ITALEXIT O AGONIA di Piemme

Ci vuole una bella faccia tosta a presentare il vertice dell’Unione europea come un successo. Non è quella che manca a Conte.
Il lettore si aspetterà che spieghiamo quelle che, con gergo liberista, vengono chiamate “tecnicalità” e/o “condizionalità” dell’accordo raggiunto tra i capi di stato e di governo dell’Unione europea. Immaginerà che entriamo nei dettagli della tripletta Bei-Sure-Mes. Resterà deluso poiché è tutto aleatorio, rimandato al prossimo vertice. Figuriamoci se possiamo dare un giudizio sul cosiddetto “Recovery fund”, che per aria stava e per aria resta, e ammesso che scenda a terra, i suoi fondi sarebbero erogati a babbo morto, ovvero l’anno prossimo.

Né, del resto, possiamo dire qualcosa sui tanto strombazzati “eurobond”, che la Merkel ha chiesto e ottenuto che non fossero nemmeno posti all’ordine del giorno.

Questa assenza di dettagli ed evidenze dice molto, anzi dice tutto. Ci dice che ancora una volta s’è imposta la linea tedesca: nessuna condivisione, non solo dei debiti pregressi, nemmeno di quelli futuri.
Chi si illudeva che davanti al dramma del COVID-19 e alla più grave crisi economica e sociale, i falchi dessero segni di resipiscenza, che cioè fossero disposti ad allargare i cordoni della borsa, ha preso l’ennesimo ceffone. Abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione che la Ue non è riformabile.

Ballano solo alcune cifre sull’ammontare che l’Unione europea potrebbe devolvere per fare fronte all’inevitabile crollo economico — la Lagarde proprio ieri ha detto che si prevede per l’eurozona una caduta del Pil quest’anno del 15%, col che si può facilmente immaginare che per l’Italia andrà ancora peggio —, cifre spaventosamente insufficienti. La sproporzione tra la gravità della malattia e l’inefficacia del farmaco è abissale.

Del resto, anche ove la Ue, raschiando il fondo del barile, giungesse a dare garanzie per 500-700 mld, essi non solo sarebbero spalmati su tutta l’Unione, sarebbero in gran parte a prestito, ed ogni singolo paese dovrebbe risponderne. Ci diranno i cicisbei del governo, che sarebbero senza “condizionalità” prescrittive. Si tratta di un trappolone. Le “condizionalità”, verrebbero imposte dai mercati finanziari, che agirebbero come spietato prestatore di ultima istanza. Immaginiamo infatti cosa potrebbe accadere nei prossimi anni, quando il debito pubblico italiano (per non contare quello del settore privato) sarà salito alle stelle. I “mercati” alzerebbero la posta, esigerebbero lauti interessi in cambio del rischio e potrebbero cessare di finanziare l’Italia.

A quel punto un default — la qual cosa, ricordiamolo, non significa bancarotta, che uno Stato non va in bancarotta, ma sarebbe lo stato di insolvenza — sarebbe inevitabile, cosa che implicherebbe, nel perimetro della Ue e in ambiente globalizzato, non solo una draconiana austerità e la miseria generale; significherebbe che la finanza predatoria andrebbe all’incasso comprando a prezzi stracciati beni reali: industrie, filiere produttive, banche, beni pubblici e  demaniali. La Grecia insegna.

C’è chi, in questo contesto, pur di non prendere atto che l’Unione non c’è più, che è un cadavere che cammina, pur di evitare la decisione di uscire da questa gabbia di matti, spera nell’intervento salvifico della Bce. Costoro — tra i quali adesso si annovera anche Bagnai, che dal “fuori dall’euro” è passato al “più euro” — chiedono che la Bce svolga finalmente, come le altre banche centrali, la funzione di prestatore di ultima istanza: acquisti tutti i titoli di debito finanziando direttamente gli Stati, tra cui il nostro. Vero è che questa mossa salverebbe l’Unione dal collasso finale.

La Germania e i suoi segugi accetterebbero mai di affidare alla Bce questa funzione? Ne dubitiamo. Il dilemma verrà forse sciolto il 5 maggio dalla Corte costituzionale tedesca che si esprimerà sulla liceità del “Quantitative easing” (Qe). Azzardiamo un pronostico: essa sancirà che il Qe se non cozza apertamente con la Costituzione tedesca, rappresenta tuttavia una sostanziale deviazione dai suoi principi, con ciò ribadendo il rifuto che la Germania debba ubbidire a poteri sovraordinati, quindi ponendo una pietra tombale sulle speranze di coloro che credono nell’intervento salvifico della Bce.

Con ciò la palla, con un lungo cross, sarà gettata dalla Germania al di sotto delle Alpi, nella metà italiana del campo. E starà all’Italia decidere: tirarsi fuori dall’Unione, riprendendosi la propria sovranità politica e monetaria allo scopo di finanziare un grande piano di investimenti pubblici e sostenere la domanda interna (contestualmente controllando il movimento dei capitali per imperdirne la fuga), oppure un’inesorabile agonia, accettando così di entrare in un periodo di gigantesche tensioni sociali interne.

Gli attuali Gaulaiter al governo cesseranno di agire da ascari e servi? Invertiranno, prima che sia troppo tardi, la rotta? Ne dubitiamo.

Le forze patriottiche debbono prepararsi ad una dura battaglia, sapendo che molto probabilmente dovranno prendere in mano un Paese in macerie.