L’ULTIMO PARRICIDIO di Moreno Pasquinelli

Ne avevamo già parlato della scissione in seno al Partito Comunista, ovvero della “sospensione del patto d’unità d’azione” tra questo e il Fonte della Gioventù Comunista (FdGC).  Chi conosce come vanno a finire certe faccende tra i marxisti-leninisti sa bene che il sostantivo “sospensione” sta in realtà per una “rottura” accompagnata dall’aggettivo irreparabile.

Di questa rottura ci da conto il Fronte della Gioventù Comunista con un comunicato dal titolo esuberante: AVANTI, AVANTI GIOVINEZZA ROSSA.

Per comprendere le cause di questa scissione (ennesima tappa del divisionismo che affligge certa sinistra radicale) è necessario sorvolare sugli aspetti secondari e concentrarsi su quelli fondamentali. Considero infatti secondari i piagnistei e le accuse, pur durissime, ai metodi arbitrari con cui il gruppo dirigente del PC raccolto attorno a Marco Rizzo avrebbe gestito la vicenda.

Possono certamente esservi fratture in cui hanno notevole peso questioni che riguardano il regime interno, i metodi con cui un gruppo dirigente conduce e controlla la vita interna di un partito, nonché i rapporti personali tra dirigenti. Tuttavia scissioni nascondono sempre una sostanza politica. E, per sostanza politica, intendo questioni programmatiche e teoriche, che vengono alla luce in differenze su faccende tattiche e strategiche. Detto altrimenti sulle cose da fare, come farle e assieme a chi. Questo è appunto il caso.

V’è, nel comunicato del FdGC, una passaggio molto illuminante, che permette di capire su quali linee è maturata la scissione e come i “giovani comunisti” giustificano il parricidio:

«Abbiamo assistito a una continua spirale involutiva, che ha visto un chiaro allontanamento dalla linea congressuale. Abbiamo visto troppo spesso abbandonare le categorie di analisi marxiste per adottare un linguaggio volutamente ambiguo, strizzando apertamente l’occhio ai settori reazionari e di destra, facendone propri i richiami sulla sovranità».

Rizzo subisce la pesante scomunica di essere un “opportunista” che ha abbandonato la “via marxista”, con l’aggravante di “strizzare l’occhio ai settori reazionari di destra, facendo propri i richiami sulla sovranità”. Solo per pudore viene risparmiata l’etichetta infamante di “rossobrunismo” ma questo è il succo. In buona sostanza i “giovani comunisti” respingono proprio la mossa che ha tirato fuori il partito dalla palude della sinistra sinistrata, il richiamo alla sovranità nazionale, la centralità della battaglia per l’uscita dell’Italia dall’Unione europea.

Mustillo e i suoi ragazzi possono darsi tutte le arie che vogliono, possono addobbarsi coi panni dei “veri marxisti”, in verità hanno deciso un ritorno a casa, di riportare il loro FdGC nel campo da dove sono venuti, quello della sinistra transgenica. E’ il campo minato dove regna il politicamente corretto, dove ogni patriottismo è bandito come nazionalismo, dove il sovranismo è equiparato a fascismo, dove l’internazionalismo si combina col cosmopolitismo dell’élite mondialista.

In questo camposanto, variegato assai, c’è ovviamente posto per tutti, ad ognuno è concesso il diritto di scegliersi il proprio luogo di sepoltura. C’è anche un loculo per depositare le spoglie dell’estremismo parolaio di sinistra, dell’antagonismo senza sé e senza ma, la tomba di tutte quelle frange che rovesciano il motto “Francia o Spagna basta che se magna” in “me ne frego se in tasca ho l’euro, il dollaro o la lira, la questione è la rivoluzione”. E’ il modo di pensare per cui non conta, ai fini dell’emancipazione dei lavoratori, chi sia il nemico che si ha di fronte, con quali strumenti esso eserciti il potere, quale sia la sua peculiare strategia di dominio.

Il modus cogitandi si un’estremismo infantile che pretende di cambiare il mondo prescindendo dalle condizioni reali, che si rifiuta di tenere conto delle peculiarità nazionali, di fare la differenza tra nemico principale e nemici secondari, di far leva sulle contraddizioni del campo avversario, di dare vita quindi ad alleanze tattiche per modificare i rapporti di forza. Non solo Lenin (senza conquista della maggioranza non c’è rivoluzione alcuna), non solo Gramsci (la classe operaia deve agire come classe nazionale per dare vita ad un nuovo blocco storico ed egemonico), ma pure Marx si rivolta nella tomba.

Non senza una fastidiosa vanità giovanilisitica il FdGC, per darsi un tono, pretende di giustificare la sua scissione come essa fosse una scissione di sinistra, per di più con la pretesa di dare lezioni di dottrina e di ortodossia.

Non me ne vorranno i “giovani comunisti” se considero il tutto una mascherata. Ammetto l’inconsapevolezza, ammetto anche la buona fede. Non è, la loro, solo una fuga nell’aldilà dell’astrattezza, nell’impolitico, si tratta di una formale scissione di sinistra per nascondere una reale svolta a destra.

Nessuno mi toglie dalla testa che questo loro parricidio, questa fuga a destra, è determinata dalla pressione dell’ambiente. Parlo in particolare dell’ambiente giovanile. Veniamo da almeno due generazioni intossicate dall’egemonia culturale del neoliberismo globalista, dall’erasmusianesimo, del sogno europeista che ha instillato un sentimento auto-razzista per cui tutto ciò che è nazionale è considerato spregevole, un pregiudizio anti-progressista. Il sardinismo è il distillato chimicamente perfetto di questo senso comune che è ancora egemone tra tanti giovani. E siccome si può essere giovani ma appartenere a classi sociali diverse e opposte, va detto che tutta questa cianfrusaglia ideologica europeistica è sì egemone, ma anzitutto tra i figli della borghesia e dei ceti medio-alti, tra i liceali figli di papà. Andate a dirlo ai ragazzi di Scampia, della Falchera, di Tor Bella Monaca o Ballarò, andate a vedere quanto essi abbiano a cuore globalizzazione ed europeismo…. Altro che linea proletaria quindi, abbiamo la più pericolosa contaminazione dell’ideologia dominante.

Dove andrà dunque a parare il FdGC? Lo si scopre nel documento “PER UN FRONTE UNICO DI CLASSE”:

«Per rispondere all’offensiva padronale che sta arrivando dobbiamo organizzare un FRONTE UNICO DI CLASSE. Definiamo questa tattica come la forma oggi necessaria di coordinamento e mobilitazione tra le forze sindacali e di classe, sulla base di una piattaforma di rivendicazioni comune, unitaria, di classe su cui orientare le lotte dei lavoratori. Un fronte che coinvolga sindacati di base, attivisti e rappresentanti sindacali che si riconoscono in una posizione apertamente conflittuale e che rigettano la politica dell’unità nazionale, della collaborazione con la borghesia nella gestione della crisi. Un fronte che opponga alla strategia della concertazione sindacale e alla ricerca della pacificazione sociale, quella della lotta di classe per il rovesciamento del capitalismo».

Un overdose di estremismo parolaio. Un profano direbbe che siamo in presenza di un concentrato di trotskysmo — noto, a chi conosca la materia, quanto feroce fu la polemica di Trotsky contro la tattica del “fronti popolari antifascisti”.

In verità no, non è così e infatti siamo sicuri che i dirigenti del FdGC prenderebbero la critica come un insulto. Le radici storiche di questa linea politica affondano invece in una delle fasi dello stalinismo, quella del cosiddetto “Terzo periodo” (1929-1933) quando appunto Mosca, in base all’idea che con la grande crisi del ’29 la situazione fosse diventata rivoluzionaria, vietò ai partiti comunisti ogni alleanza tattica con la socialdemocrazia, malgrado essa fosse ancora ampiamente egemone nella classe operaia europea.

Questa politica estremistica venne giustificata in nome di una teoria devastante, quella del “socialfascismo”, per cui proprio la socialdemocrazia era il nemico principale. Quindi fronte unito sì ma “dal basso”, fronte unito sì ma solo sul piano sindacale, giammai come alleanza coi riformisti, tantomeno con frazioni della borghesia.

Qui Marco Rizzo mi consentirà una tirata d’orecchie. Egli non è incolpevole della deriva estremistica del FdGC. Questa è stata covata e preparata dalla svolta che egli ha fatto compiere al suo partito, quando decise, anni addietro, non solo di associarsi al Partito Comunista di Grecia (KKE) ma di abbracciare la sua rilettura settaria della storia del movimento comunista internazionale, rilettura che portò Rizzo ad affermare (cito a memoria) che l’origine di tutti i mali per i comunisti italiani fu quando Togliatti (capostipite dunque del “revisionismo” italiano), nel 1943, con la “svolta di Salerno” spinse il PCI ad allearsi con tutte le forze antifasciste e a dare vita al CLN. Da qui il ripescaggio, in funzione anti-togliattiana, di un personaggio come Pietro Secchia. La cosa ci porterebbe lontano. Solo en passant: per chi scrive sbagliato non fu, da parte del PCI aderire al CLN, quanto invece il disarmo e lo spogliamento di ogni funzione politica dei suoi comitati territoriali alle porte delle elezioni del 1946, quindi il loro definitivo scioglimento nel 1947. Così facendo vennero battuti (e i risultati funesti si videro presto) coloro che immaginavano che i CLN non dovessero solo essere coordinamenti patriottici provvisori, bensì organi del potere popolare nascente, nuclei anticipatori della nuova Repubblica.

Il “FRONTE UNICO DI CLASSE”, sostanzialmente solo sul piano sindacale, ci porta a ben vedere al bordighismo, alla politica suicida del PCdI prima che Gramsci ne prendesse la direzione. Fu proprio Bordiga a capeggiare l’opposizione dell’estrema sinistra al III e al IV Congresso dell’Internazionale comunista (1921 e 1922). Di contro alla tattica del Fronte unico con gli altri partiti operai (fossero socialdemocratici o d’altro tipo) suggerita da Lenin, Bordiga oppose un categorico rifiuto, accettando la tattica, al massimo, solo sul piano sindacale. Quindi nessun fronte coi socialisti (nemmeno i massimalisti di Serrati), per fermare l’avanzata del fascismo. Nessun aiuto quindi agli Arditi del Popolo che si battevano armi in pugno contro le aggressioni dei Fasci di combattimento mussoliniani in quanto erano “marmaglia interventista piccolo-borghese” — gli iscritti al PCdI, accusati di collusione con gli Arditi del Popolo vennero anzi espulsi.

Sappiamo come andò a finire la storia. Il fascismo poté vincere a causa della divisione del movimento operaio, ed anche grazie al settarismo dottrinario bordighista —che era solo una forma più elegante di massimalismo.

Il “FRONTE UNICO DI CLASSE”, dal punto di vista della sua forma, è un mostriciattolo bastardo, un pittoresco punto di confluenza tra la politica staliniana del “terzo periodo”, il bordighismo ed il massimalismo. Una linea che oggi come ieri conduce alla sterilità politica. Oggi più di ieri, vista la debolezza dei comunisti. Ed è proprio questa debolezza che forse ci aiuta a capire le ragioni di questa fuga nel settarismo operaista fuori tempo massimo.

Il settarismo, rivestito di superficiale dottrinarismo, funge da supporto autoconsolatorio alla propria irrilevanza politica. Come i simili si attraggono, così i deboli, nell’illusione che la somma delle debolezze faccia una forza, sono spinti ad aggregarsi. Il “FRONTE UNICO DI CLASSE” è solo la verbale foglia di fico per nascondere l’abbraccio con altri gruppi di estrema sinistra (PaP, SìCobas e chi più ne ha più ne metta). Un fronte non solo disunito (litigheranno alla prima prova seria) ma senza classe alcuna.

Il settarismo è infine un’escamotage per nascondere l’incapacità di compiere una “analisi concreta della situazione concreta”. E’ infatti qui che casca l’asino, qui che i giovani comunisti fanno cilecca. Smarritisi nella complessità del mondo profondamente deteriorato da decenni di neoliberismo e di mondialismo, essi hanno deciso di rifugiarsi nel loro universo incontaminato fatto di pura lotta di classe, di puri operai e puri padroni, gettando l’ancora nelle secche della verginità politica. Mentre qui non solo nessuno è innocente e nessuno è illibato, qui occorre capire che il capitalismo ha subito una profonda metamorfosi, che occorre di conseguenza svelare le sue nuove contraddizioni, quindi individuare non solo nemici, ma i potenziali alleati, scoprire infine quale può essere la strada per la rivoluzione sociale.

Per farlo occorrono due qualità principali: i piedi ben aderenti a terra e una testa capace di fare alta teoria politica. All’estrema sinistra mancano l’una e l’altra.

Non necessariamente, in politica, il parricidio è un delitto. E’ certo un misfatto ove, una volta ucciso il padre, si vaghi nell’aldilà dedicandosi al culto dei morti.