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LE PROTESTE DEL 4 MAGGIO di Daniela Di Marco*

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Il 4 maggio avrebbe dovuto rappresentare la linea di confine oltrepassata la quale ci saremmo lasciati alle spalle due mesi di privazione di libertà, due mesi di paura, di surreale spegnimento della vita associata.
La tanto attesa “Fase 2” per fare spazio alla vita.

Invece niente.

Il governo, fatte salve le concessioni alla grande e media industria, ha deciso di prolungare la “Fase 1”. Limitazioni fortissime alla libertà di movimento, reiterazione della brutale compressione dei diritti personali e sociali.
In questo quadro milioni di Partite Iva, di piccole e piccolissime aziende, resteranno chiuse per un altro mese. Con loro milioni di lavoratori salariati saranno senza lavoro, senza reddito, senza cassa integrazione. Una situazione disperata.
Questo il costo che la grande maggioranza degli italiani è costretta a pagare, più che per l’impatto della pandemia, per il totale fallimento delle autorità nel farvi fronte, per la vera e propria Caporetto del sistema sanitario, in primis quello lombardo.
Totalmente deluso chi si aspettava che il governo avrebbe tenuto conto del diverso impatto della pandemia, infatti nella maggioranza delle regioni del centro-sud il paventato “picco” non è mai arrivato. Ubbidendo alla “scienza” il governo — o, come si dice dalle mie parti, “per non saper né leggere né scrivere” — ha di fatto prolungato il lockdown a tutto il Paese.

Contro questa decisione, sfidando le questure che hanno frapposto ostacoli d’ogni tipo, accettando il rischio (in molti casi avveratosi) di subire pesanti sanzioni amministrative, il 4 maggio, ma anche nei tre giorni precedenti, migliaia di italiani, in numerose città, sono scesi per le strade e nelle piazze in segno di protesta.
Palermo, Bologna, Crotone, Milano, Monfalcone, Perugia, Livorno, Napoli, Voghera, Rieti, Mestre, Venezia, Roma, Torino, Trieste eccetera. E in altre città si stanno organizzando per i prossimi giorni.

Le più svariate categorie sociali erano e saranno in strada, a fronte di reddito e/o incassi zero, debiti accumulati per i mesi di chiusura, bollette, balzelli e tasse varie mai sospese, caricati degli interessi per ogni mese di sospensione di prestiti e mutui, moltissimi senza aver ricevuto i 600€ di marzo, senza poter aiutare i propri dipendenti, anch’essi con famiglia alle spalle, con un decreto aprile mai partorito, con i famigerati 25 mila euro impossibili da chiedere.

Liberiamo l’Italia, in esecuzione della risoluzione approvata il 29 aprile, ovunque è stato possibile, ha promosso e partecipato a queste proteste.

Ci siamo stati portando i nostri contenuti, denunciando la totale insufficienza delle misure adottate, o in via d’adozione, del governo per fare fronte al disastro economico, sociale e democratico. Segnalando che non è certo restando nel perimetro del neoliberismo, chiedendo l’elemosina all’Unione europea, che si eviterà il collasso del Paese. Sottolineando che l’Italia può e deve farcela da sola, a patto che riconquisti la sua sovranità politica e monetaria.

Bene abbiamo fatto a stare accanto ai cittadini che spontaneamente hanno voluto esprimere la loro indignazione. Male hanno fatto quegli amici che invece hanno preferito stare alla finestra, scegliendo di stare alla larga dalle annunciate proteste assumendo un atteggiamento attendista. Attendere cosa, poi?

Vero è che queste manifestazioni non sono state di massa. Ovvio che non lo sarebbero state. E non solo perché il senso di paura permane. Non lo sono state per la totale assenza di una guida, di una forza politica antagonista che infatti non c’è.
Chi pensa che questa forza si costruisce senza stare accanto ai settori più combattivi e dinamici del popolo, chi immagina di passare dal piccolo gruppo di propaganda al grande partito di massa diffondendo unicamente il “verbo” si sbaglia e si illude. Una grande forza popolare sorge solo se quelli che si considerano avanguardia danno l’esempio, se mettono i loro corpi, la loro faccia e non la sola immaginazione, nel fuoco del conflitto.

In fondo, solo un passo avanti alle masse si deve stare, non dieci, e di certo non dietro, per conquistare la fiducia dei cittadini indignati.

*Daniela Di Marco è membro del Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia

Fonte: Liberiamo l’Italia

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