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E’ POSSIBILE UN’EUROPA EUROPEA? di Manolo Monereo

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Non è facile sfidare i pregiudizi e le cifre. Per meglio dire i pregiudizi che le cifre pretendono di convalidare. Di nuovo la vecchia storia: l’Europa ancora una volta ci salva dalla crisi.

Gli aggettivi sono stati usati senza limiti e parole come solidarietà, storia e aiuto hanno varcato tutti i confini conosciuti. L’europeismo è un’ideologia e agisce come un pre-giudizio che cerca di spiegare la realtà a partire da sé stesso. Se si aggiungono cifre enormi che hanno poco o nulla a che fare con l’esperienza delle persone, il discorso chiude il cerchio che i media sigillano.

Alla fine l’idea che resta è semplice: l’Unione Europea, in segno di solidarietà, aiuta i Paesi che hanno più sofferto di Covid19.

La cancelliera Merkel dà una prova insuperabile di saggezza politica e generosità. La UE — l’unica Europa possibile — riprende il timone e indica il destino in un mondo duro e difficile. Siccome questo viene ripetuto mille volte dai media, e la classe politica lo riafferma all’unanimità e gli intellettuali lo legittimano, è molto difficile che si sviluppi un pensiero critico.

A questo va aggiunto qualcosa di tipicamente spagnolo, vale a dire che questa Europa è un bene in sé, indiscusso e indiscutibile. In quanto tale, il discorso va escluso dal dibattito pubblico. Di fatto, diventa una narrazione disciplinare che tende ad emarginare tutte quelle posizioni che si oppongono a questo specifico modello di integrazione europea e alle sue conseguenze geopolitiche, economiche e sociali.

Date queste premesse, è molto difficile spiegare che i famosi fondi arriveranno in ritardo (il che ha gravi conseguenze), che sono insufficienti per l’importanza della crisi economica e sanitaria, che sono fortemente condizionati e che, ancora una volta, la sovranità continua ad essere ceduta a organismi non eletti, senza responsabilità.

Alcuni di noi hanno già scritto su questo, dando opinioni, cifre e argomenti, ma difficilmente raggiungeranno la maggioranza e, quel che è peggio, non provocheranno un vero e plurale dibattito pubblico perché le voci critiche vengono zittite.

In tempi di crisi, che ancora ci sono e non si sono ancora del tutto manifestati, il pericolo è sempre quello di aggrapparsi a vecchie certezze.

Sembrerebbe che l’europeismo sia come l’ultima ideologia, come l’unico consenso possibile di una Spagna che vede intrecciarsi una crisi del regime e quella dello Stato e, cosa più grave, una crisi del futuro.

Al centro la “questione” giovanile che diventa strutturale e che lega più generazioni. I giovani che avevano 18 o 20 anni nel 2008 hanno sofferto la crisi e oggi, essendo ancora giovani, ne subiscono un’altra ancora più grave e dagli esiti più incerti. La crisi della democrazia in Spagna, che abbiamo davanti agli occhi e che non vogliamo vedere, è anche generazionale e richiede un ripensamento di ideali, strategie e modi di fare e di comunicare la politica.

Europa (che è molto di più che la Ue) va affrontata come territorio di confronto, di definizione strategica, ponendovi attorno i grandi problemi politici; ovvero, sovranità popolare, indipendenza nazionale, giustizia e conflitto sociale.

Una prima questione è la definizione di cosa sia la UE in quanto artefatto giuridico-istituzionale.

A mio parere, è un nuovo tipo di sistema di dominio politico che organizza, amministra e disciplina le classi economicamente dominanti; garantisce la coerenza dei tuoi interessi generali; impone una politica economica unica per l’intera Unione e, ciò che è fondamentale, assicurata dallo Stato tedesco.

È un’operazione con la volontà di egemonia; poiché alla fine è sostenuta dal potere politico, è ancorata alla potenza dominante che è, in questo caso, la Germania. Il concetto di potere strutturale definisce chiaramente la capacità di questo Stato di imporre regole del gioco e comportamenti agli attori statali che finiscono sempre per beneficiarne.

Una seconda questione ha a che fare con la forma-istituzione della UE.

L’argomento è così obliquo e tuttavia così dibattuto che le distinzioni tendono a confonderlo piuttosto che a chiarirlo.

I dibattiti sulle sentenze della Corte costituzionale tedesca ci dicono che siamo entro i limiti di un’organizzazione basata su Trattati che ha assunto poteri sempre più decisivi e che tende a diventare una forma-Stato basata su un ordinamento giuridico che agisce materialmente come costituzione sovranazionale.

La confusione concettuale è parte di un’operazione che mescola elementi di confederalità, federalità e sovranità, che la Corte di giustizia europea interpreta come se fosse una corte costituzionale convenzionale. Parlare di limiti significa che l’integrazione ha raggiunto un livello che richiede una decisione giuridica fondamentale: o spostarsi verso uno Stato federale o tornare, in un modo o nell’altro, agli Stati nazione che abbiamo conosciuto fino ad ora.

L’avanzata istituzionale di questa Unione Europea sarà una fonte permanente di conflitto, degrado delle democrazie esistenti, rinascita di nazionalismi estremi, indebolimento delle libertà pubbliche e super-sfruttamento delle classi lavoratrici.

La terza questione viene sistematicamente evitata in tutti i dibattiti, eppure è quella decisiva.

Nessuno stato, grande o piccolo, è disposto a dissolversi. Per quanto s’insista, non c’è un popolo europeo né un Demo disponibile. Con il progredire dell’integrazione, la riaffermazione della proprie identità nazionali, delle sovranità statuali e della democrazia come autogoverno, aumenta in ciascuno dei paesi, al punto che i diritti vecchi e nuovi vengono rafforzati difendendo queste aspirazioni. Non è un caso.

L’artefatto politico-giuridico che la UE stava definendo, ciò che si stava veramente cercando era quello che Hayek chiamava federalismo economico; ovvero, privare gli stati della sovranità economica e rimuovere la politica economica dal dibattito pubblico, poiché per loro l’unica vera economia è quella neoliberista.

Parlare di Europa europea, come faceva il vecchio De Gaulle, non è retorico, è un impegno politico fondamentale.

Ciò che stiamo vivendo da più di 30 anni è una progressiva “nordamericanizzazione” della nostra vita pubblica; vale a dire la sostituzione della forma-democrazia costruita negli Stati europei e che ha il suo motore fondamentale nel conflitto di classe.

L’integrazione europea ha anche questo lato oscuro che limita radicalmente la sovranità popolare, il costituzionalismo sociale, e la politica intesa come capacità di decidere su modelli economici e sociali differenziati.

L’involuzione politica, il degrado sociale e un aumento sostanziale delle disuguaglianze vanno di pari passo quando la democrazia si distacca dalla trasformazione sociale e dalla lotta per la giustizia. Nordamericanizzazione della vita pubblica significa democrazia intesa come meccanismo di selezione delle élite al potere, difenditrice degli interessi privati ​​e slegata dalla lotta per l’uguaglianza sostanziale.

Non molto tempo fa Oscar Lafontaine ha parlato della necessità per la UE di ripensare se stessa, di andare avanti su vari piani e di fare marcia indietro su altri che si stavano rivelando estremamente dannosi e che dividevano l’Europa.

Nessuno, a questo punto, dubita che l’euro sia mal concepito e progettato, ha accentuato la differenziazione tra un centro sempre più potente e periferie sempre più dipendenti; la separazione tra politica fiscale ed economica e politica monetaria non è sostenibile ed è all’origine della stagnazione economica e sociale che sta vivendo l’UE; la concezione della moneta come semplice mezzo di scambio ignora che si tratta di un’istituzione sociale che dipende dall’autorità dello Stato.

La natura incompleta dell’euro richiama l’attenzione su un fatto che ritornerà inevitabilmente a ogni crisi: che non esiste moneta senza unità economica e fiscale; che l’estrema eterogeneità socio-economica dei paesi che compongono l’Unione verrà accentuata, senza un drastico intervento dei poteri pubblici. Che non esiste moneta senza uno Stato che la imponga e la garantisca.

L’Unione europea sta abbattendo l’Europa per di più rendendola impossibile. Il motivo è sempre più chiaro: vogliono costruire un’Europa senza e contro la sovranità popolare; senza e contro lo Stato sociale; senza e contro i diritti sociali fondamentali; senza e contro la politica intesa come procedura, deliberazione e decisione tra progetti differenziati. La politica interna ed estera sono sempre correlate. Non dovrebbe sorprendere, con questi fondamentali, che con più integrazione europea, più dipendenza dagli Stati Uniti, maggiore incapacità di intervenire attivamente e positivamente in un mondo che cambia rapidamente e, cosa più grave, mancanza di una politica solvibile e autonoma di alleanze internazionali.

La proposta di un’Europa europea significa costruire un progetto partendo da ciò che ci rende forti: stato sociale, sovranità popolare, diritti e libertà pubbliche costituzionalizzati, democrazia economica e sociale. Non dovrebbero esserci troppi dubbi, nelle condizioni attuali un’Europa-Stato  sarebbe un’Europa tedesca. Ma questo non accadrà. Dov’è la chiave? Secondo me, camminare verso un’Europa confederale. Non si tratta di condividere le sovranità, ma di rafforzarle; definire politiche comuni e rafforzare la cooperazione per sviluppare l’autonomia produttiva, i diritti sociali e la democrazia in ciascuno degli Stati; un’uscita concordata dall’euro che consenta la transizione verso economie più egocentriche con una maggiore capacità di attuare politiche di sviluppo regionale e industriale. Si potrebbe continuare.

Si dirà che questo non è possibile. Che i grandi stati si opporranno. Che la destra non accetterebbe un’Europa così costruita. Allora si può dire solo la verità: che l’Unione europea è incompatibile con i diritti sociali fondamentali; che essa si oppone alla sovranità popolare e che è uno strumento per indebolire le classi lavoratrici e i sindacati.

Che il suo obiettivo finale è porre fine al costituzionalismo sociale e che, al di là della retorica, ciò che cerca è un’involuzione storica su larga scala. Non accadrà.

Manolo Monereo

La Parra, 16 agosto 2020

 

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Un pensiero su “E’ POSSIBILE UN’EUROPA EUROPEA? di Manolo Monereo”

  1. Marcello dice:

    Mi sembra più la Cinesizzazione da sinistra di quest’Europa quella descritta da Manolo negli ultimi decenni, che la nordamericanizzazione.

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