia di morti, ha dimostrato che il paradigma del neoliberismo — “non esiste società, solo individui” — è una catastrofe per l’umanità.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di responsabilità sociale, protezione collettiva, solidarietà, empatia — valori che il capitalismo neoliberista umilia brutalmente e indifferentemente. Dobbiamo accettare le misure preventive ma allo stesso tempo ribellarci collettivamente contro le politiche che hanno distrutto la nostra coesione sociale.

Il governo di Mitsotakis ritiene i cittadini personalmente responsabili dell’eliminazione delle epidemie. La responsabilità personale è effettivamente necessaria, purché non venga utilizzata per coprire le responsabilità politiche per la drammatica mancanza di personale medico, attrezzature e unità di terapia intensiva. La protezione della salute pubblica non è solo una questione di responsabilità personale, è soprattutto una delle maggiori responsabilità e obblighi dello Stato.

Le politiche di emergenza annunciate dal Ministro della Salute non sono in grado di coprire nemmeno i bisogni creati dall’epidemia. Oggi è necessario rovesciare l’austerità, l’obbligo di avanzi primari e tutte le politiche che mirano all’eliminazione del settore pubblico. Abbiamo bisogno di politiche che privilegino la vita umana rispetto ai profitti del capitale privato e alle esigenze dell’UE e dei creditori internazionali. L’eccedenza primaria di 7 miliardi non può essere investita per il rimborso dei creditori e dell’UE, mentre la vita delle persone è in pericolo.

Lottiamo per:

• Un aumento immediato della spesa pubblica a favore del Ministero della Salute; rafforzare il personale ed equipaggiamento del sistema sanitario pubblico; adeguate forniture di ventilatori, test diagnostici e materiali di consumo. Il sistema sanitario deve essere escluso una volta per tutte dal meccanismo soffocante del pareggio di bilancio. Tutti gli obblighi e gli accordi di austerità nei confronti dell’UE devono essere annullati.
• Impiego immediato di 1000 medici permanenti e 2000 infermieri per il funzionamento dei 100 letti di terapia intensiva e il potenziamento delle unità mediche responsabili del virus, delle unità mediche locali e di terapia intensiva. Rinnovo immediato di tutti i contratti temporanei per tutto il personale di supporto e assunzione di nuovi.
• Rafforzamento dell’assistenza sanitaria di base, per alleviare la pressione degli ospedali. Test medici decentralizzati, immediati e gratuiti per la diagnosi di Covid-19, senza ritardi burocratici, senza pericoli per il personale medico o test costosi nei centri sanitari privati. Coinvolgimento dei medici di medicina generale, pneumonologi e patologi per i servizi di assistenza domiciliare.
• Ulteriori ferie integralmente retribuite per tutti i dipendenti privati ​​e statali che si infettano, obbligati ad astenersi dal lavoro per proteggere le persone infette e prendersi cura dei propri figli.
• Gli operai, i lavoratori autonomi, le famiglie e le piccole imprese non debbono pagare la crisi economica che viene. Protezione dello Stato per tutti i settori che collassano economicamente e tutti i lavoratori che perdono salari e posti di lavoro. Congelamento di tutte le tasse e contributi previdenziali fino a quando dura l’epidemia.

La società, già sotto stress, sarà messa a dura prova dalla pandemia e dalle sue conseguenze sanitarie ed economiche. Oggi, insieme alla richiesta di un rafforzamento immediato ed emergenziale del sistema sanitario, di protezione dei più vulnerabili, di sostegno statale ai lavoratori, abbiamo bisogno di organizzazione sociale e solidarietà, coesione sociale e sostegno reciproco. Le autorità locali, le organizzazioni e i movimenti sociali hanno un ruolo importante da svolgere.

Noi restiamo a casa

Noi stiamo insieme contro la paura e la crisi!

PAREMVASI
Organizzazione politica della sinistra comunista in Grecia




ELEMOSINA DI STATO di Leonardo Mazzei

Il governo riconosce, bontà sua, che c’è un’emergenza alimentare. Ma va! Era così difficile da prevedersi? Forse sì, per chi ha entrate sicure ed un bel conto in banca. Fatto sta che si è chiuso il Paese senza pensare neanche per un attimo a chi sarebbe finito sul lastrico.

Adesso, con un mese di ritardo, si vorrebbe correre ai ripari. Ma come? Di fronte all’elemosina di Stato, annunciata in tv da Conte e Gualtieri sabato sera, un solo commento è possibile: vergogna!

Questi signori continuano a dire che faranno tutto ciò che serve, ma per chi soffre davvero han trovato solo 400 milioni, una miseria che si commenta da sola. Quattrocento milioni sono 6 euro e mezzo per abitante, se preferite 16 euro a famiglia. Certo, le persone e le famiglie cui è rivolta la misura sono (per adesso) una minoranza, quella appunto che vive una vera emergenza alimentare. Ma quanti sono questi nuclei familiari?

I micragnosi conti del governo son presto fatti. Secondo le anticipazioni del Sole 24 Ore, il calcolo è quello di dare 400 euro ad un milione di famiglie, ottenendo per 16 giorni (dal 31 marzo al 15 aprile) un buono alimentare di 25 euro a nucleo. Questo almeno il valore medio, che di più non si sa.

Ma davvero pensiamo che solo un italiano su venticinque si trovi attualmente in seria difficoltà? Suvvia, siamo seri. Il governo ha assegnato ai sindaci, ed ai rispettivi servizi sociali, l’individuazione delle famiglie cui riservare il buono spesa. La cosa ha una logica, ma l’impressione è che si tenda a ridurre la platea dei beneficiari a chi già oggi è assistito dai servizi sociali, come se il blocco di ogni attività non avesse moltiplicato per tre, forse per cinque, i soggetti in condizioni di bisogno.

Quattrocento milioni non sono solo un’inaccettabile elemosina, sono un vero insulto a chi soffre. La prova di come, al di là di tanti bei discorsi, al governo facciano ancora i conti con il bilancino che gli han fornito a Bruxelles.

Ben altre sarebbero le misure da prendere con urgenza. Ad esempio quella proposta da Liberiamo l’Italia, cioè «uno stanziamento immediato di almeno 30 miliardi per sostenere tutti coloro senza alcun reddito e che si troveranno senza lavoro, compresi lavoratori autonomi e partite IVA». Sarebbe questo il modo per versare direttamente nei conti correnti di 10 milioni di famiglie (quelle con minore liquidità) 3mila euro immediatamente spendibili.

Ma ovviamente lorsignori da quell’orecchio proprio non vogliono sentirci. Ad un vero aiuto economico hanno così preferito un ignobile obolo. E che di questo si tratti è confermato dall’appello fatto da Conte alla beneficienza, a dimostrazione di come nel Palazzo si considerino i problemi della povera gente.

Che quattrocento milioni siano una miseria inaccettabile è chiaro perfino ai media di regime, i quali per indorare la pillola parlano allora dell’anticipo del versamento ai Comuni dei 4,3 miliardi del “Fondo di solidarietà”. Questa misura, annunciata in pompa magna dal duo Conte-Gualtieri, è una colossale presa in giro.

Il “Fondo di solidarietà” è uno strumento che serve a compensare (peraltro solo in piccola parte) gli enormi squilibri esistenti tra i comuni più ricchi e quelli più poveri, accentuati a dismisura dal cosiddetto “federalismo fiscale”. Quel che va saputo è che i 4,3 miliardi non costituiscono in alcun modo una risorsa aggiuntiva, essendo invece la cifra già prevista in base ai meccanismi ordinari.

Ma, si dirà, il governo ha almeno anticipato questo versamento. Peccato che anche questa sia sostanzialmente una bufala. E’ vero infatti che il versamento ai comuni dovrebbe avvenire a maggio, ma siccome le casse degli enti locali sono state completamente svuotate da un decennio di austerità, l’anticipo a marzo è diventata la norma. Nel 2019, senza coronavirus, l’anticipo venne deciso il 20 marzo; quest’anno, con l’epidemia, il 28. Dov’è dunque la notiziona di cui il governo si fa gran vanto?

La verità, purtroppo, è semplice semplice. Dicono che siamo in guerra, e questo gli serve a governare senza parlamento, senza opposizione, senza dibattito pubblico. Ma il loro andare in guerra è come quello di Mussolini. Non solo per i “soldati” mandati sul fronte sanitario senza neppure le dovute protezioni, ma anche per l’abisso esistente tra gli annunci e la realtà dei provvedimenti economici destinati a chi quella guerra la sta pagando in prima persona.

Mussolini amava spostare i pochi carri armati a disposizione per far credere di avere un grande esercito che non c’era. Conte e Gualtieri fingono di stanziare somme già assegnate per provare a nascondere il vicolo cieco in cui hanno portato l’Italia. Sappiamo come andò al gran capo del fascismo. Come andrà questa volta dipenderà da tante cose, ma in primo luogo dalla forza di una reazione popolare che lorsignori temono ben più della peste, figuriamoci del coronavirus.




LE BESTIE SONO DUE di Mauro Grimolizzi*

Non siamo avvezzi a riportare dichiarazioni di politici, in quanto dovrebbero parlare con i fatti, ma qui non possiamo non soffermarci.

Questo personaggio abituato ad agghindarsi di felpe variopinte continua a racimolare consensi senza precedenti in modo sorprendente, e quindi ci chiediamo come il suo folto codazzo di tifosi non abbiano ancora capito che si tratta solo di una banderuola, pronto a tradire la patria che mentre sponsorizza un “vile affarista, liquidatore dell’industria pubblica”, pugnala alle spalle l’interesse nazionale consegnando direttamente il patrimonio nazionale nelle mani di un manigoldo.

Ci ricordiamo benissimo quali furono le parole del presidente Cossiga….

Il leader della Lega non può non sapere chi è Mario Draghi!
E cioè quello che disse «l’euro è irrevocabile», quello che, per salvarlo questo euro, era letteralmente pronto a tutto (il famoso whatever it takes). Insomma, fiat Euro et pereat Italia.

Non abbiamo altro da aggiungere, nella speranza che scivoli presto nell’oblio …

*Mauro Grimolizzi è membro del Comitato popolare Territoriale Friuli di Liberiamo l’Italia e portavoce di Riscossa Italia




LA VERA VIA D’USCITA Proposte per evitare la catastrofe dell’Italia

Leggete con molta attenzione. Se condividete, aiutateci a diffondere ed organizzatevi con noi. Contattaci: info@liberiamolitalia.org

“Non possiamo dirigere il vento, ma possiamo orientare le vele”. (Seneca)

Quando un corpo è malato e le sue difese immunitarie sono deboli, basta poco per mettere a repentaglio la sua vita. E’ proprio ciò che sta accadendo al nostro Paese. Lo shock della “pandemia” è stato come un infarto. Le misure draconiane prese dal governo, con conseguente paralisi di gran parte delle attività economiche, con la reclusione forzata dei suoi cittadini, spingono il Paese verso un collasso irreparabile. Più ancora che la “pandemia”, sono il blocco economico causato dalle misure durissime del governo, le colpevoli perdite di tempo e chiusure dell’Unione europea, a penalizzare i cittadini che non hanno santi in paradiso e un cospicuo conto in banca. Il governo giustifica le sue decisioni dicendo che così sarà salvata la vita di molti. Vero, ma il prezzo sarà che fra poco milioni di italiani meno abbienti moriranno di fame e di stenti. Questa è la prima, straordinaria emergenza a cui si deve fare fronte.

Chiediamo dunque al governo:

– uno stanziamento immediato di almeno 30 miliardi per sostenere tutti coloro senza alcun reddito e che si troveranno senza lavoro, compresi lavoratori autonomi e partite Iva;

– di stabilire la sospensione immediata del pagamento delle rate per chi avesse contratto prestiti con le banche e le finanziarie, azzeramento del pagamento delle bollette per chi è senza reddito;

– di stanziare 100 miliardi da concedere, sotto forma di prestiti a fondo perduto, a tutte le aziende, gli esercenti, gli agricoltori e gli artigiani affinché possano riaprire le loro attività.

Ma queste misure immediate e straordinarie non sono sufficienti. Per evitare la catastrofe e promuovere la rinascita del Paese occorre invertire la rotta.

Stiamo assistendo al fallimento del modello economico neoliberista. Non si può più lasciare l’economia in mano alla finanza speculativa e alle multinazionali, attribuendo invece allo Stato una funzione essenziale di indirizzo e pianificazione.

In vista della conquista della piena sovranità nazionale, politica popolare e monetaria, dell’uscita unilaterale dall’Unione europea e dalla gabbia dell’euro, indichiamo gli otto provvedimenti per mettere in sicurezza il Paese che, nel rispetto della Costituzione del ‘48, della democrazia e dei diritti di libertà, siano le fondamenta della sua rinascita.

1) Moratoria sul debito pubblico posseduto dalla grande finanza speculativa, così da evitare ogni azione predatoria ai danni del nostro Paese da parte della finanza globale.

2) Piano di investimenti pubblici da 400 miliardi per la piena occupazione che contempli la creazione di nuove infrastrutture, anzitutto nel Mezzogiorno, la manutenzione di quelle esistenti nonché la tutela del patrimonio pubblico e demaniale, il potenziamento nei settori pubblici della sanità, dell’istruzione, della giustizia e degli enti locali.

3) Salvaguardia del risparmio dei cittadini. Oggi esso è controllato dal sistema bancario privato speculativo, mentre potrebbe essere tutelato, valorizzato e utilizzato come una risorsa per la rinascita del paese. Si dovranno emettere Titoli di stato di solidarietà a sottoscrizione facoltativa con un interesse positivo dedicati esclusivamente ai cittadini italiani.

4) Emissione di una moneta di Stato per creare tutta la liquidità necessaria al sistema economico. Una moneta non a debito, garantita dallo Stato ed a sola circolazione interna.

5) Ricostituzione immediata dell’IRI, con la nazionalizzazione di settori e aziende nazionali strategiche — energetico, telecomunicazioni, viarie e di trasporto, bancarie e assicurative.

6) Rinazionalizzazione della Banca d’Italia affinché sia in grado di emettere a breve la nuova lira, stabilendo contestualmente la netta separazione tra banche d’affari e banche commerciali.

7) Controllo statale del movimento dei capitali, col divieto di cedere a compagnie straniere aziende e/o quote azionarie, nonché beni e patrimoni pubblici. A questo scopo vanno ripensate le funzioni della borsa, da sottoporre a controllo pubblico per renderla funzionale allo sviluppo armonioso della comunità nazionale.

8) Una riduzione generalizzata delle imposte in vista di una profonda ridefinizione del sistema fiscale.

Non c’è altra soluzione realistica, solo con queste otto fondamentali trasformazioni il Paese potrà essere messo in sicurezza e risorgere.

Non c’è da fare affidamento né sull’attuale governo, né sui partiti che ci hanno portato sull’orlo della catastrofe poiché tutti ubbidiscono al grande capitalismo. Diffidiamo infine di consegnare il Paese nelle mani dell’ennesimo “salvatore della patria” organico al sistema predatorio. Per questo è urgente come non mai che sia il popolo ad alzare la testa ed a prendere in mano i destini del Paese.

Ci dicono che “siamo in guerra”. Non dimentichiamo come l’Italia risorse. Tutte le forze sane e popolari del Paese si unirono in un Comitato di Liberazione Nazionale che ci liberò dall’invasore e ci consegnò quei beni preziosi che sono la Repubblica e la Costituzione.
Da lì vogliamo ripartire!

Liberiamo l’Italia
28 marzo 2020

Fonte: liberiamolitalia.org




IN ARRIVO IL GOVERNO DRAGHI

Il 10 luglio 2018 Paolo Savona, sostenendo la necessità che l’Italia si dotasse di un “Piano B”, metteva in guardia dall’arrivo del “Cigno nero” ovvero di uno shock che avrebbe terremotato l’Unione europea. Nella forma inattesa del Covid-19 il “Cigno nero” è arrivato. Davanti al cataclisma economico-sociale in arrivo l’Unione europea rischia di andare in frantumi. In questo contesto volteggia minaccioso lo spettro di Mario Draghi. L’establishment lo invoca apertamente come “salvatore della Patria” e trama affinchè capeggi un governissimo destra-sinistra. Avremo modo di tornare sulle proposte che Draghi ha fatto due giorni fa sul Financial Times. Di seguito un articolo che pubblicammo il 20 febbraio scorso.

* * *

IL LORO GOVERNO DI EMERGENZA E QUELLO CHE VOGLIAMO NOI

di Moreno Pasquinelli

Parliamo di cose serie.

La cosiddetta “pandemia” da Corona virus sta causando quella vera, quella che scuote alla base il sistema economico globalizzato:

Leggiamo su Il Sole 24 Ore di oggi:

«A conti fatti la settimana appena alle spalle è infatti per le Borse globali la peggiore dai tempi del crack Lehman del 2008, con perdite a doppia cifra per tutti i principali listini: partendo da Milano – l’epicentro del virus già fin da lunedì – dove con il -3,6% di ieri che ha mandato in fumo altri 21 miliardi di euro in capitalizzazione si sono raggiunte perdite settimanali per l’11,3%, per proseguire a Parigi (-12,1% nelle ultime 5 sedute), Francoforte (-12,8%), Madrid (-11,7%) e Londra (-11,1%). Anche Wall Street, che pure ha provato a reagire risalendo nel pomeriggio dai minimi di giornata, non è sfuggita alla regola che configura una «correzione» tecnica».

In questo quadro alcuni analisti prevedono per l’Italia un crollo del Pil del 3%. Data la sostanziale stagnazione in cui il nostro Pese si trova dalla fin degli anni ’90 del secolo scorso (il famigerato “ventennio perduto”) le conseguenze sociali saranno certamente devastanti.

I poteri forti non stanno a guardare, si organizzano e schierano le loro truppe per terrorizzare e narcotizzare i cittadini, per poter gestire senza scosse il casino economico e sociale. Tenteranno di sostituire il traballante governicchio Conte bis con un vero e proprio “governo d’emergenza”, con un “governissimo” sostenuto da centro-destra, Pd e M5s. Un governo dunque che faccia digerire al popolo lavoratore una terapia austeritaria shock, con cui tenteranno di farci digerire il famigerato M.E.S.

A capo di questo GOVERNO DELLA PAURA debbono mettere un uomo forte, uno che abbia i titoli per essere spacciato come salvatore della Patria (in realtà dei loro interessi di classe). Il nome è stato già fatto e risponde al nome di Mario Draghi. Siccome Draghi è stato candidato da Salvini, tutti gli altri stanno facendo un fuoco tattico di sbarramento. Tattico appunto, che sono tutti pronti, in caso di recessione seria, a nascondersi sotto la sottana del grande banchiere liberista.

Si capisce come, in questa luce, gli torni comodo il panico che hanno suscitato, un po’ ad arte un po’ perché essi stessi sono in bambola, per l’epidemia influenzale detta Corona virus.

Occorre invece mantenere la massima lucidità, non farsi prendere dal panico, organizzare la resistenza, costruire un fronte ampio, opporsi in ogni modo al GOVERNO DRAGHI o della paura. E’ necessario per questo tener ferma la nostra alternativa di società, per una fuoriuscita dall’euro e da neoliberismo che ci conduce nell’abisso.

Vale la pena riportare quanto scrivevamo nel 2012, durante le settimane della “crisi dello spread”, usando la quale i poteri forti imposero il governo Monti:

«Non c’è futuro per il popolo lavoratore finché il potere resterà nelle mani di una ristretta aristocrazia capitalista e globalista arroccata a difesa dei suoi interessi di classe a spese della collettività. Non basta indignarsi e protestare, occorre una sollevazione generale, di massa. Ci vuole sì un GOVERNO D’EMERGENZA ma POPOLARE, che applichi misure e riforme strutturali ineludibili:

Abbandonare l’euro per riprenderci la sovranità monetaria

L’euro ci fu presentato come una panacea per curare i mali strutturali dell’economia italiana (tra cui l’alto debito pubblico e una competitività fondata solo sui bassi salari) e risolvere gli squilibri tra gli Stati comunitari. A dieci anni di distanza non solo il debito pubblico è aumentato, ma l’economia è in stagnazione e la competitività è diminuita. Le politiche antipopolari di austerità perseguite da tutti i governi, presentate come necessarie per restare nell’Unione e difendere l’euro si sono dimostrate del tutto inutili, se non nel fare dell’Italia un paese più povero. L’euro e i principi di Maastricht hanno accresciuto gli squilibri in seno all’Unione europea, determinando uno spostamento di risorse dall’Italia verso i paesi più “virtuosi”, la Germania anzitutto, che non hai mai messo i suoi propri interessi nazionali dietro a quelli comunitari.
La ricchezza di un paese non dipende certo dalla moneta, ma dal lavoro che la crea, e poi da come essa viene distribuita. La moneta è tuttavia una leva per agire sul ciclo economico, un mezzo per decidere come viene distribuita la ricchezza sociale. Un paese che non disponga della sovranità monetaria, tanto più se alle prese con la speculazione finanziaria globalizzata, è come una città assediata priva di mura di cinta. Occorre ritornare alla lira, ponendo la Banca d’Italia sotto stretto controllo pubblico, affinché l’emissione di moneta sia funzionale all’economia e al benessere collettivo e non alle speculazioni dei biscazzieri dell’alta finanza.

Nazionalizzare il sistema bancario e i gruppi industriali strategici

Agli inizi degli anni ’80 venne permesso alle banche italiane, in ossequio ai dettami neoliberisti, di diventare banche d’affari, di utilizzare i risparmi dei cittadini per investirli e scommetterli nella bisca del capitalismo-casinò. Prese avvio una politica di privatizzazione delle banche e di concentrazione, che ha coinvolto anche gli enti assicurativi, gettatisi voraci sul malloppo dei fondi pensione. Banche e assicurazioni sono oggi le casseforti che custodiscono gran parte della ricchezza nazionale. Esse debbono essere nazionalizzate, affinché questa ricchezza, invece di partecipare al gioco d’azzardo finanziario, sia utilizzata per il bene del paese. Debbono poi ritornare in mano pubblica le aziende di rilevanza strategica, sottraendole agli artigli dei mercati finanziari e borsistici come dalla logica perversa del profitto d’impresa.
Contestualmente andrà rafforzata la gestione pubblica dei beni comuni come l’ambiente, l’acqua, l’energia, l’istruzione, la salute.

Per una moratoria sul debito pubblico e la cancellazione di quello estero

Il debito pubblico accumulato dallo Stato è usato da un decennio come la Spada di Damocle per tagliare le spese sociali, giustificare le misure d’austerità ed una tra le più alte imposizioni fiscali del mondo. Esso è diventato fattore distruttivo da quando, agli inizi degli anni ’90, i governi hanno immesso i titoli di debito nella giostra delle borse e dei mercati finanziari internazionali. Da allora i creditori divennero i fondi speculativi, le grandi banche d’affari estere e italiane. Il debito pubblico, gravato di interessi crescenti, non è niente altro che un drenaggio di risorse dall’Italia verso la finanza speculativa, banche italiane comprese.
Per questo riteniamo ingiusto, antipopolare e suicida per il futuro del paese fare del pagamento del debito un dogma. La rinascita dell’Italia richiede la protezione dell’economia nazionale dal saccheggio dei predoni della finanza imperialista. Ciò implica impedire ogni fuga di capitali verso l’estero, incluso il pagamento del debito estero perché esso non è altro che una forma di espatrio legalizzato, di rapina autoinflitta. Non rimborsare gli strozzini della finanza globale non è una opzione, ma una necessità.
Non solo è ingiusto, ma in base al rapporto costi/benefici è economicamente irrazionale tentare di rispettare la clausola del Trattato di Maastricht che impone un rapporto debito/Pil non superiore al 60%. Ciò implica ripetere per ben 25 anni, e non è detto che sia sufficiente a causa della depressione economica, manovre d’austerità da 30 miliardi all’anno.
Sbaglia dunque chi si fa spaventare dagli strozzini che evocano lo spauracchio del “default”. Il male minore per l’Italia è un default programmato e pianificato, una moratoria e dunque una rinegoziazione del debito, che i creditori dovranno accettare, pena il ripudio vero e proprio. Per quanto riguarda il debito con le banche e le assicurazioni italiane, dal momento che saranno nazionalizzate, esso sarà de facto cancellato. Il solo debito pubblico che lo Stato rimborserà, a tassi e scadenze compatibili con le esigenze della rinascita economica e sociale del paese, sarà quello posseduto dalle famiglie italiane.

Debellare la disoccupazione con un piano nazionale per il lavoro

La natura e il lavoro sono le sole fonti da cui sgorgano il benessere e la ricchezza sociale. Proteggere l’ambiente e assicurare a tutti i cittadini un lavoro sono le due priorità di un governo popolare. Ciò implica che esso, liberatosi dal feticcio della cosiddetta “crescita economica” misurata in Pil, dovrà sottomettere l’economia, pubblica e privata, alla politica, ovvero ad una visione coerente della società, in cui al centro ci siano l’uomo e la sua qualità della vita. Non si vive per lavorare ma si deve lavorare per vivere. Si produrrà il giusto per consumare il necessario. Solo così si potrà uscire dalla trappola produzione-consumo per affermare un nuovo paradigma produzione-benessere.

Uscire dalla NATO e dall’Unione europea, scegliere la neutralità

Attraverso la NATO l’Italia è incatenata ad un patto strategico che oltre a farla vassalla dell’Impero americano, la obbliga a seguire una politica estera aggressiva, neocolonialista e guerrafondaia. Uscire dalla NATO e chiudere le basi e i centri strategici militari americani in Italia è necessario per riacquisire la piena sovranità nazionale, scegliere una posizione di neutralità attiva e una politica di pace. L’uscita dall’Unione europea, inevitabile se si ripudiano, come occorre fare, i Trattati di Maastricht e di Lisbona, non vuol dire chiudere l’Italia in un guscio autarchico, al contrario, vuol dire puntare a diversi orizzonti geopolitici, aprendosi alla cooperazione più stretta con l’area Mediterranea, stringendo rapporti di collaborazione con l’America latina, l’Africa e l’Asia.

Rafforzare la Costituzione repubblicana per un’effettiva sovranità popolare

La cosiddetta “Seconda repubblica” si è fatta avanti calpestando i dettami della carta costituzionale. L’abolizione delle legge elettorale proporzionale, il bipolarismo coatto, i poteri crescenti dell’Esecutivo, la trasformazione del Parlamento in un parlatoio per replicanti spesso corrotti, erano misure necessarie per assecondare i torbidi affari di banchieri e pescecani del grande capitale, nonché per sottomettere il paese e la politica ai diktat e agli interessi della finanza globale. La Costituzione va difesa contro i suoi rottamatori, se necessario dando vita ad una Assemblea costituente incaricata di rafforzarne i dispositivi democratici a tutela della piena ed effettiva sovranità popolare.




PAOLO MADDALENA: LA MIA PROPOSTA

La gravissima crisi economica in arrivo avrà conseguenze decisive al livello mondiale e sta già terremotando l’Unione europea. I falchi ordoliberisti si rifiutano di accettare la proposta di condividere il debito avanzata dai paesi del Sud, tra cui quello italiano.

Eviterà l’Unione europea lo sconquasso? Mai come ora è stato evidente che il nostro Paese non ha scampo se non esce dalla gabbia dell’Unione europea. In questo contesto giunge la proposta di Mario Draghi.

Draghi è colui che, assieme a Trichet, il 5 agosto 2011 chiese tagli draconiani (sic!!) alla spesa pubblica, spianando la strada a Mario Monti. Lo stesso oggi sostiene che “siccome siamo in guerra, solo col debito pubblico si può evitare che la recessione si trasformi in una grande depressione”.

«Grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente»

* * *

1)      Revisionare il nostro debito pubblico e dichiarare inesigibile il debito da  speculazione (così il debito si ridurrebbe a meno del 60 % del PIL);

2)      Bloccare tutte le privatizzazioni, le cartolarizzazioni e le svendite;

3)      Abrogare le leggi che consentono la finanziarizzazione del mercato (cartolarizzazioni, derivati, ecc.);

4)      Chiedere l’annullamento per via giudiziaria delle cartolarizzazioni e svendite di tutti gli immobili pubblici (specie degli Ospedali storici e dei beni delle IPAB), dimostrando che tali cartolarizzazioni e svendite violano la “funzione sociale” (cioè l’interesse pubblico del Popolo) della “proprietà pubblica” e sono contro “l’utilità pubblica, la sicurezza, la libertà e la dignità umana” (artt. 41 e 42 della Costituzione). Si tratta di “norme “precettive e imperative”, che consentono di “annullare senza limiti di tempo” le cartolarizzazioni e le svendite in questione, ai sensi dell’art. 1418 del codice civile;

5)      Ricostituire, con provvedimenti legislativi e Atti giudiziari, il “patrimonio pubblico” ceduto ai privati, dichiarandolo “Inalienabile, inusucapibile e inespropriabile”;

6)      Precisare che la “proprietà collettiva demaniale del Popolo” (cioè il “demanio”, che è per l’appunto, “inalienabile, inusucapibile e inespropriabile”, poiché è in “proprietà pubblica” di tutti i cittadini) comprende, non solo il cd. “demanio naturale” previsto dal codice civile, ma anche, e soprattutto, “i servizi pubblici essenziali” (nazionali e locali), “le fonti di energia” (acqua, luce, gas, industrie strategiche, fonti di produzione  della ricchezza nazionale, ecc.) e le “situazioni di Monopolio”, tutte categorie previste dall’art. 43 della Costituzione, il quale precisa, tra l’altro, che tali “fonti di produzione della ricchezza” devono essere “in mano pubblica” o di “Comunità di lavoratori o di utenti”;

7)      Ritrasformare la Banca d’Italia e la Cassa Depositi e Prestiti, in  “Enti pubblici”, che devono servire a soddisfare i diritti fondamentali dei cittadini, e non SPA, il cui fine è quello di perseguire gli interessi economici dei “soci”;

8)      Riprenderci la “sovranità monetaria”, o nel senso di emettere “biglietti di Stato a corso legale” spendibili nel territorio italiano, o uscendo dalla “zona euro”, emanando delle leggi, che abroghino le ”leggi di ratifica” dei Trattati di Maastricht e di Lisbona, nonché i Trattati relativi al WTO, al FMI e alla Banca mondiale degli investimenti;

9)      Dare una interpretazione costituzionalmente orientata della “proprietà privata”, di cui all’art. 832 del codice civile, alla luce delle norme precettive e imperative di cui agli articoli 42 e 41 della Costituzione, le quali sanciscono la “funzione sociale” della proprietà  e la “utilità sociale” che devono perseguire le relative negoziazioni, come prevede il disegno di legge Senatrice Paola Nugnes e altri, già depositata in Senato e la proposta di legge dell’On. Stefano Fassina, già depositata alla Camera;

10)   Includere i cd. “beni comuni” nella “proprietà collettiva demaniale” del popolo, rendendoli inalienabili, inusucapibili e inespropriabili e diretti soltanto alla soddisfazione dei diritti fondamentali di ogni cittadino come altresì prevedono il disegno di legge e la proposta di legge poco sopra ricordate.

Con questi provvedimenti ci porremmo sulla buona strada per battere l’attuale “sistema economico predatorio neoliberista” e ricostituire il “sistema economico produttivo keynesiano”, che ci consentì, nei primi trenta anni del dopo guerra, di diventare la quinta potenza economica del mondo.

Un caro abbraccio. Paolo Maddalena




AVVISAGLIE DI RIVOLTA…

Abbiamo già più volte detto e scritto, che arriva una crisi economica e sociale drammatica che non trova precedenti neppure nelle guerre mondiali.

Corresponsabile di questa situazione è il governo, Conte in primis, per le draconiane  misure adottate di clausura dei cittadini e  di blocco dell’economia senza alcun aiuto vero per i milioni di cittadini che hanno chiuso le saracinesche, o che hanno perso il lavoro dall’oggi al domani o che erano già disoccupati.

Qui o Conte si ravvede, o la rabbia sociale esploderà improvvisa.

Ecco le prime avvisaglie. Guardate questi video e meditate!

Da Palermo, da Bari, da Benevento

 

 




DICTATOR PER CASO di Piemme

Il 10 marzo scorso, subito dopo i primi decreti emergenziali del governo, scrivevo:
«Vita associata abolita, libertà individuale sequestrata, democrazia temporaneamente soppressa. Non c’era mai stata in Italia una simile militarizzazione del territorio, una mobilitazione repressiva di tale ampiezza e contundenza, a conferma dello “Stato d’eccezione” che ha sigillato il Paese, trasformandolo in un immenso reclusorio. Si dice che siano le prove generali della dittatura. Forse è troppo. A lor signori basta che siano le prove generali del “governissimo”, Draghi o non Draghi a capo dell’Esecutivo. Di sicuro siamo davanti ad un atto eversivo, anticostituzionale, ad un auto-golpe mascherato».
Dopo di allora sono piovute ulteriori strette repressive, per di più estese a tutto il territorio nazionale, con limitazioni pesantissime delle libertà e dei diritti fondamentali, di circolazione, di riunione, ed anche di parola — vedi la Delibera del 18 marzo con cui l’Agcom prevede di censurare opinioni diverse sul contrasto all’epidemia rispetto  a quella ufficiale, e vedi la gravissina diffida alla epidemiologa Maria Rita Gismondo di esporre le sue critiche. Infine la decisione di gettare l’esercito nelle strade (il più delle volte solo allo scopo di spaventare i cittadini), decine di migliaia di denunce, anni di galera per chi violi la stretta.

Ho ricevuto critiche anche dure da parte di diversi amici per il il mio intervento del 10 marzo. Per essi la quarantena e gli arresti domiciliari di massa sono necessari per debellare l’epidemia. “Lo prevede la Costituzione”, mi han detto, le deroghe allo Stato di diritto sono previste in situazioni d’emergenza.

Vero, ma essi non vogliono vedere — oltre al pericolo grandissimo per cui, creato il precedente, esso può essere molto più facilmente reiterato ogni qual volta il potere si senta in pericolo — di riconoscere un fatto enorme, quello per cui il governo, assumendo poteri eccezionali, ha agito extra legem. Non passa giorno che dall’alto ci dicono che siamo in guerra ma la Costituzione, all’art. 78 parla chiaro, è il Parlamento che delibera l’eventuale stato di guerra, ed è il Parlamento che conferisce al governo i poteri necessari». Cosa invece abbiamo avuto amici cari? Che l’Esecutivo i poteri eccezionali se li è presi ed il Parlamento è stato chiuso de facto.

E’ dunque lo stesso spirito della Carta che è stato calpestato, spirito che indica come, anche in situazioni derogatorie, si debbono sempre rispettare i suoi principi. Davanti al COVID-19 il governo si è infatti vantato di aver seguito il modus operandi cinese (per certi versi più duro), e allora serve sottolineare che è proprio nella capacità e nel modo di affrontare gli stati d’eccezione senza derogare ai principi democratici di fondo che si misura e si vede la reale natura di un regime e/o i rischi — connessi intrinsecamente nello stato d’eccezione — di violare il perimetro di una democrazia costituzionale.

Moreno Pasquinelli, ha segnalato come, quanto sta accadendo sotto i nostri occhi, confermi la tesi di Carl Schmitt per cui, «Il caso d’eccezione rende palese nel modo più chiaro l’essenza dell’autorità statale. Qui la decisione si distingue dalla norma giuridica, e (per formulare un paradosso) l’autorità dimostra di non aver bisogno di diritto per creare diritto».

Vero. E’ noto come Schmitt, proprio partendo dal suo paradigma, fosse un difensore della Costituzione di Weimar, Costituzione con elezione diretta del Presidente della Repubblica e che assegnava ad esso poteri sovraordinati rispetto allo stesso Parlamento. Al Presidente spettava il comando dell’esercito (art. 47). Sempre al Presidente spettava la facoltà di prendere decisioni in caso di emergenza a tutela dell’ordine e della sicurezza, e solo successivamente il parlamento avrebbe potuto solo controllare le misure prese (art. 48, commi 2 e 3). Il Presidente poteva contrapporre lo scioglimento delle camere alla minaccia di un voto di sfiducia da parte del Parlamento nei confronti del governo, anzi, poteva addirittura precederlo, il che, a parte l’obiettivo che ci si proponeva, faceva sì che la risoluzione del conflitto passasse nelle mani del popolo, chiamato a nuove elezioni.

Così ci spieghiamo come l’ascesa del potere di Hitler, chiamato alla cancelleria proprio da Hindemburg, fosse avvenuta nel pieno rispetto formale della Costituzione weimariana, considerata al tempo la più democratica.

E questo non è il solo precedente che mostra come in passato si sia passati dalla democrazia alla dittatura nel pieno rispetto formale delle regole dell’ordinamento (democratico). E’ proprio questo che i costituenti hanno immaginato di impedire con Costituzione del ‘48, che infatti ha previsto un Presidente debole e un Parlamento forte.

Se non stupisce che le destre sicuritarie non abbiano alzato alcun allarme per la sospensione della democrazia, se non stupisce il silenzio assordante di tutto il circo mediatico, è sorprendente la reticenza e la sordità di certa sinistra. E non parlo dell’area che orbita attorno al Pd. Parlo della stessa sinistra che si pretende antagonista. In nome di un malinteso concetto di “salute pubblica”, avanti col blocco totale, anzi, per alcuni la reclusione dev’essere ancora più stringente. La “salute” prima di tutto, le libertà alla merda!

Altri mi hanno criticato sostenendo: “ma dai?! Ce lo vedi Conte che fa il dittatore?!”.

No, io non ce lo vedo, dico che lui e la congrega che lo sostiene, stanno oggettivamente spianando la strada al Dictator, che potrebbe venire dopo di lui, grazie proprio alle sue misure draconiane.

Osserva argutamente Marco Olivetti:

«In un momento di evidente emergenza, come quello causato dalla diffusione in Italia del nuovo coronavirus, interrogarsi sulla compatibilità con la Costituzione delle misure sinora adottate dal Governo potrebbe sembrare un lusso che non possiamo permetterci. Ma questo approccio al problema, che forse istintivamente è inevitabile, equivarrebbe a mettere la Costituzione in quarantena, muovendo dall’idea che essa vale per i tempi normali e non per quelli eccezionali. Un’idea, questa, assai risalente, che potrebbe trovare la propria radice ultima nella Dittatura cui i romani facevano ricorso in situazioni di pericolo per la Repubblica, introducendo in quel caso una figura giuridica – il dictator, appunto – che per sei mesi sostituiva i consoli».

Una delle rare voci fuori dal coro, non a caso ospitata dal quotidiano dei vescovi AVVENIRE