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UNO, NESSUNO, CENTOMILA di Alberto Melotto

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Oggi, sabato 20 giugno 2020, si svolgerà l’annuale edizione del Pride Italiano, questa volta in versione virtuale, ovvero attraverso la rete di Internet. Una versione live avrebbe violato i sonni felici del nostro governo, impegnato a provare sdegno per qualsiasi forma di interazione sociale. E’ così la comunità LGBTQI trasferirà nell’etere le proprie rivendicazioni, la propria usuale e ostentata allegria.

Lungi da noi voler mettere in dubbio il diritto a manifestare di una tale forma di espressione sociale e politica, ci preme però di provare a smontare un insieme di affermazioni che troppo spesso vengono accettate senza che vi sia un vero dibattito culturale.

All’interno della comunità LGBTQI si dà per scontata la separazione fra i concetti di sesso e di genere. Fu lo psicanalista americano Robert Stoller nel volume del 1968  Sesso e gioventù, fra i primi a porre esplicitamente una distinzione tra sesso e genere, quest’ultimo definito come “l’insieme complesso di comportamenti, sensazioni, pensieri e fantasie che sono legate ai sessi e che , tuttavia, non hanno connotazioni biologiche primarie”. E’ la prima volta che si separa il sesso come dato biologico dal genere come insieme di dati culturali e sociali, distinzione subito adottata dalla critica femminista e subito elevata a fondamento teorico di ricerche poi confluite nei gender studies, gli studi di genere. Così la storica statunitense Joan Scott , nel 1986 afferma che il genere va pensato come una categoria sociale imposta a un corpo sessuato costituendo “un fattore primario del manifestarsi delle relazioni di potere.

Nel corso degli ultimi trent’anni, come afferma Cristina Demaria, si giunge infine al superamento dei concetti di sesso e genere a opera della critica detta QUEER (o post-gender) in cui si riconoscono principalmente, donne lesbiche, e più di recente, individui che rivendicano un’identità transgender o transessuale. Il termine queer (che significa strano, deviato, e quindi anche “inquietante”) è un termine ombrello, che comprende la rivendicazione di pratiche sessuali culturalmente e socialmente etichettate come marginali. Queer indica insomma il rifiuto pratico e teorico di allinearsi e confluire in qualsiasi pratica dell’identità, la volontà di decostruire ogni posizione che affermi una divisione netta tra sesso come dato biologico, genere e desiderio sessuale.

Questa imperiosa tendenza a indebolire, minare alla base le identità maschile e femminile, strettamente legate al dato biologico, deve a nostro avviso preoccupare chi ha a cuore un progetto di superamento dell’attuale fase di storica di neo-liberismo esasperato. Frammentare la propria identità sessuale, renderla fluida e volatile, pronta a mutare ad ogni mutare del capriccio proprio o altrui, significa rendersi facilmente preda di quei poteri che offrono false libertà di costume, e spogliano le masse popolari di quei diritti sociali ed economici che appartengono loro di diritto.

Nel nostro tempo, il corpo umano così come ci viene dato alla nascita viene vissuto quasi con fastidio, come un orpello noioso e già visto, che va modificato, abbellito fino a personalizzarlo, quasi fosse un’automobile da colmare di accessori, e non una parte essenziale, insieme alla mente e allo spirito, della nostra persona.

A livello filosofico, siamo immersi dagli anni ottanta nel cosiddetto post-modernismo.

Una delle caratteristiche fondanti del post-modernismo è il cosiddetto paradigma della molteplicità, ovvero l’affermazione che il mondo “Non è uno, ma molti”, che si traduce in una difesa programmatica della differenza, accompagnata da una serie di pratiche culturali di rottura, quali la frammentazione, la dissociazione, l’ibridazione, la carnevalizzazione. Non a caso uno dei personaggi che assume su di sé la valenza simbolica dei nostri giorni è Orfeo che, secondo la leggenda, viene smembrato dalle Menadi e la cui anima trasmigra di corpo in corpo. La frammentazione del corpo di Orfeo non è vista come qualcosa di tragico, ma come qualcosa di giocoso: la liberazione di Orfeo non consiste nella ricomposizione ultima della sua identità. Orfeo sperimenta la propria libertà passando per la frammentazione e la trasmigrazione da una forma all’altra, senza che ciò dia luogo a una forma definita e definitiva.

Inoltre, il post-modernismo tende a diffidare di ogni utopia rivoluzionaria, quale il socialismo. Le visioni omnicomprensive del mondo vengono irrise, messe alla berlina. Vi è una sfiducia programmatica in ogni terapia salvifica. Con queste premesse si è giunti fatalmente al ripiegarsi sul privato, sull’individualismo narcisistico. La carnevalizzazione di cui parlavamo poc’anzi, diventa la prassi quotidiana per milioni di esseri umani, prassi che sostituisce e accantona, la disciplina dell’acculturarsi e del fare azione politica. Il tatuaggio, il piercing, sono tentativi improvvidi di valorizzarsi e sottrarsi a quella che viene vissuta, erroneamente, come una condizione di anonimità.

L’autoritarismo attuale è figlio della distopia di Aldous Huxley, il romanzo Il mondo Nuovo (Brave New World, 1932), Nel romanzo di Huxley, i protagonisti conducono una vita sgargiante, colma di divertimenti e di passatempi piacevoli, lontana dal grigiore opprimente del 1984 di Orwell. Dietro le quinte, comunque, anche nel mondo distopico di Huxley tutto viene deciso da pochi autocrati a tavolino, a cominciare dalla nascita di ciascuno, attentamente pianificata dall’uso della provetta come metodo procreativo.

Se uno dei nemici più pericolosi per la nostra specie è il transumanesimo, occorre dire senza troppe cautele che l’ideologia fluid-gender va, quale che sia la consapevolezza di molti suoi militanti, nella direzione di rendere l’essere umano debole e manipolabile, da qualsiasi punto di vista – fisiologico, mentale, spirituale.

*Alberto Melotto è membro del Cpt di Torino

Fonte: Liberiamo l’Italia

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