ORA BASTA! di Liberiamo l’Italia

Contro il decreto del governo che ci porta alla fame e ci toglie la libertà il 4 maggio manifestiamo come cittadini di sana e robusta Costituzione

Liberiamo l’Italia approva ed appoggia ogni iniziativa, a partire dalle proteste del prossimo 4 maggio, volte, nel rispetto delle distanze fisiche precauzionali, a chiedere una svolta che ponga fine al blocco autoritario della vita sociale, economica, politica e democratica del Paese — tanto più perché questo blocco riguarda in modo indiscriminato tutto il Paese. Tali azioni di pacifica disobbedienza civile si svolgeranno in attuazione del diritto di ispirazione costituzionale di legittima resistenza agli atti dei poteri pubblici che violino libertà fondamentali e diritti garantiti dalla Costituzione del 48.

Difronte alle sproporzionate e dispotiche misure del governo Conte, queste proteste sono non solo sacrosante, ma legittime in base ai principi costituzionali della inviolabilità dei diritti di libertà personale (art. 13), di svolgere attività lavorativa (art. 4), di circolazione (art. 16), di riunione (art. 17), di manifestazione del pensiero (art. 21), di istruzione (art. 33 e 34), di libera iniziativa economica (art. 41). Liberiamo l’Italia esprime, inoltre, piena solidarietà verso tutte le confessioni e le comunità di credenti di fatto private della libertà di culto (art. 19): come ha ricordato anche il vescovo di Ascoli, i luoghi di culto non sono luoghi di contagio.

Il governo peraltro, andando incontro alla Confindustria, ha fatto sì che riaprissero quasi tutte le fabbriche, che evidentemente non considera «luoghi di contagio», è inaccettabile che invece condanni a morte e come untori, milioni di lavoratori non garantiti, centinaia di migliaia di piccole aziende, partite iva, commercianti, liberi professionisti, artigiani…

Non ci fermerete con l’elemosina! Vogliamo Lavoro, Reddito, Dignità e Libertà.

Per evitare la catastrofe, uscire da questo blocco! Uscire dalla gabbia dell’Unione europea e riconquistare la sovranità monetaria!

Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia

Fonte: Liberiamo l’Italia




DARE L’ESEMPIO di Sandokan

Ogni tanto sui giornali, col solito tono autoflagellatorio, leggiamo che l’Italia è il paese dei guelfi e dei ghibellini. Per dire che in politica siamo perennemente divisi e schierati su  fronti opposti. Come se non fosse normale il dividersi, come se questa divisione non sia un fenomeno che riguarda anche altri paesi..

La pandemia ci ripropone questa spaccatura, una spaccatura che divide il popolo in due fronti opposti.
Ci sono quelli che prendono come oro colato quel che dice il governo sul Corona virus e ubbidiscono senza fiatare alle sue dure prescrizioni e, dall’altra parte, coloro che ci credono poco o non ci credono affatto. Tra questi ultimi quelli che sarebbero pronti a  protestare e violare gli arresti domicialiari.
In barba ai sondaggi (il 54% starebbe con Conte) si tratta, secondo me, di due minoranze.
Il grosso infatti, come in ogni contesa, sta nel mezzo.
E’ lo sterminato esercito “terzocampista”, quelli del né-né, quelli del “non mi schiero”, del “vorrei ma non posso”.
E’ normale? Si lo è.

A ben vedere la storia, nei momenti cruciali, è sempre stata fatta dalle minoranze. Nelle mischie, infatti, si gettano solo minoranze agguerrite, convinte delle proprie idee e decise a farle prevalere.
In questi momenti cruciali, di aspra contesa sociale e politica, la partita la vince quella minoranza, o quel blocco, che è capace, come avrebbe detto Gramsci, di esercitare “egemonia”, ovvero di portare dalla sua parte un’ampia fetta della maggioranza tentennante di indecisi.
A seconda della posta in palio si configurano quindi i due campi in lotta, si traccia la linea che li divide.

Tanto è stato detto e scritto, pro e contro, la linea dura scelta dal governo allo scopo di contrastare la pandemia. Tante le critiche all’aver fatto di tutto il Paese una zona rossa, quelle al criterio del “distanziamenro sociale” (nessuna differenza tra infettati e non, tra fasce “vulnerabili” e non), al modo autoritario con cui il governo, anzi Conte, ha imposto le sue prescrizioni.
L’ultimo Dpcm, quello che prolunga il cosiddetto “lockdown” a tutto il mese di maggio, è da due giorni subissato di critiche e attacchi. Si lamentano categorie sociali e costituzionalisti, politici di opposizione e anche di governo. Addirittura i vescovi.
D’altra parte i filo-Conte serrano i ranghi e, forti dell’appoggio dei media, contrattacano per rafforzare le proprie postazioni difensive.
Questa contrapposizione è anche sociale, divide la stessa base della piuramide sociale.
Anche qui, nulla di sorprendente.

I provvedimenti durissimi del governo non colpiscono tutti alla stessa maniera. Ci sono coloro che malgrado il collasso economico, possono ancora galleggiare e coloro che sono condannati ad annegare.
La pandemia è stata come un terremoto: ci sono quelli che sono morti sotto le macerie e quelli che l’hannao scampata. Quelli che hanno perso tutto e quelli che no; quelli che la casa è stata rasa al suolo e quelli che è rimasta intatta. Infine coloro che se la caveranno con qualche ristrutturazione.

Morale della favola? Per dirla con un proverbio siciliano: chi è satollo non può capire chi è digiuno.
Quelli che non la pandemia, ma le misure del governo hanno gettato sul lastrico, si aspettavano che il 4 maggio ci fosse la svolta. Una svolta che non c’è stata, e ciò ha prodotto e sta producendo una vasta rabbia sociale. Parliamo di milioni di cittadini senza tutele e senza santi in paradiso. Di interi strati sociali che il collasso economico trasformerà in una sotto-classe, che farà precipitare al di sotto dello stesso proletariato.

Da diverse parti sorgono proposte di mobilitazione per il 4 maggio.
Le autorità le riterranno illegittime. I benpensanti a pancia piena le condanneranno.
Siamo giunti al punto che pure gesti simbolici di disobbedienza civile sono considerati eversivi.
Io penso che chiunque abbia a cuore la democrazia, la giustizia sociale e la dignità umana sia tenuto non solo a sostenere le proteste, ma a prenderevi parte.

Ci sono momenti in cui si chiede coraggio, in cui si deve dare l’esempio. Questo è proprio uno di quei momenti.




IN GERMANIA IL CONTAGIO AUMENTA. FALSO!!!

La dittatura del “tutti a casa” è alla disperata caccia di “fake news”. Siccome siamo effettivamente a casa, gliene forniamo una fresca fresca.

Ore 13:30 del 28 aprile. Tutti i giornaloni sparano la notiziona: “La Germania allenta il lockdown e il tasso di contagio risale” (la Repubblica); “In Germania risale l”indice di contagio R0: doccia fredda sulla ripartenza del Paese” (Corriere della Sera); “E in Germania il contagio risale” (Il Messaggero). Al pari delle schiere di virologi ed epidemiologi televisivi, che hanno il sacro terrore di tornare nell’ombra qualora l’epidemia (come in effetti sta avvenendo) declinasse, tutti rapidi quando c’è da dare buone notizie…

Problema: quanto è fondato questo terrorismo? La fonte è il “Robert Koch Institute”, ma in tutta evidenza si tratta solo di stime, quanto attendibili ce lo dirà il futuro.

A noi pare, però, che le cose non quadrino. Se il tasso di contagio fosse in risalita, anche il numero dei casi dovrebbe crescere. Ma così non è.

Qui sotto le curve del contagio in Germania ed in Italia.

Curve dei casi giornalieri in Germania ed in Italia, aggiornate al 27 aprile (fonte Worldometers)

Primo, non c’è alcun segnale di peggioramento della curva del contagio in Germania. Secondo, la tendenza al calo è assai più netta in Germania che non nell’Italia blindata dai cialtroni del governo Conte. Che ci dicono in proposito i giornaloni?

In effetti circolano diverse fake news…

Fonte: Liberiamo l’Italia




CON LA MORTE ALLE SPALLE di André Comte-Sponville

La morte vissuta come una sconfitta di André Comte-Spenville.

Miliardi di persone si stanno accorgendo che su questo pianeta si muore. Eppure succede da sempre, il tasso di mortalità del pianeta è di uno a uno, pari al 100%.

La morte c’è sempre stata e ci sarà sempre.

Adesso tutti parlano dei morti di Corona Virus e nessuno si ricorda che ogni anno per malnutrizione muoiono milioni di persone (tre milioni sono bambini). Che ipocrisia. Fino a pochi mesi fa non si parlava così tanto dei quasi 400 mila morti in dieci anni di guerra in Siria. Che ipocrisia.

Io non ho paura di morire di Corona Virus, temo di più l’Alzheimer, il Cancro, l’Ictus, malattie che fanno stragi ben peggiori. Mentre chi si ammala di Corona guarisce al 95% dei casi. Il fatto è che la morte oggi viene vissuta come una sconfitta. Mentre è solo lo scopo finale della vita.

Ma improvvisamente, certi Dei della Politica, senza più qualità politiche, hanno stabilito che la loro missione è quella di salvare vite umane. A me spaventa questo pan-medicalismo, una ideologia che affida tutto il potere ad alcuni medici. Stanno ponendole basi per una civiltà che fa della salute il valore supremo. Diceva Voltaire: «Ho deciso di essere felice perché fa bene alla salute». Prima la salute era un mezzo per ottenere la felicità. Oggi la salute è il fine supremo, mentre la felicità è solo un mezzo.

Così si delega alla medicina la gestione non solo delle nostre malattie, cosa normale e giusta, ma anche delle nostre vite e delle nostre società civili.

Dio è morto, viva l’assicurazione sulla salute.

Attenti signori della Politica, quando si affida la democrazia agli esperti, la democrazia muore. Insisto, la salute non è tutto. E lo dico da quasi settantenne.

La salute è un bene, non un valore. I grandi valori sono altri: la giustizia, l’amore, la generosità, il coraggio, la libertà. Io non svendo la mia libertà sull’altare della salute. Posso accettare il confinamento se è di breve durata. Se no rischiamo di sostituire “l’ordine sanitario” a “l’ordine morale”, come si diceva all’epoca del Maccartismo. Attenti, ci stiamo ficcando nel “sanitariamente corretto”, come ci eravamo infilati nel “politicamente corretto”. Io amo i medici ma non voglio essere tenuto in ostaggio da alcuni di loro.

Temo di più la schiavitù che la morte.

Lasciatemi morire come voglio.

Adesso, tutti piangono i poveri anziani deceduti negli ospizi. Ma diciamo la verità, quanti di quegli anziani erano stati mandati negli ospizi da alcuni parenti cinici, proprio in attesa della loro morte?

E smettiamola di fare i buonisti sostenendo che questa pandemia cambierà il pianeta in meglio. La crisi economica massacrerà le giovani generazioni che pagheranno i debiti.

Cosa cambierà? Cambieranno molte cose, ma alla fine i calciatori continueranno a guadagnare milioni. Mentre i veri eroi, i tantissimi medici e infermieri, sempre sottopagati.




LA “FASE 2”: PROPOSTE DI LIBERIAMO L’ITALIA

«Noi non ci nascondiamo le incertezze legate allo sviluppo dell’epidemia, ma affermiamo con forza che questo nuovo periodo che ci attende non deve essere la mera prosecuzione di quello attuale. La cosiddetta “Fase 2” dovrà invece segnare dei cambiamenti profondi, trasmettere non il terrore, bensì l’idea positiva di un’uscita – per quanto necessariamente prudente e graduale – dall’emergenza».

Pubblichiamo la risoluzione del Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia.

La “Fase 2” che vogliamo

Le idee e le proposte di LIBERIAMO L’ITALIA

L’epidemia da Covid 19 è una cosa seria, la crisi economica e sociale che ha innescato lo è ancor di più. Per decenni ci si è abituati a pensare alle malattie infettive come ad un brutto ricordo del passato, al massimo un problema riguardante il solo Terzo mondo. Questa convinzione, piuttosto diffusa sia tra i decisori politici che in tanti ambienti medico-scientifici, è stata clamorosamente smentita. Lo shock è stato dunque violento, trovando le società, quelle occidentali in particolar modo, del tutto impreparate all’evento.

Sulla portata e gli sviluppi di questa epidemia il dibattito nella comunità scientifica è aperto. E tale deve rimanere, battendo la tendenza alla censura che viene alimentata da governi, media sistemici, ambienti legati ad una tecno-scienza strettamente connessa ai potentati economici. Troppe sono state le contraddizioni e gli errori dei cosiddetti “esperti”, perché essi possano arrogarsi il diritto di essere l’unica fonte della verità.

Adesso, dopo due mesi di “chiusura” dura del Paese, quello che all’estero chiamano non a caso “lockdown all’italiana”, siamo alle porte dell’annunciata “Fase 2”. Ma come sarà questa nuova fase? Rappresenterà una vera svolta, come noi auspichiamo, o sarà solo un modesto allentamento di quella precedente, quella che già qualcuno definisce come una incolore “fase uno e mezzo”?

Prima di entrare nel merito di questa complessa tematica, vogliamo però richiamare alla mente quel che è successo nella sanità e nella società italiana in questi due mesi.

La Caporetto della sanità italiana…

Quando l’epidemia è arrivata, l’Italia si è scoperta priva degli enti di ricerca e di sorveglianza necessari. Basti pensare alla chiusura del Centro nazionale di epidemiologia (Cnsep), decisa nel 2016 con la totale complicità dell’allora presidente dell’Istituto superiore di sanità, quel Walter Ricciardi che adesso il ministro Speranza ha voluto con sé per la gestione dell’emergenza. Insomma, siamo in buone mani…

Chiaro come, con una sanità falcidiata dai tagli targati Europa, la disfatta fosse inevitabile. Abbiamo così assistito al dramma lombardo, all’insufficienza dei posti in terapia intensiva, alla carenza del personale e dei laboratori, addirittura alla mancanza dei dispositivi di protezione individuale (Dpi), tra i quali le famose mascherine.

Tutto ciò non deve sorprendere. Al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) sono stati tagliati negli ultimi 10 anni ben 37 miliardi di euro. Nella classifica dei 36 paesi OCSE sulla variazione della spesa sanitaria di questo periodo, l’Italia si colloca al quartultimo posto: peggio hanno fatto solo Portogallo, Lussemburgo e Grecia. La spesa pubblica italiana pro-capite è solo il 65% di quella francese ed il 54% di quella tedesca. Un divario cresciuto rispettivamente di 10 e di 15 punti percentuali rispetto al 2000. Sono queste le graziose conseguenze che il sistema dell’euro ha regalato al nostro Paese.

Gli effetti della politica di austerità, imposta dall’UE e supinamente accettata dai vari governi italiani, sono stati infatti devastanti.

La legge 1/2012 ha introdotto nella Costituzione Italiana il principio del pareggio di bilancio, capovolgendone di fatto i principi fondanti: non più la tutela della salute e della sicurezza sociale posti come cardini su cui poggiare le scelte politiche di fondo, ma al loro posto la stabilità monetaria e di bilancio. La conseguenza per il SSN è stata la riduzione dei costi, che si è realizzata lungo due binari: a) il taglio delle strutture, con la chiusura diospedali, presidi di assistenza sanitaria territoriale, riduzione dei posti letto e dei punti nascita; b) il taglio del personale, con il blocco del turn over e dei rinnovi contrattuali.

Nella sanità pubblica siamo così passati dai 575 posti letto ordinari ogni centomila abitanti del 1997 agli attuali 275, mentre la Germania ne ha 621. Una diminuzione di oltre il 50% che si commenta da sola. Non meno grave la riduzione del personale. Nel solo periodo 2009-2017 la sanità pubblica ha perso 46mila unità, tra medici, infermieri ed altro personale.

… E quella dell’economia nazionale

Ma non ci sono solo i problemi sanitari. L’epidemia, e le scelte politiche adottate dal governo, tra le più dure a livello mondiale, hanno aperto una crisi economica e sociale dalle conseguenze ancora più pesanti. Milioni di persone sono restate di fatto senza reddito. Altri milioni non hanno più certezza alcuna sul proprio posto di lavoro. La povertà è destinata ad un drastico aumento, mentre il patrimonio economico ed industriale del Paese rischia di finire nelle mani degli avvoltoi della finanza internazionale

A fronte di questo disastro i provvedimenti decisi dal governo sono del tutto insufficienti. Non si risponde ad un crollo del Pil senza precedenti – di certo superiore al 10%, più realisticamente tendente al 20% – con mezze misure pasticciate e senza una chiara prospettiva di uscita dalla crisi.

A nostro avviso non si verrà fuori da questo dramma sociale senza uscire dalla gabbia dell’euro e dell’Ue. E’ questa la condizione necessaria per avviare un piano di rinascita dell’Italia, che ha bisogno di scelte radicali, dell’uscita dal neoliberismo, di un ritorno ai principi sanciti dalla nostra Costituzione, di un nuovo e decisivo ruolo dello Stato nell’economia e nella società.

Sull’insieme delle questioni economiche poste dall’attuale crisi, Liberiamo l’Italia ha già indicato le proprie idee – 3 misure immediate ed 8 provvedimenti per mettere in sicurezza il Paese – nel documento “La vera via d’uscita – Proposte per evitare la catastrofe dell’Italia” – al quale rimandiamo.

Per una vera “Fase 2”

Dopo queste doverose premesse, passiamo ora alle nostre proposte sulla “Fase 2”.

1. Per un’effettiva riapertura

Noi non ci nascondiamo le incertezze legate allo sviluppo dell’epidemia, ma affermiamo con forza che questo nuovo periodo che ci attende non deve essere la mera prosecuzione di quello attuale. La cosiddetta “Fase 2” dovrà invece segnare dei cambiamenti profondi, trasmettere non il terrore, bensì l’idea positiva di un’uscita – per quanto necessariamente prudente e graduale – dall’emergenza.

Non solo. Per correggere i drammatici errori compiuti, nella decisione dei tempi e dei modi della “Fase 2” si dovrà sì tener conto degli aspetti sanitari, ma non solo di essi. Se si gettano milioni di persone sul lastrico, forse ci saranno meno morti per coronavirus, ma di certo ve ne saranno molti di più per fame e per impossibilità di curarsi adeguatamente.

Tutti devono essere messi nella condizione di poter riaprire. Liberiamo l’Italia appoggia in pieno ogni rivendicazione volta ad ottenere la garanzia della massima sicurezza sui posti di lavoro, adottando tutte le forme di riorganizzazione dei processi produttivi necessarie allo scopo. Lo Stato deve esigere dalle aziende tutto quanto è necessario a tal fine. Al tempo stesso, considerate le difficoltà delle piccole aziende, esso deve intervenire per coprire i costi per la sicurezza sostenuti da queste ultime.

Il confinamento rigido deciso a marzo dal governo è stato nella sostanza un fallimento. Non solo i contagi non sono calati nella misura prevista, ma l’andamento dell’epidemia è stato perfino peggiore rispetto ai paesi che hanno preferito confinamenti meno rigidi e più mirati (vedi i casi clamorosi della Germania e soprattutto della Corea del Sud). Se questo è ormai ampiamente provato, gravissime sono state le conseguenze economiche e sociali. Se delle prime abbiamo già detto, sulle seconde occorre avere chiaro cosa ha significato mettere agli arresti domiciliari un’intera popolazione.

Da questo punto di vista il lockdown duro, all’italiana, è stato un disastro totale. Chiudere in casa in maniera indiscriminata – come non denunciare l’assurdo ritornello “state a casa, state a casa, state a casa” diffuso h24 da media ed autorità pubbliche – ha avuto conseguenze fisiche e psicologiche assolutamente insopportabili. La rivista “Lancet” ha evidenziato i seguenti sintomi: disordini emozionali, tono dell’umore deflesso, depressione, irritabilità, insonnia, sintomi del DPTS (disturbo post-traumatico da stress), rabbia ed esaurimento emozionale.

Mentre il rischio suicidario risulta anch’esso un aspetto di cui non si può non tenere conto, tra i principali fattori di stress vengono annoverati: la durata della quarantena, la paura di infettarsi, la frustrazione e la noia, la disponibilità di beni primari inadeguata (comprese le cure mediche), informazioni inadeguate e il timore della perdita del reddito. Ma giustamente l’articolo spinge anche ad una riflessione importante: la separazione dalle persone che amiamo, la perdita della libertà, l’incertezza sul futuro, la noia creano effetti drammatici. Per questa ragione, i benefici delle misure restrittive vanno posti sul piatto della bilancia insieme ai costi psicologici.

Questa situazione va dunque superata con decisione e al più presto. I prezzi pagati dalla popolazione, specie quella più debole, sono già stati fin troppo alti.

Ci portano sempre il modello tedesco come un esempio da seguire. Stavolta no, chissà perché. In Germania stanno riaprendo le scuole e praticamente tutti i negozi, dal 4 maggio lo faranno perfino i parrucchieri. Sono consentiti gli assembramenti al chiuso fino a venti persone, quelli all’aperto fino a cinquanta. Sono pazzi i tedeschi, o siamo invece noi ad essere finiti senza accorgercene in una gabbia che qualcuno ci ha costruito attorno?

2. Decida la Repubblica italiana, non i “governatori” di un’Italia allo sbando

Noi non abbiamo fiducia alcuna nell’attuale governo. Né l’abbiamo per l’attuale opposizione parlamentare. Tuttavia una cosa dev’essere chiara: ogni decisione sul tema dovrà essere univoca, presa dal parlamento italiano, che dovrà tornare a riunirsi al completo, nella pienezza dei suoi poteri e delle sue responsabilità. No dunque al dispotismo dei Dpcm di Conte, no alla delega lasciata ad organismi non eletti come le tante pittoresche “task force” allestite nel frattempo, no  al caos di decisioni lasciate ai presidenti delle Regioni.

In queste settimane abbiamo infatti assistito ad una duplice follia, segno di un’assoluta irresponsabilità della classe dirigente. La prima è consistita nell’applicazione delle stesse regole sull’intero territorio nazionale – da Bergamo a Lampedusa, per intenderci -, senza considerare le enormi differenze territoriali nella diffusione dell’epidemia. La seconda, nel progressivo passaggio dei poteri ai “tecnici” ed ai “governatori”, sempre pronti questi ultimi ad indurire ogni misura, ad interpretare ogni norma in maniera sempre più rigida ed autoritaria. Il risultato è stato un diffuso clima poliziesco, arricchito pure dai tanti sindaci-sceriffo che hanno trovato il modo di dire la loro.

A tutto ciò diciamo basta. Un basta senza se e senza ma. Si ripristini la democrazia e la centralità del parlamento. Non siamo contro alle Regioni, ma siamo per l’unità nazionale.

3. Ripristino immediato dei diritti costituzionali – Attivazione dei diritti democratici di libertà (art. 2, 4, da 13 a 21 della Costituzione)

Chiediamo quindi la fine della segregazione indiscriminata imposta – senza distinguere tra persone sane e malate – ai cittadini con la minaccia di pesanti sanzioni penali e pecuniarie e quale unico strumento per contenere il rischio epidemico che, in concreto, è risultato grandemente amplificato in ragione della drammatica inadeguatezza del sistema sanitario pubblico pauperizzato e saccheggiato da anni di selvaggia austerità, declassato da soccorso per la popolazione più debole ed esposta al rischio epidemico ad azienda commerciale, privatizzato ed offerto in pasto ai mercati.

Sbandierando la tutela del diritto alla salute (che la nostra Costituzione norma all’art. 32 nel titolo dedicato ai rapporti etico sociali) il governo, con atti autoritativi amministrativi non soggetti al controllo del parlamento, ha di fatto sospeso sine die libertà e Costituzione, diritti e democrazia. Sospesi, quando non del tutto mortificati, negletti e calpestati ne risultano i diritti costituzionali fondamentali: di libertà personale (art. 13), di libera circolazione (art. 16), di riunione pacifica (art. 17), di libera professione di fede e di culto (art. 19), di libera manifestazione del pensiero (art. 21), di difesa dei diritti e di tutela giurisdizionale (art. 24), di libera iniziativa economica (art. 41), di libero godimento della proprietà privata (art. 42).

Alcuna così imponente compressione di principi e diritti fondamentali può giustificarsi in uno stato democratico. Tanto meno col pretesto della dichiarazione dello “stato di emergenza” radicato dal governo sul solo richiamo a legge ordinaria (il codice della protezione civile) e non in base a Costituzione. Quest’ultima infatti conosce lo “Stato di guerra” (art. 78), non certo lo “stato di emergenza”.

Chiediamo quindi l’immediato ripristino di tutti i diritti costituzionali citati. E chiamiamo alla mobilitazione su questo punto tutte le forze che in questi anni (vedi il referendum del 2016) si sono battute a difesa della Carta del 1948.

4. Scuola – Attuare il diritto allo studio (art. 34 della Costituzione)

E’ incredibile come di scuola si parli poco e male. Come essa venga sempre buon’ultima nei pensieri degli attuali politicanti. Era così anche prima, ma l’emergenza del Covid 19 lo ha reso ancor più evidente.

Otto milioni di studenti, un milione di professori, centinaia di migliaia di amministrativi e collaboratori scolastici, tutti a casa. Il governo (ministro Azzolina) intende lasciare chiuse le scuole almeno fino alla fine dell’anno scolastico. Altre nazioni hanno invece riaperto elementari ed asili (Danimarca) o riapriranno a breve (Germania, Francia, Lussemburgo, Grecia) previa sanificazione dei luoghi scolastici, con banchi distanziati ed anche didattica all’aperto.

Perché l’Italia non intraprende la stessa strada? Quel che va detto con chiarezza è che la didattica a distanza non è una soluzione adeguata. Troppi gli esclusi, o perché privi dei necessari supporti tecnologici, o perché bisognevoli nell’apprendimento del coinvolgimento fisico e diretto.

Liberiamo l’Italia chiede al governo di garantire con ogni mezzo, fuori dai vincoli di austerità imposti dall’UE, la regolare riapertura del prossimo anno scolastico, senza ritardi o slittamenti che non avrebbero giustificazione alcuna. Nel frattempo si potrebbe ricorrere a soluzioni graduali, per avviare il ripristino delle tradizionali pratiche scolastiche. Le uniche idonee a garantire, ben oltre la formazione nozionistica dell’individuo, lo sviluppo della sua capacità di pensare  e di agire nella società.

5. No alla repressione – Cancellazione delle sanzioni applicate in nome dell’emergenza

La folle repressione messa in atto in questi ultimi due mesi, simboleggiata dalla caccia al podista od alla casalinga troppo spesso fuori casa, deve cessare. Il 99,9% delle sanzioni applicate sono del tutto ingiustificate rispetto all’obiettivo di combattere l’epidemia. C’è un solo modo per riparare a questa ingiustizia, senza dover fare impazzire la gente con i ricorsi. Cancellare con un atto del parlamento tutte le sanzioni comminate in base alle norme sul confinamento sociale, salvo quelle già perseguibili in base alle leggi già precedentemente vigenti.

6. Giustizia – Attuazione dei diritti di difesa (art. 24, 26, 27 della Costituzione)

Deve essere sancito il divieto assoluto di virtualizzare il processo (cd. Processo da remoto) così riducendolo a vuoto simulacro ed a tomba del diritto di difesa. Chiediamo, quindi, siano preservati i fondamentali principi che regolano il contraddittorio nel dibattimento e garantiscono la democraticità del processo e la correttezza delle decisioni: oralità, immediatezza, concentrazione, contestualità e pubblicità del dibattimento la cui attuazione richiede necessariamente la compresenza fisica in aula di tutti i soggetti coinvolti (parti, difensori, magistrati e personale di cancelleria).

Come sostenuto da autorevole parte della magistratura e come opinato dall’avvocatura non è conforme a costituzione la smaterializzazione delle persone per cui “è la tecnica a dover seguire il nostro modello costituzionale e normativo del processo, e non viceversa” (MD, Guglielmi, Il Dubbio 23.4.20).

7. Controllo e tracciamento. No alla app “immuni”, sì ai programmi di screening (test sierologici e tamponi)

Liberiamo l’Italia dice un no secco ed irrevocabile alla app “immuni”. Non crediamo che i programmi elettronici di tracciamento delle persone, come appunto questa applicazione, ancorché spacciati su base volontaria e su identificativi anonimi, siano un mezzo accettabile per contrastare il rischio infettivo. Di fatto essi possono essere utilizzati invece, come nelle più esecrabili distopie orwelliane, a vantaggio delle multinazionali e dei poteri egemoni per carpire all’insaputa del cittadino – e contro il dettato costituzionale ed il novero dei diritti inviolabili sanciti dall’art. 2 della Carta fondamentale – dati riservati relativi agli spostamenti, alle abitudini, agli interessi personali.

Contro queste architetture informatiche, in grado di tracciare centinaia di milioni di persone, si è da ultimo levato anche il grido (seppur tenue) d’allarme di 300 accademici col richiamo alla memoria delle illecite captazioni rivelate da Edward Snowden o registrate nella vicenda Facebook & Cambridge Analytica.

Noi riteniamo che non sia in nessun caso accettabile l’idea di affidare agli algoritmi di un supporto elettronico, di per sé fallace, la prevenzione sanitaria ed il contrasto dell’epidemia.

Va invece accolto l’appello dell’AIE (Associazione Italiana di Epidemiologia), ricostituendo subito presso l’ISS il Centro nazionale di epidemiologia (Cnsep), al quale affidare la regia a livello nazionale delle azioni di contrasto all’epidemia che vanno gestite nei territori sulla base delle loro specificità, ispirandosi, per capirci, ai criteri della Germania e del Veneto.

Sono necessarie campagne di individuazione precoce dei soggetti infetti, malati o portatori sani, e dei loro contatti, fondate su specifici test (sierologici, per tamponi e reagenti), gestite dai servizi sanitari territoriali, reintegrati del personale che gli è stato tagliato in questi anni (Lombardia docet). In particolare occorrono medici coadiuvati da personale sanitario non medico per la gestione tempestiva delle misure da adottare nei confronti dei soggetti infetti e dei loro contatti,  epidemiologi e statistici in grado di dare applicazione alle indicazione del Cnsep, programmando, gestendo le campagne di screening e monitorando sul territorio l’andamento dell’epidemia.

Sono queste le cose che servono. E, guarda caso, sono proprio quelle che le odiose logiche liberiste, tramate sul vieto refrain del “non ci sono i soldi”, ci stanno invece negando.

8. No al potere dei tecnici – Attenzione al conflitto di interesse!

Liberiamo l’Italia ritiene inaccettabile l’attuale trasferimento di poteri verso strutture tecniche create ad hoc da un potere politico che vuole sfuggire alle sue responsabilità. In particolare riteniamo inammissibile – e dunque da azzerare immediatamente – ogni ruolo assegnato a personaggi che abbiano prestato la propria opera professionale al servizio di lobby private economiche e/o finanziarie, società commerciali multinazionali, stati stranieri, organizzazioni sovranazionali, o che siano appartenuti a club (tipo il Bilderberg) ed associazioni (come la Trilaterale) costituite allo scopo di condizionare le sorti politico economiche degli Stati sovrani nazionali.

Tutti questi soggetti sono generalmente portatori di interessi diversi, potenzialmente configgenti o comunque non coincidenti, con quelli degli Stati che in teoria dovrebbero servire nelle varie “task force”. Per questi soggetti deve valere il divieto assoluto e sine die, penalmente sanzionato, di svolgimento di funzioni e compiti su delega del governo e di qualsiasi altro Ente pubblico. Ogni apporto tecnico ai vari livelli, adottato al fine di gestire l’attuale emergenza, deve perciò adeguarsi a questi principi. Affinché lo Stato assolva al suo ruolo previsto dalla Costituzione, ogni infiltrazione dei poteri economici e finanziari extra-statuali, nazionali ed internazionali, va contrastata e bandita!

9. Altri provvedimenti economici

Oltre alle misure economiche contenute nel già citato documento “La vera via d’uscita – Proposte per evitare la catastrofe dell’Italia“, mettiamo qui in evidenza due questioni specifiche di notevole interesse. Questioni affrontate nei decreti governativi, ma in maniera del tutto inaccettabile. Ci riferiamo al tema degli affitti delle attività commerciali e a quello della concessione di liquidità alle imprese in difficoltà.

A fronte dell’azzeramento dei ricavi nella fase di chiusura, ed alla prevedibile drastica riduzione degli stessi in quella di riapertura, alle attività commerciali il governo ha concesso soltanto un credito d’imposta sul 60% dell’affitto pagato solo per il periodo di chiusura e solo a fronte del pagamento del 100% del canone. Insomma, intanto paga, poi recupererai qualcosa l’anno prossimo. Tutto ciò è assurdo. Per le piccole imprese, spesso a conduzione familiare, noi proponiamo invece che per tutto il 2020 esse siano esentate sia dal pagamento delle tasse che da quello degli affitti, concedendo lo Stato un credito d’imposta ai proprietari degli immobili in una misura variabile (in rapporto al reddito) dai due terzi al 100% del prezzo di locazione.

Altra questione rilevante è quella della liquidità. Qui i 400 miliardi vantati dal governo stanno diventando una presa in giro per tanti soggetti ridotti sul lastrico. Più che un aiuto a chi ne ha estremo bisogno, un trucchetto a favore delle banche. Noi diciamo di no a questo meccanismo. A chi è ridotto in ginocchio privo di mezzi non si offre un prestito, si tende la mano. Non lo si indebita ancor di più, lo si sostiene, invece, assicurandogli liquidità a fondo perduto. Invochiamo perciò per tutti costoro, milioni di italiani ricchi di genio e di buona volontà, che siano fatti destinatari di un contributo una tantum a fondo perduto commisurato in proporzione dell’80% della media del reddito conseguito negli ultimi tre anni.

In conclusione

Con questo testo non abbiamo certo la pretesa di aver detto tutto. Tantomeno quella di poter prevedere tutti i possibili problemi che potrebbero sorgere d’ora in avanti. A che serve allora indicare questi orientamenti, tanto più che non siamo né al governo né nelle sue vicinanze? Serve, questo almeno è il nostro parere, a fornire una bussola. Per quanto incompleta ed imperfetta una bussola ci serve, a noi e a tutti quelli che non si vogliono rassegnare allo stato di cose presente.

Ciò che è accaduto in questi due mesi di confinamento non deve ripetersi. Se l’epidemia è una realtà, altrettanto reale è l’esperimento sociale che i dominanti hanno messo in atto specie in Italia: testare il tasso di sottomissione di un popolo ottenibile grazie alla paura, verificarne la soglia di sopportazione, alimentare la psicosi come strumento di controllo sociale.

La verità è che con il virus si dovrà probabilmente convivere, almeno per un certo periodo di tempo. Quanto lungo sarà questo tempo non lo possiamo sapere in anticipo. E’ sempre stato così nel passato, sarà probabilmente così anche stavolta. Su questo i moderni stregoni della tecno-scienza non riescono ad aiutarci più di tanto.

Diverso è però il compito del decisore politico. La politica è appunto l’arte del decidere. Del farlo tenendo conto di un insieme di fattori. Nella fattispecie una corretta decisione politica dovrebbe considerare tutti i fattori economici e sociali, non meno di quelli sanitari. Così come dovrebbe contemplare tutti gli scenari, non solo quelli più apocalittici che tanto piacciono al sistema dei media per fare audience. Una politica che continui ad abdicare a questo compito negherebbe definitivamente se stessa, consegnando così il potere ad una congregazione di “tecnici” mai sopra le parti (e gli interessi), generalmente anzi piuttosto al di sotto della soglia minima della decenza.

Non possiamo rinunciare alla vita ed alla libertà in nome della sicurezza. E comunque la prima sicurezza è proprio quella di poter vivere nella certezza di un lavoro sicuro e di un reddito dignitoso, condizioni minime affinché abbia ancora un senso la parola “libertà”. Tutto ciò è stato messo pesantemente in discussione dal neoliberismo, ma la crisi attuale sta peggiorando drammaticamente le cose.

Cominciamo ad agire per evitare la catastrofe!

Fonte: Liberiamo l’Italia




IN MEMORIA DI GIULIETTO CHIESA di Moreno Pasquinelli

L’omaggio di Moreno Pasquinelli a Giulietto Chiesa, pubblicato sul canale youtube di Diego Fusaro.




GIULIETTO CHIESA CI HA LASCIATI

Giulietto Chiesa, Roma, 12 ottobre 2019: manifestazione Liberiamo l’Italia.

Questa mattina abbiamo appreso che l’amico e compagno Giulietto Chiesa ci ha lasciati. Sapevamo che recentemente era stato colpito da un ictus, ma la notizia della sua scomparsa ci ha  lasciati non solo sgomenti, ma sorpresi. Ci eravamo sentiti non più tardi di alcuni giorni fa, ed era lucidissimo e combattivo come sempre. A causa delle draconiane e vergognose disposizioni di regime, ci è impedito di rendergli l’ultimo omaggio accanto ai suoi familiari e contribuire a svolgere dei funerali degni della sua  statura morale e della sua figura di combattente politico. Ci stiamo consultando con i suoi più stretti amici e compagni per organizzare, comunque sia, un evento per ricordarlo.

Pubblichiamo qui sotto il necrologio di Liberiamo l’Italia, ripromettendoci di tornare con delle riflessioni più approfondite sulla figura e sul lascito di Giulietto Chiesa.

* * *

IN MEMORIA DI GIULIETTO CHIESA

La notte scorsa è deceduto Giulietto Chiesa.
Una perdita gravissima per l’Italia democratica e patriottica.
Milioni di italiani lo hanno conosciuto come un grande giornalista, tra i pochi fuori dal coro del pensiero unico neoliberista.
Giulietto è stato anche un militante antimperialista, impegnato in prima linea nei movimenti per la pace e la fratellanza tra i popoli, quindi agguerrito attivista per la difesa della libertà d’informazione, di qui la sua battaglia per una televisione indipendente e la nascita di Pandora TV.
Noi lo ricordiamo accanto a noi in occasione della grande manifestazione del 12 ottobre, accolto tra gli applausi di tutti.
Lo ricordiamo con noi fino a pochi giorni fa nel Coordinamento No MES, di cui è stato tra i fondatori.
Raccoglieremo il suo testimone per fare dell’Italia un paese libero, indipendente e neutrale, fuori dalla gabbia della Ue e della NATO.

Liberiamo l’Italia
26 aprile 2020

Fonte: Liberiamo l’Italia




NO ALLA APP “IMMUNI” di Gianluigi Paragone

La presa per i fondelli è già nel nome: Immuni. Come se bastasse una app da scaricare per difendersi, immunizzarsi, dal virus. O come se chi è fuori dalla app fosse un appestato, un untore. Ovviamente non basta una app per sapere come si muove il Covid, anzi a dirla tutto questo tracciamento sta diventando un altro pezzo del grande boh governativo rispetto all’emergenza.
L’altro giorno sia il presidente Conte sia il commissario straordinario Domenico Arcuri hanno precisato che non ci saranno limitazioni di movimento per chi deciderà di non utilizzarla. Una precisazione che soltanto chi ci aveva pensato la può sostenere: ci mancava pure che oltre al lockdown ordinato con un “semplice” decreto del premier (dpcm) avessero subordinato le uscite alla possibilità di farsi spiare. Alla faccia dei diritti costituzionali e delle libertà individuali.

Messa da parte (fino alla prossima mossa) la non indispensabilità della app rispetto alla libera circolazione, seppur nei limiti che ci verranno imposti, resta da analizzare la parte che ne avrebbe ispirato l’urgenza, ossia evitare la propagazione del virus attraverso lo screening dei positivi e dunque dei loro spostamenti e delle loro relazioni. Basta scaricarla e poi, attivando il bluetooth, i telefoni si parleranno tra loro e incroceranno i loro dati. Sanitari, dicono loro. Tre domande.
La prima: ma se non è obbligatoria perché la dovrei scaricare? Beh, visto che la app – per funzionare al meglio – necessita di una copertura del 60% della popolazione, il supercommissario Arcuri ha ammesso che sarebbero al vaglio “alcune facilitazioni di natura sanitaria” come benefit. Toh, un’altra bella violazione dei diritti costituzionali per cui i servizi della sanità pubblica avrebbero una specie di carta vip per chi scarica la app.

Seconda domanda: ma se la app serve per monitorare le frequentazioni dei positivi, chi mi dice se sono positivo? Già, di sicuro non la app. La risposta esatta non può che essere soltanto una: te lo dicono i tamponi, quei tamponi che la Sanità pubblica non è in grado di garantire per mancanza di reagenti. Sai com’è, taglia oggi taglia domani (per stare dentro i parametri di austerity imposti da Bruxelles, da quella stessa Bruxelles che oggi ci riconosce un po’ di soldini per l’emergenza Covid se accettiamo di farci fregare dallo strozzinaggio legalizzato noto come Mes), taglia oggi taglia domani ed ecco che alla bisogna manca molto di quel che serve: terapie intensive, personale medico, tamponi, mascherine eccetera eccetera…

Terza e ultima domanda: ma se era così importante evitare la propagazione del virus, perché il governo si è mosso tardi? Una inchiesta condotta da quattro giornalisti per il Corriere della Sera ha scoperto che la prima direttiva del ministero è uscita un mese dopo l’arrivo del virus, quando l’emergenza regnava già sovrana in alcuni reparti ospedalieri di alcune zone ben precise in Lombardia e in Veneto. E’ l’inizio del caos, alla faccia di un premier che andrà in televisione a dire che “siamo prontissimi”. Già, prontissimi senza terapie, tamponi, mascherine e personale (tanto che si arruolano i neolaureati…). Ieri e ieri l’altro, dal ministero della Salute ci informano che dal 20 gennaio il ministero aveva un programma talmente choccante da secretarlo. Cosa??? Avevano in mano informazioni preziose, allarmanti, di per sé sufficienti per attivare le zone rosse locali e questi che fanno? Secretano. Nessuna condivisione con il parlamento e nemmeno coi presidenti di Regione che, a quel punto, ignari di tutto procedono random.

Zero trasparenza, molto pressapochismo. E intanto il virus si sta mangiando il Paese. Ma non si può dire altrimenti le task force si arrabbiano e i guardiani del comitato antifake di Palazzo Chigi si attivano.
Ps. La app è un precedente pericolosissimo, perché se accettiamo il principio di farci controllare da una app per sapere se siamo positivi al Covid, un domani ci diranno – sempre per il nostro bene – che servirà per tracciare chiunque su qualsiasi cosa convenga al Potere. Un perfetto sistema feudale, tecnologico ma feudale.

Fonte: ilparagone.it




ITALEXIT O AGONIA di Piemme

Ci vuole una bella faccia tosta a presentare il vertice dell’Unione europea come un successo. Non è quella che manca a Conte.
Il lettore si aspetterà che spieghiamo quelle che, con gergo liberista, vengono chiamate “tecnicalità” e/o “condizionalità” dell’accordo raggiunto tra i capi di stato e di governo dell’Unione europea. Immaginerà che entriamo nei dettagli della tripletta Bei-Sure-Mes. Resterà deluso poiché è tutto aleatorio, rimandato al prossimo vertice. Figuriamoci se possiamo dare un giudizio sul cosiddetto “Recovery fund”, che per aria stava e per aria resta, e ammesso che scenda a terra, i suoi fondi sarebbero erogati a babbo morto, ovvero l’anno prossimo.

Né, del resto, possiamo dire qualcosa sui tanto strombazzati “eurobond”, che la Merkel ha chiesto e ottenuto che non fossero nemmeno posti all’ordine del giorno.

Questa assenza di dettagli ed evidenze dice molto, anzi dice tutto. Ci dice che ancora una volta s’è imposta la linea tedesca: nessuna condivisione, non solo dei debiti pregressi, nemmeno di quelli futuri.
Chi si illudeva che davanti al dramma del COVID-19 e alla più grave crisi economica e sociale, i falchi dessero segni di resipiscenza, che cioè fossero disposti ad allargare i cordoni della borsa, ha preso l’ennesimo ceffone. Abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione che la Ue non è riformabile.

Ballano solo alcune cifre sull’ammontare che l’Unione europea potrebbe devolvere per fare fronte all’inevitabile crollo economico — la Lagarde proprio ieri ha detto che si prevede per l’eurozona una caduta del Pil quest’anno del 15%, col che si può facilmente immaginare che per l’Italia andrà ancora peggio —, cifre spaventosamente insufficienti. La sproporzione tra la gravità della malattia e l’inefficacia del farmaco è abissale.

Del resto, anche ove la Ue, raschiando il fondo del barile, giungesse a dare garanzie per 500-700 mld, essi non solo sarebbero spalmati su tutta l’Unione, sarebbero in gran parte a prestito, ed ogni singolo paese dovrebbe risponderne. Ci diranno i cicisbei del governo, che sarebbero senza “condizionalità” prescrittive. Si tratta di un trappolone. Le “condizionalità”, verrebbero imposte dai mercati finanziari, che agirebbero come spietato prestatore di ultima istanza. Immaginiamo infatti cosa potrebbe accadere nei prossimi anni, quando il debito pubblico italiano (per non contare quello del settore privato) sarà salito alle stelle. I “mercati” alzerebbero la posta, esigerebbero lauti interessi in cambio del rischio e potrebbero cessare di finanziare l’Italia.

A quel punto un default — la qual cosa, ricordiamolo, non significa bancarotta, che uno Stato non va in bancarotta, ma sarebbe lo stato di insolvenza — sarebbe inevitabile, cosa che implicherebbe, nel perimetro della Ue e in ambiente globalizzato, non solo una draconiana austerità e la miseria generale; significherebbe che la finanza predatoria andrebbe all’incasso comprando a prezzi stracciati beni reali: industrie, filiere produttive, banche, beni pubblici e  demaniali. La Grecia insegna.

C’è chi, in questo contesto, pur di non prendere atto che l’Unione non c’è più, che è un cadavere che cammina, pur di evitare la decisione di uscire da questa gabbia di matti, spera nell’intervento salvifico della Bce. Costoro — tra i quali adesso si annovera anche Bagnai, che dal “fuori dall’euro” è passato al “più euro” — chiedono che la Bce svolga finalmente, come le altre banche centrali, la funzione di prestatore di ultima istanza: acquisti tutti i titoli di debito finanziando direttamente gli Stati, tra cui il nostro. Vero è che questa mossa salverebbe l’Unione dal collasso finale.

La Germania e i suoi segugi accetterebbero mai di affidare alla Bce questa funzione? Ne dubitiamo. Il dilemma verrà forse sciolto il 5 maggio dalla Corte costituzionale tedesca che si esprimerà sulla liceità del “Quantitative easing” (Qe). Azzardiamo un pronostico: essa sancirà che il Qe se non cozza apertamente con la Costituzione tedesca, rappresenta tuttavia una sostanziale deviazione dai suoi principi, con ciò ribadendo il rifuto che la Germania debba ubbidire a poteri sovraordinati, quindi ponendo una pietra tombale sulle speranze di coloro che credono nell’intervento salvifico della Bce.

Con ciò la palla, con un lungo cross, sarà gettata dalla Germania al di sotto delle Alpi, nella metà italiana del campo. E starà all’Italia decidere: tirarsi fuori dall’Unione, riprendendosi la propria sovranità politica e monetaria allo scopo di finanziare un grande piano di investimenti pubblici e sostenere la domanda interna (contestualmente controllando il movimento dei capitali per imperdirne la fuga), oppure un’inesorabile agonia, accettando così di entrare in un periodo di gigantesche tensioni sociali interne.

Gli attuali Gaulaiter al governo cesseranno di agire da ascari e servi? Invertiranno, prima che sia troppo tardi, la rotta? Ne dubitiamo.

Le forze patriottiche debbono prepararsi ad una dura battaglia, sapendo che molto probabilmente dovranno prendere in mano un Paese in macerie.




CHE FINE FARA’ L’ITALIA?

Nella foto sopra uno dei giganteschi pannelli che vennero esposti ai tempi del governo Monti nelle principali stazioni ferroviarie italiane. L’alibi per sostenere le misure austeritarie e il governo stesso, era lo spauracchio del debito pubblico. Vale la pena ricordare che proprio durante il governo Monti, il debito pubblico italiano, ovvero il debito verso il sistema bancario predatorio, crebbe e di molto. Fu un’altra prova lampante che nel regime dell’euro politiche austeritarie e liberiste il debito lo aumentano e non lo diminuiscono. Oggi è in corso il vertice europeo. Il governo Conte chiede l’ “aiuto” dell’Unione europea sotto la forma di titoli europei o “eurobond”. Vedremo cosa verrà deciso al vertice, una cosa è certa: questo “aiuto” sarebbe comunque “moneta a debito”, sarebbe come la corda che sostiene l’impiccato. Ci sono numerosi casi nella storia moderna, che mostrano quale fine abbiano fatto gli Stati che, invece di contare sulle proprie forze e la propria sovranità, ricorrono agli “aiuti” di chi possiede la liquidità. Uno di questi, estremamente istruttivo, è il caso della Repubblica di Genova nel XV secolo che perse la sua sovranità per concederla ai grandi banchieri.

«La storia di Genova nel secolo XIV ci appare così come un susseguirsi incessante di rivolte, di lotte di parte e di interventi stranieri.

Essendo nel 1339 la fazione popolare riuscita a prevalere e a imporre l’elezione di un doge nella persona di Simone Boccanera, la grande nobiltà oligarchica non esitò a porre la città sotto la protezione dell’arcivescovo Giovanni Visconte, signore di Milano.

Dopo la morte di quest’ultimo, Genova, dopo nuove e tormentate vicende interne, si dette nel 1396 alla Francia, sotto la quale rimase fino al 1409, per poi tra il 1421 e il 1436 ritornare ancora sotto la signoria viscontea e, tra il 1459 e il 1461, nuovamente sotto quella francese. Questa irrequietezza politica non è d’altronde che il paravento di una sostanziale immobilità sociale: malgrado i tentativi di rinnovamento operati dal basso, la vita politica genovese continuò sempre ad essere il monopolio di una ristretta oligarchia di grandi famiglie.

Gli stessi caratteri presenta anche la vita economica. Le finanze dei privati erano infatti assai più floride di quelle della repubblica e quest’ultima, impegnata com’era nella sua grande politica marittima, era costretta, dopo aver spremuto sino all’osso mediante gabelle, dazi e ogni genere di imposte dirette e indirette i redditi dei ceti meno abbienti, a contrarre forti debiti e obbligazioni ricorrendo a “compere” e prestiti con i privati e specialmente con i cittadini più facoltosi. Il sistema era lo stesso in uso nelle altre città italiane e a Venezia in particolare. Esso funzionò bene finché i profitti realizzati con il commercio e, più in generale, le buone fortune della città misero l’erario pubblico in grado di corrispondere puntualmente agli interessi verso i propri creditori.

Quando però le cose incominciarono a mettersi al peggio e si profilò addirittura il rischio che, oltre gli interessi potesse andar perduta anche parte del capitale, allora sarebbe stato necessario da parte dei cittadini che avevano investito i loro averi in titoli di Stato un grande spirito di dedizione alla cosa pubblica per continuare a concedere allo Stato la propria fiducia. Era questo il caso di Venezia, ma non quello di Genova.

Quando, dopo la guerra “di Chioggia”, la quale, a Genova come a Venezia, aveva ingoiato somme enormi, si cominciò a profilare sulle finanze cittadine l’ombra del dissesto (nel 1408 il debito dello Stato era salito alla cifra enorme di 2.938.000 lire genovesi), i creditori pretesero il massimo delle garanzie. Essi si riunirono in un consorzio —il Banco di San Giorgio— e ottennero che adesso fosse devoluta l’amministrazione del debito pubblico. Ma come i nuovi amministratori avrebbero potuto garantire un più regolare pagamento degli interessi? La soluzione venne trovata inasprendo ulteriormente il carico fiscale e affidando al Banco la gestione di alcuni dei proventi fiscali dello Stato. In tal modo, facendosi essi stessi amministratori delle entrate dei loro debitori e assumendo il ruolo di, per così dire, curatori fallimentari, i creditori consorziati nel banco avevano in mano una solida garanzia. Quando però il prestigio e il commercio genovese in Oriente iniziarono la parabola declinante, allora questa garanzia non era più sufficiente. Ciò accadde appunto nel corso della prima metà del secolo XV: la caduta di Costantinopoli nel 1453, che tagliò fuori Genova dalle sue fiorenti colonie del Mar Nero, non fu che l’ultimo e definitivo colpo vibrato a un prestigio politico già seriamente compromesso.

In tali condizioni gli amministratori del Banco pretesero di più e cioè di amministrare direttamente alcuni territori della repubblica —colonie in Oriente, castelli e terre sulla riviera, la Corsica— con ampia facoltà di sfruttarli a loro piacimento, sino anche a venderli. Fu questo il caso di Livorno che nel 1421 fu ceduta ai fiorentini per moneta sonante.

“San Giorgio —scriveva il Machiavelli— si ha posto sotto la sua amministrazione la maggior parte delle terre e città sottoposte allo imperio genovese, le quali governa e difende e… vi manda i suoi rettori senza che il Comune in alcuna parte se ne travagli. Da questo è nato che quelli cittadini hanno levato l’amore del Comune…e postolo a San Giorgio”. Difficilmente si può immaginare una illustrazione più efficace di che cosa si debba intendere quando si parla – come si è già parlato – del consolidamento delle posizioni corporative e privilegiate del patriziato urbano: a Genova noi vediamo una città, una “repubblica”, alienare ai suoi cittadini più ricchi le sue finanze e la sua stessa sovranità territoriale; vediamo uno Stato trasformarsi praticamente in un’azienda della quale sono azionisti le sue grandi famiglie.

Queste ultime furono infatti le principali beneficiarie dell’operazione. A mano a mano che in seguito al declino del commercio genovese in oriente le difficoltà economiche vennero aumentando, i piccoli risparmiatori che avevano investito il loro denaro nei “luoghi” di San Giorgio furono costretti a liberarsene e questi finirono per concentrarsi nelle mani di una ristretta e potente oligarchia di creditori. Da questa usciranno le grandi dinastie dei banchieri genovesi finanziatori di Carlo V e di Filippo II».

In: Giuliano Procacci, Storia degli italiani, I volume, ed. La Terza, 1968, pag. 80-82