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PAPPALARDO di Moreno Pasquinelli

Il generale può cantare vittoria. Ieri, 30 maggio, è stato il suo giorno di gloria. Lasciamogli godere la festa. Se la merita visto che ha portato migliaia di cittadini in piazza in aperta sfida alle prescrizioni sicuro-sanitarie.  Un successo se pensiamo al flop della manifestazione indetta da STOPEUROPA, svoltasi sempre ieri a Roma — per la verità i promotori li avevamo (inutilmente) messi in guardia.

Così ieri i suoi “Gilet arancioni” e il suo partito che né è l’ispiratore hanno ottenuto la ribalta. Pappalardo- Giamburrasca non è un pivellino politico. E’ da almeno trent’anni che sgomita nel teatrino politico. Prima in quello istituzionale poi extra-istituzionale, in cui circolano personaggi non meno stravaganti che nel primo. Coi suoi modi picareschi e le sue goffe movenze il Giamburrasca più e più volte è salito agli onori delle cronache. Egli è abile nell’applicare una cinica legge di marketing: non conta che se ne parli male, l’importante è che se ne parli.

Valga di lezione per tutti, sovranisti veri, sovranisti imbranati e sovranisti finti. Non bastano idee per quanto buone ad assicurare un buon esito delle manifestazioni — il caso di Pappalardo è di scuola: si può sfondare anche con idee cattive assai —, occorre organizzazione, occorre un radicamento nei territori, occorrono militanti agguerriti, occorre chiamare all’azione. Occorre maestria e nel caso anche astuzia. In effetti, negli anni, il Giamburrasca si è costruito uno minimo di organizzazione e uno straccio di radicamento geografico. Occorre infine, data l’aria che tira, radicalità. Non è più il tempo per i politicamente corretti, per i rivoluzionari in doppiopetto, per i quaquaraqua, per chi vuole fare le frittate senza rompere le uova.

In quanto a idee Giamburrasca non ne  fa difetto. Andatevi a leggere l’ultima versione del fastoso programma politico del suo Movimento. Un mix maniacale quanto tossico di proposte. Alcune giuste (uscita dalla Ue, dall’euro, dalla NATO) e altre profondamente sbagliate, del tipo di quella che campeggia come primo punto: “L’Italia è una Repubblica Federale su cinque Stati Confederati, Grande Nord, Grande Centro, Grande Sud, Grande Sicilia, Grande Sardegna”. Altre letteralmente bislacche o fantasmagoriche.

Mi chiederete di elencarle. Ci sarà modo di farlo. Quel che voglio dire è che un movimento politico non si giudica solo dal suo programma formale. Idee buone ne cirolano a bizzeffe e su più versanti politici. Sarebbero pochi coloro che, rileggendo il programma originario del fascismo (Sansepolcro 1919), non sarebbero d’accordo con numerose di quelle proposte. Un movimento politico si giudica in base a molteplici criteri: le origini e la natura del suo gruppo dirigente, i suoi riferimenti ideologici, la sua base sociale, i suoi legami con eventuali lobbi (note e/o ignote), i suoi riferimenti internazionali. Infine, se c’è una grande capo (e questo è il caso), il suo carattere, la sua personalità, la sua statura, la sua cultura.

Non è che con Giamburrasca siamo solo messi male. Siamo messi malissimo. Il segreto del suo successo è che egli ha costruito una cloaca in cui ha fatto confluire, assieme alle più diverse e bizzarre varianti del “complottismo” i dispersi liquami del montante qualunquismo anti-politico, entrambi frutti avvelenati dello sfascio sociale, della degenerazione della Repubblica, della corruzione servile delle sue classi dirigenti.

A ben vedere il Giamburrasca non è solo un prodotto di questo presente triste e gravido di incognite. Egli è qualcosa di più, si abbevera ad una sorgente antica, è infatti figlio di un’italica e indecorosa tradizione, quella degli arruffapopolo quali Cola Di Rienzo, Masaniello e  Benito Mussolini. Medesima la traiettoria dei tre: iniziarono come sovversivi, diventarono leccapiedi dei dominanti, morti ammazzati e avvolti nell’ingnominia. Senza dimenticare l’ultimo cascame moderno, L’uomo qualunque di Guglielmo Giannini.

Quella abborracciata dal nostro è miscela instabile, per sua natura destinata ad essere esplosiva. Per questo nessun atteggiamento di spocchia è lecito, tantomeno lo è una banale sufficienza intellettualistica. Il tracollo sociale causato dal combinato disposto tra la pandemia e il duro lockdown deciso dal governo, producendo la pauperizzazione massiccia — leggi una proletarizzazione che fa della cetomedizzazione uno scolorito ricordo del passato — apre uno spazio enorme alla sollevazione popolare. Questa può prendere due strade non solo diverse bensì opposte. Essa, dato che ogni via di mezzo risulterà ostruita, potrà prendere una direzione reazionaria o rivoluzionaria, dove la via reazionaria, si badi, non si manifesterà come trinariciuto tradizionalismo. Al contrario! Il nuovo demogogo reazionario, come quelli che l’hanno preceduto, si mimetizzerà da sovversivo. Il salvatore della patria chiederà giustizia sociale e progresso, parlerà di democrazia e di potere al popolo, farà leva sull’orgoglio patriottico ferito.

Smascherare quest’operazione è il dovere dei sinceri rivoluzionari. Un’opera che non sarà facile e che potrà avere successo solo a patto che essi non appaiano mai collusi o in combutta con le classi dirigenti. Un’opera che andrà in porto se andremo decisi allo scoperto, se sapremo incontrare la montante rivolta sociale, se nel fuoco della battaglia sapremo costruire un partito dirigente che sia il perno di un ampio blocco sociale, anticapitalista e patriottico. Un grande fronte popolare che mentre tiene fermo il bersaglio grosso del nemico principale (le classi dirigenti neoliberiste) sia alternativo a quello, nascente, dei gattopardi populisti.

Vincerà chi avrà la forza e la capacità di dare uno sbocco al caos, portando ordine nel disordine.

Bentornata Storia!