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IL NOSTRO PERCORSO di Umberto Spurio*

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L’uscita dall’area euro sta diventando una consapevolezza sempre più diffusa. Non è questo lo spazio adeguato per elencare i passaggi che dovranno necessariamente accompagnare questa azione che, da sola, indubbiamente potrebbe essere insufficiente e persino pericolosa.

Da autorevoli intellettuali del mondo degli economisti e di quello giuridico e costituzionalista si parla di misure come il rifiuto di pagare il debito pubblico derivante dalla speculazione finanziaria, l’uso (volontario) dei risparmi privati (circa 4000 mld) per finanziare un piano di crescita mirato soprattutto verso il Mezzogiorno (con tassi positivi pagati dallo stato ai risparmiatori), una politica di pieno impiego, la ristrutturazione dell’apparato produttivo con un intervento pubblico che mette da parte le logiche dei mercati e si dota di asset produttivi strategici e di interesse nazionale.

Tutte misure ben descritte nella Costituzione repubblicana e opposte ai trattati europei.

Già questo accenno di misure alternative al quadro imposto dall’Unione europea lascia intravedere, se attuate, un modello di economia e di società basato su una visione comunitaria opposta alla visione competitiva che è al nocciolo della struttura Ue.

Ma non basta.

Se vogliamo fare tesoro di quanto sta accadendo, della evidente incapacità del modello capitalistico a fronteggiare un’epidemia, dobbiamo essere chiari e dire che un nuovo socialismo è oggi più che mai necessario.

Con quali forze?

È necessario comporre in un percorso unitario tutte le forze (partiti, movimenti, associazioni, singoli) che condividono l’uscita dalla Ue come non rinviabile e necessaria.

Un percorso unitario che si va a concretizzare nella costruzione di un soggetto politico che abbia le caratteristiche del Comitato di Liberazione Nazionale dal quale scaturì la Costituzione nel 1948.

Sappiamo bene che non tutti coloro che si pongono l’obiettivo dell’uscita dall’euro hanno l’idea di riorganizzare l’economia eliminando i contrasti tra capitale e lavoro.

Sappiamo bene che non hanno alcuna idea di riorganizzare la società intorno a comitati popolari che devono costruire l’ossatura di base della nuova repubblica.

Sappiamo bene che il cosa, come e quanto produrre, per loro non è una domanda.

Lo è invece per chi vuole realizzare un nuovo socialismo, e lo diventerà ancor di più per le classi lavoratrici a mano a mano che gli effetti dirompenti “del coronavirus” costringeranno a fare scelte decisive e straordinarie.

*Umberto Spurio è membro del Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia

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4 pensieri su “IL NOSTRO PERCORSO di Umberto Spurio*”

  1. Giulio Bonali dice:

    Concordando con quasi tutto, rilevo che comunemente per “socialismo” non si intende l’ eliminazione (pretesa, ma oggettivamente impossibile) dei contrasti fra capitale e lavoro” (questo si intende casomai con “interclassismo”), ma l’ eliminazione della divisione della società fra detentori di capitale a vario titolo e proletari (detentori, come mezzo di produzione, unicamente della propria forza lavoro).
    Può sembrare pedanteria, ma invece credo che per bene orientarsi sia necessario usare buone e precise mappe.

  2. fabio dice:

    … eliminare i contrasti tra capitale e lavoro … riorganizzare la società intorno a comitati popolari che devono costruire l’ossatura di base della nuova repubblica.
    Mi permetto di osservare che il linguaggio usato ricorda troppo il vecchio linguaggio socialista: che ci farebbe perdere una larga fetta di popolazione. Meglio puntare sul conflitto tra usurocrazia e classe produttiva (compresi imprenditori e classe media benestante). Dobbiamo far capire che questo sistema sta distruggendo anche la ricca imprenditoria e gli statali e tutti coloro che si illudono di salvarsi facendosi servi del sistema usurocratico.

    1. Giulio Bonali dice:

      Ritengo almeno in gran parte fittizio (ideologia ovvero falsa coscienza) la distinzione proposta fra usurocrazia e “classe produttiva comprendente gli imprenditori (senza altra specificazione)”.
      Da comunista non escludo a priori una collaborazione con parte della classe imprenditoriale lungo un cammino per qualche tratto comune (come fu nella resistenza antinazifascista).
      Ma nella necessaria consapevolezza che gran parte degli imprenditori (tendenzialmente tanto più quanto più “grossi” sono) é organicamente integrata nell’ usurocrazia (comunque) capitalistica finanziaria e inevitabilmente di fatto si colloca fra i nemici del popolo e della’ indipendenza nazionale.
      Se cominciamo ad avere paura delle parole che usiamo (perfino di “socialismo”, nemmeno di “comunismo”!) non possiamo fare chiarezza, egemonizzare l’ uscita dall’ euro e dall’ UE prima o poi inevitabile per orientarla a sinistra; e ben che vada finiamo col passare dalla padella eurocratica alla brace capitalistica ususrocratica nazionalistica, mal che vada col miserabile calamento di braghe “tsipristico” di fronte all’ Euoropa della finanza usuraia.

      1. Anonymous dice:

        Non si riesce a superare la dicotomia fra destra e sinistra, roba di ormai un secolo fa, figurarsi avere una strategia comune per provare a rifondare il Paese.
        Forse che il benessere raggiunto da questa generazione è merito di politiche comuniste?
        C’è forse in qualche parte del mondo uno stato comunista che ha raggiunto il benessere del suo popolo?
        Per quale bizzarro motivo la sinistra italiana, che nella UE e nell’Euro ci ha ficcato a forza e a suon di tasse, dovrebbe volerne uscire adesso?

        Andatelo a dire a Inglesi, Tedeschi e Francesi, ed anche agli Spagnoli, che il capitalismo ha fallito.
        Ha semmai fallito la sinistra italiana, malata di risentimento per la borghesia capitalista, al punto tale di consegnare il paese nelle mani della finanza globalizzata. Tacete e non parlate più di patriottismo.

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