Impiccati alla Germania di Leonardo Mazzei

Sono giornate pericolose. I gattopardi sono in agguato. Cambiare tutto perché nulla cambi è la loro missione. Se riusciranno a vincere saranno guai seri, peggio di quelli prodotti dal coronavirus.

Nelle due settimane che si son presi proveranno a confezionare il grande imbroglio. Ci riusciranno? Non è detto, poiché l’Unione non è mai stata così disunita, ed i diversi interessi nazionali tanto divaricati tra loro. Ma ci proveranno alla grande, di questo possiamo esser certi.

Attenzione dunque a dare l’UE per morta. Lo sarà  solo quando lo sarà. Nel frattempo – non ce ne vogliano gli animalisti – chi ha a cuore le sorti del popolo lavoratore (inteso in senso molto ampio) non può che ispirarsi al “bastonare il cane che affoga” del presidente Mao.

Piccolo florilegio del salvatori dell’UE

Sull’operazione salva-UE guidata da Mario Draghi ha già scritto Moreno Pasquinelli. Ma forte è il coro di chi fiancheggia l’uomo del Britannia, delle privatizzazioni, dell’austerità e dell’euro. Accanto a chi l’appoggia enfaticamente sottolineandone i presunti quanto fantomatici elementi di rottura, c’è chi (ben più concretamente) lavora a preparargli il terreno provando a tessere un accordo con la Merkel.

Dedichiamoci dunque ad una istruttiva rassegna di quel che dicono i più autorevoli rappresentanti del fronte eurista nazionale.

Partiamo da una persona informata dei fatti. Paolo Gentiloni è uno dei commissari guidati dalla simpaticissima Von der Leyen, colei che ha già sentenziato che sulla materia del contendere – eurobond e similari – ha ragione la Germania. Lei però l’ha detto in tedesco, mentre il servizievole Paolo – uomo per tutte le stagioni, transitato dalla sinistra extraparlamentare, alla Margherita di Rutelli, fino all’approdo nel Pd – l’ha voluto ribadire in italiano.

Intervistato da Radio Capital è stato fin troppo preciso su due punti. Il primo:

«L’emissione di bond genericamente per mutualizzare il debito non verrà mai accettata».

Il secondo:

«Il Mes non è la Spectre, è uno strumento condiviso, la discussione è sulle condizionalità, e si parla di alleggerirle ma non sono molto ottimista nemmeno su questo, perciò meglio spostare la discussione su quali obiettivi finanziare e poi decidere come».

Chiaro chi rappresenta l’Italia a Bruxelles?

Passiamo adesso al surreale David Sassoli, una nullità messa non a caso a guidare il nulla, cioè l’ornamentale parlamento di Strasburgo. Essendo uno dei cosiddetti “cinque presidenti”, il Sassoli è tra coloro che sono stati incaricati di superare il disaccordo emerso nell’ultima riunione del Consiglio europeo. Che vi contribuisca è pressoché certo, ma è probabile che lo faccia con un’unica parola: signorsì. A Berlino l’apprezzano molto.

Il Sassoli prova a prenderla larga:

«Vuoi utilizzare il Mes? Bene, allora devi modificarlo perché è stato pensato per crisi asimmetriche in cui un Paese in difficoltà chiedeva aiuto, mentre oggi siamo di fronte a una crisi simmetrica che ci colpisce tutti. Non ci possono essere condizionalità, il Mes potrebbe fungere da garanzia per i mercati finanziari, demandandone l’operatività tecnica a una istituzione come la Banca europea per gli investimenti».

Aria fritta, ma se non altro il presidente dell’europarlamento non nasconde chi comanda nell’Unione:

«Penso e spero che Berlino non vorrà rinunciare a un ruolo di guida e rafforzamento dell’Europa», questo il suo appello a mamma Merkel.

Ma perché tanta apparente fiducia?

«Non c’è dubbio. Senza solidarietà crollano i vincoli e le ragioni dello stare insieme. Però è anche vero che come ci ha insegnato Monnet l’Europa si forgia attraverso le crisi che affronta. E soprattutto quando i nostri Paesi capiscono che nessuno può farcela da solo. Siamo a un passaggio di fase e l’Europa può diventare più forte. È sempre stato così».

Questa la professione di fede dell’ex giornalista, il quale pur di arrivare ad “un’Europa più forte” è certo pronto al peggiore dei pastrocchi.

Quale possa essere l’accordo ce lo diceva ieri il Corriere della Sera:

«Secondo quanto è trapelato da varie capitali, il Fondo salva Stati, che dispone di 410 miliardi, potrebbe arrivare ad almeno 700 miliardi per elevare i prestiti oltre il limite attuale del 2% del Pil nazionale (circa 36 miliardi per l’Italia), con estensione dei rimborsi a 30/50 anni e senza le stringenti condizioni applicate in passato alla Grecia. Anche le erogazioni della banca Bei potrebbero salire dagli attuali 20 miliardi ad oltre 200. Entrambi questi organismi, per finanziarsi, emettono già titoli garantiti dai Paesi membri. Quindi basterebbe un accordo sui maggiori importi, senza doversi scontrare sul principio politicamente divisivo dei nuovi coronabond».

Questi la fanno facile, ma se così fosse non si capirebbe il perché del mancato accordo della scorsa settimana. Tralasciando il fatto che anche in questo modo le risorse sarebbero insufficienti, come si vede si va sempre a finire sul Mes. Ma un intervento del Mes senza condizioni stringenti non esiste. Dunque, siamo punto e a capo.

Il perché di tanta insistenza, a dispetto dei fatti, ce lo spiega il solito Gentiloni, secondo cui:

«Bisogna ancora scommettere che, da parte della Germania, si arrivi a una comprensione della situazione nuova».

Siamo dunque impiccati alla Germania. Allegria!

Sulla stessa linea Enrico Letta, sempre sul Corriere:

«La propaganda politica ha trasformato in zombie i due principali strumenti esistenti. Io sono favorevole agli eurobond, che i nordici non vogliono perché pensano di dover pagare il nostro debito. Ma si possono fare senza trasferimento di soldi da loro a noi. Dobbiamo, insieme, costruire uno strumento europeo per battere la crisi. Quanto al Mes, da noi è diventato un tabù per colpa di Salvini, Meloni e dei 5 Stelle, alla ricerca di un nemico fantomatico».

Dopo il Letta senza tabù, chiudiamo ora con quel che ha detto un’economista mainstream, quel Nicola Rossi liberista a tutto tondo passato dall’Ulivo prodiano alla presidenza dell’Istituto Bruno Leoni, fino ad approdare ad importanti incarichi bancari.

Non avendo ruoli politici, il Rossi può permettersi di dirla tutta, rivelando così quel che pensa realmente l’establishment del Paese. Per lui l’Italia, tramite un apposito voto parlamentare, dovrebbe annunciare «urbi et orbi che intende mantenere indefinitamente un avanzo primario al di sopra del 2% del prodotto al fine di stabilizzare il proprio rapporto fra debito e Pil».

Insomma, la trentennale cura da cavallo a base di continui avanzi primari, dunque di austerità, ancora non gli basta. Per Rossi bisogna impegnarsi sul 2%, anzi qualcosa di più. Tradotto in cifre il 2% significa che ogni anno, e per sempre, le entrate dovranno superare di 36 miliardi (in euro attuali) la spesa pubblica. Dunque sacrifici, depressione economica, più tasse e meno stato sociale (inclusa la sanità…). Ecco cosa pensano realmente lorsignori, al di là dei bei discorsi sul “siamo tutti sulla stessa barca”.

Conclusione  

Chi scrive non può sapere come si concluderà la partita europea. La crisi che si annuncia è talmente grave che anche a Palazzo Chigi dovranno pensarci bene prima di firmare la capitolazione, ma lanciare l’allarme è necessario.

Se questi sono i generali, se questo è il pensiero che li anima, nessuna illusione è concessa. Eppure sarebbe questa l’occasione giusta per fare l’unica cosa davvero utile per il Paese: lasciare l’Unione alla sua crisi e riprendersi la piena sovranità, a partire da quella monetaria.

Ma quel che sarebbe utile per la stragrande maggioranza degli italiani, è ben distante dalla visione e dagli interessi dei dominanti.

Che tutti coloro che hanno compreso da tempo qual è il nodo principale, che comprendono oggi la necessità di un radicale piano d’emergenza che accompagni l’Italexit, battano subito un colpo. Il momento per farlo non può essere rinviato. Il momento è ora.