Comitato COVID 19: BASTA CON LA PAURA!

Riceviamo da alcuni attivisti del Comitato Popolare Territoriale di Napoli di Liberiamo l’Italia, e volentieri pubblichiamo.

Da circa un mese il nostro Paese si trova in una difficilissima condizione per una sciagurata gestione dell’emergenza covid-19 da parte del governo italiano che, dopo aver indirettamente provocato danni non ancora calcolabili, ora, galleggiando sulla paura, non prospetta null’altro che il procrastinarsi sine die dell’attuale lockdown (cioè, il confinamento a casa della popolazione) senza apparentemente avere una precisa strategia.

In questa situazione, la sospensione di diritti costituzionali ha finora confinato la rabbia in qualche mugugno ma è probabile che essa si traduca in gravi tumulti che renderebbero ancora più drammatica la situazione. Anche per questo riteniamo che sia irrimandabile la nascita di un movimento di protesta, responsabile ma determinato, che ponga fine a questa insostenibile situazione.

Anche per questo, vi invitiamo a leggere la nostra succinta analisi e le nostre proposte e ad aderire al costituendo Comitato COVID 19: BASTA CON LA PAURA

Antonello, Francesco, Marilù, Omar, Paolo (attivisti di Liberiamo l’Italia – Comitato di Napoli)

8 aprile 2020

Per adesioni e ulteriori informazioni

Pagina Facebook: COVID 19: BASTA CON LA PAURA

Una sciagurata gestione dell’emergenza

Ai primi di marzo, dopo i primi tamponi positivi al Coronavirus COVID 19, le autorità italiane (governo e Regioni) che, fino ad allora, avevano perso tempo prezioso con surreali iniziative (ad esempio, #Milanononsiferma) e che non avevano pianificato assolutamente nulla per affrontare un’eventuale emergenza, imponevano il confinamento a casa della popolazione (lockdown). Oggi governo e Regioni (in particolare Lombardia e Veneto) si rinfacciano la responsabilità di avere “troppo tardi” imposto il lockdown , ma nessuno dice che questa misura non serve a “bloccare il contagio” ma solo a rallentarlo per evitare il sovraffollamento dei posti di rianimazione (così come avvenne in Lombardia durante l’epidemia influenzale del 2018) e, quindi, permettere la sopravvivenza degli infettati più gravi.

I posti di rianimazione sono stati ridotti ad un quinto in Italia dopo venti anni di tagli alla Sanità non è così in altri paesi – come, ad esempio, la Germania o la Svizzera – dove, non a caso, l’emergenza COVID19 è affrontata senza isterie e vessatori lockdown.

Una emergenza all’insegna del terrore

In Italia, invece, la pretesa di “bloccare il contagio” si è tradotta in dure disposizioni e, soprattutto, in una terroristica campagna informativa basata su una bizzarra metodologia: la diffusione, ogni sera, dei dati inerenti i “contagiati” e i “morti”. Conteggiando tra i primi SOLO le migliaia che venivano fuori dai pochi tamponi diagnostici effettuati dalle Regioni (e non già i milioni di italiani infettati stimati da autorevoli fonti) e tra i secondi TUTTI i deceduti risultati positivi al Coronavirus (anche quelli morti per gravi patologie pregresse o per vecchiaia). Si è arrivati, così, a fine marzo a istituzionalizzare uno sbalorditivo indice di letalità (rapporto morti/contagiati) del COVID 19 enormemente superiore a quello indicato dalle più autorevoli fonti scientifiche e che oltre a servire a terrorizzare la popolazione per farla barricare in casa, ha scatenato il panico tra chi, invece, era costretto ad operare nell’emergenza.

Panico che, ad esempio, si è tradotto nell’impedimento per i medici di base di recarsi a casa dei pazienti i quali, perciò, spesso indiscriminatamente, sono stati trasportati in sempre più affollati reparti. Questo verosimilmente ha provocato la diffusione di malattie infettive (che già, in Italia, si portano via 50.000 persone all’anno) negli stessi ospedali.

La mancanza di una strategia

Intanto, a rendere sempre più confusa la situazione, ci sono le contradditorie disposizioni di governatori regionali e sindaci, una pletora di confusi esperti (sempre in TV) e un governo che, brancolando nel buio, si limita a struggenti appelli. Anche questo caos è conseguenza dello sfascio e dei tagli che hanno distrutto quello che era un sodisfacente servizio sanitario nazionale (e che aveva saputo affrontare gravi epidemie, come l’influenza H3N2 – detta “di Hong Kong” – del 1968) e di una Protezione civile ridottasi a quello che è.

Nasce da qui l’incapacità del Governo di prevedere l’andamento dell’epidemia e, quindi, attivare calibrate strategie di intervento; previsioni e strategie che si basano su consolidati modelli di simulazione i quali, comunque, per operare hanno bisogno di dati (quanti sono gli italiani già infettati, quanti gli asintomatici, i guariti, i portatori sani…). Dati che – incredibile a dirsi – solo ora cominciano, timidamente, ad essere raccolti effettuando, non già solo tamponi, ma test diagnostici.

La dimensione internazionale dell’emergenza COVID 19

Una pur succinta esposizione degli aspetti politici dell’emergenza COVID 19 in Italia non può non accennare alla sua correlazione internazionale; anche perché Il governo si ostina a definire la sua strategia per uscire dalla crisi come un “modello” internazionale (il modello Italia).

Intanto va detto che le misure attuate in Italia sono nate prendendo a modello quelle attuate nell’Ubei-Wuhan, principale distretto manifatturiero per le aziende occidentali, misure imposte dalle autorità cinesi, più che per motivi meramente profilattici, per rintuzzare le sanzioni e i dazi USA di cui la campagna mediatica contro il “virus cinese” era il corollario.

Tutto ciò è stato fatto utilizzando una quantità e qualità di risorse che semplicemente noi non possediamo e che hanno mostrato la potenza cinese agli occhi del mondo.

La gestione dell’emergenza in Italia ha comunque cominciato a suscitare l’interesse di molti governi quando si sono resi conto che questa, senza particolari sforzi, è riuscita a trasformare un intero popolo in una massa disposta ad accettare supinamente inimmaginabili privazioni. Lezione appresa, anche se non applicata in modalità cosi vessatorie come quelle italiane, ad esempio, in Francia dove un pur blando lockdown è riuscito a congelare ogni protesta e sta facendo passare la riforma di Macron sulle pensioni.

Inoltre, il lungo lockdown rischia di essere visto come un’occasione allettante da alcuni per mandare sul lastrico un paese e costringerlo, così, ad accettare trattati capestro (come il MES) o a svendere i suoi beni. Ci rendiamo conto che questo potrebbe apparire inverosimile, ma se consideriamo quali potentati economici foraggiano i media che oggi alimentano il caos o, le altrimenti incomprensibili, posizioni di questo o quel personaggio, è possibile rendersi conto che questa prospettiva non è mera fantapolitica.

QUELLO CHE VOGLIAMO SUBITO:

  • Un’unica, nazionale, autorevole, direzione dell’emergenza con la conseguente estromissione delle Regioni e dei Comuni.
  • Una capillare campagna di test diagnostici che, oltre a garantire una pianificazione dell’emergenza e permettere il calcolo preciso del tasso di letalità, consenta la piena mobilità di tutte le persone che non rappresentano pericolo di contagio.
  • Servizi per assistere gli anziani e ridurre la loro esposizione al contagio
  • La fine di una “informazione” basata sulla paura. Pretendiamo, ad esempio, che vengano presentati ufficialmente come “deceduti per COVID 19” solo quei casi che rientrano nei criteri stabiliti dall’Istituto superiore della sanità
  • L’abolizione di inutili e vessatorie disposizioni (prima tra tutte il divieto di passeggiare pur rispettando la distanza di sicurezza)

QUELLO CHE VOGLIAMO, FINITO IL LOCKDOWN :

Rigettiamo ogni ipotesi di “scudo penale” per colpe o reati commessi durante l’emergenza Covid19. Chiediamo, anzi l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta finalizzata ad identificare eventuali colpe e reati, a scongiurare il riproporsi di situazioni analoghe e a favorire il ripristino di un Servizio sanitario nazionale e di strutture nazionali di emergenza degni di questo nome.

Antonello, Francesco, Marilù, Omar, Paolo (attivisti di Liberiamo l’Italia – Comitato di Napoli)




O DENTRO O FUORI di Piemme

Il 7 aprile scorso, alle porte dell’Eurogruppo scrivevo:

«Come andrà a finire (accordo, rottura o compromesso?) lo sapremo forse a tarda sera, al massimo domani».

Alla fine che abbiamo  avuto? Che la montagna ha partorito il topolino, un compromesso pasticciato quant’altri mai. I nordici hanno ottenuto che nemmeno si parlasse di eurobond, i sudisti che non ci fosse alcun automatismo che facesse scattare le condizioni capestro previste dal MES per gli stati in difficoltà.

Un compromesso per salvare la baracca ed evitare l’inevitabile: l’esplosione dell’Unione europea. Un compromesso che non risolve nulla.

Sia chiaro, nessuna assoluzione per Gualtieri, Gentiloni e Conte. Sull’altare del loro europeismo hanno rinunciato difendere quella che essi stessi avevano definito la “Linea del Piave”: gli eurobond, ovvero che l’Unione europea si facesse carico di far fronte collettivamente alla catastrofe economica che si abbatterà anzitutto sull’Italia.

La morale della favola è che, MES o no MES,  dall’Europa non viene nessun sostegno al nostro Paese e, ove venisse, sarebbe come quello della corda che sostiene l’impicccato. La sostanza è che l’Italia  affonderà ove non decidesse, adesso, di tagliare i ponti con l’Unione europea.

La diciamo con le parole di Stefano Fassina:

«Allora, si prenda atto che è necessario recuperare, attraverso un “divorzio amichevole” (proposto da tempo da Joseph Stiglitz), l’autonomia monetaria sciaguratamente ceduta. Almeno possiamo tentare di evitare l’avvitamento economico dell’Italia, fratture territoriali e sociali sempre più profonde e una torsione autoritaria della nostra democrazia. Si aprirebbe uno scenario doloroso e rischioso, ma vi sarebbe la speranza di sottrarsi ad una lenta agonia».

Non esiste un terzo campo. Non c’è più spazio per mezze misure, trucchetti o italiche furbizie.

O Italexit o l’agonia dell’Italia.

Va detto non solo ai 5 Stelle, va detto anzitutto a quelli della Lega, che in queste ore sbraitano, alzano un gran polverone, ma non solo non rivendicano l’uscita, continuano ad invocare l’arrivo di Draghi. Ovvero una morte al posto di un’altra.