NUOVA DIREZIONE? (seconda parte) di Moreno Pasquinelli

“Il concetto di classe si forma nel corso della lotta e dello sviluppo. Nessun muro divide una classe dall’altra”. V.I. Lenin, 7 aprile 1920

“L’errore dell’intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionato […] non si fa storia-politica senza passione, cioè senza essere sentimentalmente uniti al popolo”. Gramsci (Quaderni dal carcere)

Abbiamo segnalato, riguardo all’intervento di Melegari e Capoccetti, anzitutto l’astrattezza politica del loro postulare. Essi negano che la riconquista della sovranità nazionale e popolare sia una condizione necessaria (certo non sufficiente) per l’auspicata rivoluzione sociale. In altre parole: mentre per noi il processo sarà diacronico, per essi, al contrario, dev’essere sincronico: non dovrà esserci un primo e un dopo, per essi liberazione nazionale e fuoriuscita dal capitalismo dovranno procedere, intrecciati e di pari passo.

Abbiamo quindi affermato che da una giusta premessa analitica — l’incipiente rivolta di massa della piccola borghesia in via di pauperizzazione e della necessità di incontrarla invece di fare spallucce — hanno tirato una conclusione sbagliata, ovvero il rifiuto di quella che chiamano “politica dei due tempi” che, in soldoni, sta per negare la necessità di prender parte (e dare vita e) ad un “blocco storico nazionale-popolare” — che noi, per analogia, abbiamo chiamato nuovo Comitato di Liberazione Nazionale, per uscire dalla gabbia dell’Unione europea.

Abbiamo infine segnalato la causa principale di questo errore di astrattezza: il loro voler calare meccanicamente nella complessa situazione italiana la tesi teorica sul populismo di Ernesto Laclau. Essi immaginano cioè che sia possibile sorga un soggetto populista che, forte di un leader carismatico, renda possibile evitare e saltare una politica di alleanza nazionale-popolare. Alla luce della realtà e della storia del nostro Paese si tratta di una velleitaria reductio ad unum.

Veniamo dunque alla dura e lunga risposta del Visalli.

Lettura faticosa assai, non fosse per una sintassi in alcuni  passaggi stranamente dislessica — può accadere quando ci si fa prendere dalla foga polemica e dalla fretta.

Ma Visalli coglie il punto: la contraddittorietà e l’astrattezza dell’argomentazione di Melegari e Capoccetti.

Se si è contro la “politica dei due tempi”; se ci si rifiuta di porre come prioritaria la battaglia per la sovranità nazionale e l’uscita dall’Unione europea; se si respinge quindi la costruzione di un “blocco storico nazionale-popolare” (che necessariamente include certa destra liberista ma anti-Ue); che bisogno c’è di “correre dietro” al sovversivismo della piccola borghesia? Per Visalli le frazioni di ceto medio impoverito ed  in rivolta, citiamo, “spontaneamente confluiscono a dare forza a settori di destra del quadro politico” — en passant: è quantomeno singolare questa categorizzazione politica di campo per un dirigente di un’associazione che ha fatto della fine della “dicotomia destra-sinistra” un vero e proprio paradigma.

Visalli risponde dunque a Melegari e Capoccetti che è sbagliato sposare la rivolta dei ceti medi, poiché questa sarebbe per sua natura sostanzialmente neocorporativa e reazionaria.

Ma seguiamo più da vicino il ragionamento di Visalli e come giustifica questa sua condanna senza appello:

«Autonomi, professionisti, micro e piccolo imprenditori, “bottegai”, sono tutti datori di lavoro potenziali dei lavoratori dipendenti. Guardano il rapporto di produzione dall’altro lato. E’ vero che faticano ad essere realmente “certo medio”, ovvero ad avere quella adeguata protezione dai rischi della vita determinata dal possesso dei capitali, perché la crisi li ha erosi. Ma è proprio per questo, e non per altro, che si muovono. In altre parole, si muovono per riguadagnare la distanza che li qualifica ai loro occhi come “ceti medi” e non per cambiare il sistema sociale di produzione che crea gerarchie. Si muovono per riaffermare le gerarchie ed il sistema neoliberale. Non è affatto un caso che si muovano in direzioni neocorporative e non è un caso siano ostili a qualsiasi azione pubblica che non sia diretta ad un sostegno assistenziale esclusivamente a loro. […] questo approccio neocorporativo [è causato] dall’odio per l’eguaglianza che l’azione pubblica porta con sé, della polarità esattamente opposta ad uno spirito socialista».

Non può sfuggire che Visalli risponde all’astrattezza politica dei due riguardo alle conclusioni, con un’astrattezza raddoppiata in sede di premessa analitica. All’intellettualismo egli risponde, non ce ne voglia, con uno sterile teoricismo dottrinario. E’ evidente come qui il Visalli ci ripropini, pari pari, quel disprezzo irriducibile per i “bottegai” del Marx del Manifesto del 1848.

Ma quel disprezzo poggiava su una duplice profezia: che con l’avanzare dello sviluppo capitalistico avremmo avuto la polarizzazione in due sole classi sociali, proletariato e borghesia (con relativa auspicata scomparsa dei “ceti intermedi”); la seconda era la pauperizzazione generale del proletariato.

Orbene, se si può perdonare un profeta, non si possono assolvere i suoi discepoli che hanno il grande vantaggio del senno di poi, di avere verificato quanto questa profezia si sia rivelata errata da entrambi i lati.

Caduto il valore predittivo della profezia, cosa resta? Resta un primordiale odio di classe per i “bottegai”. Ma con l’odio non solo non si produce conoscenza della realtà, ci si rifugia in un digiuno teorico che finisce per condurre a nutrirsi del dilaniato corpo teorico del marxismo, in una parola all’autofagia.

Visalli non esita a spingere alle estreme conseguenze questa sua manifesta (e di vago sapore aristocratico) idiosincrasia per i “ceti intermedi”:

«Si tratta dell’avvio di un “assalto ai forni”, condotto per fazioni. I ristoratori, i commercianti, gli operatori turistici, i professionisti, le piccole imprese, le grandi, le banche, le assicurazioni, il settore edile,… chiunque abbia la possibilità di mostrarsi come gruppo e di avere qualche organizzazione di riferimento e supporto. Assalto di chi ha più voce, chi ha organismi stabili, oliati e ben relazionali in grado di rappresentare (è il caso delle grandi imprese che si appoggiano sulla stentorea voce di Confindustria). Tutti organismi egemonizzati dalla relativa frazione di capitale e dai suoi gruppi dirigenti».

Il risultato che viene fuori è una vera e propria maionese impazzita: ceti e classi dall’asimmetrico rapporto con l’economia globalizzata, dal più diverso rango nella gerarchia sociale neoliberista e, quel che ora più conta, diversamente toccate dalla grande recessione in atto, tutti gettati nel campo nemico.

Un’attenta analisi delle dinamiche sociali ci consegna un quadro completamente differente.

Il Movimento dei Forconi di Mariano Ferro prima (2012), il Movimento 9 Dicembre poi (2013), costituirono i segni evidenti che l’incipiente rivolta della piccola borghesia andava di pari passo con un profondo scollamento con le associazioni corporative di categoria, ovvero gli  “organismi egemonizzati dalla relativa frazione di capitale e dai suoi gruppi dirigenti”.

Scollamento che è forma di un radicale distacco, di un congedo della piccola borghesia dalla succubanza verso la grande borghesia e le sue classi dirigenti — diventata vera e propria rottura durante la quarantena e la crisi sociale del Covid-19.

E’ con questa chiave di lettura che ci spieghiamo le tante manifestazioni spontanee delle più diverse categorie di “bottegai”, fino alle manifestazioni dei Gilet arancioni. Movimenti, del resto, fatti della medesima pasta dei Gilet gialli francesi verso i quali Visalli, col suo metro di giudizio, dovrebbe emettere non meno dura condanna.

Se è grave non vedere questi segnali sociali, è gravissimo, pur di confermare il proprio pregiuduzio, non vedere che la veloce e potente avanzata del populismo a cinque stelle ha avuto come sua sorgente principale proprio la rivolta della piccola borghesia, avanzata che testimoniava la profonda crisi di egemonia delle classi dirigenti con contestuale disintegrazione del suo tradizionale blocco sociale.

Chi si rifiuta di considerare questo imponente fenomeno sociale, non ha capito un fico secco del “populismo”, peggio ancora svela di non avere compreso, malgrado ne abbia discettato per anni, il cuore stesso del “momento Polanyi”, quello per cui la società tutta, essendo minacciata dai mercati e dal liberismo economico, richiede una forte protezione dello Stato.

Qui infatti sta il punto di caduta, dove va a sfracellarsi il costrutto teorico di Visalli: egli non vuole vedere la forte domanda di protezione statale contro il liberoscambismo e la globalizzazione che sale dai ceti intermedi pauperizzati; non riconosce la crisi senza precedenti dell’egemonia dell’élite neoliberista; peggio ancora, scambiando fischi per fiaschi, appioppa alla rivolta della piccola borghesia e dei ceti intermedi il segno diametralmente opposto, poiché vi vede anzitutto una domanda “neocorporativa ostile a qualsiasi azione pubblica che non sia diretta ad un sostegno assistenziale esclusivamente a loro”.

Questa domanda di protezione è progressiva o conservatrice? E’ entrambe le cose. Sta a noi, evidentemente, separare il grano dal loglio, la qual cosa non si può fare standosene alla finestra.

Dove quindi ci conduce Visalli? Ci conduce verso la “vecchia” direzione, ad una variante di “classe contro classse”, quella basata sulla tradizionale solfa per cui  solo i produttori di plusvalore, sarebbero una “classe antagonista”.

E’ proprio da questa postazione che il nostro scomunica Melegari e Capoccetti, “eretici”, colpevoli di affermare ciò che, effettivamente, salta agli occhi: primo, che il grosso del lavoro dipendente, ahinoi, non svolge alcun ruolo di punta ed autonomo nella battaglia contro il neoliberismo; secondo, che davanti alla crisi sistemica proprio il proletariato tradizionale (di fabbrica, ma anzitutto i lavoratori del pubblico impiego) si dimostra oggi prigioniero di una relazione corporativa di sudditanza rispetto al capitale.

Checché ne dica Visalli non c’è empirica evidenza che Melegari e Capoccetti  dicano il falso.

E’ qui che vale ricordare, contro ogni idea metafisica ed essenzialistica, quel che disse Lenin:

“Il concetto di classe si forma nel corso della lotta e dello sviluppo. Nessun muro divide una classe dall’altra”.

Solo un economicismo d’antan può considerare il produrre plusvalore il criterio risolutivo per definire una classe sociale. Esso è certo un indicatore importante — in sé la classe operaia è solo una parte variabile del capitale —, ma ve ne sono altri: la dimensione in cui si ottiene la quota parte di ricchezza, lo status sociale, ecc.; conta essere o meno organizzati autonomamente, quindi il per sé, il livello medio di coscienza politica e combattività.

Non pare che questo proletariato si distingua in qualche senso dai ceti medi. Tant’è che gran parte del consenso elettorale degli operai industriali è andato a M5s e Lega, non diversamente da come è accaduto per i “bottegai”. Vero è che buona parte dei dipendenti pubblici han fatto peggio, essendo lo zoccolo duro elettorale dell’élite, il principale bacino di consenso del Pd.

Visalli, eretto un muro artificiale tra le classi, non tiene conto del concreto e diseguale impatto che la crisi sistemica ha sui diversi gruppi sociali. Parafrasando Hegel: di notte tutte le vacche sono grigie. Non è notte però, essendo che siamo all’alba di grandi mutamenti storici.

Ma il colpo di scena, come in un giallo che si rispetti, giunge alla fine, quando sorprendentemente il nostro, deponendo l’ascia di guerra, offre a Melegari e Capoccetti il calumet della pace, per la prima volta parlando di “popolo” (categoria che, com’è noto, è blasfema per i “veri marxisti”).

Ma sentiamo cosa scrive Visalli:

«Bisogna comprendere, e bene, cosa è per noi il popolo e cosa sono i suoi nemici. Sapendo che verso i nemici si combatte, verso il popolo si lavora a creare unità di interesse e sentire. In sé la contraddizione tra chi intende elevarsi  abbassando gli altri, ovvero aumentando il saggio di sfruttamento a proprio vantaggio, e chi ne subisce l’azione sistemica è una contraddizione antagonista. […] Anche le contraddizioni che possono essere considerate per se stesse antagoniste, come quelle tra chi ha interesse diretto ed immediato a massimizzare l’estrazione di plusvalore per sé (ad esempio, pagando meno un aiutante domestico, un impiegato, un segretario, un commesso), possono essere volte, comprendendo le caratteristiche strutturali di fase, a contraddizioni non antagoniste, e quindi “nel popolo”».

Una maniera contorta, contraddittoria, a cui il nostro tenta di dare un senso compiuto appoggiandosi all’autorità di Mao e al suo noto discorso del 1957 “Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo”.

Un uso improprio, visto che ogni analogia tra la situazione italiana e il contesto a cui si riferiva Mao è improponibile.

Ma va bene, stiamo a Mao.

Divorziando dalla via russo-staliniana (collettivizzazione forzata, industrializzazione accelerata, rigida economia di piano), Mao ci dice che, nel contesto cinese degli anni ’50 (anni di transizione al socialismo e di lotta frontale contro l’imperialismo), con una giusta tattica, il partito comunista al potere avrebbe potuto trasformare la contraddizione con la borghesia nazionale da antagonistica a non antagonistica.

Sorvoliamo sull’esito di quel tentativo — la borghesia non si fece convertire, di qui la Rivoluzione culturale — e vediamo quel che ne possiamo cavare per noi.

Mao ci dice che in certe condizioni, contro un nemico comune, la borghesia nazionale può essere un nostro alleato tattico. Ci dice che una contraddizione principale può diventare secondaria e viceversa — Althusser, sulla sua scia, parlò con acutezza di “contraddizione surdeterminata”.

Analisi concreta della situazione concreta quindi.

Dato il contesto di deprivazione di sovranità nazionale; data la consunzione della democrazia rappresentativa; dato che gli organismi oligarchici dell’Unione europea sono sovradeterminati rispetto a quelli italiani; dato che quella ordoliberista è una camicia di forza entro la quale il paese è condannato come tale ad essere periferia semi-coloniale; dato che i settori apicali della borghesia italiana (strettamente interconnessi ai circuiti globalisti dominanti) aderiscono all’idea di sbarazzarzi dello Stato nazionale; dato tutto questo se ne dovrebbe dedurre la necessità di un blocco storico nazionale-popolare che includa, assieme al proletariato e ai diversi strati del popolo lavoratore, il grosso dei ceti medi e quelle stesse frazioni della borghesia condannate a morte dal corso che l’élite neoliberista imprime agli eventi. Un Fronte patriottico o nuovo Comitato di Liberazione Nazionale che, non c’è scampo altrimenti, si batta per strappare il potere, con le buone o con le cattive.

Ma questa conclusione Visalli non la tira e non la vuole tirare. Ed è propria questa assenza di sintesi, questa astrattezza politica, l’apparente punto di convergenza con Melegari e Capoccetti. Abbiamo detto che i due, da una giusta premessa analitica, hanno tirato una conclusione politica sbagliata. Visalli almeno è più coerente: sbaglia entrambe.

Se dovessimo in due pennellate raffigurare dove stanno le differenze tra Visalli e quelli che critica, potremmo dirla in questo modo: per Melegari e Capoccetti il Politico viene prima del sociale e può dargli una forma; per Visalli, all’opposto, è il sociale a venire prima poiché sovradetermina il politico. Per essere ancora più precisi: Visalli non esclude, in linea di principio, l’alleanza tra proletariato e piccola e media borghesia, ma solo a patto che ex ante il primo sia alla testa della seconda. Ove non sia dia questa precondizione oggettiva, non ci sarebbe alcuna possibilità d’inversione dei ruoli, né questa possibilità egemonica si darebbe grazie all’opera del soggetto politico.

Questa astrattezza è rafforzata da una frase finale che avvolge nella nebbia l’enigma di quale sia la strategia di Nuova Direzione:

«Non bisogna immaginare la questione del potere come un episodio singolo. Una “presa”.[…] Il problema non è pretendere di prendere lo Stato, come fosse una macchina, ma è di cambiarlo».

Sorge il sospetto che la gramsciana “guerra di posizione sia interpretata come una versione del socialdemocratismo che fu. Presa o non presa, la verità è comunque che la rivoluzione democratica e popolare è la porta stretta attraverso cui si deve passare se si vuole offrire al Paese una prospettiva di salvezza.

Ma per questa certo rischiosa porta stretta, Visalli non vuole passare.

Quale sia il varco che immagina, è un mistero.

Possiamo a questo punto congedarci citando quello che il compianto Costanzo Preve bollava come il pontefice dei “pallocrati parigini”, per l’esattezza J. Derrida

«Il senso deve attendere di essere detto o scritto per abitare se stesso e diventare quello che è differendo da sé»