LE VERITÀ SULLA RIVOLTA DI BELGRADO di Goran Kadijević

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Sulla rivolta in atto a Belgrado contro il governo di Aleksandar Vucic (leader del cosiddetto Partito Progressista Serbo) viene detto e scritto in Italia tutto e il contrario di tutto.

L’attuale ribellione popolare non è un fulmine a ciel sereno; essa sale sulle spalle delle proteste politicamante trasversali dell’inverno scorso scattate per condannare la politica di capitolazione sulla questione del Kosovo-Metohja.

Tra le tante sciocchezze, abbiamo ad esempio letto che i rivoltosi contestavano il governo per la sua scelta di ammorbidire la quarantena. Niente di più grottesco.

Come ben spiega questo reportage le radici della sollevazione sono ben più profonde ed i motivi politici ben diversi.

Malgrado noi si sia lontani dalle opinioni politiche dell’autore (riconducibili ad un nazionalismo serbo-ortodosso radicale) abbiamo tradotto e pubblichiamo la sua corrispondenza poiché getta un diverso ma illuminante fascio di luce su quello che bolle in pentola in Serbia, ovvero nel cuore stesso dell’area balcanica.

Non è del resto esatto che la rivolta in corso abbia, come scrive il corrispondente, un univoco segno. Essa raccoglie, per quanto quella nazionalistica sia quella dominante, diverse correnti d’opinione contrarie al governo.

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I mezzi di informazione occidentali dipingono l’attuale rivolta serba come una sollevazione causata per lo più dalle bugie del Governo Vucic sui dati del contagio. Ciò è falso.

La rivolta serba contro la biosorveglianza totalitaria globalista e progressistica dell’elite del Deep State ha avuto inizio nel momento stesso in cui il progressista Vucic impose mesi fa il cosiddetto lock down all’intera Serbia.

La rivolta serba, essendo una rivolta politica conservatrice, non è iniziata una settimana fa, ma mesi fa. Bosko Obradovic, guida carismatica dell’Opposizione nazionalista serba, occupando per due settimane di sciopero della fame i gradini di fronte alla Camera dell’Assemblea Nazionale, era di fatto il primo uomo politico della storia contemporanea, ben prima del presidente statunitense Donald Trump, ben prima del presidente Bolsonaro, ben prima dell’irruzione sulla scena del BLM e di antifa americani e ben prima delle varie voci di scienziati alternativi al progressismo totalitario sanitario, a contestare la Rivoluzione colorata planetaria in atto.

E’ tipico del nazionalismo Serbo precorrere i fatti e le grandi tendenze storiche: Gavrilo Princip Draza Mihajlovic Ratko Mladic, guerrieri puri andati al martirio per essere stati troppo in anticipo sui tempi, strateghi politici, prima che militari, antagonisti totali, irriducibili, ai rivoluzionari colorati della loro epoca, hanno perso, sono stati demonizzati nella memoria eterna di più generazioni ma hanno però aperto una nuova epoca storica e spirituale come veri e propri eroi cosmici.

Il mondo dopo di loro è stato completamente differente dal mondo prima di loro.

Bosko Obradovic non negava evidentemente mesi fa il fenomeno Covid o l’epidemia di massa, ma contestava la strategia politica da autentica guerra mondiale che i GAFA della Silicon Valley con l’alleanza tattica elitista di Cina, Unione Europea e altri paesi islamici stavano fomentando “contro il grande popolo russo, contro Putin e contro i Conservatori di tutto il mondo” (B. Obradovic Marzo 2020). E’ certamente vero che il fattore immediato e scatenante sia stato rappresentato dal fatto che il noto artista e patriota serbo, il sign. Ljubisa Duric, sarebbe stato lasciato morire senza sostegni sanitari nell’ospedale di Zemun, ma è altrettanto vero che l’insofferenza verso il Partito Progressista di Vucic cova in Serbia da settimane.

E’ del resto significativo che in questi giorni di aperta Rivolta Conservativa, i media progressisti di Vucic stiano sfoggiando una isteria russofoba e putinofoba che è tipica dell’elitarismo dei Dem e dei Liberal della Sinistra angloamericana e del britannico MI6. Ciò testimonia la piena appartenenza ideologica di Alexander Vucic e dei socialisti, suoi storici alleati, nel fronte del Deep State e del superstato massonico globale. L’ambasciatore russo di stanza a Belgrado è intervenuto nella questione il 9 luglio, cercando di placare la furiosa russofobia del fronte elitista Vucic, dichiarando che è “perverso” escogitare e propagandare immaginarie connessioni russe dietro la rivolta popolare.

Non a caso, tra i manifestanti infiltratisi che provengono dall’estero vi sarebbero cittadini ucraini, anarchici antifa occidentali e attivisti di vari paesi islamici: è certo quindi che alcuni elementi del Governo progressista Vucic stiano fornendo la logistica per sabotare dall’interno la rivolta conservatrice e avviare una nuova Rivoluzione Colorata che rafforzi ancora di più il partito russofobo, già purtroppo assai forte a Belgrado.

Dei presunti “nazisti russi” che dal Donbass starebbero arrivando a Belgrado in sostegno degli anti-Vucic non c’è invece traccia sebbene i mercenari progressisti, che hanno imposto da mesi il terrore sull’intera Serbia, li annuncino in arrivo un giorno sì e l’altro pure. Nei primissimi giorni di rivolta popolare, la gioventù serba innalzava nelle strade i tradizionali cori per il Kosmet Serbo e per la libertà dell’Eroe Serbo Ratko Mladic e la rivolta pacifica e democratica conservatrice sceglieva come proprio simbolo il segno della croce di rito ortodosso in omaggio al defunto artista, il sign. Liubisa, in contrapposizione ai simboli rivoluzionari globalisti di BLM, attivisti antifa e violenti agitatori.

Bandiere patriottiche serbe e croci cristiane ortodosse campeggiano ovunque in questi giorni di rivolta. Come ha reagito Vucic a questo magnifico spettacolo di pacifico e Democratico patriottismo Serbo? Ha detto che stavano marciando sulle strade della Serbia “i soliti cetnici fascisti” e che non si deve mischiare religione e politica senno si è troppo Conservatori fascisti, non si è buoni progressisti!

E’ assai strano che un uomo politico come Vucic che sino a pochissimi anni fa si autorappresentava come il portavoce del nazionalismo cetnico più ortodosso, arrivando alla personale dedica di una delle più trafficate vie di Beograd al Generale Mladic, benedetto quest’ultimo peraltro dal “santo vivo” Patriarca Pavle I, si proponga nei fatti oggi come l’alfiere del Deep State globalista-Russofobico dei vari Soros Biden e Clinton.

Evidentemente Vucic si sente idealmente più vicino agli antifa occidentali che bruciano le immagini di Arcangelo Michele e Chiese cristiane. Vucic è anche il presidente che ha abdicato su tutta la linea alla fallace storiografia dei “vincitori” dei tribunali penali globalisti, filoislamisti e progressisti: ha presenziato a Srebenica seguendo le indicazioni della sinistra russofoba e filoturca, ben sapendo che quel luogo fu il centro operativo strategico del terrorismo islamista di Al Qaida sostenuto su tutta la linea dal Deep State clintonista e che oggi Daesh è presente nelle stesse zone con il silenzio complice di UE; ha sorvolato sul massacro pianificato di centinaia di migliaia di innocenti serbi, sul genocidio delle Krajine, sulla deportazione etnica antiserba e anticristiana, sulle terribili stragi di massa della NATO accorsa in difesa del terrorismo islamista; a differenza del grande e rimpianto premier Kostunica, non ha mai trattato i serbi della Republika Srpska come i nostri fratelli che sono e non ha mai contestato con una seria squadra di giuristi l’ingannevole lavoro di Tribunale Haag; ha mostrato autentico disprezzo verso la più grande ideologa vivente del Conservatorismo nazionale serbo, Biljana Plavsic, e totale indifferenza verso la persecuzione a cui è sottoposto da anni Milorad Umenek, detto Legija, distintosi in anni e anni nel fronte di salvezza serba e contro-terrore, mentre è nota a livello internazionale la vicinanza di Vucic al serbofobo Recep Erdogan; non ha apportato nessun avanzamento tattico sulla questione del Kosovo nonostante il tacito appoggio di Trump e Putin e in definitiva in Kosovo il martirio di serbi come l’islamizzazione filoturca continuano giorno dopo giorno a ritmo forzato.

L’era Vucic è anche l’era in cui le manifestazioni di eterofobia promosse direttamente dai Rotschild e condannate dai patriarcati di Mosca e Belgrado, definite Gay Pride, vengono imposte con metodi da tirannia e con dispiegamento di forze da Stato di Polizia penale alla maggioranza dei serbi la quale, nel migliore dei casi, non apprezza affatto simili carnevalate fuori luogo e fuori tempo.

Le rivolte antiVucic sono quindi, pur nel contesto specifico della difesa dal terrore planetario della nuova Rivoluzione colorata mondiale Covid-19, un fenomeno nazionale serbo, in continuità con le varie insurrezioni per il Kosovo serbo. Assumono però evidentemente, dato il contesto, un significato politico internazionale e mondiale.

Siamo chiaramente di fronte alla prima forma di Contro-rivoluzione colorata, che esce dal territorio della minoranza silenziosa impaurita e psicologicamente assoggettata ai media della sinistra “evoluzionistica” scientista globalista.

Potrà questa Contro-rivoluzione colorata avere successo pratico?

Dipenderà dal fatto che una eventuale elite nazionale conservatrice serba sappia essere cinica, spregiudicata, prediposta a ogni tattica, come hanno mostrato di esserlo le elite progressiste nichiliste Covid -19. Ricordiamo Giulietto Chiesa che nel dicembre 2018, in sostegno all’insurrezione di quei giorni, scrisse: “Di che colore sarà la Rivoluzione Serba?”.

Noi auspichiamo che, se verrà, sarà cristiana, conservatrice e veramente serba, dunque antirivoluzionaria, antinichilista, antiprogressistica, antiglobalista, anticolorata.

Nel ricordo sempre vivo di Liubisa Mauzer Savic (Bijeljina 7 giugno 2000) e di tutti i caduti  




MARX VS LACLAU O MARX PIÙ LACLAU? di Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti

Melegari e Capoccetti avevano espresso ficcanti considerazioni teoriche sulla situazione sociale e politica italiana —  I «bottegai», l’ultimo argine? Spunti per una politica oltre purismo e subalternità  — considerate “eretiche” da Alessando Visalli — Delle contraddizioni in seno al popolo: stato e potere. Si è quindi inserito nel confronto Moreno Pasquinelli con due interventi – Nuova Direzione (prima parte) — e Nuova Direzione (seconda parte). Visalli ha quindi risposto alle osservazioni critiche di Pasquinelli –Blocco sociale, egemonia e rivoluzione -.
Di seguito la replica di Melegari e Capoccetti.

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Il popolo in seno alle contraddizioni. Una risposta ad alcune critiche
di Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti

A partire dalla pubblicazione dell’articolo scritto per la fionda I «bottegai», l’ultimo argine? Spunti per una politica oltre purismo e subalternità, diverse sono state le reazioni e le letture che hanno dato luogo a un proficuo dibattito, che ci auguriamo possa proseguire e continuare ad avvalersi degli importanti spunti analitici mossi da più parti. Due sono i fronti della critica su cui ci concentreremo, non potendo ritenere validi i rilievi secondo i quali indicheremmo nella piccola borghesia una “nuova classe rivoluzionaria”[i], essendo piuttosto evidente che una tale intenzione non emerge in alcun punto del nostro contributo. Da una parte, abbiamo il fronte costituito da chi ravvisa nella nostra analisi una lettura della fase che non prenderebbe in sufficiente considerazione i rischi insiti nella costruzione di un’alleanza con la piccola e media borghesia, la quale nella futura e imminente gestione della crisi (Recovery fund, Mes, etc.) sarà ancora una volta portata ad ascoltare il “richiamo della foresta” di arricchirsi e distinguersi dai proletari, dal momento che uscire dalla condizione di immiserimento è sempre stata, resta e sarà la sua sola parola d’ordine. Per semplificare e rendere più chiara la nostra esposizione, chiameremo questo fronte il “fronte A”[ii]. Dall’altra, c’è chi osserva nel nostro punto di vista un certo indeterminismo, insito nell’uso della teoria di Ernesto Laclau, che finirebbe per «gettare nel cesso» il materialismo storico e, che pur nella giusta decisione di puntare sulla piccola e media borghesia per la costruzione di un «blocco storico nazional-popolare», vedrebbe nella nostra rivendicazione della sovranità nazionale contro l’UE, non tanto un secondo momento (la teoria dei due tempi), quanto piuttosto un momento secondario rispetto alla centralità assunta dalla conquista socialista dello stato. Chiameremo questo fronte, il “fronte B”[iii].

Prima questione

Partiamo dal primo fronte (il fronte A), nel quale, tra le non poche questioni sollevate, figura la seguente: la tesi da noi espressa nell’articolo sarebbe che la piccola borghesia e i ceti dei lavoratori dipendenti, i proletari, non sarebbero più analiticamente e operativamente distinguibili, o comunque non più identificabili come opposti. Ci sembra che una tale riformulazione, forse proprio perché presuppone a livello strutturale la contrapposizione tra agenti sociali che vuole dimostrare anche nella congiuntura attuale, non colga come nel nostro pezzo non si sostenesse tanto la loro indistinguibilità, quanto lo scompaginamento di entrambi, tanto sul piano economico quanto su quello simbolico, a seguito di quarant’anni di trasformazioni neoliberali[iv]. A nostro giudizio, il mescolamento sul piano materiale e antropologico-simbolico del proletariato e della piccola borghesia non dà luogo a un tutto indistinto, quanto piuttosto a una serie di posizioni differenziali di cui occorre tracciare la mappa, uno spettro di figure in cui quelli che Riccardo Bellofiore ha chiamato il «lavoratore traumatizzato», il «risparmiatore maniacale-depressivo» e il «consumatore indebitato» si articolano l’un l’altro in proporzioni variabili[v]. Certo, si tratta di individuare differenze anche nella nebulosa dei ceti medi (l’articolo, ad esempio, faceva fugace cenno al problema posto dalle piccole e medie imprese integrate nelle catene del valore nordeuropee) e, politicamente, si tratta di disarticolarne la configurazione attuale, in particolare di spezzare le alleanze con i gruppi effettivamente dominanti (ma per farlo occorre rapportarsi a questa galassia composita, sapendo di dovere fare i conti anche con codici culturali – ad esempio la diffidenza per il pubblico – in parte trasversali a gruppi fortemente differenziati per il solo interesse materiale). Trattandosi sostanzialmente di un intervento di teoria politica, l’articolo effettivamente difettava di analisi sociologica dettagliata dei gruppi sociali evocati, ma non per questo è lecito sostenere che in esso si proponesse di sostituire un soggetto puro con un altro, mentre ciò che si suggeriva era, appunto, di tenere conto di tutti gli intrecci possibili tra le molteplici figure interne tanto al corpo proletario frantumato quanto alle classi medie alle prese con una crisi che non è solo economica ma anche di percezione di sé[vi].

Tuttavia, si dice, nel nostro articolo il lavoro «buono e continuo, se pur povero», viene descritto «sorprendentemente come più sensibile all’imprenditorializzazione». In breve, l’errore che ci viene rimproverato è quello di non considerare come gli operai e i lavoratori salariati siano, sì, toccati dalla soggettivazione imprenditoriale, ma mai quanto la piccola e media borghesia. Riteniamo che una critica di questo tipo muova non tanto dall’analisi del dato concreto, quanto piuttosto da una certa caratterizzazione a priori positiva del lavoro operaio e salariato – apostrofato non a caso come «buono» – perché sfruttato e non finalizzato all’arricchimento. Nella ricostruzione fornita dalla critica i ceti medi sembrano, invece, soggettivamente condannati a muoversi esclusivamente «per riaffermare le gerarchie ed il sistema neoliberale», con la conseguenza che, mentre un’azione pedagogica è consentita – anzi sembra quasi ontologicamente richiesta – per i lavoratori subordinati, per i piccolo-borghesi l’unica strada per un’articolazione scevra da sospetti appare essere la loro negazione oggettiva in quanto gruppo sociale, ovvero la proletarizzazione (processo che, d’altra parte, non ha mai alluso a un dato esclusivamente economico). Tuttavia, come ebbe modo di scrivere Bourdieu, «la classe sociale non si definisce affatto mediante una proprietà (nemmeno quella più determinante, come le dimensioni e la struttura del capitale), né mediante una somma di proprietà […], e neppure mediante serie di proprietà subordinate ad una proprietà fondamentale (la posizione nei rapporti di produzione) in un rapporto di causa ed effetto, di condizionante e condizionato; bensì mediante la struttura dei rapporti tra tutte le proprietà pertinenti, che conferisce a ciascuna di esse, ed agli effetti che questa esercita sulle pratiche, il suo valore peculiare»[vii]. A partire da una tale ridefinizione è possibile reimpostare il tema del conflitto sociale, ancorandolo «non solo alle determinazioni oggettive, ma anche a tutti gli scarti differenziali di natura simbolica»[viii]. Per evitare che dai modelli utili a spiegare e cambiare la realtà si passi alla celebrazione della presunta realtà di modelli che possono diventare, invece, essi stessi degli ostacoli alle effettive possibilità di cambiamento, ci chiediamo se non sia piuttosto il caso di guardare alla «classe reale», che – come osservava lo stesso Bourdieu – «non è mai altro che la classe realizzata, ossia mobilitata, punto di arrivo della lotta delle classificazioni come lotta propriamente simbolica (e politica)»[ix]. In altri termini, non è possibile dedurre dai rapporti di produzione un dato antropologico costante che, per di più, sembra farsi elemento in grado di condizionare le stesse scelte strategiche. D’altra parte, la logica laclausiana che ci è stata imputata e sulla quale torneremo non nega il conflitto, semmai lo conferma: la lotta di classe non è però la “classe in lotta”, bensì la lotta che può portare gli interessi di classe allo scontro. Scontro che non è mai definito e definitivo, non è mai garantito. Il conflitto è sempre presente perché, come vedremo, è un dato ontologico dell’essere sociale. Non è invece ontologicamente garantita la lotta di classe, che deve essere attivata politicamente, deve essere riconosciuta quale strumento di (ri)costruzione del sociale stesso.

Seconda questione

Quanto detto implica di studiare la logica del modo di produzione nel suo intreccio con configurazioni giuridico-istituzionali che sono direttamente o indirettamente funzionali a determinate modalità/volontà di dirigere politicamente il conflitto. Nel nostro articolo abbiamo più volte qualificato, sulla scorta di Poulantzas, lo Stato stesso come un campo della lotta sociale tra classi (e frammenti di classi) [x]. Eppure, per noi piuttosto sorprendentemente, ci è stato rimproverato di fare coincidere potere e Stato, inteso come una macchina di cui si tratterebbe semplicemente di prendere il controllo tramite maggioranze elettorali. In realtà nel nostro articolo le elezioni venivano nominate esclusivamente per parlare del posizionamento di classe del lavoro dipendente come una delle cause dell’ascesa del M5S, argomento che in alcuni commenti è stato utilizzato per rimproverarci di non comprendere che, per così dire, “anche i lavoratori si incazzano” e che noi, invece, avanzavamo proprio per mostrare il rapporto spurio tra collocazione di classe ed espressione politica. Tra l’altro, Visalli cita proprio la composizione sociale trasversale del voto a M5S e Lega come controprova empirica dell’infondatezza della nostra argomentazione, il che a nostro avviso rende invece ancora più urgente interrogarsi con una certa radicalità sul perché il malumore del lavoro dipendente non sia sfociato nell’agognata rivolta sociale né abbia premiato nessuna delle forze anticapitaliste, con più precisa connotazione “di classe”, disponibili sulla scena politica, mentre, al contrario, all’epoca era piuttosto diffusa tra queste ultime la pratica di derivare da alcuni effettivi caratteri “neoliberali” del M5S il suo ruolo di “tappo” od “usurpatore” dell’autentica protesta. Vero è, invece, che riteniamo che lo Stato come campo travalichi i confini dello Stato come “cosa”, ma anche dei rapporti di classe in esso inscritti. Nella misura in cui si riesce a calcare questo terreno (anche senza conquistarlo del tutto), è possibile provare a ridefinirne e orientarne il capitale “simbolico”, a “polarizzare” il campo, acquisendone “legittimazione”, “potenza” e “potere” (in parte anche nei rapporti di produzione, rispetto ai quali, come mostra lo stesso Poulantzas, la funzione statale non è del tutto esterna). Il riferimento alla nazione è, tra le altre cose, questione fondamentale – declinabile secondo diversi orientamenti – sulla quale fare leva per disporre del potere simbolico dello Stato[xi]. In ogni caso è un bene non distogliere lo sguardo dalla guerra per la supremazia tra dominanti – che si gioca tanto attraverso il potere statuale quanto nella competizione economica e che può sacrificare a sé la stessa massimizzazione del profitto[xii] – e, soprattutto, dai settori di altri gruppi sociali che vengono coinvolti in essa, interrogandosi senza moralismi sulla stabilità e la trasformabilità di queste alleanze. Tanto l’attendismo quanto il purismo economicista contribuiscono, invece, non poco a dare ossigeno, tempo e denaro a quei gruppi, che hanno così vita facile a ricollocarsi in modo da giocare una “lotta di classe” dall’alto, che si continua a perdere, da un lato perché ci è stato tolto il terreno di gioco da sotto i piedi, dall’altro perché non si è disposti a giocare sul terreno rimasto.

Terza questione

Occorre, infine, affrontare una questione più intricata, non a caso condivisa dai fronti opposti A e B, riguardante la differenza ed, eventualmente, la complementarietà tra una lente marxista centrata sui rapporti sociali di produzione e la teoria delle «catene equivalenziali» egemoniche di cui parla Ernesto Laclau. Semplificando una costruzione teorica molto più complessa, possiamo dire con sufficiente sicurezza che per il filosofo argentino, il «discorso», anche se sicuramente ritagliato sull’aspetto linguistico o retorico e con tutte le sovrapposizioni “postmoderne” che tale scelta indubbiamente comporta, non riguarda semplicemente la narrazione o il “comunicazionismo” a tratti attribuitoci, ma è un modo per concettualizzare il rapporto attraverso il quale si danno elementi e relazioni come coappartenenti ad una totalità mai saturata, intimamente scissa, continuamente soggetta a ridefinizione identitaria per via di un’inestinguibile opacità dovuta al conflitto. Il sociale è sempre tutto da fare e riconfigurare (politicamente), e assumerà determinate sembianze piuttosto che altre, a seconda di quali «significanti vuoti» saranno in grado di costruire ed esprimere simbolicamente le catene equivalenziali più forti. L’egemonia, in quanto operazione di riarticolazione interna ad una formazione sociale e discorsiva diventa, allora, costitutiva anche delle classi sociali in quanto soggetti politici. I rapporti di produzione non cessano di esistere, né di essere presi in considerazione (potendo essere, tra le altre cose, posta in gioco del conflitto), ma certo non determinano perimetro e mobilità del campo politico, non più riconducibile a mera rappresentazione di interessi.

A questo punto non è possibile esimersi dal rispondere già qui all’obiezione mossa nel secondo fronte della critica (il fronte B), cioè quella per cui affidarsi al dato congiunturale laclausiano vorrebbe dire semplicemente abbandonare la concezione materialistica della storia. È corretto affermare, invece, che, seguendo Laclau, non si assegna alcun primato al sociale, ma non per questo si approda alla visione altrettanto riduzionista per cui la politica plasma volontaristicamente un sociale ad essa subordinato: bisogna piuttosto intendere come per Laclau la politica sia «ontologia del sociale», costruzione egemonica di alleanze sociali che continuamente le risignifica. Non neghiamo che esistano effettivamente pericoli nella teorizzazione di Laclau[xiii]. Tuttavia, riteniamo che pensare il politico come ontologia del sociale, come l’essere stesso dei rapporti sociali colti sotto l’angolo prospettico della congiuntura (su questo ritorneremo), ci consente non solo di considerarlo come elemento interno all’economico stesso, ma anche di immaginare nuove vie per ripoliticizzare un esistente la cui carica antagonistica e conflittuale è stata neutralizzata da decenni di trasformazioni neoliberiste.  In quest’ottica, infatti, il populismo non è solo un momento – che per molti oggi sarebbe finito, senza essersi, in effetti, mai veramente dato se non in un altrove idealizzato, sia esso latinoamericano o francese – ma anche un campo, che proprio per questo consente di (ri-)attivare momenti populisti, non orientati da alcuna visione progressiva o per stadi, perché coincidenti con le dislocazioni egemoniche e contro-egemoniche di una frontiera interna allo spazio sociale. Frontiera che è bene ribadire non è antagonistica perché condotta da un soggetto naturalmente antagonista, quanto piuttosto perché segna una fratturazione dello spazio rappresentativo e sociale, che in quanto tale è inevitabilmente interessata da spinte egemoniche e contro-egemoniche. Da questo punto di vista, il pensiero del teorico argentino può essere letto certamente in chiave “debolista” e “postmoderna”, ma se analizzata in profondità, la sua teoria non è sic et simpliciter tacciabile di “indeterminismo”: il fatto che non si dia una determinazione fissa del sociale è, infatti, proprio ciò che obbliga a determinarsi per esistere, almeno per esistere politicamente. La congiuntura non è tanto qualcosa di effimero, quanto piuttosto la cifra politica della determinazione. In tal senso – per tornare al confronto dal quale nasceva il nostro articolo sui bottegai  – il rifiuto della “politica dei due tempi” e l’insistenza sulla sincronicità non concernevano la contemporaneità tra liberazione nazionale e fuoriuscita dal capitalismo, in una sorta di flusso rivoluzionario permanente (come pure la critica B ci rimprovera, attribuendoci, tra l’altro, un intero passaggio dell’articolo di Vitali al quale, invece, reagivamo), ma semmai tra lotta per la sovranità nazionale e lotta di classe: non, insomma, un’ora X dell’avvento del Totalmente Altro, ma lo snodo determinato, specifico, anche contraddittorio, fra ritmi diversi, la congiuntura appunto.

Sappiamo, dopo queste precisazioni, di avere prestato il fianco ad un’altra critica, quella di “astrattezza”. Proviamo, allora, a rispondere seccamente alle questioni strettamente politiche che ci sono state poste:

A) No, non trascuriamo per nulla gli effetti di ricompattamento tra classi dominanti e ceti medi (o settori di essi) a seguito di questa o quella misura economica nazionale o europea. La riarticolazione dei fronti e le spinte contro-egemoniche, anche preventive, fanno parte, infatti, della definizione stessa di “frontiera antagonistica”. Semplicemente non deriviamo da uno strumento economico, di cui sono ancora incerti tempi ed impatto reale, le garanzie per confermare una visione dicotomica della società e della storia che ci sembra avere mostrato tutta la sua problematicità. Ne consegue che non crediamo che da queste tendenze “oggettive” derivi la possibilità di rendere politicamente egemoniche istanze socialiste sulla base della gemmazione di una qualsiasi tra le forze che già si dichiarano tali. Tendiamo piuttosto a credere che, allo stato attuale, una forza socialista di qualche portata potrebbe, forse, assumere consistenza sedimentando relazioni, polarizzando e orientando forze all’interno di un campo in sé non socialista;

B) Riteniamo la questione della sovranità nazionale e popolare e, dunque, della rottura con l’impianto UE dirimente, al punto che in questi anni, anche come militanti oltre che come autori di qualche contributo, abbiamo insistito sul nesso tra la questione euro e la pervasività della governance neoliberale europea nel diritto, nella scuola, nella rifunzionalizzazione del pubblico e del sociale. Senza il primo aspetto la critica alla UE si trasforma in reiterata decostruzione, incapace di cogliere il punto di precipitazione economico e politico della questione; senza il secondo, invece, si cade in una versione caricaturale del nemico e della liberazione, non afferrando come nemmeno in questo caso la sola disfunzionalità economica possa sancire il crollo o la destituzione di un “ordine” politico.

La nostra ambizione, insomma, non è quella di sottrarsi alla diagnosi delle contraddizioni in seno al popolo, e soprattutto al compito di risolverle in modo non antagonistico, ma di costruire un popolo in seno alle contraddizioni del presente, poiché al di fuori di esse non si tratterà di un popolo.


[i] Cfr. F. Marchi, Quale blocco sociale e con chi?

[ii] Cfr. A. Visalli, Delle contraddizioni in seno al popolo: Stato e potere: (una versione più estesa dell’articolo è presente nel blog di Visalli:

[iii] Cfr. M. Pasquinelli, Nuova Direzione? (prima parte); nella seconda parte dell’articolo Pasquinelli si confronta criticamente con il testo di Visalli

[iv] Cfr. F. Capoccetti, Il virus che c’era già. Neoliberalismo e pandemia

[v] Cfr. R. Bellofiore, La crisi globale, l’Europa, l’euro, la sinistra, Asterios, Trieste 2012

[vi] Oltre ai testi di Guilluy e Bagnasco citati anche da Visalli, per una storia della mobilitazione politica delle classi medie, cfr. S. Rizas, The End of Middle Class Politics, Cambridge Scholar Publishing, Newcastle 2018

[vii] P. Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto, il Mulino, Bologna 2001, pp. 107-108.

[viii] G. Paolucci, Introduzione a Bourdieu, Laterza, Roma-Bari 2011, p. 99.

[ix] P. Bourdieu, Ragioni pratiche, il Mulino, Bologna 1995, p. 24.

[x] In altra sede ci siamo anche occupati del rapporto tra logiche governamentali e prisma statuale: cfr. D. Melegari, Foucault, fase 2. Pandemia e crisi di governamentalità

[xi] Visalli, con alcune ragioni, giudica non chiara la formula (che rimanda a Marcel Mauss) della nazione come “forma di integrazione sociale”, decidendo prontamente di interpretarla in termini organicistici. Per la verità nell’articolo facevamo accenno alle considerazioni di Poulantzas sulla matrice spaziale e temporale dell’elemento nazionale e sull’impossibilità di leggere l’appartenenza ad esso come mera “specificazione” di un’identità di classe data come ontologicamente e politicamente prioritaria. Contiamo di tornare presto su questi temi in modo più dettagliato. Per il momento, a proposito della dimensione nazionale come spazio di conflitto e, al tempo stesso, luogo di sedimentazioni ad esso irriducibili (e proprio per questo “contendibili”), cfr. D, Melegari, L’anatra-coniglio della nazione “a sinistra:

[xii] Cfr, G. La Grassa, Gli strateghi del capitale: una teoria del conflitto oltre Marx e Lenin, Manifestolibri, Roma 2005

[xiii] Su alcuni aspetti problematici cfr.  i nostri interventi in M. Baldassari, D. Melegari (a cura di), Populismo e democrazia radicale : in dialogo con Ernesto Laclau, OmbreCorte, Verona 2012