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L’ISLAM E IL MARXISM0 di Zaher el-Khatib

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Zaher El-Khatib è un noto uomo politico  e intellettuale libanese. Lo incontrammo a Beirut nell’autunno 1999. In quell’occasione ci fece dono di questo scritto dal titolo “L’Islam: come lo capiscono i marxisti, come lo sfruttano i reazionari”. L’originale in lingua araba venne edito a Beirut nel 1982 ed ebbe ampia circolazione in tutto il Medio oriente, Iran compreso. Venne pubblicato per la prima volta in lingua italiana nel n. 15 della rivista PRAXIS (giugno-agosto 2000) alle porte del primo, storico, “Campo Antimperialista” che si svolse ad Assisi nell’agosto del 2000.
Quali che siano le considerazioni che possono essere fatte su questo saggio (che evidentemente risente del clima di quel periodo) siamo certi che i nostri lettori lo apprezzeranno come contributo ad una comprensione dell’Islam scevra da pregiudizi e luoghi comuni.

* * *

L’ISLAM: Come lo capiscono i marxisti. Come lo sfruttano i reazionari
Introduzione alla prima edizione

Le masse della nazione araba soffrono da lungo tempo di diverse forme di oppressione sociale e nazionale.
Ugualmente, queste masse subiscono una realtà crudele: quella della lacerazione e frammentazione che gli è stata imposta dalla volontà dell’imperialismo, nel tentativo di imporre la sua sovranità alle masse di questa regione, al fine di sfruttarle e di privarle delle loro ricchezze e dei loro beni. Nell’obiettivo di realizzare l’unità araba e di liberarsi da ogni forma di sottosviluppo, di sfruttamento e di asservimento, la rivoluzione araba fa fronte, nel corso della sua strada, a una buona parte di problemi, per i quali le soluzioni variano in funzione dei fondamenti intellettuali, sociali e ideologici che determinano la soluzione dei problemi medesimi.
Tra questi problemi, la religione costituisce quello più importante, grazie alla sua capacità di penetrare negli animi e negli spiriti delle masse.
Marx ha certamente compreso l’efficacia dell’Idea, quando questa penetra negli spiriti delle masse e diviene – secondo le sue parole – “una potenza imbattibile”.
Gli insegnamenti della religione possono essere considerati come idee penetrate negli spiriti della nostra nazione araba, questi insegnamenti sono divenuti una potenza la cui efficacia e influenza non sono da disprezzare, la manipolazione rivoluzionaria di queste idee dovrà compiersi, da principio, secondo il metodo scientifico che abbiamo visto in Marx, e poi nell’opera di Engels; in “A proposito della religione”, cui Garaudy fa riferimento in “Il marxismo del XX° secolo”, e poi nello studio di Lenin intitolato “Quale eredità rifiutiamo?”.
La religione è un fatto storico, essa dovrà essere concepita come tale, come ogni fenomeno sociale che presenta questo duplice aspetto.
-Da un lato essa brandisce lo stendardo della difesa degli interessi dei poveri: tale fu il caso di ‘Abou Zarr al Ghafari’ e di ‘Omar Ben Abdel Aziz’, e di molti altri che adottarono questo metodo di comprensione dell’Islam.
-Da un altro lato la religione è sfruttata dai ricchi per difendere i loro interessi, come è accaduto nel caso di ‘Moaviah’, di ‘Yazide’, e di altri che calcarono in fretta le loro tracce per sfruttare l’Islam.
I marxisti autentici, e in modo particolare i rivoluzionari arabi, quando determinano la loro posizione nei confronti della religione, non la disprezzano, non predicano né la sua inosservanza né il suo abbandono, come fanno alcuni che pretendono di essere dei marxisti e che espongono il problema della religione negativamente e in modo provocatorio, erroneamente o indirettamente, ciò che contribuisce a deformare la faccia autentica del marxismo nel sentire comune.
Il marxismo autentico concepisce effettivamente la religione come un elemento della realtà storica, e l’Islam, in quanto religione, è un elemento della nostra storia e del nostro patrimonio.
I rivoluzionari arabi sono i più idonei a salvaguardare gli elementi progressisti e rivoluzionari di questo patrimonio, sono al tempo stesso i più idonei a svilupparlo, poiché questa era all’origine l’opera dei precursori dei progressisti e dei rivoluzionari; essi devono allo stesso tempo combattere tutto ciò che è reazionario e tutto ciò che induce in errore in questo patrimonio.
Studiare la religione in modo scientifico e storico non significa adottarla in quanto metodo perfetto, poiché la religione in origine non era questo.
I celebri conflitti storici tra i califfi musulmani sono, senza alcun dubbio, la prova irrefutabile e la migliore attestazione che conferma il nostro punto di vista.
Dunque l’oggetto del nostro studio non è l’affrontare in dettaglio il problema della religione, salvo che nei limiti in cui questo studio tocca cinque punti che interessano la rivoluzione araba. La rivoluzione islamica ha assunto, e continua ad assumere, in questi cinque punti una grande importanza e un punto di vista determinato.
Quali sono, dunque, questi cinque punti? Procediamo ad esporli secondo le due prospettive: marxista e islamica.
Il senso marxista li ha esposti in termini contemporanei, conformemente alla seguente terminologia:
1. Nozione della lotta di classe
2. La violenza rivoluzionaria organizzata
3. La natura proletaria del comando delle forze rivoluzionarie
4. L’abolizione della proprietà borghese o il comunismo dei mezzi di produzione
5. Trattato della fede
Qual è l’essenza de pensiero islamico rispetto a questi cinque punti?
C’è la possibilità di una visione intellettuale e politica comune, e della lotta comune condotta dai marxisti e dalle masse povere e credenti nel mondo islamico?
Si, noi gridiamo ad alta voce che bisogna conoscere l’essenza del pensiero islamico rispetto a queste questioni, noi non lo facciamo per tentare di avere una posizione di conciliazione artificiale, ma al contrario, noi lo facciamo a partire dalla nostra profonda comprensione dialettica dell’essenza dell’Islam, come rivoluzione di classe nata per combattere l’ingiustizia e l’oppressione. Allo stesso modo essa è nata per difendere i deboli e gli oppressi sulla terra, e per fondare una società di giustizia, di benessere e di eguaglianza.
Se c’è veramente una divergenza o una disputa, che certe forze tentano di mettere in rilievo o di diffondere come scarto fondamentale tra la scienza marxista, in quanto scienza della rivoluzione, e l’Islam, in quanto rivoluzione sociale globale, questo stato di cose non è dovuto, in definitiva, che all’ignoranza del Corano, o a una cattiva interpretazione, incompleta ed erronea, del Corano, o a un pregiudizio, o a una visione opportunista o reazionaria, o a una visione superficiale, incapace di assimilare l’essenza del pensiero rivoluzionario islamico che si incontra, in definitiva, sotto questo aspetto, con l’essenza del pensiero marxista.
E se noi riportiamo, alla fine di questo studio, l’analisi del problema della fede, come tale e come problema che tocca la libertà personale e le credenze personali e individuali, è a ragione, per cominciare dai nostri problemi vitali, di cui soffriamo nel momento attuale, i nostri problemi comuni, la nostra sorte, e i compiti che ci sono impellenti, quaggiù, per assumerli conformemente alle ingiunzioni del Corano “di fare il bene e di interdire il male”, e anche conformemente al principio marxista che recita: “Astenetevi dal criticare il cielo e volgetevi verso la critica della terra”.
Egualmente, è per conformarci al consiglio del grande discepolo del profeta ‘Omar ben El-Khattab’, quando, ai suoi interlocutori che gli ponevano alcune domande su delle cose che non erano ancora accadute, egli rispose con tono severo: “Non mi domandate cosa accadrà, ne abbiamo abbastanza di ciò che c’è già”.

Capitolo 1

Tesi sulla lotta di classe

Tema:
l’analisi scientifica della condizione “di classe” delle categorie di persone che si sono schierate al fianco della rivoluzione islamica, o, in altri termini, le forze rivoluzionarie che hanno sostenuto la missione maomettana da un lato, e le categorie di persone che si sono schierate nel campo avverso alla rivoluzione o alla missione maomettana dall’altro lato.
Questa analisi scientifica mette in luce il fenomeno della lotta di classe come legge storica, e come fenomeno umano nato da contraddizioni fra gli interessi di classe nel campo sociale.
Andiamo rapidamente a vedere questo elemento nei particolari, dopo aver esposto il pensiero marxista in rapporto alla tesi della lotta di classe.

Il pensiero marxista:
Il ‘Manifesto’ comunista comincia con:
“La storia di tutte le società sinora esistita, è storia di lotte di classi. Uomini liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola oppressori e oppressi, sempre in contrasto fra loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte palese, a volte nascosta, una lotta che finì sempre o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società, o con la rovina comune delle classi in lotta.
(…) La società borghese moderna, sorta sulle rovine della società feudale, non ha eliminato i contrasti fra le classi, essa ha soltanto posto nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta in luogo delle antiche. Tuttavia il carattere distintivo dell’epoca nostra, l’epoca della borghesia, è di avere semplificato gli antagonismi di classe. La società si va sempre più scindendo in due grandi campi nemici, in due grandi classi diametralmente opposte: la borghesia e il proletariato”.
Engels, nelle sue note al Manifesto, dice:
“Per la borghesia si intende la classe dei capitalisti moderni, che sono proprietari dei mezzi della produzione sociale e impiegano lavoro salariato. Per proletariato si intende la classe degli operai salariati moderni, che non possedendo alcun mezzo di produzione, sono costretti a vendere la loro forza-lavoro per vivere”.
Rispetto alla determinazione delle forze di classe rivoluzionarie, e delle forze di classe controrivoluzionarie, il manifesto indica le forze rivoluzionarie nel proletariato e nei suoi alleati della classi medie. Possiamo leggerci: “…di tutte le classi che oggi si oppongono alla borghesia, solo il proletariato è una classe veramente rivoluzionaria. Le altre classi decadono e periscono con la grande industria, mentre il proletariato ne è il prodotto più autentico”.
Quanto alle classi medie, piccoli produttori, venditori al dettaglio, artigiani e contadini, essi combattono tutti la borghesia perché questa minaccia la loro esistenza in quanto classi medie.
Quanto alle forze controrivoluzionarie, esse sono rappresentate dalla borghesia, il nemico di classe principale, e dai suoi agenti, che il Manifesto chiama “Lumpen prolétariat”.
Questi ultimi rassomigliano alla plebaglia che il Corano condanna quando questa ricerca il potere al fianco dei signori e dei grandi, e aiuta gli oppressori.
Su ciò, in riferimento al lumpen prolétariat, il Manifesto dice:
“Questo prodotto della putrefazione passiva degli strati più bassi della vecchia società, può trovarsi qua e là nel movimento per una rivoluzione proletaria, ma per le sue stesse condizioni di vita esso sarà piuttosto disposto a vendersi alla reazione”.
Qual è il pensiero islamico rispetto alla tesi della lotta di classe?
Prima di esporre il tracciato di classe delle forze rivoluzionarie che hanno approvato la missione maomettana e quello delle forze controrivoluzionarie che l’hanno condannata, ci interessa insistere anticipatamente sul fatto che il Corano ha, nella maggior parte dei suoi versetti, stabilito un fatto: che la ricchezza è inseparabile dalla tirannia.
Hadith, Sunna, la biografia dei discepoli del profeta, hanno appoggiato una tale tesi.
Ecco, per cominciare, alcuni versetti del libro sacro che provano che i tiranni e i ricchi sono stati nemici della missione maomettana, in altri termini che essi fanno parte delle forze controrivoluzionarie.
“Tanto più l’uomo è tiranno non appena si trova nell’agiatezza”
(sura 96 – “Il grumo di sangue” – versetti 6 e 7)
-Al Moughrabi nella sua interpretazione del sura dice:
“L’inferno chiama colui che ha arretrato e ha voltato le spalle davanti alla fede, e colui che accumula e tesaurizza”.
Dove situa il Corano i tesaurizzatori?
“Annuncia un castigo doloroso
a coloro che tesaurizzano l’oro e l’argento
senza nulla spendere nel cammino di Dio.
Il giorno in cui questi metalli saranno portati al rogo
nel fuoco della Ghenna e serviranno a marchiare
le loro fronti, i loro fianchi e le loro schiene.
Ecco che cosa tesaurizzate
gustate quello che tesaurizzate”
(Sura 9 – “L’immunità” – versetti 34 e 35)
Da quanto è a noi pervenuto di alcuni propositi del profeta e dei suoi discepoli, citiamo:
“Per Dio non è credente
colui che si addormenta sazio
mentre il suo vicino è affamato”
(Il profeta)
“Non ho mai incontrato abbondanza di beni
senza trovare al suo fianco un diritto perduto”
(Ali)
“Un povero ha sofferto la fame solo perché è stato privato
di ciò di cui gode un ricco”
(Ali)
Tutti questi versetti che espongono alcuni propositi del profeta e dei suoi discepoli, sono stati citati solo a titolo d’esempio, e non limitativo. Essi provano in definitiva che la povertà è un dono della terra e non un dono del cielo. (La fame è provocata da ciò di cui gode il ricco, e l’abbondanza di beni ha accanto a sé un diritto perduto).
L’ammucchiare, l’accumulo e la tesaurizzazione dell’oro e dell’argento fanno del loro autore un tiranno, la sua sorte sarà l’inferno e il castigo doloroso.
La lettera “L” che ha preceduto il verbo tiranneggiare, è una lettera intraducibile in italiano, significa che la “tirannia” è immancabilmente legata alla ricchezza, come dice il versetto:
“Tanto più l’uomo è tiranno non appena si trova nell’agiatezza”.
Dopo aver messo l’accento su quanto appena esposto, trattiamo le condizioni di classe delle forze rivoluzionarie che, nella rivoluzione islamica, hanno assunto il programma rivoluzionario o la missione islamica, una missione che ingloba il contenuto sociale ed economico della lotta per liberare gli uomini dall’asservimento ed abolire il giogo dell’oppressione che pesa sugli schiavi e sulle vittime della tirannia.
Trattiamo allo stesso modo le condizioni di classe nel campo avverso al programma rivoluzionario, di quelle che oggi vengono chiamate le forze controrivoluzionarie, che si opposero alla “missione maomettana” in ragione della loro situazione privilegiata sul piano sociale, privilegi che esse temettero di perdere a causa dell’appello lanciato per fondare una società di equità, benessere ed eguaglianza.
•Le forze rivoluzionarie che sostennero la missione islamica furono rappresentate dai deboli e da coloro che soffrono sulla terra, e per questo motivo gli avversari del profeta le qualificarono generalmente alla stregua di “Vili, plebaglia e schiavi”, queste forze furono parimenti rappresentate da progressisti quali gli apostoli di Cristo o i compagni di lotta del profeta.
•Le forze controrivoluzionarie che si opposero alla missione maomettana, nei termini cui abbiamo fatto riferimento, sono:
1. i re e i tiranni, come nei riferimenti a Pharaon, Karoun e Haman.
“Trova Pharaon, è un tiranno”
(Sura 79 – “Quelli che derubano” – versetto 17)
2. I ricchi e coloro che conducono una vita lussuosa, come dice il versetto:
“non abbiamo mai mandato nessun predicatore in una città, senza che coloro che vivevano nell’agiatezza dicessero:
«Siamo increduli rispetto al vostro messaggio»
e ancora:
«Abbiamo tante ricchezze e bambini, per questo non saremo puniti»”.
(Sura 34 – “i SABA” – versetti 34 e 35)
3. I tesaurizzatori, così come li abbiamo descritti, in conformità a quanto dice il versetto:
“Annuncia un castigo doloroso
a coloro che tesaurizzano l’oro e l’argento
senza nulla spendere nel cammino di Dio”.
(Sura 9 – “L’immunità” – versetto 34)
4. I reazionari, che conservano i regimi dei loro padri ed avi e che ereditano ciecamente i riti dei loro avi.
“Così, prima di te, non abbiamo mai mandato nessun predicatore in una città, senza che coloro che vivevano nell’agiatezza dicessero:
«Si, noi abbiamo trovato i nostri padri, tutti seguivano la stessa via, e noi camminiamo sulle loro tracce»”.
(Sura 34 – “L’ornamento” – versetto 23)
5. I subordinati, o la plebaglia delle città, come è stata qualificata poco sopra dall’espressione marxista, sono coloro che si trovano al servizio dei signori, coloro che si rassegnano e non contestano la tirannia degli ingiusti.
“O Dio, (dicono i subordinati) noi abbiamo obbedito ai nostri signori e ai nostri capi, ma ci hanno distolto dalla retta via.
(Dio non li perdonerà nel giorno del giudizio) il mondo non è abbastanza vasto (risponderà loro) perché voi vi emigriate”.


Capitolo 2

La violenza rivoluzionaria organizzata
Discussione filosofica e storica sul principio della violenza

Per cominciare, la questione della violenza è il prodotto storico ed inevitabile della legge della lotta sociale e di classe, e dell’inevitabile lotta delle idee e dei principi che derivano dal conflitto tra gli interessi delle classi dominanti arbitrariamente, contro gli interessi delle classi povere e dominate, o piuttosto gli interessi degli oppressori contro gli interessi degli oppressi.
In altri termini, è l’inevitabile conflitto, nel contesto storico, tra formazioni sociali di classe nate successivamente alle società comunitarie primitive, e che esprimono concretamente due forme di violenza:
La violenza reazionaria
e la violenza liberatrice
Prima di tutto, ci teniamo a precisare che, in quanto marxisti o musulmani credenti, se ci fosse data la possibilità di scegliere, in assoluto e in astratto, tra il principio della violenza e quello della non-violenza, noi opteremmo per la non-violenza, poiché non siamo in alcun modo amanti per natura della violenza, e ciò varrebbe se i problemi si ponessero sul piano teorico e filosofico astratto ma, quando i problemi si pongono nel loro contesto reale, concreto e oggettivo, e storicamente determinato, la questione che si pone, di fatto, è la seguente:
Quale violenza sceglieremo? La violenza reazionaria o la violenza liberatrice?
La realtà, infatti, presuppone il conflitto inevitabile in ogni cosa e nella società di classe. Questo conflitto nella società di classe si manifesta sotto differenti forme di violenza, i cui aspetti sono vari, ma che possono tutte essere ricondotte a due categorie:
La violenza reazionaria: Come la violenza economica, la monopolizzazione e lo sfruttamento; la violenza della fame, della miseria, della disoccupazione e del vagabondaggio, la violenza dell’oppressione di classe e della sopraffazione sociale e nazionale, la violenza dell’asservimento. Tutte queste violenze sono aspetti di una violenza la cui essenza è una soltanto.
La violenza liberatrice: E’ la violenza del “diritto legittimo” di rispondere alla violenza reazionaria con una violenza organizzata, è la violenza dei sottomessi, dei deboli e degli sfruttati, è la violenza delle nazioni oppresse, nella loro lotta per liberarsi dal potere illegittimo, dall’asservimento e dalla tirannia, è la violenza delle guerre giuste contro le guerre ingiuste. La realtà ci invita quindi a scegliere tra due forme di violenza.
Sceglieremo di intraprendere la violenza del forte oppressore o quella del debole oppresso?
Allo stesso modo quelli che osservano il silenzio o la neutralità di fronte ad una violenza esercitata nei confronti del debole, o della nazione sottomessa, sono, ai nostri occhi, assolutamente uguali al cospiratore, e come lui scelgono la violenza degli oppressori.
•L’essenza del pensiero marxista consiste nell’impegno a favore della violenza liberatrice e, secondo l’espressione marxista, nella violenza rivoluzionaria organizzata: la guerra giusta in cui si mobilitano le masse proletarie con la maggioranza della classe lavoratrice, sotto la direzione del loro partito d’avanguardia che rappresenta l’alleanza degli interessi della classe operaia e contadina, ovvero la maggioranza della classe popolare lavoratrice, che è l’elemento di forza della rivoluzione.
Tutte le forze suddette lottano per liberarsi dall’oppressione di classe e dalla sottomissione delle nazioni.
•L’essenza del pensiero islamico non è dunque differente quando si tratta di approvare la legge della lotta, o il ricorso inevitabile a questa lotta in vista della liberazione dei deboli sulla terra; non è differente nell’essenza del ricorso alla violenza rivoluzionaria organizzata nel pensiero marxista. Affermiamo conseguentemente che il processo della lotta rivoluzionaria secondo la concezione marxista non differisce per nulla nell’essenza dal processo della lotta rivoluzionaria perseguito da Maometto, nel primo periodo della sua missione, quando cominciò a lavorare clandestinamente (cellule); l’incitazione solenne del suo muezzin Bilal Al Habachi, poi la guerriglia contro le carovane di Coraïche, la guerra della trincea, la liberazione delle regioni, infine la proclamazione del Jihad (guerra santa), per proseguire la marcia a partire dalle regioni liberate. Nella storia delle rivoluzioni, un tale metodo di lotta era stato adottato all’epoca della giusta guerra di liberazione del popolo, scatenata dai popoli del terzo mondo per liberarsi dall’imperialismo e dai suoi alleati: gli agenti e i nemici di classe, e i nemici nazionali (gli esempi vietnamita, cinese, cubano, cambogiano ed angolano).
Sono state guerre di liberazione popolare di lungo periodo, condotte sotto il comando dei partiti comunisti rivoluzionari di questi popoli in lotta.
Abbiamo visto menzionate alcune prove tratte dal Manifesto comunista e dal Corano, prove relative all’approvazione del principio della violenza rivoluzionaria, uno dei più importanti principi e fondamenti rivoluzionari marxisti adottati dalla scienza rivoluzionaria marxista e dal metodo seguito dall’Islam nella sua rivoluzione sociale.

La violenza rivoluzionaria organizzata secondo la concezione marxista

Alla fine del Manifesto comunista possiamo leggere: “I comunisti degnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Essi dichiarano apertamente che i loro scopi non possono essere raggiunti che con l’abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente”.
In alcuni testi relativi alle questioni militari (nuovi estratti) e durante l’appello lanciato in favore della presa delle armi e l’incitazione ad adottare la violenza rivoluzionaria, Lenin dice: “Una classe oppressa che non fa quanto è in suo potere per imparare ad usare le armi e possederle, merita di essere trattata come degli schiavi”.
Lenin prosegue: “Poiché non possiamo, in fin dei conti, dimenticare – a meno che non diventiamo dei pacifisti borghesi o degli opportunisti – che viviamo in una società di classe, che non c’è e non ci sarà mai un mezzo per uscire da questa società ad eccezione del ricorso alla lotta di classe ed al rovesciamento del potere della classe dominante”.
“ (…) In tutte le società di classe la classe degli oppressori è sempre stata armata, fosse essa fondata sullo schiavismo, sull’impiego degli operai o sul regime salariato. Ai giorni nostri le armi sono quelle della borghesia contro il proletariato. Questa non si accontenta di agire da sola, ma si fa aiutare dall’esercito, anche nelle repubbliche borghesi più democratiche, come la Svizzera. Ci è sufficiente menzionare l’impiego delle milizie armate (compreso l’esercito repubblicano democratico) contro gli scioperanti, è un metodo che troviamo in tutti i paesi capitalisti, senza eccezioni: l’armamento della borghesia contro il proletariato è una delle verità più importanti ed essenziali nella società capitalista moderna”.

Che dire della violenza rivoluzionaria dell’Islam?

I versetti che stabiliscono il principio dell’obbligo di dedicarsi alla violenza rivoluzionaria, di fronteggiare l’ingiustizia, di difendere i deboli, di combattere gli oppressori (l’appello al Jihad, alla mobilitazione, all’addestramento delle forze, al servizio militare, al porto d’armi, alla resistenza all’ingiustizia ed alla tirannia) sono numerosi. A titolo d’esempio, eccone qualcuno:
“Oh profeta, incoraggia i credenti a combattere”
(Sura 8 – “Il bottino” – versetto 65)
Parlando del coinvolgimento inevitabile nella lotta, dell’impossibilità di fatto di poter scegliere la non-violenza, e di tutto ciò che implica la lotta nel cammino della liberazione:
“Vi è prescritto di combattere, può darsi che abbiate avversione per qualcosa e ciò è un bene per voi”.
(Sura 2 – “La carogna” – versetto 216)
“Preparatevi a lottare contro tutti quelli che trovate”
Sura 8 – “Il bottino” – versetto 60)
Nell’appello a combattere per salvare i deboli – a cui i nemici della missione maomettana avevano impedito di lasciare la Mecca, ed avevano recato loro torto – noi sentimmo un rimprovero (“che cosa avete?”) e un’incitazione a combattere:
“Perché non combattete nel cammino di Dio e con i deboli, in mezzo agli uomini, alle donne e ai bambini”.
(sura 4 – “Le donne” – versetto 75)
E durante la giustificazione della giusta guerra: “combattete” e non siate “disertori”.
“Combattete nel cammino di Dio coloro che lottano contro di voi, non siate disertori, Dio non ama i disertori”.
Sura 2 – “La carogna” – versetto 120)
Durante la condanna del ricorso all’ingiustizia ed alla tirannia: “egli non ama i tiranni”. (ovvero, coloro che iniziano a commettere ingiustizie, lui li punirà); c’è anche un appello a combattere l’oppressore, altrimenti una pena dolorosa attenderà coloro che non rispondono all’appello.
“Se vedete l’oppressore e non condannate le sue azioni, Dio rischia di riservarvi un castigo doloroso”.
Infine, a proposito dell’incitazione a sollevarsi contro la povertà e la fame, c’è un numero di biografie, fatti e propositi, tra cui ciò che ha detto Abou-Zar-Alghafari, che secondo il profeta è l’uomo più sincero:
“Mi stupisco di colui che, non trovando nulla da mangiare presso di sé, non esce, brandendo la sua spada, per attaccare le genti!”.

Capitolo 3

Carattere di classe dei detentori del potere

“La liberazione della classe operaia non può essere che opera della classe operaia”.
L’essenza del pensiero marxista, in rapporto alla natura di classe del potere dirigente, si rifà al concetto per cui il proletariato è la classe più rivoluzionaria e la più oppressa, poiché è la sola classe a non possedere altro che le sue catene, la sola capace di guidare la marcia della rivoluzione e di conseguire la vittoria, liberando le classi dallo sfruttamento e fondando la società senza classi.
Di conseguenza, condurre la rivoluzione per abolire la borghesia è d’obbligo al proletariato, sotto la guida del suo partito d’avanguardia, che esprime gli interessi della maggioranza della classe lavoratrice, al fine di conquistare il potere politico:
“Il potere politico, nel senso proprio della parola – come lo definisce il Manifesto comunista – è il potere organizzato da una classe per l’oppressione di un’altra”.
“Se il proletariato, nella lotta contro la borghesia, si costituisce necessariamente in classe, e per mezzo della rivoluzione trasforma se stesso in classe dominante e, come tale, distrugge violentemente i vecchi rapporti di produzione, esso abolisce, insieme con questi rapporti di produzione, anche le condizioni d’esistenza dell’antagonismo di classe e le classi in generale, e quindi anche il suo proprio dominio di classe.
Al posto della vecchia società borghese con le sue classi e con i suoi antagonismi di classe, subentra un’associazione – la società senza classi – nella quale il libero sviluppo di ciascuno è condizione per il libero sviluppo di tutti”.
Riassumendo, quando il proletariato prende in mano il potere politico abolisce il diritto alla proprietà privata dei mezzi di produzione, cioè la possibilità di singoli individui o di una classe di appropriarsi di tutti i mezzi di produzione. Di conseguenza, esso abolisce necessariamente la possibilità dello sfruttamento. E’ in definitiva la sola via che conduce alla fondazione della società senza classi, dove non ci sarà più proprietà privata appartenente ad individui o classi e, di conseguenza, cesserà lo sfruttamento di un uomo, di una classe o di una nazione. La nascita della società senza classi dipende dalla presa del potere del proletariato.
•Carattere del potere secondo la concezione islamica
Nell’essenza il pensiero islamico chiama alla fondazione dello stato degli oppressi, questa volontà è espressa, brevemente e con chiarezza, nel versetto:
“Ma noi vogliamo favorire
coloro che sono stati umiliati sulla terra
noi vogliamo farne dei capi, degli eredi!”
(Sura 28 – “Il racconto” – versetto 5)
Abbiamo il diritto di domandarci: chi sono gli umiliati sulla terra se non i poveri, i disgraziati e i lavoratori, gli operai che non hanno altri beni ad eccezione della loro forza-lavoro, che essi vendono ai ricchi proprietari i quali sfruttano il lavoro salariato ed accumulano il denaro che proviene dalla fatica di questi operai, dalla loro miseria, dal loro malessere e dal surplus della loro produzione.
Chi sono gli umiliati sulla terra se non i lavoratori contadini, che seminano il bene nella terra sotto i colpi di frusta dei forti e degli autoritari.
Sono gli stessi che l’Islam vuole come dirigenti che servano da modello e che detengano il potere politico, che esercitino il potere in nome della maggioranza schiacciante degli oppressi, per fondare una società di giustizia, benessere ed eguaglianza.

Capitolo 4

L’abolizione della proprietà borghese o il comunismo dei mezzi di produzione

Tema: differenza tra la proprietà individuale e la proprietà privata dei mezzi di produzione.

Il pensiero marxista non proclama in assoluto l’abolizione della proprietà, ma piuttosto specifica la natura di questo diritto, proclamando unicamente l’abolizione della proprietà borghese, cioè la proprietà privata dei mezzi di produzione. Esso proclama l’appropriazione collettiva in luogo dell’appropriazione borghese. A tale proposito l’essenza del pensiero islamico non si differenzia in nulla dal pensiero marxista, per quanto riguarda la proclamazione del diritto all’appropriazione individuale e il divieto agli individui ed alle classi di possedere i mezzi di produzione o i prodotti della terra e del cielo, messi a beneficio di tutte le nazioni, come disse Uléma Khaled Mohamet Khaled.
Come spiega il Manifesto comunista la concezione dei comunisti riguardo il problema della proprietà? Il Manifesto dice:
“Le posizioni teoriche dei comunisti non poggiano affatto sopra idee, sopra principi che siano stati inventati o scoperti da questo o quel rinnovatore del mondo.
Esse sono soltanto espressioni generali dei rapporti effettivi di una lotta di classe che già esiste, di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi. L’abolizione dei rapporti di proprietà che si sono avuti finora non è cosa che caratterizzi propriamente il comunismo.
Tutti i rapporti di proprietà sono sempre stati soggetti ad un continuo mutamento storico, a una continua trasformazione storica.
La Rivoluzione francese, ad esempio, abolì la proprietà feudale in favore della proprietà borghese.
Ciò che distingue il comunismo non è l’abolizione della proprietà in generale, bensì l’abolizione della proprietà borghese.
Ma la moderna proprietà privata borghese è l’ultima e la più perfetta espressione di quella produzione ed appropriazione dei prodotti che poggia sugli antagonismi di classe, sullo sfruttamento degli uni per opera degli altri.
In questo senso i comunisti possono riassumere la loro dottrina in quest’unica espressione: abolizione della proprietà privata”.
In seguito il Manifesto comunista si rivolge ai borghesi in questi termini:
“Voi inorridite all’idea che noi vogliamo abolire la proprietà privata. Ma nell’attuale vostra società la proprietà privata è abolita per nove decimi dei suoi membri; anzi, essa esiste precisamente in quanto per quei nove decimi non esiste. Voi ci rimproverate dunque di voler abolire una proprietà che ha per condizione necessaria la mancanza di proprietà per l’enorme maggioranza della società.
In una parola, voi ci rimproverate di voler abolire la vostra proprietà. E’ vero: è questo che vogliamo”.

Qual è, in generale, la posizione dell’Islam rispetto al problema dell’appropriazione?

L’Islam enuncia un principio fondamentale generale secondo cui è Dio ad aver creato per voi tutto quello che è sulla terra, è lui che ha reso, all’origine, le cose comuni a tutti, il Corano dice:
“E’ lui che ha creato per voi tutto quello che c’è sulla terra”
(Sura 2 – “La carogna” – versetto 29)
“Egli ha poi reso vasta la terra
vi ha fatto sorgere l’acqua e i pascoli
ha solidamente eretto le montagne
per il bene vostro e delle vostre greggi”
(Sura 79 – “Quelli che derubano” – versetti 30-31-32-33)
“E’ lui che ha fatto scendere dal cielo
l’acqua che vi serve per bere,
e che ha fatto crescere le piante
grazie a cui nutrite le vostre greggi,
e ancora, lui fa crescere per voi
i cereali, le olive, le palme, le viti
e ogni varietà di frutti.
In ciò vi è davvero un segno
per un popolo che riflette”.
(Sura 16 – “Le api” – versetti 10-11)
“Egli ha creato per voi il bestiame
affinché voi ne ricaviate abiti caldi
altri benefici ancora
e voi ve ne nutrite”.
(Sura 16 – “Le api” – versetto 15)

La posizione rispetto alla proprietà individuale: se alcuni versi del Corano pongono l’accento sul rispetto del diritto alla proprietà individuale nell’Islam, è per via di considerazioni storiche che lo giustificano; l’anarchia che regnava prima dell’Islam nei paesi arabi, ha fatto del furto, delle rapine e della truffa un modo di appropriazione; per mettere fine a questi mezzi illegali l’Islam dovette ricorrere ad una grande severità, per far rispettare il diritto alla proprietà individuale. E se il denaro, che è l’oggetto del diritto alla proprietà, occupa lo stesso posto dei bambini:
“Le ricchezze e i bambini sono l’ornamento della vita di questo mondo”
(Sura 18 – “La caverna” – versetto 46)
Vediamo, acanto a queste disposizioni relative alla proprietà individuale, la conferma delle disposizioni essenziali in un gran numero di versetti, messi al servizio della società.Tutti questi versetti sostengono con fermezza l’appropriazione collettiva di tutto ciò che è risorsa o mezzo di produzione.
Questa posizione è conforme a quella marxista, ascoltate il profeta dire e ridire al suo popolo:
“Le persone hanno in comune tre elementi: l’acqua, la terra e il fuoco”.
Il Corano precisa che l’acqua è un dono di Dio e che l’uomo non ha fatto nulla per farla sgorgare dalla terra, che Dio l’ha messa a sua disposizione come ha messo a sua disposizione i mari e i fiumi.
“Avete pensato all’acqua che bevete
siete voi che l’avete fatta scendere dalle nuvole o
siamo noi che che la facciamo cadere
se noi lo vogliamo possiamo renderla salmastra
se soltanto voi foste riconoscenti!”
(Sura 56 – “Ciò che è ineluttabile” – versetti 68-69-70)
“Dio!
E’ lui che ha creato il cielo e la terra
e che ha fatto scendere dal cielo l’acqua.
Grazie a questa possono crescere i frutti
per la vostra sussistenza
egli ha messo al vostro servizio i fiumi”
(Sura 14 – “Abramo” – versetto 32)
“Noi facciamo scendere dal cielo un’acqua
con cui vi dissetiamo
e che voi non siete in potere di conservare”
(Sura 15 – “Al-hijr” – versetto 22)
Come abbiamo visto il testo è chiaro, esso proibisce alle persone di appropriarsi in modo esclusivo dell’acqua, cioè di immagazzinarla per il proprio uso personale, ciò implica che l’acqua è un bene comune a tutti, poiché il singolo non deve immagazzinare una cosa che non ha fatto con le proprie mani. Siccome Dio l’ha fatta per tutto il mondo, ciascuno ne prenderà secondo il suo bisogno e lascerà il resto agli altri bisognosi.
“A colui che priva gli altri dell’acqua Dio dirà nel giorno del Giudizio: oggi io ti privo dei miei beni come tu hai privato gli altri dei beni che non hanno fatto le tue mani”.
(Secondo Imam Ahmed – 10-63,66,4 e 5)
Quanto vale per l’acqua può dirsi anche per i pascoli, poiché un gran numero di propositi del profeta sull’acqua parlano anche dei pascoli. Quanto alla raccolta della legna, la sua proprietà comunitaria è specificata nel seguente estratto da Hadith:
“Che uno di voi raccolga la legna e la porti sulla sua schiena è cosa migliore che mendicarla a qualcuno che potrà donargliela o rifiutargliela”
Ciò significa che, dal momento che c’è un settore pubblico a cui tutti i disoccupati possono ricorrere traendone profitto, per quale motivo si dovrebbe mendicare?
Concludiamo dicendo che l’Islam ha riconosciuto il comunismo dell’acqua, della terra e del fuoco, ne ha fatto cioè una proprietà comune, essendo stabilito che questi elementi sono necessità di prim’ordine nella vita, e i beni necessari non possono essere oggetto di una classificazione in ordine di valore, essi variano da un’epoca all’altra.
Rispettare questo principio islamico implica – così come è stata chiamata nel linguaggio moderno – la nazionalizzazione delle risorse pubbliche, le risorse idrauliche, di luce e di carburante (elettricità, carbone e petrolio), il trasporto pubblico, la pesca. Tutti i settori pubblici non devono in alcun modo appartenere ad individui o società che li sfruttino e li monopolizzino imponendo alle masse popolari la loro volontà, sfruttandole nel modo tremendo che si applica nella società capitalista o in quello che viene chiamato “il regime del lavoro salariato”, o per mezzo di una classe, proprietaria dei mezzi di produzione, che sfrutta e reprime una classe proprietaria solo della sua forza lavoro.
Quando il profeta dice: “chi, per quaranta giorni, si appropria del nutrimento delle persone, è rinnegato da Dio e dal suo profeta”
Credete che Dio maledica solo chi si appropria di qualche manciata di grano, e poi consenta la monopolizzazione della terra dove cresce questo grano?
Il profeta cita il versetto:
“Egli ha messo al vostro servizio ciò che si trova nel cielo e nella terra.
Tutto proviene da lui, in ciò davvero ci sono dei segni per un popolo che riflette”.
(Sura 45 – “Chi è inginocchiato” – versetto 13)
Noterete sicuramente che questo versetto pone la terra di fronte al cielo, come se dicessimo:
Ogni musulmano credente e riflessivo può ritenere plausibile che una qualsiasi persona nella società, quale che sia il suo rango o la sua fortuna, possa appropriarsi o accordare ai suoi compagni l’esclusiva della luce della luna, o del calore del sole, o delle nuvole?
I beni della terra sono come i beni del cielo, non è permesso ad una banda di feudatari di appropriarsene e beneficiarne. Di conseguenza la proprietà della produzione, secondo l’essenza del pensiero islamico, dovrà liberarsi dalle mani degli individui, dei capitalisti, per divenire la proprietà della collettività e costituire una parte della ricchezza di tutte le nazioni.

Capitolo 5

Il problema della fede

Le forze anti-progressiste rimproverano ai comunisti di essere atei e di non riconoscere l’esistenza di Dio.
Esse dichiarano una guerra accanita al marxismo in quanto dottrina che predica l’ateismo e dogma fondato unicamente su questo precetto, che non ha la sua ragion d’essere che in vista di questo fine, senza niente altro.
E’ in questo modo che si tenta di minimizzare il marxismo, che è una scienza inglobante, di metterne in luce esclusivamente il lato che concerne l’ateismo, di deformarlo agli occhi delle masse lavoratrici. Questo stato di cose permette, in definitiva, a tutte le forze reazionarie e controrivoluzionarie di trarne vantaggio.
Mettendo in chiaro questo problema, ci interessa in primo luogo di porre due questioni:
– Il marxismo è una dottrina o una religione?
– Qual è l’essenza del pensiero marxista rispetto al problema della fede?

Punto primo:
Il marxismo non è né una dottrina né una religione, è un metodo di pensiero dialettico, una guida per l’azione rivoluzionaria e una scienza che studia il moto di trasformazione della natura, della società e della natura delle forze motrici della storia. E’ la scienza della vittoria della rivoluzione socialista e dell’istituzione della società comunista.

Secondo punto:
L’essenza del pensiero marxista rispetto al problema della fede può essere riassunta nell’appello alla lotta per la liberazione dell’uomo da tutte le alienazioni economiche, sociali, intellettuali e filosofiche, per farlo pervenire alla conoscenza e assicurargli la capacità di utilizzare la sua ragione ed il suo spirito.
Ciò implica di superare la critica della religione in se stessa, e di giungere rapidamente alla critica della società e delle condizioni sociali ed intellettuali; in altri termini, non criticare più il cielo ed orientarsi verso la critica della terra, lottare per assumere le condizioni materiali ed oggettive vantaggiose che costituiscono una base materiale per la liberazione di quest’uomo alienato; liberazione dal malessere, dal sottosviluppo, dalla miseria e dall’ignoranza, affinché quest’uomo possa, acquistando la conoscenza, riflettere in modo scientifico e giusto e pervenire, coscientemente e deliberatamente, a risolvere il problema della fede, negativamente o positivamente, senza essere influenzato da pregiudizi, o senza conformarsi ad idee preconcette o irrazionali, essendo l’ignoranza il nemico principale della conoscenza.

Qual è la posizione dell’Islam rispetto alla fede?
1. Non è necessariamente credente colui che assume ciecamente il suo Islam o il suo cristianesimo, da suo padre o dal suo ambiente.
Il Corano condanna, in questo versetto, coloro che assumono ciecamente la religione dai loro padri:
“Si, noi abbiamo visto i nostri padri seguire tutti la stessa via
e noi calchiamo le loro tracce”
(Sura 43 – ??? – versetto 23)
2. Dunque secondo l’Islam la fede non è nulla se non scaturisce dal libero arbitrio, e da una auto-convinzione, la convinzione proveniente dalla ragione e dalla conoscenza.
Qual è la posizione dell’Islam rispetto alla ragione ed alla conoscenza?
Nel Corano un gran numero di versetti è improntato all’istituzione di un “metodo dialettico” che sprona all’impiego della ragione, all’attivazione della perspicacia, della meditazione, alla legittimazione della scienza e della libertà. Ne citiamo qualcuno a titolo d’esempio:
“Non riflettete?”
(Sura 6 – “Le greggi” – versetto 50)
“Non riflettete?”
(Sura 32 – “La prostrazione” – versetto 4)
“Disse:
attraversate la terra e riflettete
su come egli da avvio alla creazione”
(Sura 29 – “Il ragno” – versetto 20)
“Non lo capite?”
(Sura 23 – “I credenti” – versetto 80)
“Non hanno riflettuto in loro stessi?”
(Sura 30 – “I romani” – versetto 8)
“…Per un popolo che comprende”
(Sura 16 – “Le api” – versetto 11)
“…Per un popolo che riflette”
(Sura 16 – “Le api” – versetto 12)
Quando il Corano stabilisce il “metodo” del ricorso alla scienza e alla ragione, ne consegue inevitabilmente che la religione non è imposta.
“Nessun obbligo nella religione”
(Sura 2 – versetto 256)
E’ la libera convinzione, che è conseguenza delle verità scientifica a cui è pervenuta la libera ragione, a consentire in definitiva la scelta rispetto alla fede, sia in negativo sia in positivo; chi ha compiuto la sua scelta sopporterà, il giorno dopo, la responsabilità di questa scelta.
Il Corano sottolinea in molti ‘sura’ l’inesistenza dell’obbligo:
“Nessun obbligo nella religione,
l’unico compito del profeta è di trasmettere il messaggio”
(Sura 5 – “La tavola” – versetto 99)
“Fai capire l’appello!
Tu non sei che colui che fa capire l’appello
e non sei incaricato di sorvegliarlo”
(Sura 88 – “I trascinatori” – versetti 21-22)
infine:
“che chi lo vuole creda e che chi non lo vuole sia incredulo”
(Sura 18 – “La caverna” – versetto 29)
Si possono così riassumere le motivazioni di questi versetti dicendo che l’Islam, quando incita apertamente l’uomo a liberarsi dall’asservimento dell’uomo gli lascia, allo stesso tempo, la libertà di credere in Dio. Ma l’Islam non indietreggia davanti all’emanazione del diritto nella giurisprudenza. Nel corso dell’incitazione alla giurisprudenza individuale, incontriamo alcuni quesiti posti dal profeta a Maaz:
“Come giudicherete se vi viene presentata una causa che non trova fondamento nel libro di Dio né nella Sunna del profeta?”
Maaz risponde al profeta:
“Farò uno sforzo personale e non indietreggerò”
Allora il profeta abbracciandolo gli dice:
“Che Dio sia lodato”.
Stabilendo il dubbio come metodo il profeta risponde a coloro che hanno usato la propria intelligenza in modo tale da suscitare in essi un certo dubbio. Sono andati a consultarlo spaventati: “Non abbiate paura – gli risponde – è la vera fede”.
“Noi abbiamo più diritto al dubbio di Abramo”
Abramo dice:
“Mio Signore! Mostrami come risusciti i morti”
Dio dice:
“Tu non credi?”
Egli risponde:
“Si, io credo, ma è affinché il mio cuore sia placato”
(Sura 2 – “La carogna” – versetto 260)
Incitando a rinunciare alla metafisica, in quanto inefficace, e a stabilire un metodo di riflessione per il mondo tangibile, il profeta dice:
“Pensate ai beni di Dio, cioè ai beni celesti di cui gioite, non pensate all’essenza di Dio, ne morireste”
Quanto detto ribadisce che l’analisi scientifica della materia sensibile è un’analisi produttiva e fruttuosa, e che superare questo confine per giungere alla metafisica non condurrà al fine sperato. Non cercate quindi nelle parole del profeta niente altro che un appello ad orientarvi verso la realtà nei suoi doni concreti, e un appello a riflettere su questa realtà concreta, rimettendo a più tardi le questioni relative all’essenza di Dio, altrimenti “ne morirete”.
Non troviamo forse nell’appello marxista a rinunciare alla critica del cielo ed orientarsi verso la critica della terra, una possibilità di incontro tra i marxisti e i musulmani, tra l’Islam nei suoi contenuti razionali e il marxismo nel suo metodo dialettico? Si, un incontro al fine di lottare insieme all’interno del quadro comune delle visioni intellettuale, politica e razionale, ciò per liberare l’uomo da tutte le sue alienazioni economiche, politiche, intellettuali e filosofiche, perché no?
La semplice adesione all’Islam, al suo inizio, non significava forse adesione inevitabile ai deboli e ai sofferenti, agli interessi dei poveri e dei sottomessi? La semplice appartenenza alla rivoluzione maomettana non poteva forse essere considerata come una contrapposizione al sottosviluppo, alla barbarie, all’oppressione ed alla tirannia?
In effetti fu così con l’inizio della rivoluzione maomettana e con la nascita dell’Islam; si ebbero una conformità ed un accordo religioso e politico rivoluzionari. Chiunque aderiva all’Islam, lanciava contemporaneamente una freccia contro gli apparati tribali e schiavisti. Esprimeva il suo rifiuto dell’oppressione di classe e della sottomissione nazionale, rappresentati dai due regimi bizantino e sassanide.
Di fatto la semplice appartenenza all’Islam significava l’adesione politica e di lotta agli interessi delle masse povere, sottomesse, deboli e infelici. Che cosa è stato, brevemente, di tutto questo?
Oggi il mondo è cambiato ed ha girato la ruota della storia. Non possiamo più trovare, con lo sviluppo delle forze produttive e del modo di produzione, la conformità di cui si è sopra parlato, né l’accordo religioso e politico rivoluzionari che sono esistiti alla nascita dell’Islam. Oggi troviamo dei re, dei governanti, dei presidenti, dei leaders e degli Imam che solo in apparenza appartengono all’Islam, mentre in realtà sono concretamente legati alla politica imperialista, nemici dei loro popoli, nemici della nazione araba sottomessa e nemici dei popoli oppressi del terzo mondo. Possiamo forse attribuire a questi apostati, agenti e traditori l’appellativo di “credenti” nell’essenza dell’Islam di cui abbiamo parlato, ed è forse questo che Maometto aveva predicato?
L’islam, fin dalla sua nascita e dopo la sua nascita, ha portato nel suo seno due contenuti: il contenuto dell’Islam di Maometto, di Abou-Zar-Alghafari, di Omar e di Ali, che hanno creduto nell’essenza della rivoluzione islamica, e il contenuto dell’Islam di Moaviah, di Osman, e di altri come loro, che hanno creduto nell’accumulazione dell’oro e dell’argento, e più tardi i loro simili, i governanti arabi dei giorni nostri, i re e i sultani del petrolio che attualmente non credono ad altro che all’accumulo dell’argento ed all’accaparramento dei dollari.
Quale di questi due contenuti sceglieremo? Ovvero, quale dei due Islam sceglieremo?
In effetti abbiamo visto, attraverso il Corano e l’Hadith, che l’Islam ha davvero un doppio carattere, il ché portò l’Imam Ali a dire, giurando sul Corano, nelle sue interpretazioni:
“Il Corano ha diverse facce”
Qual è la giustificazione obiettiva di queste parole, o piuttosto, qual è l’origine obiettiva di questo fenomeno e perché è comparso?
La risposta scientifica a queste questioni è che l’origine obiettiva di questo fenomeno è riconducibile alle seguenti ragioni:
Primo: L’Islam, come rivoluzione degli schiavi e dei deboli contro i ricchi e i despoti, ha avuto in parte, e in modo particolare al suo primo apparire, una tendenza progressista o piuttosto comunista (che equivale al comunismo della rivolta di Spartaco).
Secondo: Dal momento che a quest’epoca il livello di sviluppo delle forze produttive non consentiva che l’istituzione di rapporti di produzione feudali in sostituzione della costituzione schiavista, per questo motivo l’influenza dello stato di fatto che prese avvio in seguito si ripercosse su certi insegnamenti della religione in modo contraddittorio rispetto al suo contenuto ed al carattere originario di tutti i suoi insegnamenti.
Terzo: In questo contesto e da questa angolatura, si possono comprendere i tentativi dei reazionari di sfruttare questo carattere posteriore per difendere i loro averi e i loro interessi.
A partire da ciò si può dire: se i sostenitori rivoluzionari coscienti dello svolgimento di questo fatto storico esistono, le forze reazionarie opportuniste non saranno più capaci di servirsi di certi insegnamenti della religione a loro profitto. Sono piuttosto i poveri, i lavoratori e i deboli che potranno a quel punto produrre la “materia della religione” che gli consentirà di contrastare lo sfruttamento reazionario della religione. In termini più dettagliati, si può dire che l’Islam in quanto religione, e in quanto regime politico o sovrastruttura, è stato fondato per stabilire praticamente un dato regime di rapporti, poiché, come abbiamo detto, un determinato livello di sviluppo delle forze produttive non consentiva che l’istituzione di un regime feudale, ciò che costituì un passo avanti progressivo rispetto alla società tribale e schiavista, ma ancora sottosviluppato se paragonato al regime borghese e a maggior ragione al socialismo.
Non era possibile, al livello di sviluppo delle forze produttive di quest’epoca storica, far passare brutalmente la rivoluzione maomettana dalla società tribale e schiavista alla società di giustizia, benessere ed eguaglianza, ovvero alla “società socialista”.
Noi, in quanto marxisti, scegliemmo questa strada con convinzione, grazie alla nostra comprensione dello sviluppo storico e delle sue leggi. Di conseguenza, se ci atteniamo all’essenza della rivoluzione maomettana, non per questo ci fermiamo ai limiti o alle frontiere cui questa è giunta, per immobilizzarci o cristallizzarci al margine di queste frontiere nel quadro del regime di produzione feudale imposto dalla storia e sul quale si è fondata la società islamica dopo la rivoluzione. Dobbiamo piuttosto proseguire la marcia di liberazione a partire da questa essenza rivoluzionaria per fondare una società di giustizia, benessere ed eguaglianza.
Si al contenuto dell’Islam in quanto rivoluzione comunista e primaria, rivoluzione contro gli asservimenti di classe e nazionali, si all’Islam nella sua prospettiva rivoluzionaria e nel suo contenuto maomettano o ghafariano (relativo ad Abou-Zar).
Ciò non rappresenta soltanto la nostra scelta nell’impegno. I marxisti, nel momento in cui comprendono i loro compiti storici nella lotta e nella battaglia per il progresso, la liberazione e il cambiamento, sono i primi a meritare nella storia, dopo l’avvento della lotta di classe, la qualifica di eredi legali di tutto il patrimonio progressista e di tutte le rivoluzioni di classe, a cominciare dalla rivoluzione degli schiavi contro i signori, la rivoluzione comunista primitiva di Spartaco contro l’oppressione romana fin dall’era precristiana: i marxisti e i rivoluzionari arabi furono perciò i primi, e questo in ogni nazione, ad avere il diritto di essere gli eredi legali della rivoluzione di classe maomettana contro i rapporti di produzione tribali e contro l’oppressione schiavista e nazionale.
Abbiamo messo in luce i cinque problemi più importanti emersi nel cammino della rivoluzione araba verso una società di giustizia, benessere ed eguaglianza, applicando appieno il metodo dialettico nella nostra comprensione del movimento scientifico dell’evoluzione della storia.
Disveliamo scientificamente le contraddizioni esistenti ad ogni livello: economico, intellettuale, scientifico e filosofico.
Determiniamo, alla luce della scienza marxista e del metodo del Corano (nel senso stabilito), le forze avverse alla rivoluzione tra i nemici dell’uomo, rappresentati dai capitalisti, dagli imperialisti, dagli accaparratori d’oro e d’argento, dai sionisti usurpatori ed aggressori, alleati dell’imperialismo, dalle forze reazionarie in azione, schierate col campo nemico e appartenenti apparentemente all’Islam, ma che sono in realtà apostati rispetto all’essenza e alla sostanza dell’Islam; mobilitiamo, per quanto possiamo, le nostre forze per dichiarare loro una guerra popolare di lungo periodo, guidata dal partito rivoluzionario arabo d’avanguardia che rappresenta gli interessi di tutti i deboli e di tutti i miseri.
Erigiamo la supremazia della classe operaia, radicandola il più profondamente possibile fra i deboli affinché essi divengano gli “imam” detentori del potere politico: essi si accorderanno per risolvere i loro problemi, governeranno equamente e fonderanno col diritto la società socialista araba unita “dove” ciascuno lavorerà per le sue capacità ed avrà la sua parte per tali attitudini, e questo come fase preparatoria alla fondazione della società senza classi, la società del benessere e dell’abbondanza, in cui ciascuno lavorerà in funzione delle sue capacità ed otterrà ciò di ci ha bisogno.
Che le forze controrivoluzionarie tremino davanti alla grande armata delle masse rivoluzionarie arabe!
Le masse della nostra nazione militante non hanno niente da perdere fuorché le loro catene e le loro manette. Esse hanno un intero mondo da guadagnare.
Credenti! Marxisti!
unitevi!

Pensate ai beni di Dio
non pensate alla sua essenza
ne morireste.
l’Hadith

Non chiedetemi cosa accadrà
ne abbiamo già abbastanza di ciò che “è” già.
Omar Ben El Khattab

Smettete di criticare il cielo
ed orientatevi verso la critica della terra.
Karl Marx

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2 pensieri su “L’ISLAM E IL MARXISM0 di Zaher el-Khatib”

  1. Anonimo dice:

    “Pensate ai beni di Dio
    non pensate alla sua essenza
    ne morireste.”

    Bella, richiama all’azione senza rinunciare alla trascendenza, anzi la tiene presente ricollegandovela. Ci dite da dove è presa? In rete non mi riesce di risalire all’originale.

  2. Gogo dice:

    “I rivoluzionari arabi sono i più idonei a salvaguardare gli elementi progressisti e rivoluzionari di questo patrimonio…. ; essi devono allo stesso tempo combattere tutto ciò che è reazionario e tutto ciò che induce in errore in questo patrimonio.”
    Un atteggiamento pragmatico che i rivoluzionari dovrebbero applicare a ogni religione, molto più saggio che considerare il blocco la religione come “oppio dei poveri” o trasformare le cattedrali in musei dell’ateismo.

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