PAPPALARDO di Moreno Pasquinelli

Il generale può cantare vittoria. Ieri, 30 maggio, è stato il suo giorno di gloria. Lasciamogli godere la festa. Se la merita visto che ha portato migliaia di cittadini in piazza in aperta sfida alle prescrizioni sicuro-sanitarie.  Un successo se pensiamo al flop della manifestazione indetta da STOPEUROPA, svoltasi sempre ieri a Roma — per la verità i promotori li avevamo (inutilmente) messi in guardia.

Così ieri i suoi “Gilet arancioni” e il suo partito che né è l’ispiratore hanno ottenuto la ribalta. Pappalardo- Giamburrasca non è un pivellino politico. E’ da almeno trent’anni che sgomita nel teatrino politico. Prima in quello istituzionale poi extra-istituzionale, in cui circolano personaggi non meno stravaganti che nel primo. Coi suoi modi picareschi e le sue goffe movenze il Giamburrasca più e più volte è salito agli onori delle cronache. Egli è abile nell’applicare una cinica legge di marketing: non conta che se ne parli male, l’importante è che se ne parli.

Valga di lezione per tutti, sovranisti veri, sovranisti imbranati e sovranisti finti. Non bastano idee per quanto buone ad assicurare un buon esito delle manifestazioni — il caso di Pappalardo è di scuola: si può sfondare anche con idee cattive assai —, occorre organizzazione, occorre un radicamento nei territori, occorrono militanti agguerriti, occorre chiamare all’azione. Occorre maestria e nel caso anche astuzia. In effetti, negli anni, il Giamburrasca si è costruito uno minimo di organizzazione e uno straccio di radicamento geografico. Occorre infine, data l’aria che tira, radicalità. Non è più il tempo per i politicamente corretti, per i rivoluzionari in doppiopetto, per i quaquaraqua, per chi vuole fare le frittate senza rompere le uova.

In quanto a idee Giamburrasca non ne  fa difetto. Andatevi a leggere l’ultima versione del fastoso programma politico del suo Movimento. Un mix maniacale quanto tossico di proposte. Alcune giuste (uscita dalla Ue, dall’euro, dalla NATO) e altre profondamente sbagliate, del tipo di quella che campeggia come primo punto: “L’Italia è una Repubblica Federale su cinque Stati Confederati, Grande Nord, Grande Centro, Grande Sud, Grande Sicilia, Grande Sardegna”. Altre letteralmente bislacche o fantasmagoriche.

Mi chiederete di elencarle. Ci sarà modo di farlo. Quel che voglio dire è che un movimento politico non si giudica solo dal suo programma formale. Idee buone ne cirolano a bizzeffe e su più versanti politici. Sarebbero pochi coloro che, rileggendo il programma originario del fascismo (Sansepolcro 1919), non sarebbero d’accordo con numerose di quelle proposte. Un movimento politico si giudica in base a molteplici criteri: le origini e la natura del suo gruppo dirigente, i suoi riferimenti ideologici, la sua base sociale, i suoi legami con eventuali lobbi (note e/o ignote), i suoi riferimenti internazionali. Infine, se c’è una grande capo (e questo è il caso), il suo carattere, la sua personalità, la sua statura, la sua cultura.

Non è che con Giamburrasca siamo solo messi male. Siamo messi malissimo. Il segreto del suo successo è che egli ha costruito una cloaca in cui ha fatto confluire, assieme alle più diverse e bizzarre varianti del “complottismo” i dispersi liquami del montante qualunquismo anti-politico, entrambi frutti avvelenati dello sfascio sociale, della degenerazione della Repubblica, della corruzione servile delle sue classi dirigenti.

A ben vedere il Giamburrasca non è solo un prodotto di questo presente triste e gravido di incognite. Egli è qualcosa di più, si abbevera ad una sorgente antica, è infatti figlio di un’italica e indecorosa tradizione, quella degli arruffapopolo quali Cola Di Rienzo, Masaniello e  Benito Mussolini. Medesima la traiettoria dei tre: iniziarono come sovversivi, diventarono leccapiedi dei dominanti, morti ammazzati e avvolti nell’ingnominia. Senza dimenticare l’ultimo cascame moderno, L’uomo qualunque di Guglielmo Giannini.

Quella abborracciata dal nostro è miscela instabile, per sua natura destinata ad essere esplosiva. Per questo nessun atteggiamento di spocchia è lecito, tantomeno lo è una banale sufficienza intellettualistica. Il tracollo sociale causato dal combinato disposto tra la pandemia e il duro lockdown deciso dal governo, producendo la pauperizzazione massiccia — leggi una proletarizzazione che fa della cetomedizzazione uno scolorito ricordo del passato — apre uno spazio enorme alla sollevazione popolare. Questa può prendere due strade non solo diverse bensì opposte. Essa, dato che ogni via di mezzo risulterà ostruita, potrà prendere una direzione reazionaria o rivoluzionaria, dove la via reazionaria, si badi, non si manifesterà come trinariciuto tradizionalismo. Al contrario! Il nuovo demogogo reazionario, come quelli che l’hanno preceduto, si mimetizzerà da sovversivo. Il salvatore della patria chiederà giustizia sociale e progresso, parlerà di democrazia e di potere al popolo, farà leva sull’orgoglio patriottico ferito.

Smascherare quest’operazione è il dovere dei sinceri rivoluzionari. Un’opera che non sarà facile e che potrà avere successo solo a patto che essi non appaiano mai collusi o in combutta con le classi dirigenti. Un’opera che andrà in porto se andremo decisi allo scoperto, se sapremo incontrare la montante rivolta sociale, se nel fuoco della battaglia sapremo costruire un partito dirigente che sia il perno di un ampio blocco sociale, anticapitalista e patriottico. Un grande fronte popolare che mentre tiene fermo il bersaglio grosso del nemico principale (le classi dirigenti neoliberiste) sia alternativo a quello, nascente, dei gattopardi populisti.

Vincerà chi avrà la forza e la capacità di dare uno sbocco al caos, portando ordine nel disordine.

Bentornata Storia!




Una spremuta di agrUmani di Emiliano Gioia*

“Quando il diritto diviene strumento di ricatto”.

È come nello spremi agrumi, quando si vuole estrarre il succo per berlo comodi seduti al sole, la parte che contiene maggiori nutrienti, maggiore vitamina C, rimane nelle fessure del filtro. Il succo, che tanto ci ristora e piace, nell’appagarci non ci fa riflettere neanche un po’ su quanto stiamo per gettare tra i rifiuti.

Pensate ai tanti sussidi in questo modo. Pensate alla “sicurezza” sanitaria, che ormai sembra essere l’unica esigenza per gli esseri umani, quale quota e quanta poltiglia di diritti si lasciano alle spalle?!
Il diritto al lavoro ad esempio, ormai completamente delegato ai privati di Confindustria, strappato dalle mani dei piccoli imprenditori (in nome della sicurezza sanitaria), “ripagato” alle classi meno abbienti con l’elemosina di stato.
Il diritto alle libertà individuali. Il diritto d’espressione. Il diritto di circolazione. Tutto gettato nella pattumiera, anche grazie alle masse che incantate dal succo zuccherino di stato, rimangono dormienti.

Quello che ha evidenziato il covid-19, se ce ne fosse stato bisogno, è che la paura è il miglior strumento per prendere il controllo delle masse!
Tutt’oggi, quando addirittura dalle università e dai centri di ricerca paradossalmente giungono le lamentele dei ricercatori per l’impossibilità di trovare persone infette, lo stato imperversa nelle esistenze degli italiani con norme, ordinanze, decreti, posti a limitarne le libertà individuali.

Ma quanto vorranno ancora spremere i cittadini e quanti input negativi vorranno ancora instillare nelle nostre menti?  A cosa mirano?

L’obiettivo è un cambio radicale dell’assetto sociale.
I segnali sono molti e tutti molto preoccupanti.

La religione tecno/sanitaria, che impone l’utilizzo di strumenti come mascherine, termorilevatori sine die, sta normando il nostro futuro.
Gli adolescenti le prime vittime: Divieto di comitiva (assembramento), nessun divertimento in gruppo, regolamentazione del “bacio”, dell’affettività, della sessualità.
Tutto sospeso, se non distrutto. A cominciare dal primo luogo che dovrebbe servire ad educare a questi aspetti sociali: La scuola!
I turni di entrata, l’alternanza tra scuola in presenza e scuola online a turni, tutto progettato per disgregare piuttosto che per includere.
E tutto senza reazione. La “Pantera” che ha accompagnato generazioni in lotta per il diritto alla scuola, oggi sembra essere in quarantena anch’essa, chiusa in un trasportino.

I bambini, a partire dalla più tenera età, inseriti in un percorso diseducante (per la sicurezza ovviamente), anaffettivo, anti empatico, pronto a costruire una generazione di sociopatici.

Quella scuola, che doveva accompagnare la crescita degli alunni, in prima istanza attraverso la socializzazione, non deve più esistere (sempre per sicurezza).
Il secondo strumento in dote ai più piccoli, il riconoscimento della mimica facciale (il primo alla nascita è l’olfatto) deve essere cancellato e, con le mascherine, così sarà. Un “addestramento” alla società che vogliono per noi, per poi fare il salto “quantico”. Un balzo nell’evoluzione sociale inimmaginabile!
La cancellazione dello stato di diritto e dell’insegnamento educante alla ragione, al senso critico ed alla razionalità. Non dovete pensare: Dovete eseguire!
Per arrivare a questo devono incrementare la sudditanza delle persone, usando sempre gli stessi strumenti: La paura, i sussidi, la sicurezza.
Come già detto università e liceo già sono avviati verso una nuova epoca digitale, strumento necessario per ridurre notevolmente il corpo docente e dismettere edifici, oggi del demanio, attraverso vendite trasversali a privati. Ma il grosso è nel sistema scolastico primario e materno e nel sistema pensionistico.
Probabilmente il loro lavoro si concentrerà sulla rimodulazione del reddito di cittadinanza, trasformato in reddito di “accompagnamento all’educazione”. Pensateci: Quante famiglie si barcamenano tra lavoro e figli. In quanti nuclei familiari, per far questo, uno dei due genitori si trova un lavoro per “integrare” il reddito necessario a fare vivere la propria famiglia?

Se il governo proponesse un reddito, per seguire il percorso dell’istruzione dei propri figli a casa, quanti lascerebbero il proprio lavoro?
Soprattutto: Quanti preferirebbero tenere i figli in casa, con i parametri oggi imposti agli istituti scolastici dai “tecnici”, potendo lasciare il proprio lavoro.
Questo significherebbe superare il “problema” dell’educazione in presenza per i più piccoli, liberare posti di lavoro e quindi “risolvere” in parte il problema della disoccupazione.
Questo significherebbe avere un enorme fetta di popolazione, remunerata attraverso i sussidi per cui controllabile ed in sudditanza, e che in futuro riceverà una pensione sociale: Il RDC non versa contributi.
Ovviamente una così ampia platea remunerata attraverso i sussidi consentirà una maggiore pressione etico/morale, ma anche tecnico burocratica, per la sparizione del contante. E si! Perché il primo requisito per ricevere dei bonus è l’avere un conto corrente o ricevere una carta ricaricabile, pertanto la transizione verso una virtualizzazione del denaro sarà, non solo più morbida, ma necessaria.
Quindi: destrutturazione dell’intero apparato scolastico, vendita di edifici demaniali, riduzione della spesa pensionistica, aumento degli occupati e/o riduzione dei disoccupati, cancellazione del contante. Cosa può volere di più il sistema economico-bancario che oggi controlla nella sua interezza la politica???
È questo il futuro che vogliamo per noi ed i nostri figli?
Avete bevuto il succo?!

* Emiliano Gioia, portavoce di SiAmo




RECOVERY FUND: UN NUOVO GRANDE MES di Leonardo Mazzei

Sul Recovery Fund abbiamo già scritto la scorsa settimana, a commento della proposta Merkel-Macron. Dopo quella decisiva imbeccata, ieri l’altro la Commissione Ue ha annunciato il suo progetto. Un fondo di 750 miliardi (md), rappresentato da un mix di prestiti (250 md) e di sovvenzioni (500 md, di cui quelli che andranno direttamente agli stati sono meno di 400).

Sulla parola “sovvenzione” è bene fare subito chiarezza. Senza dubbio è questa la traduzione corretta del termine inglese “grant” usato dall’Ue. Nella lingua italiana possono esserci però due tipi di sovvenzione, quella a “fondo perduto” (elargizione) e quella concessa come prestito a condizioni vantaggiose. Nel caso del Recovery Fund scordatevi pure il “fondo perduto”, che proprio non c’è, salvo che nelle dichiarazioni degli esponenti del governo e nelle solite grida d’appoggio dei pennivendoli di mestiere. In quanto alle presunte “condizioni vantaggiose” ne parleremo più avanti.

Prima, però, è necessario un passo indietro. Ai politici ed ai media piace molto l’annuncio. Ma l’esperienza ci insegna come tra l’annuncio e la decisione effettiva intervengano spesso differenze sostanziali. Ora, col Recovery Fund siamo appunto alla fase dell’annuncio, cui seguirà una lunga trattativa prima di arrivare alla formulazione definitiva. Ovviamente un annuncio della Commissione Ue ha il suo peso, ma in questo genere di trattative il diavolo sta nei dettagli. Che nel caso specifico sono assolutamente decisivi, sia per la determinazione delle cifre spettanti a ciascuno stato, ma soprattutto per la definizione delle condizioni a cui dovranno sottostare i paesi “sovvenzionati”. Quest’ultima questione è a tutti gli effetti quella veramente decisiva. Non a caso quella più vaga nell’annuncio della Von der Leyen.

Per capire il problema passiamo subito a quel che è in ballo per l’Italia. Per gli euroinomani ci sarà solo una valanga di soldi direttamente in arrivo dal Brennero. Inutile dire che le cose sono leggermente più complesse. Ammesso e non concesso che le cifre finali siano quelle annunciate dalla Commissione, all’Italia spetterebbero 91 md di prestiti ed 82 md di sovvenzioni. Ovviamente i prestiti andranno restituiti, con quale tasso di interesse ancora non si sa. Anche se i tempi di restituzione dovrebbero essere piuttosto lunghi (dal 2028 al 2058), da un punto di vista finanziario attingere a questi prestiti non sarà poi così diverso dal dover emettere titoli, visto che in ogni caso si tratterà di debito aggiuntivo.

In quanto alle sovvenzioni bisogna tenere conto che esse verranno coperte con un contributo straordinario al bilancio Ue, che per l’Italia è al momento valutabile in circa 60 md. Dunque, il saldo positivo dovrebbe aggirarsi sui 22 md (82-60=22). Poco più di un punto di Pil, una cifra che a qualcuno sembrerà importante, ma che in realtà è assolutamente modesta. Basti pensare che solo nel settennio 2012-2018 il nostro Paese, nonostante fosse (insieme alla Grecia) quello messo maggiormente in croce dalle regole europee, ha versato nelle casse Ue 36,3 md in più di quanto ha ricevuto! Bene, neppure questa rapina, e nemmeno in tempi di coronavirus, ci viene restituita! Grande la generosità europea!

Ma il problema non è solo di saldi, di mera convenienza economica. La questione più grande è un’altra. Nelle scorse settimane abbiamo scritto più volte che il punto per l’Italia non è semplicemente il Mes. Il vero problema si chiama infatti Unione europea, della quale il Mes è solo uno degli strumenti. La contrapposizione tra un Mes cattivo ed un Recovery Fund buono è del tutto fuorviante. Sta di fatto che le cosiddette “condizionalità” previste dal Mes, alla fine ce le ritroveremo nella sostanza nel dispositivo del ben più consistente Recovery Fund. In quale forma ancora non sappiamo, ma che ci saranno stringenti condizioni – stavolta chiamate pudicamente “riforme” – è assolutamente certo.

A qualcuno questa mia lettura delle ultime vicende in sede europea sembrerà eccessivamente critica, più il frutto di un pregiudizio che di un’analisi oggettiva dei fatti. E’ così? Diamo allora la parola ad una persona piuttosto informata di come funzionano le cose nei palazzi europei. Altro non fosse che per la sua personale esperienza, Yanis Varoufakis merita di essere ascoltato.

Della sua intervista a La Stampa di ieri mi pare opportuno riportare alcuni passaggi.

Il primo, sull’efficacia del Recovery Fund:

«Qualcuno dirà che l’Europa finalmente si sta muovendo veloce. Ma la direzione è sbagliata… a un incrocio, dove c’era da una parte l’integrazione finanziaria e politica, dall’altro lo sgretolamento dell’Ue, abbiamo preso la direzione sbagliata».

A differenza di Varoufakis, chi scrive non vuole certo l’integrazione finanziaria e politica nell’Ue, ma in ogni caso il giudizio di fatto dell’ex ministro delle Finanze di Atene è del tutto condivisibile. Il Recovery Fund consente all’oligarchia eurista di prendere ancora tempo, ma senza risolvere per questo la crisi strutturale dell’Unione.

Ancora più netta la valutazione di Varoufakis sulla situazione italiana:

«Bisogna che la Bce emetta eurobond trentennali. Solo così l’Italia si salva. Altrimenti già tra un anno Bruxelles sarà pronta a chiedere politiche di austerity, come ha fatto con noi in Grecia».
Austerità dunque, che è questa la vera traduzione della parola “riforme”. In ogni caso, per il leader di DiEM25, il piano europeo è del tutto sfavorevole al nostro Paese:

«Secondo le mie stime inciderà per circa l’1% del Pil italiano per i prossimi tre anni: un valore insignificante. Tanti miliardi, poi, essendo vincolati a investimenti in settori come le nuove tecnologie, saranno dirottati più su Francia e Germania che sull’Italia. Infine i prestiti dovranno essere ripagati e, con un debito pubblico che salirà al 200% del Pil, sarà difficile farlo».

Che fare allora?

«La risposta è in una parola: Giappone. E’ uno Stato per certi versi simile al vostro: Paese industriale, votato alle esportazioni con una popolazione anziana. Ma con una sua banca centrale…».

Insomma, gira e rigira si casca sempre lì. A modo suo Varoufakis è un europeista, ma qui dimostra di avere i piedi ben piantati per terra. Solo l’Italexit e la riconquista della sovranità, politica e monetaria, potranno salvarci. Altro che Recovery Fund, questo nuovo Mes sotto mentite spoglie!




A CHE PUNTO SIAMO DELLA STORIA? di Moreno Pasquinelli

Il principale paradigma della visione dialettica si può racchiudere in questa massima: nulla è perenne se non il cambiamento. Non lo è, evidentemente, nemmeno il capitalismo. Sappiamo però che il capitalismo, rispetto alle formazioni sociali che lo hanno preceduto, si distingue per il suo innato dinamismo, per la sua intrinseca tendenza ad adattarsi alle diverse circostanze, per la sua capacità di superare in avanti anche le crisi più devastanti. Il capitalismo è infatti un organismo mutante, per sua natura condannato a incessante metamorfosi. Le crisi, tanto più se profonde, segnano sempre il passaggio da uno stadio ad un altro.

Il 2020 sarà ricordato come un anno spartiacque tra un periodo e un altro, come data storicamente periodizzante, come la linea che separa il vecchio dal nuovo.

Sappiamo cos’è il vecchio che ci lasciamo alle spalle: il lungo ciclo segnato dal combinato disposto di globalizzazione estrema, neoliberismo e iper-finanziarizzazione. Cosa sarà il nuovo, l’addiveniente, non è dato sapere con certezza. Con certezza sappiamo che la storia non soggiace a nessun principio teleologico per cui essa sarebbe organizzata e procederebbe in vista di un fine (sia esso socialismo o qualsiasi altra cosa si voglia intendere per fine); sia che tale principio dipenda da una volontà provvidenziale esterna alla storia, sia che esso sia concepito come immanente ad essa. Di contro alla concezione meccanicistica del rapporto causa effetto, oggi sappiamo che da una determinata causa possono risultare effetti diversi. Non si tratta solo di “probabilismo”, per cui dall’evento A non si può dedurre come assolutamente certo l’evento B.

La storia sociale non consiste in una successione di eventi indipendenti l’uno dall’altro, è invece un processo, o meglio un processo di processi in cui entrano in gioco variabili molteplici e tutte le parti sono interconnesse l’una all’altra.

Il clinamen epicureo dunque? La vichiana eterogenesi dei fini per cui l’uomo, pur ponendosi finalità date, finisce per trovarsi tra le mani un risultato diverso se non opposto a quello desiderato? O, come direbbe l’empirista Wundt, saremmo condannati, pur agendo in base a precise intenzioni, ad accettare conseguenze non intenzionali? Non proprio così, anzi, così non è quasi mai così. La storia è un campo di battaglia in cui forze diverse e opposte per interessi e visioni del mondo, si combattono per avere il sopravvento. Quale che sia il risultato di questo cozzo, vi sarà sempre un vincente e un perdente, ove chi vince, per quanti siano gli aggiustamenti che sia costretto a compiere strada facendo, imprime alla società tutta intera il suo proprio stigma, il suo indirizzo. In questo senso, ed a maggior ragione nel campo della storia, vale l’enunciato della fisica quantistica per cui, nell’analisi dei fenomeni, non si può prescindere dagli effetti provocati dall’azione dei soggetti sociali e politici.

Ma scendiamo dal cielo della filosofia all’inferno della politica. Usciremo da questa Grande Crisi lasciandoci alla spalle il capitalismo o invece esso riuscirà a venirne fuori? E se ne verrà fuori, che capitalismo avremo?

Contrariamente a quanto sostenuto da Henryk Grossmann, non c’è da attendersi alcun crollo del capitalismo come esito ineluttabile delle sue leggi di movimento. Grossmann, sull’onda del’impatto potente della grande crisi del ‘29, non faceva che riarticolare l’assunto marxiano secondo cui la madre di tutte le contraddizioni del sistema capitalistico (una specie di Urnorm) sarebbe quella tra forze produttive e rapporti di produzione, ove la forza di spinta progressiva delle prime avrebbe finito per spazzare via la camicia di forza delle seconde. Assunto che mi pare si sia rivelato errato alla prova dei fatti. Il capitale, per meglio dire i diversi e concorrenti capitali, non solo non bloccano l’evoluzione delle forze produttive, non possono permetterselo, essendo costretti a svilupparle per cavar fuori profitto dal processo lavorativo, ovvero la loro massima autovalorizzazione.

Per essere precisi chi difende l’idea del crollo del capitalismo lo deduce dalla marxiana legge della “caduta tendenziale del saggio di profitto”. Si tratta dell’asserto per cui, data la tendenza del capitale ad aumentare la propria composizione organica (il peso del macchinario rispetto a quello del lavoro vivo nel processo di produzione), e dato che solo il lavoro vivo produce plusvalore, il capitale sarebbe destinato all’auto-consunzione. Vera la legge generale, ma lo sono altrettanto le numerose contromisure che il capitale pone in essere per sfuggirvi.

Se ne deve dedurre, storia alla mano, che il capitalismo non è destinato a crollare da solo, ma può solo essere abbattuto da una forza sociale e politica che si organizzi allo scopo. Se questa forza è assente o se è presente ma non ha la potenza necessaria per vincere la battaglia, il capitalismo non solo sopravvive, non solo cambia pelle, come ogni organismo vivente si ricostituisce per adattarsi alle nuove condizioni.

Non si vede come, nel breve periodo, dall’attuale Grande Crisi, se ne possa uscire con… l’uscita dal capitalismo. Tra tutte le condizioni necessarie allo scopo manca infatti la fondamentale: l’esistenza del suo becchino, il soggetto che per scopo si pone l’abbattimento del sistema. Dargli forma, nel senso aristotelico del passaggio dalla potenza all’atto, è appunto il compito dei rivoluzionari.

Rebus sic stantibus, è facile dedurre che il nuovo ordinamento che sorgerà dall’attuale marasma sarà anzitutto il risultato del conflitto interno al campo capitalistico. Uno scontro multiforme la cui risultante dipenderà, pur data la complessità delle circostanze, dall’azione e dalla reazione dei diversi attori in gioco. Evitando di dileguarci in profezie distopiche occorre, come prima mossa teorica, stabilire se dalla attuale crisi se ne esce con una nuova globalizzazione o non piuttosto con la sua fine. Nel primo caso si tratta di pre-vedere quale sarà la potenza e/o il blocco di potenze che ne sortiranno come egemoniche e quelle che invece ne usciranno con le ossa rotte. Nel secondo caso si tratterebbe di capire se prevarrà un caos indistinto o se avremo una stablizzazione multipolare o policentrica.

In ogni caso, al netto di spesso capziose dissertazioni geopolitiche, stiamo entrando in un periodo storico di instabilità e profonde turbolenze mondiali che si trascineranno a lungo. Quale che potrà essere l’esito del parto da cui nascerà il nuovo ordine mondiale, è sicuro che le doglie saranno molto dolorose, che non si passerà dal vecchio al nuovo per mutamenti graduali ma per via di forti rotture.

In questo contesto generale ciò che a noi deve anzitutto interessare, non è, posta l’agonia dell’Unione europea, fermarsi a congetturare su quale sponda geopolitica approderà la malandata nave del nostro Paese. La principale questione per noi, detto che questa crisi scompaginerà la società, è pre-vedere come sarà quella che verrà fuori dal crogiolo di questa Grande Crisi. Per società intendiamo non solo la sua struttura (le classi da cui è composta e le stratificazioni cetuali e funzionali al loro interno), intendiamo anche la sua connessa sovrastruttura statuale, politica, ideologica. Intendiamo infine tenere in considerazione i condizionamenti che risultano dalla sue vicende storiche, sul cui solco tutti gli attori sono costretti ad agire.

Quello della pandemia non è solo un “intervallo”, esso lascerà una traccia profonda. Le risposte fornite dai governi della più diversa specie, convergono tutte in un punto: l’uso dell’emergenza sanitaria si è spinto spesso fino allo Stato d’eccezione: i governi, alimentando maldestramente il senso di paura, hanno assunto poteri straordinari. In molti casi quote di libertà sociali e civili sono state sacrificate sull’altare della sicurezza. In molti casi lo sforzo di disciplinamento e addomesticamento sociale è andato a buon fine. Le classi dirigenti hanno sperimentato una modalità per sopperire alla cronica crisi d’egemonia. Non ci rinunceranno in futuro. Si preparano anzi a reiterarne l’utilizzo ricorrendo alle più diaboliche tecniche di spionaggio e controllo elettronico. Tutto sta a vedere se il gioco funzionerà in futuro. Impedirlo dovrebbe essere il compito di chiunque si consideri, non diciamo rivoluzionario, non diciamo ribelle, diciamo anche solo riformista — visto che una volta accettato il fatto dell’emergenza c’è spazio solo per inseguire pulsioni sicuritarie e reazionarie.

Un gioco che, siamo pronti a scommettere, difficilmente funzionerà. La società che viene oggi colpita da una recessione, che potrebbe essere più grave di quella scatenata dalla crisi finanziaria del ‘29, era già segnata dalle profonde diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione neoliberista. Il vecchio e combattivo proletariato è stato rimpiazzato da un ectoplasma sociale precario, privo di forma, di coscienza di sé, di coesione  Si trattava di un processo inconfessato di riproletarizzazione sociale che con un sofisma post-moderno è stato chiamato “il poliverso dei perdenti della globalizzazione”, o i “non garantiti”, gli “esclusi”. Di qui i fenomeni populistici che hanno dato voce a quelli che “stavano sotto contro quelli che stavano sopra”, al “basso contro l’alto”. “Il popolo contro l’élite”. L’abbiamo sempre detto e lo ripetiamo: dopo decenni di lotta di classe dall’alto, si trattava, malgrado la forma storpia con cui si manifestava, di una forma primordiale e incosciente di lotta di classe dal basso.

La profonda e duratura recessione è destinata non solo a produrre strappi e accelerazioni. Essa accentuerà le diseguaglianze sociali, produrrà ulteriori mutazioni all’interno di quello che abbiamo chiamato “popolo lavoratore”. La crisi causerà un primo mutamento: il passaggio dalla riproletarizzazione al pauperismo. Non basta. Come nel fenomeno chimico della precipitazione, (in cui l’addensazione dei cristalli produce un precipitato), la crisi depositerà in basso un esercito di dannati provenienti da ogni angolo della società. Avremo nuove linee divisive tra inclusi ed esclusi, tra integrati e disintegrati. Avremo, per citare Primo Levi, “i sommersi ed i salvati”. I “salvati”, li riconosceremo non solo dal loro reddito o dalla loro funzione sociale, ma dalla maniera in cui essi si rifiuteranno di finire tra i “sommersi”. Sono quelli che potranno accontentarsi delle briciole che cadranno dalla tavola del capitale fungendo così da suo supporto sociale. D’altra parte verrà fuori una massa di scarti sociali che rifiuterà di essere sacrificata, che pur di non finire tra i “sommersi”, tenderà a ribellarsi. Questa massa è per sua natura bipolare: potrebbe agire come forza motrice di un blocco sociale rivoluzionario e anticapitalista o come carburante per avventure reazionarie e oscurantiste. Non può fungere da forza motrice spontaneamente, per farlo ha bisogno di una testa, di una direzione politica che convogli questa energia che altrimenti si disperderebbe in un ribellismo destinato alla sconfitta.

Si è tanto discusso, negli anni, del gramsciano blocco sociale. Più volte abbiamo fusitigato chi discettava sul “blocco” quasi intendendolo come un sostituto del partito. Questa discussione ce la siamo lasciata alle spalle. Grazie all’accelerazione degli eventi, la discussione sul blocco sociale si è spostata su un piano differente. Compagni ora ci mettono in guardia dalle “fughe in avanti”. Ci rimbrottano che non essendoci il partito, sarebbe aleatorio parlare di blocco sociale. Vero è che non c’è egemonia senza blocco sociale, che non c’è blocco sociale senza partito. Ma da ciò non si deve desumere una specie di corsa per tappe o di progressione scalare. La storia, tanto più in tempi di grandi fratturazioni sociali, non può permettersi il lusso di seguire schemi prefissati. Siamo già nel gorgo senza partito e senza un blocco sociale precostituito. Entrambi dovranno venire alla luce e saranno forgiati nel fuoco del conflitto. Ci gettiamo nella mischia o stiamo alla finestra a fare le pulci alla storia?
Tertium non datur.




NOI SOCIALSCIOVINISTI RINSELVATICHITI… di Carlo Formenti

La dichiarazione congiunta di Austria, Olanda, Svezia e Danimarca stronca le illusioni del governo Conte in merito a una posizione più “accomodante” della Ue, che dovrebbe consentirci di incrementare la spesa pubblica per sostenere la nostra economia, provata dal coronavirus. Comunque vada a finire il confronto all’interno della Commissione, dobbiamo sapere fin d’ora che qualsiasi sia la formula con cui verranno concessi, se verranno concessi, gli “aiuti” comunitari, sarà al prezzo di “riforme” che, come in Grecia, si tradurranno automaticamente in tagli a salari, pensioni e spese sociali. La morte di Alesina (il celebrato portavoce dei dogmi neoliberisti al di là di ogni smentita empirica) non impedirà al suo spirito di continuare ad aleggiare come un avvoltoio sulle rovine del Paese.

La sberla delle Svizzere nordiche, capitanate da un’Olanda esperta in dumping fiscale, farà cambiare idea alle nostre élite partitiche, imprenditoriali e mediatiche, che da decenni accettano senza se e senza ma i vincoli esterni che ci vengono imposti dopo avere svenduto la nostra sovranità monetaria, anche a costo di rinunciare a parte del loro bottino? Assolutamente no, perché sanno di non avere alternativa se vogliono conservare il proprio potere sulle classi subalterne. Le cose cambiano se rivolgiamo lo sguardo verso quel ceto intellettuale che, fino a poco fa in quasi totale sintonia con la sbornia globalista/europeista, comincia a nutrire qualche dubbio, anche sotto lo stimolo delle voci sempre più numerose di colleghi stranieri (economisti, sociologi e politologi) che prendono atto dell’irreversibilità della crisi epocale che stiamo vivendo e invitano a capire che non se ne esce senza un cambio di civiltà.

La marea sta cambiando recita per esempio un articolo dell’olandese Rutrger Bregman che, prendendo le mosse da un articolo del Financial Times nel quale, sorprendentemente ove si consideri la linea editoriale di quel foglio, si parla della necessità di un ruolo più attivo (anche con interventi diretti!) dello Stato in economia, e addirittura di ridistribuzione dei redditi per ridurre le disuguaglianze.  Questa svolta, sostiene l’autore, non è solo il frutto dello shock provocato dalla pandemia, ma del “lavoro ai fianchi” che alcuni economisti di fama mondiale (si riferisce, in particolare, a Mariana Mazzucato e Thomas Piketty) conducono da anni, contribuendo a smontare i paradigmi neo liberisti. Le idee alternative, argomenta, tendono ad accumularsi lentamente e progressivamente, per esplodere nel momento in cui eventi catastrofici le rendono di assoluta rilevanza e attualità.

Questa tesi è simile a quella difesa dallo stesso Piketty nella sua ultima, monumentale (più di mille pagine!) opera: “Capital and ideology”.  Non a caso Thomas Fazi, in una lunga recensione del volume, pur apprezzando molte delle proposte di Piketty per superare la nostra civiltà fondata sulla proprietà privata, gli rimprovera, laddove critica il determinismo storico di ispirazione marxista, di tendere a stortare il bastone dall’altra parte, nel senso di attribuire più peso ai cambiamenti di mentalità rispetto ai fattori strutturali. Ma soprattutto gli rimprovera di non trarre le conclusioni dell’analisi che lui stesso conduce sui devastanti ”effetti collaterali” della globalizzazione. Secondo Piketty, infatti, il vero peccato delle sinistre non sarebbe tanto e solo quello di essersi convertite al neoliberismo, quanto quello di avere ignorato la necessità di forgiare nuovi strumenti per perseguire la lotta contro le disuguaglianze a livello globale, invece che a livello dello stato-nazione. Insomma, argomenta Fazi, Piketty si sbarazza delle vecchie utopie per abbracciare quella, ancora più improbabile, di un fantomatico governo mondiale, e questo proprio nel momento in cui la globalizzazione arretra, lasciando il posto a un mondo multipolare in cui riparte la lotta imperialista fra singoli stati e blocchi di stati per spartirsi risorse e mercati.

E qui vengo al punto. Come dicevo sopra, molti intellettuali stanno riconvertendo i rispettivi punti di vista su alcuni nodi cruciali della convulsa fase politica che stiamo attraversando, ma la questione su cui continua a registrarsi un’inerzia che impedisce di regolare i conti con il passato resta quella della sovranità nazionale. Vedere, in proposito, un interessante volume collettaneo curato da Alessandro Barile (“Il secondo tempo del populismo. Sovranismo e lotte di classe”, Momo edizioni). La maggior parte dei saggi ivi raccolti si lasciano alle spalle le polemiche ideologiche di una sinistra “radicale” schierata con le élite liberali nella crociata contro “populismi” e “sovranismi”, parole passepartout sistematicamente associate a un’area politico-culturale di destra, se non fascista. Viceversa, nel volume troviamo, fra gli altri: un contributo di Raffaele Sciortino che mette il neopopulismo in relazione con una fase storica in cui, sconfitto il proletariato e le sue organizzazioni storiche, e riapertosi il Grande Gioco per l’egemonia mondiale con nuovi protagonisti che entrano in campo, la distanza fra lotta di classe e conflitti geopolitici si assottiglia, generando fenomeni di inestricabile ambiguità; un’accurata e documentata lettura di Raffaella Fittipaldi della peculiare esperienza politica di Podemos quale esempio di movimento populista di sinistra; due saggi di Marco Santopadre e David Tranquilli che ragionano di populismo e sovranità nazionale senza inciampare nei consueti luoghi comuni contro le eresie “rossobruniste”.

Questi contributi, tuttavia, sono preceduti da un saggio di Stefano Azzarà che, già dal titolo (“Sovranismo o questione nazionale? Il rinselvatichimento socialsciovinista nella politica odierna”) lascia intendere come il crampo mentale di cui sopra conservi ancora la sua inerzia. Curiosa, quasi divertente, la schizofrenia fra la prima e la seconda parte del saggio: dopo una accurata – quasi inappuntabile – ricostruzione del dibattito in campo marxista sulla questione nazionale (dalle origini ai Settanta del 900) e dopo avere ammesso che le sinistre hanno regalato alle destre su un piatto d’argento l’eredità gramsciana del nazional popolare, Azzarà si scaglia, nella seconda parte, contro il “socialsciovinismo” (concetto vagamente anacronistico) dei “sovranisti di sinistra”, apoditticamente equiparati al sovranismo di destra, senza distinguere fra chi rivendica una sovranità popolare esplicitamente connotata in termini di classe e chi agita vetusti stilemi nazionalisti (peraltro demagogicamente impugnati, come l’anticapitalismo di hitleriana memoria). E dato che tutti i salmi finiscono in gloria, conclude con la consueta difesa d’ufficio di un’Europa certamente da riformare (!!??) ma cornice più propizia al riequilibrio dei rapporti di forza fra capitale e lavoro. Forse dovrebbe rileggersi più attentamente sia Domenico Losurdo che i teorici della dipendenza e del sistema mondo, autori che pure conosce discretamente, a giudicare dalle citazioni della prima parte.

* Fonte: Micromega




LA MASCHERINA DI CARTA È UNA TRUFFA di Stefano Montanari

Contro il dottor Stefano Montanari Roberto Burioni e la sua banda di scienziati di regime hanno scatenato una vera e propria campagna di linciaggio, ovviamente raccolta dai media mainstream. Montanari è stato presentato come un pagliaccio, peggio, come un “negazionista”. Si faccia attenzione a quest’ultima accusa che nel decalogo politicamente corretto dei peccati mortali è in cima alla lista. Burioni ha fatto un gran baccano, subito amplificato dal circo mediatico, contro l’affermazione di Montanari secondo cui le mascherine non solo non servono ma sarebbero pericolose alla salute.  Ma cosa ha esattamente detto Montanari?

«Io non ho nessun problema a mettere una mascherina mezz’ora se devo andare a far la spesa. Anche se non serve a niente (o meglio serve tanto quanto starnutire nella manica o nel fazzoletto, che preferirei usare) perché i virus sono più piccoli della trama, se siete più felici la metto. Male per mezz’ora non mi fa. Ma se mi venite a dire che i miei figli devono tenerla per tutte le ore che andranno a SCUOLA, quando qualunque cardiologo vi dirà che rischiano L’INFARTO, qualunque dermatologo che rischiano micosi e dermatiti, qualunque immunologo che sotto la mascherina i germi si moltiplicheranno e che senza contatti sociali il sistema immunitario si indebolirà, allora NO, non ci sto più. Accendete il lume della ragione e spegnete la paura, non possiamo ubbidire a ogni ordine assurdo di task force di gente in conflitto di interessi. Leggete cosa ne pensa un esperto VERO:
“Qualche anno fa, pochi anni fa, io insieme con mia moglie e insieme al CNR di Bologna, ho studiato un filtro per la respirazione…
Questo filtro per la respirazione era stato studiato perché c’era stato chiesto al ministero della difesa, quindi lavoravamo per il ministero…mia moglie, io e il CNR di Bologna…

La parte CNR era diretta da Franco Prodi, (fratello di Romano Prodi) che è un ottimo fisico, è andato in pensione da poco, ma è un bravissimo fisico…
Abbiamo lavorato proprio su un problema, che è lo stesso problema di oggi, cioè impedire che qualcosa di estremamente piccolo possa entrare nel nostro organismo.
Quel qualcosa di piccolo allora erano le nano polveri causate dalle esplosioni, ma le dimensioni sono quelle dei virus.
Il coronavirus è grande 120 nanometri, più o meno come le polveri di cui noi ci occupavamo.

Per un filtro, che sia un virus o che sia un’altra cosa, non importa. Il filtro è, semplificando molto, uno scolapasta: blocca quella determinata dimensione…
Noi, per poter studiare quel filtro, ci abbiamo impiegato un anno e mezzo…abbiamo lavorato su delle apparecchiature, con un gruppo di fisici, abbiamo fatto degli esperimenti, tanti esperimenti…abbiamo fatto dei prototipi di filtro, abbiamo lavorato con Finceramica per produrre questi prototipi, e alla fine ce l’abbiamo fatta.
Vi assicuro, è tutt’altro che facile fare un filtro di quel genere…non tanto per il fatto della dimensione di quello che devi bloccare, ma il problema grosso era il fatto che chi le portava doveva respirare…perché se io ti metto una mascherina di cemento armato è chiaro che fermo tutto, ma dopo due minuti tu muori! Quindi devo rendere compatibile la mascherina con la tua vita…

Noi lavoravamo per il ministero della difesa, quindi per qualcosa che doveva andare ai soldati, ai militari…e il soldato deve scappare, deve inseguire, deve portare dei pesi, deve fare degli sforzi quindi deve respirare bene…assicuro che è difficilissimo…
Allora chi è che può pensare che tutti i nostri sforzi siano stati ridicolizzati da una mascherina di carta o di stoffa…
Cioè noi, un gruppo di scienziati, con apparecchiature costose, tempo, viaggi, non c’eravamo accorti che bastava una mascherina di carta per fare esattamente la stessa cosa…

Purtroppo non è vero…la mascherina di carta è una truffa!
Voi vi mettete questa mascherina, e non importa se è di tipo 1,2,3,4,5,27…voi ve la mettete e respirate, dovete respirare….
Quando voi respirate emettete del vapore…bagnate la mascherina…e quando la mascherina è bagnata prende i virus, i batteri, i funghi, i parassiti e li concentra lì, e voi vi portate per delle ore funghi, batteri, virus, parassiti ad un millimetro dal naso e ve li tenete lì. Quindi vi ammalate o rischiate di ammalarvi a causa di QUEI patogeni…perché adesso la gente è convinta che esiste solo il coronavirus, ma il coronavirus è uno dei molti miliardi di virus che esistono…ma poi ci sono anche i batteri, che sono una quantità enorme, i funghi, i parassiti, le rickettsie…tutta roba che si appiccica lì e voi ve la tenete appiccicata al naso, quindi è follia pura…
E questo basterebbe per dire “abbiamo scherzato”…

Quando porti la mascherina ed espiri, cioè butti fuori quello che i tuoi polmoni hanno deciso essere lo scarto del metabolismo dei tuoi tessuti, delle tue cellule, cioè l’anidride carbonica…hai un impedimento a buttarlo fuori, quindi inevitabilmente ributti dentro al tuo organismo l’anidride carbonica…
Il tuo sangue va in ipercapnia, vuol dire che hai un eccesso di anidride carbonica, porti alle tue cellule il loro scarto…
Quando sei in ipercapnia, vai anche in acidosi, il tuo organismo diventa più acido del dovuto, il ph si abbassa…più è acido l’organismo, più hai facilità ad ospitare malattie…
La malattia più vistosa che si instaura con acidosi è il cancro!»




60 MILA CANI DA GUARDIA di Piemme

ECCO A VOI IL FASCISMO DEL TERZO MILLENNIO.
No, non parliamo dei “camerati” di Casa Pound. Essi anzi, con le loro “mascherine tricolori”, si vedono costretti a vestire i panni libertari provando a dare voce alle proteste contro la più dura quarantena del mondo.

Parliamo invece dello Stato di polizia, delle sue leggi speciali, dei suoi meccanismi repressivi. Parliamo del regime neoliberista che approfitta di ogni occasione per adottare dispositivi coattivi allo scopo di puntellare la supremazia dell’oligarchia capitalistica. Nel passaggio da una democrazia parlamentare alla dittatura il grande colpo di stato è l’eccezione, la norma è rappresentata da progressivi colpetti di stato, da atti di forza tesi non solo a spaventare le masse popolari ma a disarmarle onde prevenire la loro eventuale rivolta.

In Italia questo passaggio è agevolato dal dualismo giuridico per cui, la norma fondamentale della Costituzione democratica è affiancata da un Codice penale di fascista memoria, quello Rocco. Tipicamente fascista, nello spirito e nella lettera, è ad esempio il criterio di “assembramento”, intendendo adunate di persone vietate dalla legge; di qui il concetto di “Radunata sediziosa” — Art. 655 Cp: “Chiunque fa parte di una radunata sediziosa di dieci o più persone è punito, per il solo fatto della partecipazione, con l’arresto fino a un anno”.

Sin dall’arrivo del corona virus noi abbiamo messo in guardia che esso veniva strumentalmente utilizzato per stringere i bulloni del regime. Sin da subito abbiamo denunciato la campagna di terrorizzazione di massa come funzionale alla trasformazione dello Stato d’emergenza sanitaria in vero e proprio Stato d’eccezione. Le voci come la nostra sono state stroncate da una insidiosa campagna di diffamazione per cui, chiunque si stesse opponendo agli arresti domiciliari di massa come misura non solo sproporzionata ma funzionale al regime, chiunque sostenesse che si fosse in presenza della soppressione dello Stato di diritto, s’è beccato l’accusa di fottersene della “vita umana”, è stato bollato come untore, come istigatore del disastro sanitario.

Che la “Fase 2” fosse una presa per il culo, che il governo avesse in mente di prolungare lo Stato d’emergenza pseduo-sanitaria nonostante lo scemare della pandemia; anche questo avevamo detto e previsto. E giunge la conferma plateale delle reali intenzioni del governo.

Davanti al fatto che i cittadini hanno approfittato delle pur timide e condizionate aperture per “assembrarsi”, ovvero per tornare a vivere ed a socializzare, il governo ha immediatamente risposto non solo rilanciando l’allarme del contagio di ritorno, ha disposto la creazione di milizie per sorvegliare e punire i trasgressori della quarantena perpetua, del “distanziamento sociale” e del coprifuoco. Allo scopo è stato deciso il reclutamento di 60 mila volontari che con patetico eufemismo e nel rispetto della neolingua di regime vengono definiti  “assistenti civici”.

Detto altrimenti ronde di sub-gendarmi, pattuglie mercenarie ausiliarie che dovranno affiancare le forze di polizia nel pattugliamento delle città, delle spiagge, dei parchi, del territorio.

Il Ministro Boccia ci assicura che questa sbirraglia non avrà funzioni di polizia giudiziaria. Compito dei mercenari sarà quello di scovare, pedinare e individuare i trasgressori della legge, per quindi consegnarli alle forze di polizia e all’autorità giudiziaria.

Siamo con tutta evidenza alla formazione di una milizia regolare di spioni per attuare una capillare delazione di massa.

Boccia, forte dei sondaggi di regime secondo cui il governo godrebbe di ampio sostegno, è sicuro che “non sarà difficile trovarli”, questi volontari.
Così sicuro, tuttavia, di reclutarli, non deve essere visto che egli anticipa che suddetta sbirraglia di complemento verrà scelta tra “coloro che usufruiscono del reddito di cittadinanza, che sono in cassa integrazione o che usufruisce del sussidio di disoccupazione”. Precisa poi che tali mercenari, in cambio della disponbilità di 16 ore settimanali, non riceveranno il becco d’un quattrino. E vedremo chi saranno questi straccioni che a queste miserabili condizioni vorrano fungere da spie e arruolarsi come sobillatori della guerra tra poveri.

Debellare la “movida”, dice il governo. Cieco chi non vede che si tratta cinico pretesto per prevenire e impedire manifestazioni di protesta, le prossime rivolte sociali. Boccia ci informa infatti, dettaglio decisivo, che “si è deciso di accelerare la partenza del bando per reclutare i volontari ma ci si stava lavorando da un mese”. Particolare che appunto svela che il governo, malgrado il clamoroso fallimento delle sue terapie di duro lockdown, ha solo una cosa in testa, perseverare, anzi potenziare le misure di disciplinamento sociale, scatenando e pilotando una guerra civile a bassa intensità per assicurarsi che non venga quella vera.

 




SE IL VIRUS INFETTA L’INTELLETTO di Sandokan

Chi non conosce Sergio Romano? Ambasciatore di lungo corso, quindi storico e giornalista, nonché editorialista del Corriere della Sera. Un liberale che sembra uscito da un esclusivo circolo dell’aristocrazia londinese. Il nostro è come un orologio rotto, che indica l’ora giusta almeno due volte al giorno. Di norma non ne azzecca una. Lo stile che s’è cucito addosso è quello del gentlemen sapiente, dello sparasentenze. L’atteggiamento quello della coscienza critica dell’élite italiana la quale, per l’appunto, sarebbe molto poco liberal e troppo gaglioffa.

Nel novembre 2017 dichiarava a la Repubblica: «Io snob? È il mondo che si è abbassato nella qualità. Parecchio».

Il nostro, sul Corrierone, cura una rubrica quotidiana (L’AGO DELLA BILANCIA) per mezzo della quale dispensa martellanti pillole liberali di saggezza.
L’ultima di ieri è degna di nota.

Il nostro esordisce con l’ammettere che “Il coronavirus non ha contagiato soltanto esseri umani ma anche la politica nazionale e internazionale, con risultati che potrebbero essere non meno pericolosi per le sorti del Paese e del continente in cui viviamo” — la scoperta dell’acqua calda, mi direte; vero, non fosse che in giro c’è gente che si ostina a non riconoscere che la dimensione socio-politica della vicenda è enormemente più importante di quella meramente sanitaria.

Dato il condivisibile esordio uno ci aspetterebbe che dall’alto della sua sapienza il Romano mettesse in guardia dallo sfrontato uso politico della pandemia messo in atto soprattutto nei paesi in cui lo Stato d’emergenza sanitaria è stata trasformata in vero e proprio Stato d’eccezione — ove la severa e prolungata quarantena ha drasticamente limitato e calpestato non solo libertà di movimento ma numerosi diritti politici, sociali e civili. Data la premessa, insomma, uno si aspetterebbe che avrebbe parlato dell’Italia e di come il governo, scatenata col decisivo assist dei media una virulenta campagna di terrorismo di massa, ha strumentalizzato la pandemia per sperimentare uno Stato di polizia su larga scala.

Invece no, invece se la prende con Viktor Orban “che ha usato il coronona virus per ottenere i pieni poteri”, quindi va giù pesante con Donald Trump che si sarebbe addirittura permesso di accusare l’Oms e la Cina, in verità pensando alla sua rielezione.

Pur di portare acqua al mulino dell’élite liberale mondialista il Romano accusa Trump e Orban, ovvero proprio due tra coloro che si sono rifiutati si seguire la via del terrorismo di massa e dello  Stato d’eccezione. E pur di difendere il suo totale rovesciamento della verità elogia i governi che hanno davvero soppresso diritti democratici e libertà civili poiché lo avrebbero in base al criterio per cui “il diritto alla salute è più importante di qualsiasi considerazione strettamente economica”…

Parafrasando Goebbels “Quando un gentlemen fa la morale viene da portare la mano alla cintola”.

 




TI CONOSCO MASCHERINA…

La sapete l’ultima? Non ci crederete ma quel “genio” di Zingaretti (alias segretario del Pd) ha affermato oggi (23 maggio): “La mascherina diventi coma una cravatta, un foulard, un piercing”. Dalla cazzata passiamo alle cose serie, con un salto oltre oceano.
La pandemia sta impattando negli Stati Uniti d’America. E’ noto come il blocco di potere davvero dominante negli USA — le grandi multinazionali che sono potenze geopolitiche oltre che economiche (i famigerati The Four: Facebook, Amazon, Google, Apple), rappresentate politicamente anzitutto dal blocco obamiano-clintoniano — sta utilizzando la pandemia per impedire la rielezione di Trump. Il virus e le sue conseguenze sono un fondamentale campo di battaglia per decidere chi guiderà l’Impero. In questo contesto ci spieghiamo come diversi Stati americani stiano disubbidendo alle direttive della Casa Bianca che ha decretato il “ritorno alla normalità”. Proprio in diversi di questi stati sono in corso mobilitazioni per porre fine al lockdown (nella foto manifestanti armati nel Michigan). Qui sotto un articolo sul rifiuto di indossare mascherine. La fonte, “politicamente corretta”, grida allo scandalo…
*   *   *

Dopo i No-Vax, in America nascono i No-Mask. “In questo negozio NON si entra in mascherina”

È la nuova crociata degli americani che non tollerano limitazioni alla propria “libertà”. Dal Kentucky alla California, aumentano le attività che chiedono di “abbassare la mascherina”

di Giulia Belardelli*

«Dopo i No-Vax, i No-Mask. È il nuovo fenomeno comparso nelle ultime settimane negli Stati Uniti, dove in alcuni negozi, dal Kentucky alla California, sono stati affissi cartelli che per crederci davvero bisogna leggerli due volte: “Vietato indossare mascherine”, “Vietato indossare mascherine”. Alla faccia della pandemia. Come riporta il Guardian, il “divieto di mascherina” è il nuovo fronte della protesta di quella parte d’America che fin da subito ha rifiutato il lockdown così come qualsiasi altra misura restrittiva delle libertà personali decisa per contrastare la diffusione del virus.

Dopo le manifestazioni armate contro il lockdown, alcuni commercianti hanno dichiarato guerra all’utilizzo delle mascherine, inteso come segno di obbedienza ai governatori colpevoli di aver messo in ginocchio l’economia a colpi di lockdown. Giovedì Vice ha riferito in un minimarket del Kentucky che ha messo un cartello con la scritta: “NESSUNA mascherina è ammessa nel negozio”. E ancora: “Abbassa la mascherina o vai altrove. Smetti di ascoltarlo, [il governatore del Kentucky Andy] Beshear, è un cretino”.

A inizio mese, un costruttore califroniano ha affisso nel suo showroom un cartello per incoraggiare gli abbracci e dismettere le mascherine. In Illinois, il titolare di una stazione di rifornimento ha apposto un avviso simile, per poi difendersi sostenendo che le mascherine rendono difficile distinguere tra adulti e bambini quando si tratta di vendere alcolici e sigarette.

Il primo a non sopportare l’idea di indossare una mascherina, d’altronde, è lo stesso Commander-in-chief, che ha ceduto solo giovedì scorso, durante una visita a una fabbrica Ford in Michigan. L’attorney general dello Stato, Dana Nessel, gli aveva intimato di farlo come “responsabilità legale e morale”, giudicando il suo ostinato rifiuto più adatto a “un bimbo petulante” che non a un presidente in carica. Trump ha indossato un modello blue navy per il tempo della visita allo stabilimento, ma se l’è subito tolta per incontrare i giornalisti: “Non è necessaria, sono stato testato oggi. Ne avevo una prima, nell’area retrostante, ma non volevo dare alla stampa la soddisfazione di vedermi”.

Per gli americani determinati a proteggere a ogni costo la loro “libertà” – anche se questo vuol dire esporre altri al rischio di ammalarsi – la riluttanza di Trump è un chiaro segnale di incoraggiamento. Come lo sono stati i suoi attacchi ai governatori pro lockdown: ammiccamenti neanche troppo velati alle manifestazioni, con tanto di fucili, di chi chiedeva di riaprire tutto e subito, malgrado la galoppata del virus.

Un altro capitolo inquietante è quello di clienti e passeggeri che – sempre in nome della propria “libertà” – tossiscono deliberatamente in faccia agli altri. Su Twitter lo scrittore Anand Giridharadas ha condiviso un video con alcune scene che parlano da sé. “Un’ossessione distorta e contorta per la libertà ci sta uccidendo”, ha commentato l’ex editorialista del New York Times».

* Fonte: Huffington Post




ANNULLARE I DEBITI DEI PAESI PIÙ POVERI di Bernie Sanders e altri

La Pandemia ha contribuito a scatenare quella che sembra essere una devastante crisi economica mondiale. Essa colpirà in modo violento anzitutto i pasi più poveri del pianeta, già sotto scacco a causa dei debiti che essi dovrebbero rimborsare.
Le Nazioni Unite prevedono che la crisi del coronavirus potrebbe aumentare la povertà globale fino a mezzo miliardo di persone, l’8% della popolazione umana totale. Il Programma alimentare mondiale stima che il numero di persone spinte sull’orlo della fame a causa della crisi economica globale potrebbe raddoppiare, da 135 milioni a 265 milioni, a causa della pandemia. Nel frattempo, i paesi in via di sviluppo detengono circa $ 11 trilioni di debito estero, con $ 3,9 trilioni di interessi dovuti solo quest’anno. Sessantaquattro paesi attualmente pagano di più per gli interessi sul debito che per l’assistenza sanitaria.
Per la cancellazione di questi debiti odiosi il 13 marzo scorso 300 parlamentari (primo firmatario Bernie Sanders) hanno sottoscritto una lettera alla banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale che qui sotto pubblichiamo.

Lettera al FMI e alla Banca mondiale

Washington, DC 20433
Kristalina Georgieva
The International Monetary Fund 700 19th Street, N.W. Washington, DC 20431

Caro Presidente Malpass e Direttore Generale Georgieva:

13 maggio 2020

Membri dei parlamenti di tutto il mondo vi scrivono per chiedere la totale remissione del debito dei paesi dell’Associazione Internazionale dello Sviluppo (IDA) da tutte le principali istituzioni finanziarie internazionali (IFI) durante questa crisi globale di Covid-19.

Siamo lieti di notare che il Gruppo della Banca mondiale (WBG) e il Fondo monetario internazionale (IMF) hanno già preso provvedimenti per attuare la riduzione del debito e la sua sospensione per i paesi più poveri del mondo. Il recente annuncio del FMI di finanziamenti per la riduzione temporanea del debito per 25 paesi membri è una tendenza incoraggiante, ma un sostegno molto più diffuso e a lungo termine è necessario.

Questo è il motivo per cui chiediamo a tutti i leader del G-20, attraverso queste IFI, di sostenere la cancellazione degli obblighi di debito detenuti da tutti i paesi IDA durante questa pandemia senza precedenti. La sospensione temporanea e il differimento del debito non saranno sufficienti per aiutare questi paesi a dare piena priorità alla gestione rapida e sostenibile dell’attuale crisi. Le comunità vulnerabili che non dispongono delle risorse e dei privilegi per implementare adeguate misure di sanità pubblica saranno infine gravate in modo sproporzionato dal peso del coronavirus. Tale pregiudizio implica che le catene di approvvigionamento globali, i mercati finanziari e altri scambi interconnessi continueranno a essere interrotti e destabilizzati.

Vi chiediamo inoltre di sostenere un’emissione importante relativa ai diritti speciali di prelievo (SDR) al fine di fornire ai paesi in via di sviluppo un sostegno finanziario urgente. La crisi economica innescata dalla pandemia promette di essere molto più devastante della crisi finanziaria globale del 2009, quando i DSP sono stati distribuiti l’ultima volta. Concordiamo con la stima “forchetta bassa” della direttrice generale Georgieva di 2,5 trilioni di dollari per le attuali esigenze finanziarie dei paesi in via di sviluppo. Sarà necessaria un’emissione di DSP diversi miliardi di dollari per prevenire un aumento significativo della povertà, della fame e delle malattie.

Non abbiamo solo un dovere umanitario di aiuto ai paesi bisognosi, abbiamo anche un interesse comune e diretto nel sostenere gli aiuti globali per una ripresa e una resilienza efficaci. Come comunità internazionale collaborativa, possiamo iniziare a superare questa pandemia affincé vi si ponga fine per tutti quanti.

Per questi motivi, esortiamo la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale a prendere forti provvedimenti per fornire un ampio programma di riduzione del debito e assistenza finanziaria a tutti i paesi poveri più esposti ai devastanti costi umani ed ai danni economici duraturi da Covid19. Vi chiediamo di collaborare con i partner bilaterali e multilaterali interessati per fornire una risposta entro un massimo di 15 giorni dal ricevimento della presente lettera.

È nel nostro comune interesse in materia di salute pubblica, di sicurezza e d’economia che ci riuniamo e agiamo coraggiosamente per aiutare le nazioni più vulnerabili. Siamo pronti a lavorare con voi e sostenere soluzioni immediate ea lungo termine per garantire che i paesi fragili e indigenti ricevano la flessibilità e la consulenza di cui hanno bisogno per prevenire crisi umanitarie, proteggere la salute pubblica e promuovere la stabilità mondiale durante questa crisi e anche dopo che sia finita per le nazioni ricche.

Vedi la lista di tutti i firmatari