LA “FASE 2”: PROPOSTE DI LIBERIAMO L’ITALIA

«Noi non ci nascondiamo le incertezze legate allo sviluppo dell’epidemia, ma affermiamo con forza che questo nuovo periodo che ci attende non deve essere la mera prosecuzione di quello attuale. La cosiddetta “Fase 2” dovrà invece segnare dei cambiamenti profondi, trasmettere non il terrore, bensì l’idea positiva di un’uscita – per quanto necessariamente prudente e graduale – dall’emergenza».

Pubblichiamo la risoluzione del Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia.

La “Fase 2” che vogliamo

Le idee e le proposte di LIBERIAMO L’ITALIA

L’epidemia da Covid 19 è una cosa seria, la crisi economica e sociale che ha innescato lo è ancor di più. Per decenni ci si è abituati a pensare alle malattie infettive come ad un brutto ricordo del passato, al massimo un problema riguardante il solo Terzo mondo. Questa convinzione, piuttosto diffusa sia tra i decisori politici che in tanti ambienti medico-scientifici, è stata clamorosamente smentita. Lo shock è stato dunque violento, trovando le società, quelle occidentali in particolar modo, del tutto impreparate all’evento.

Sulla portata e gli sviluppi di questa epidemia il dibattito nella comunità scientifica è aperto. E tale deve rimanere, battendo la tendenza alla censura che viene alimentata da governi, media sistemici, ambienti legati ad una tecno-scienza strettamente connessa ai potentati economici. Troppe sono state le contraddizioni e gli errori dei cosiddetti “esperti”, perché essi possano arrogarsi il diritto di essere l’unica fonte della verità.

Adesso, dopo due mesi di “chiusura” dura del Paese, quello che all’estero chiamano non a caso “lockdown all’italiana”, siamo alle porte dell’annunciata “Fase 2”. Ma come sarà questa nuova fase? Rappresenterà una vera svolta, come noi auspichiamo, o sarà solo un modesto allentamento di quella precedente, quella che già qualcuno definisce come una incolore “fase uno e mezzo”?

Prima di entrare nel merito di questa complessa tematica, vogliamo però richiamare alla mente quel che è successo nella sanità e nella società italiana in questi due mesi.

La Caporetto della sanità italiana…

Quando l’epidemia è arrivata, l’Italia si è scoperta priva degli enti di ricerca e di sorveglianza necessari. Basti pensare alla chiusura del Centro nazionale di epidemiologia (Cnsep), decisa nel 2016 con la totale complicità dell’allora presidente dell’Istituto superiore di sanità, quel Walter Ricciardi che adesso il ministro Speranza ha voluto con sé per la gestione dell’emergenza. Insomma, siamo in buone mani…

Chiaro come, con una sanità falcidiata dai tagli targati Europa, la disfatta fosse inevitabile. Abbiamo così assistito al dramma lombardo, all’insufficienza dei posti in terapia intensiva, alla carenza del personale e dei laboratori, addirittura alla mancanza dei dispositivi di protezione individuale (Dpi), tra i quali le famose mascherine.

Tutto ciò non deve sorprendere. Al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) sono stati tagliati negli ultimi 10 anni ben 37 miliardi di euro. Nella classifica dei 36 paesi OCSE sulla variazione della spesa sanitaria di questo periodo, l’Italia si colloca al quartultimo posto: peggio hanno fatto solo Portogallo, Lussemburgo e Grecia. La spesa pubblica italiana pro-capite è solo il 65% di quella francese ed il 54% di quella tedesca. Un divario cresciuto rispettivamente di 10 e di 15 punti percentuali rispetto al 2000. Sono queste le graziose conseguenze che il sistema dell’euro ha regalato al nostro Paese.

Gli effetti della politica di austerità, imposta dall’UE e supinamente accettata dai vari governi italiani, sono stati infatti devastanti.

La legge 1/2012 ha introdotto nella Costituzione Italiana il principio del pareggio di bilancio, capovolgendone di fatto i principi fondanti: non più la tutela della salute e della sicurezza sociale posti come cardini su cui poggiare le scelte politiche di fondo, ma al loro posto la stabilità monetaria e di bilancio. La conseguenza per il SSN è stata la riduzione dei costi, che si è realizzata lungo due binari: a) il taglio delle strutture, con la chiusura diospedali, presidi di assistenza sanitaria territoriale, riduzione dei posti letto e dei punti nascita; b) il taglio del personale, con il blocco del turn over e dei rinnovi contrattuali.

Nella sanità pubblica siamo così passati dai 575 posti letto ordinari ogni centomila abitanti del 1997 agli attuali 275, mentre la Germania ne ha 621. Una diminuzione di oltre il 50% che si commenta da sola. Non meno grave la riduzione del personale. Nel solo periodo 2009-2017 la sanità pubblica ha perso 46mila unità, tra medici, infermieri ed altro personale.

… E quella dell’economia nazionale

Ma non ci sono solo i problemi sanitari. L’epidemia, e le scelte politiche adottate dal governo, tra le più dure a livello mondiale, hanno aperto una crisi economica e sociale dalle conseguenze ancora più pesanti. Milioni di persone sono restate di fatto senza reddito. Altri milioni non hanno più certezza alcuna sul proprio posto di lavoro. La povertà è destinata ad un drastico aumento, mentre il patrimonio economico ed industriale del Paese rischia di finire nelle mani degli avvoltoi della finanza internazionale

A fronte di questo disastro i provvedimenti decisi dal governo sono del tutto insufficienti. Non si risponde ad un crollo del Pil senza precedenti – di certo superiore al 10%, più realisticamente tendente al 20% – con mezze misure pasticciate e senza una chiara prospettiva di uscita dalla crisi.

A nostro avviso non si verrà fuori da questo dramma sociale senza uscire dalla gabbia dell’euro e dell’Ue. E’ questa la condizione necessaria per avviare un piano di rinascita dell’Italia, che ha bisogno di scelte radicali, dell’uscita dal neoliberismo, di un ritorno ai principi sanciti dalla nostra Costituzione, di un nuovo e decisivo ruolo dello Stato nell’economia e nella società.

Sull’insieme delle questioni economiche poste dall’attuale crisi, Liberiamo l’Italia ha già indicato le proprie idee – 3 misure immediate ed 8 provvedimenti per mettere in sicurezza il Paese – nel documento “La vera via d’uscita – Proposte per evitare la catastrofe dell’Italia” – al quale rimandiamo.

Per una vera “Fase 2”

Dopo queste doverose premesse, passiamo ora alle nostre proposte sulla “Fase 2”.

1. Per un’effettiva riapertura

Noi non ci nascondiamo le incertezze legate allo sviluppo dell’epidemia, ma affermiamo con forza che questo nuovo periodo che ci attende non deve essere la mera prosecuzione di quello attuale. La cosiddetta “Fase 2” dovrà invece segnare dei cambiamenti profondi, trasmettere non il terrore, bensì l’idea positiva di un’uscita – per quanto necessariamente prudente e graduale – dall’emergenza.

Non solo. Per correggere i drammatici errori compiuti, nella decisione dei tempi e dei modi della “Fase 2” si dovrà sì tener conto degli aspetti sanitari, ma non solo di essi. Se si gettano milioni di persone sul lastrico, forse ci saranno meno morti per coronavirus, ma di certo ve ne saranno molti di più per fame e per impossibilità di curarsi adeguatamente.

Tutti devono essere messi nella condizione di poter riaprire. Liberiamo l’Italia appoggia in pieno ogni rivendicazione volta ad ottenere la garanzia della massima sicurezza sui posti di lavoro, adottando tutte le forme di riorganizzazione dei processi produttivi necessarie allo scopo. Lo Stato deve esigere dalle aziende tutto quanto è necessario a tal fine. Al tempo stesso, considerate le difficoltà delle piccole aziende, esso deve intervenire per coprire i costi per la sicurezza sostenuti da queste ultime.

Il confinamento rigido deciso a marzo dal governo è stato nella sostanza un fallimento. Non solo i contagi non sono calati nella misura prevista, ma l’andamento dell’epidemia è stato perfino peggiore rispetto ai paesi che hanno preferito confinamenti meno rigidi e più mirati (vedi i casi clamorosi della Germania e soprattutto della Corea del Sud). Se questo è ormai ampiamente provato, gravissime sono state le conseguenze economiche e sociali. Se delle prime abbiamo già detto, sulle seconde occorre avere chiaro cosa ha significato mettere agli arresti domiciliari un’intera popolazione.

Da questo punto di vista il lockdown duro, all’italiana, è stato un disastro totale. Chiudere in casa in maniera indiscriminata – come non denunciare l’assurdo ritornello “state a casa, state a casa, state a casa” diffuso h24 da media ed autorità pubbliche – ha avuto conseguenze fisiche e psicologiche assolutamente insopportabili. La rivista “Lancet” ha evidenziato i seguenti sintomi: disordini emozionali, tono dell’umore deflesso, depressione, irritabilità, insonnia, sintomi del DPTS (disturbo post-traumatico da stress), rabbia ed esaurimento emozionale.

Mentre il rischio suicidario risulta anch’esso un aspetto di cui non si può non tenere conto, tra i principali fattori di stress vengono annoverati: la durata della quarantena, la paura di infettarsi, la frustrazione e la noia, la disponibilità di beni primari inadeguata (comprese le cure mediche), informazioni inadeguate e il timore della perdita del reddito. Ma giustamente l’articolo spinge anche ad una riflessione importante: la separazione dalle persone che amiamo, la perdita della libertà, l’incertezza sul futuro, la noia creano effetti drammatici. Per questa ragione, i benefici delle misure restrittive vanno posti sul piatto della bilancia insieme ai costi psicologici.

Questa situazione va dunque superata con decisione e al più presto. I prezzi pagati dalla popolazione, specie quella più debole, sono già stati fin troppo alti.

Ci portano sempre il modello tedesco come un esempio da seguire. Stavolta no, chissà perché. In Germania stanno riaprendo le scuole e praticamente tutti i negozi, dal 4 maggio lo faranno perfino i parrucchieri. Sono consentiti gli assembramenti al chiuso fino a venti persone, quelli all’aperto fino a cinquanta. Sono pazzi i tedeschi, o siamo invece noi ad essere finiti senza accorgercene in una gabbia che qualcuno ci ha costruito attorno?

2. Decida la Repubblica italiana, non i “governatori” di un’Italia allo sbando

Noi non abbiamo fiducia alcuna nell’attuale governo. Né l’abbiamo per l’attuale opposizione parlamentare. Tuttavia una cosa dev’essere chiara: ogni decisione sul tema dovrà essere univoca, presa dal parlamento italiano, che dovrà tornare a riunirsi al completo, nella pienezza dei suoi poteri e delle sue responsabilità. No dunque al dispotismo dei Dpcm di Conte, no alla delega lasciata ad organismi non eletti come le tante pittoresche “task force” allestite nel frattempo, no  al caos di decisioni lasciate ai presidenti delle Regioni.

In queste settimane abbiamo infatti assistito ad una duplice follia, segno di un’assoluta irresponsabilità della classe dirigente. La prima è consistita nell’applicazione delle stesse regole sull’intero territorio nazionale – da Bergamo a Lampedusa, per intenderci -, senza considerare le enormi differenze territoriali nella diffusione dell’epidemia. La seconda, nel progressivo passaggio dei poteri ai “tecnici” ed ai “governatori”, sempre pronti questi ultimi ad indurire ogni misura, ad interpretare ogni norma in maniera sempre più rigida ed autoritaria. Il risultato è stato un diffuso clima poliziesco, arricchito pure dai tanti sindaci-sceriffo che hanno trovato il modo di dire la loro.

A tutto ciò diciamo basta. Un basta senza se e senza ma. Si ripristini la democrazia e la centralità del parlamento. Non siamo contro alle Regioni, ma siamo per l’unità nazionale.

3. Ripristino immediato dei diritti costituzionali – Attivazione dei diritti democratici di libertà (art. 2, 4, da 13 a 21 della Costituzione)

Chiediamo quindi la fine della segregazione indiscriminata imposta – senza distinguere tra persone sane e malate – ai cittadini con la minaccia di pesanti sanzioni penali e pecuniarie e quale unico strumento per contenere il rischio epidemico che, in concreto, è risultato grandemente amplificato in ragione della drammatica inadeguatezza del sistema sanitario pubblico pauperizzato e saccheggiato da anni di selvaggia austerità, declassato da soccorso per la popolazione più debole ed esposta al rischio epidemico ad azienda commerciale, privatizzato ed offerto in pasto ai mercati.

Sbandierando la tutela del diritto alla salute (che la nostra Costituzione norma all’art. 32 nel titolo dedicato ai rapporti etico sociali) il governo, con atti autoritativi amministrativi non soggetti al controllo del parlamento, ha di fatto sospeso sine die libertà e Costituzione, diritti e democrazia. Sospesi, quando non del tutto mortificati, negletti e calpestati ne risultano i diritti costituzionali fondamentali: di libertà personale (art. 13), di libera circolazione (art. 16), di riunione pacifica (art. 17), di libera professione di fede e di culto (art. 19), di libera manifestazione del pensiero (art. 21), di difesa dei diritti e di tutela giurisdizionale (art. 24), di libera iniziativa economica (art. 41), di libero godimento della proprietà privata (art. 42).

Alcuna così imponente compressione di principi e diritti fondamentali può giustificarsi in uno stato democratico. Tanto meno col pretesto della dichiarazione dello “stato di emergenza” radicato dal governo sul solo richiamo a legge ordinaria (il codice della protezione civile) e non in base a Costituzione. Quest’ultima infatti conosce lo “Stato di guerra” (art. 78), non certo lo “stato di emergenza”.

Chiediamo quindi l’immediato ripristino di tutti i diritti costituzionali citati. E chiamiamo alla mobilitazione su questo punto tutte le forze che in questi anni (vedi il referendum del 2016) si sono battute a difesa della Carta del 1948.

4. Scuola – Attuare il diritto allo studio (art. 34 della Costituzione)

E’ incredibile come di scuola si parli poco e male. Come essa venga sempre buon’ultima nei pensieri degli attuali politicanti. Era così anche prima, ma l’emergenza del Covid 19 lo ha reso ancor più evidente.

Otto milioni di studenti, un milione di professori, centinaia di migliaia di amministrativi e collaboratori scolastici, tutti a casa. Il governo (ministro Azzolina) intende lasciare chiuse le scuole almeno fino alla fine dell’anno scolastico. Altre nazioni hanno invece riaperto elementari ed asili (Danimarca) o riapriranno a breve (Germania, Francia, Lussemburgo, Grecia) previa sanificazione dei luoghi scolastici, con banchi distanziati ed anche didattica all’aperto.

Perché l’Italia non intraprende la stessa strada? Quel che va detto con chiarezza è che la didattica a distanza non è una soluzione adeguata. Troppi gli esclusi, o perché privi dei necessari supporti tecnologici, o perché bisognevoli nell’apprendimento del coinvolgimento fisico e diretto.

Liberiamo l’Italia chiede al governo di garantire con ogni mezzo, fuori dai vincoli di austerità imposti dall’UE, la regolare riapertura del prossimo anno scolastico, senza ritardi o slittamenti che non avrebbero giustificazione alcuna. Nel frattempo si potrebbe ricorrere a soluzioni graduali, per avviare il ripristino delle tradizionali pratiche scolastiche. Le uniche idonee a garantire, ben oltre la formazione nozionistica dell’individuo, lo sviluppo della sua capacità di pensare  e di agire nella società.

5. No alla repressione – Cancellazione delle sanzioni applicate in nome dell’emergenza

La folle repressione messa in atto in questi ultimi due mesi, simboleggiata dalla caccia al podista od alla casalinga troppo spesso fuori casa, deve cessare. Il 99,9% delle sanzioni applicate sono del tutto ingiustificate rispetto all’obiettivo di combattere l’epidemia. C’è un solo modo per riparare a questa ingiustizia, senza dover fare impazzire la gente con i ricorsi. Cancellare con un atto del parlamento tutte le sanzioni comminate in base alle norme sul confinamento sociale, salvo quelle già perseguibili in base alle leggi già precedentemente vigenti.

6. Giustizia – Attuazione dei diritti di difesa (art. 24, 26, 27 della Costituzione)

Deve essere sancito il divieto assoluto di virtualizzare il processo (cd. Processo da remoto) così riducendolo a vuoto simulacro ed a tomba del diritto di difesa. Chiediamo, quindi, siano preservati i fondamentali principi che regolano il contraddittorio nel dibattimento e garantiscono la democraticità del processo e la correttezza delle decisioni: oralità, immediatezza, concentrazione, contestualità e pubblicità del dibattimento la cui attuazione richiede necessariamente la compresenza fisica in aula di tutti i soggetti coinvolti (parti, difensori, magistrati e personale di cancelleria).

Come sostenuto da autorevole parte della magistratura e come opinato dall’avvocatura non è conforme a costituzione la smaterializzazione delle persone per cui “è la tecnica a dover seguire il nostro modello costituzionale e normativo del processo, e non viceversa” (MD, Guglielmi, Il Dubbio 23.4.20).

7. Controllo e tracciamento. No alla app “immuni”, sì ai programmi di screening (test sierologici e tamponi)

Liberiamo l’Italia dice un no secco ed irrevocabile alla app “immuni”. Non crediamo che i programmi elettronici di tracciamento delle persone, come appunto questa applicazione, ancorché spacciati su base volontaria e su identificativi anonimi, siano un mezzo accettabile per contrastare il rischio infettivo. Di fatto essi possono essere utilizzati invece, come nelle più esecrabili distopie orwelliane, a vantaggio delle multinazionali e dei poteri egemoni per carpire all’insaputa del cittadino – e contro il dettato costituzionale ed il novero dei diritti inviolabili sanciti dall’art. 2 della Carta fondamentale – dati riservati relativi agli spostamenti, alle abitudini, agli interessi personali.

Contro queste architetture informatiche, in grado di tracciare centinaia di milioni di persone, si è da ultimo levato anche il grido (seppur tenue) d’allarme di 300 accademici col richiamo alla memoria delle illecite captazioni rivelate da Edward Snowden o registrate nella vicenda Facebook & Cambridge Analytica.

Noi riteniamo che non sia in nessun caso accettabile l’idea di affidare agli algoritmi di un supporto elettronico, di per sé fallace, la prevenzione sanitaria ed il contrasto dell’epidemia.

Va invece accolto l’appello dell’AIE (Associazione Italiana di Epidemiologia), ricostituendo subito presso l’ISS il Centro nazionale di epidemiologia (Cnsep), al quale affidare la regia a livello nazionale delle azioni di contrasto all’epidemia che vanno gestite nei territori sulla base delle loro specificità, ispirandosi, per capirci, ai criteri della Germania e del Veneto.

Sono necessarie campagne di individuazione precoce dei soggetti infetti, malati o portatori sani, e dei loro contatti, fondate su specifici test (sierologici, per tamponi e reagenti), gestite dai servizi sanitari territoriali, reintegrati del personale che gli è stato tagliato in questi anni (Lombardia docet). In particolare occorrono medici coadiuvati da personale sanitario non medico per la gestione tempestiva delle misure da adottare nei confronti dei soggetti infetti e dei loro contatti,  epidemiologi e statistici in grado di dare applicazione alle indicazione del Cnsep, programmando, gestendo le campagne di screening e monitorando sul territorio l’andamento dell’epidemia.

Sono queste le cose che servono. E, guarda caso, sono proprio quelle che le odiose logiche liberiste, tramate sul vieto refrain del “non ci sono i soldi”, ci stanno invece negando.

8. No al potere dei tecnici – Attenzione al conflitto di interesse!

Liberiamo l’Italia ritiene inaccettabile l’attuale trasferimento di poteri verso strutture tecniche create ad hoc da un potere politico che vuole sfuggire alle sue responsabilità. In particolare riteniamo inammissibile – e dunque da azzerare immediatamente – ogni ruolo assegnato a personaggi che abbiano prestato la propria opera professionale al servizio di lobby private economiche e/o finanziarie, società commerciali multinazionali, stati stranieri, organizzazioni sovranazionali, o che siano appartenuti a club (tipo il Bilderberg) ed associazioni (come la Trilaterale) costituite allo scopo di condizionare le sorti politico economiche degli Stati sovrani nazionali.

Tutti questi soggetti sono generalmente portatori di interessi diversi, potenzialmente configgenti o comunque non coincidenti, con quelli degli Stati che in teoria dovrebbero servire nelle varie “task force”. Per questi soggetti deve valere il divieto assoluto e sine die, penalmente sanzionato, di svolgimento di funzioni e compiti su delega del governo e di qualsiasi altro Ente pubblico. Ogni apporto tecnico ai vari livelli, adottato al fine di gestire l’attuale emergenza, deve perciò adeguarsi a questi principi. Affinché lo Stato assolva al suo ruolo previsto dalla Costituzione, ogni infiltrazione dei poteri economici e finanziari extra-statuali, nazionali ed internazionali, va contrastata e bandita!

9. Altri provvedimenti economici

Oltre alle misure economiche contenute nel già citato documento “La vera via d’uscita – Proposte per evitare la catastrofe dell’Italia“, mettiamo qui in evidenza due questioni specifiche di notevole interesse. Questioni affrontate nei decreti governativi, ma in maniera del tutto inaccettabile. Ci riferiamo al tema degli affitti delle attività commerciali e a quello della concessione di liquidità alle imprese in difficoltà.

A fronte dell’azzeramento dei ricavi nella fase di chiusura, ed alla prevedibile drastica riduzione degli stessi in quella di riapertura, alle attività commerciali il governo ha concesso soltanto un credito d’imposta sul 60% dell’affitto pagato solo per il periodo di chiusura e solo a fronte del pagamento del 100% del canone. Insomma, intanto paga, poi recupererai qualcosa l’anno prossimo. Tutto ciò è assurdo. Per le piccole imprese, spesso a conduzione familiare, noi proponiamo invece che per tutto il 2020 esse siano esentate sia dal pagamento delle tasse che da quello degli affitti, concedendo lo Stato un credito d’imposta ai proprietari degli immobili in una misura variabile (in rapporto al reddito) dai due terzi al 100% del prezzo di locazione.

Altra questione rilevante è quella della liquidità. Qui i 400 miliardi vantati dal governo stanno diventando una presa in giro per tanti soggetti ridotti sul lastrico. Più che un aiuto a chi ne ha estremo bisogno, un trucchetto a favore delle banche. Noi diciamo di no a questo meccanismo. A chi è ridotto in ginocchio privo di mezzi non si offre un prestito, si tende la mano. Non lo si indebita ancor di più, lo si sostiene, invece, assicurandogli liquidità a fondo perduto. Invochiamo perciò per tutti costoro, milioni di italiani ricchi di genio e di buona volontà, che siano fatti destinatari di un contributo una tantum a fondo perduto commisurato in proporzione dell’80% della media del reddito conseguito negli ultimi tre anni.

In conclusione

Con questo testo non abbiamo certo la pretesa di aver detto tutto. Tantomeno quella di poter prevedere tutti i possibili problemi che potrebbero sorgere d’ora in avanti. A che serve allora indicare questi orientamenti, tanto più che non siamo né al governo né nelle sue vicinanze? Serve, questo almeno è il nostro parere, a fornire una bussola. Per quanto incompleta ed imperfetta una bussola ci serve, a noi e a tutti quelli che non si vogliono rassegnare allo stato di cose presente.

Ciò che è accaduto in questi due mesi di confinamento non deve ripetersi. Se l’epidemia è una realtà, altrettanto reale è l’esperimento sociale che i dominanti hanno messo in atto specie in Italia: testare il tasso di sottomissione di un popolo ottenibile grazie alla paura, verificarne la soglia di sopportazione, alimentare la psicosi come strumento di controllo sociale.

La verità è che con il virus si dovrà probabilmente convivere, almeno per un certo periodo di tempo. Quanto lungo sarà questo tempo non lo possiamo sapere in anticipo. E’ sempre stato così nel passato, sarà probabilmente così anche stavolta. Su questo i moderni stregoni della tecno-scienza non riescono ad aiutarci più di tanto.

Diverso è però il compito del decisore politico. La politica è appunto l’arte del decidere. Del farlo tenendo conto di un insieme di fattori. Nella fattispecie una corretta decisione politica dovrebbe considerare tutti i fattori economici e sociali, non meno di quelli sanitari. Così come dovrebbe contemplare tutti gli scenari, non solo quelli più apocalittici che tanto piacciono al sistema dei media per fare audience. Una politica che continui ad abdicare a questo compito negherebbe definitivamente se stessa, consegnando così il potere ad una congregazione di “tecnici” mai sopra le parti (e gli interessi), generalmente anzi piuttosto al di sotto della soglia minima della decenza.

Non possiamo rinunciare alla vita ed alla libertà in nome della sicurezza. E comunque la prima sicurezza è proprio quella di poter vivere nella certezza di un lavoro sicuro e di un reddito dignitoso, condizioni minime affinché abbia ancora un senso la parola “libertà”. Tutto ciò è stato messo pesantemente in discussione dal neoliberismo, ma la crisi attuale sta peggiorando drammaticamente le cose.

Cominciamo ad agire per evitare la catastrofe!

Fonte: Liberiamo l’Italia