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L’ULTIMA GOCCIA? di Luigi Monsellato

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La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato che il Green Deal europeo sarà per l’Europa “come lo sbarco dell’uomo sulla Luna” — poichè renderebbe l’Europa il primo continente ad aver raggiunto la neutralità climatica. Se serviva un mito per ridare lustro alla traballante Unione europea, mai esso fu più farlocco.

Le energie non rinnovabili della società industriale

Alla fine del presente decennio, se l’estrazione del petrolio continuasse al ritmo attuale raggiungendo con il suo apice l’inizio del proprio declino, il paradigma vigente nelle società industriali di una pace sociale basata sul miglioramento continuo e cumulativo di generazione in generazione che a prescindere dai sistemi di governo si è perpetuato fino a noi, sarà messo definitivamente in crisi.

Il processo generato dallo stretto legame tra potere economico e potere politico che, alimentato da una crescente richiesta di risorse energetiche, ha determinato gli assetti geopolitici mondiali, nell’età moderna con l’avvento della macchina a vapore presentata da Watt come Agente della Grande Industria, ha contestualmente reso l’egemonia del modello di sviluppo occidentale strutturalmente dipendente dall’incremento dei consumi energivori.

Furono le grandi miniere di carbon coke a permettere il salto di qualità nella produzione industriale sostegno dell’Impero Britannico nel XIX secolo, come furono i pozzi di petrolio a permettere all’industria statunitense di minarne l’egemonia e fare del XX il cosiddetto secolo americano, per gran parte del quale le Sette Sorelle, tutte compagnie americane con l’esclusione della British Petroleum e dell’anglo olandese Royal Dutch Shell, riuscirono a dominare il mercato petrolifero internazionale e ancora fu la politica dei prezzi da esse imposti ai paesi produttori a permettere alle nazioni industrializzate dell’occidente, importatrici di petrolio, lo straordinario sviluppo dell’industria automobilistica, dell’aviazione, della navigazione marittima, del riscaldamento domestico e dell’industria petrolchimica, potendo contare sulla stabilità e sul prezzo basso del greggio che ha permesso di poter effettuare un prelievo fiscale considerevole sul crescente consumo di idrocarburi e contemporaneamente di finanziare una parte delle spese per le reti di distribuzione.

Dalla crisi petrolifera del 1973 a seguito della guerra del Kippur che portò il mondo arabo a triplicare il prezzo del greggio, utilizzandolo come arma di ricatto contro i paesi occidentali, le guerre per il controllo delle risorse petrolifere, mascherate come scontri di civiltà e religione, si sono susseguite senza soluzione di continuità fino ai giorni nostri e non perché il petrolio si stia esaurendo, ma perché è finita l’epoca del petrolio a basso prezzo in quanto dal 2005 l’offerta è garantita dallo sfruttamento di giacimenti non convenzionali la cui gestione è più costosa sia in termini economici che energetici.

Le fluttuazioni subite dai prezzi del greggio non sono state comunque un deterrente sufficiente visto che il rapporto annuale della British Petroleum sullo stato dell’energia mondiale fornisce per il 2018 il dato record di oltre 99 milioni di barili e secondo il report The Future of Petrochemicals della IEA, Agenzia Internazionale dell’Energia, la domanda è prevista in aumento.

Neppure l’inquietante scenario disegnato dal sistema di propaganda che addebita i cambiamenti climatici alle emissioni di anidride carbonica di cui gas, petrolio e carbone sarebbero i principali responsabili, sembra intaccare l’accelerazione dei consumi connaturata a un mercato i cui attori paiono comportarsi come quel branco di lupi, magistralmente forgiato da Cai Guo-Qiang nel suo Head On, che corrono pedissequamente, mantenendo la stessa direzione e andando a schiantarsi contro un pannello di vetro, al seguito di un capobranco che dopo l’impatto torna indietro rintroducendosi all’inizio della fila per intraprendere nuovamente il percorso.

Guardando a quel capobranco non può non venire in mente la grande inchiesta del giornalista investigativo, già vincitore di due premi Pulitzer,  Steve Coll che nel suo libro Private Empire svela come la Exxon abbia per anni sistematicamente operato per convincere politici e opinione pubblica a diffidare delle politiche ambientali che potrebbero avere un impatto sull’utilizzo dei combustibili fossili.

Anche se la posizione della Exxon è stata la più aggressiva, non è stata certamente la sola, il rapporto “Big Oil’s Real Agenda on Climate Change” pubblicato da InfluenceMap  mostra che, nei tre anni successivi all’Accordo di Parigi, le cinque più grandi multinazionali del petrolio e del gas quotate in borsa hanno investito oltre un miliardo di dollari in operazioni di lobbying contro l’adozione di politiche di controllo climatico e al contempo impegnano 195 milioni di dollari l’anno per attività di branding mirate a presentare una immagine aziendale schierata a favore delle questioni ambientaliste.

Alle azioni di greenwashing  le cinque multinazionali hanno affiancato investimenti nel settore delle energie rinnovabili, ma come ha osservato Jan Erik Saugestad, amministratore delegato di Storebrand Asset Management, il più ricco fondo sovrano del mondo, commentando il report di InfluenceMap “Sorprendentemente, queste 5 major petrolifere prevedono un mero 3% delle loro spese in conto capitale per il 2019 per le tecnologie low carbon, mentre 110,4 miliardi di dollari saranno investiti in più petrolio e gas”.

* Fonte: Sovranità Popolare, n.7 novembre 2019

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