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LA SOVRANITÀ TEDESCA di Piemme

“Specchio specchio delle mie brame, chi è il più sovrano nel reame?”

Che in seno all’Unione fosse la Germania non era un mistero.

Ha un nome impronunciabile la Corte costituzionale tedesca (Bundesverfassungsgericht).
Si attendeva con ansia la sua sentenza in merito alla ammissibilità, ovvero la compatibilità con la Grundgesetz —ovvero la Costituzione tedesca  — del “Quantitative easing”, il programma di acquisto di titoli sovrani lanciato dalla Bce governata da Mario Draghi nel 2015 per far fronte alla crisi finanziaria post-2008

Com’è noto, una delle principali caratteristiche della Costituzione tedesca è che essa, per quanto attiene alle politiche economiche e di bilancio pubblico, incorpora i dogmi dela dottrina ordoliberista e monetarista —— vedi in particolare gli articoli 107-115.

La sentenza è puntualmente arrivata. Il “Quantitative easing”, non è dichiarato apertamente  illegale e/o anticostituzionale — quindi non si intima alla Bundesbank, come chiedevano coloro che hanno presentato ricorso alla Corte, di uscire dal programma della Bce. Tuttavia la stessa Corte, come si legge nelle note di agenzia, fissa “robusti paletti sui margini di azione della banca centrale europea”.

Come dire, “quello che è stato è stato, ma d’ora in poi niente furbate, basta con politiche monetarie espansive, ovvero con acqisti futuri da parte della Bce di titoli degli stati con alto debito pubblico”.

Le stesse agenzie informano della “profonda irritazione della Commissione europea”. La ragione di questa “irritazione” è presto detta: l’Alta Corte tedesca indica al decisore politico germanico nonché alla Bundesbank che dovranno opporsi non solo all’idea di “eurobond” o “coronabond” europei, dovranno dire no anche al cosiddetto e pur aleatorio Recovery fund, cioè al finanziamento agli stati garantito dal bilancio dei paesi dell’eurozona.

Si dirà che la sentenza della Corte costituzionale tedesca non si applica ai recenti programmi già adottati dalla Bce in risposta alla crisi del coronavirus. Vale a dire al Pepp (Pandemic Emergency Purchase Programme), il nuovo programma di acquisto di titoli di Stato varato il 18 marzo come ‘scudo anti-spread’ in tempi di pandemia: 750miliardi di euro di acquisti. Ma è evidente che la decisione di Karlsrhue lega le mani alla Bce.

Non si spiega altrimenti perché la settimana scorsa il board della Bce ha evitato, come già annunciato, di potenziare il Pepp di altri 500 miliardi di euro. Evidentemente a Francoforte sapevano in anticipo quel che noi abbiamo saputo solo ieri sera.

La decisione dell’Alta corte tedesca avrà serie conseguenze sull’Eurogruppo che si riunirà venerdì prossimo, il summit dei ministri delle finanze che dovrebbe indicare le linee guida per l’accesso a nuove linee di credito per far fronte alla gravissima crisi causata dalla pandemia. In poche parole il Governo Conte si scordi che potrà accedere al Mes (Meccanismo europeo di stabilità) senza accettare dure condizioni.

Morale della favola: è evidente non solo lo scollamento dell’Unione europea. Viene a galla che davanti alla più grave crisi della sua storia, l’Unione non è minimamente in grado di adottare una risposta unitaria e potente. E senza questa risposta la sua dissoluzione è posta all’ordine del giorno.

Ognuno per sé, Dio per tutti? Non tutto il male vine per nuocere.
Si conferma quanto andiamo dicendo da tempo, che per il nostro Paese, c’è un solo modo per evitare il baratro, l’Italexit.