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QUEL DEMONIO DI ELON MUSK di Piemme

«Ci vorranno anni per le applicazioni sull’uomo, ostacoli tecnici e dubbi etici sono tanti, ma una porta è stata aperta: dopo AI e VR, gli acronimi di Intelligenza Artificiale e Realtà Virtuale, sentiremo sempre più parlare di BCI, Brain Computer Interface».

Elon Musk ha presentato l’altro ieri negli USA la sua ultima impresa, trasferire internet e intelligenza artificiale nel cervello umano. Si tratta di  un macro-chip grosso come una moneta da un euro con 1024 elettrodi e filamenti sottilissimi da impiamtare nella corteccia cerebrale. Ce ne da conto Massimo Gaggi, sul CORRIERE DELLA SERA del 30 agosto 2020.

Il miliardario Musk ha già fatto sperimentare l’aggeggio (che per adesso registra solo l’attività neuronale) su un maiale (Gertrude) da una delle sue aziende il cui nome è un programma: Neuralink. La società ha già chiesto e ottenuto dalla Food and Drug Administation una sorta di semaforo verde. Ci dice Gaggi che “l’agenzia federale ha riconosciuto il valore rivoluzionario del suo progetto”.

Notare come come “Rivoluzionario”, per sua natura un aggettivo polisemico, ove venga usato con significato politico abbia un senso dispregiativo, mentre assume valenza elogiativa se riferito a qualche nuova mercanzia e più ancora se connota un’invenzione tecnologica.

Da bravo piazzista Musk (se chiedete all’oste com’è il vino che volete vi risponda?) ha giustificato la sua impresa dicendo che serve soprattuto per applicazioni mediche. Ha affermato che la sua tecnologia servirà, oltre tutto, “per restituire l’uso dell gambe ai paraplegici, la vista ai chiechi”. Siamo oltre al titanismo e al prometeismo. Siamo allo scimmiottamento dei miracoli di Gesù.

Non è un segreto che il vero obiettivo della setta degli “accellerazionisti” (una costola di quel transumanesimo che annovera quasi tutti i miliardari della Silicon Valley, Musk tra questi, e che in Italia trova in Beppe Grillo uno dei suoi testimonial — vedi immagine a fianco) è la simbiosi tra uomo e macchina, ovvero fabbricare i famigerati cyborg, esseri ibridi che altro non sono che super-uomini dotati oltre che di forza straordinaria forza e resistenza fisica, di una “intelligenza” che sopravanzerà quella umana. Che poi questa “superiore intelligenza” equivalga ad una superiore coscienza umana, ad una più potente ragione, non è affatto detto. Anzi. Sta di fatto che se questo futuro distopico si realizzasse si potrebbe avverare l’incuno nazista di una razza superiore. Dati i costi salatissimi di smili protesi indovinate un po’? Avremo una razza di classe, ovvero le classi dominant che si faranno razza.

Nello stesso mondo della scienza, per non parlare di quello dei filosofi e dei giuristi, sono in molti a segnalare l’allarme etico e politico di simili imprese.

Pentagono e Darpa, l’agenzia tecnologica dei militari USA, da anni investono ingenti somme per creare soldati-centauri dotati di super-poteri — lo stesso Musk ha spiegato che la tecnologia che dovrebbe dare la vista ai chiechi potrebbe anche consentire all’uomo di avere una vista potenziata con la tecnologia del’infrarosso e dei raggi X o ultravioletto.

Per non parlare del rischio che regimi e classi dominanti potrebbero usare simili tecnologie per controllare le menti e quindi meglio soggiogare i cittadini, potendo controllare (il 5G potrebbe essere funzionale a questo scopo) le loro emozioni e financho i loro pensieri. E nel caso che siano pensieri ribelli agire per debellarli.

Non vi pare che questa macchina guidata da simili Frankestein e lanciata a tutta birra verso l’abisso debba essere fermata?


Segnaliamo ai lettori gli articoli relativi al transumanesimo apparsi su SOLLEVAZIONE

POSTUMANO: BIOFILIA O NECROFILIA? di Alessia Vignali

SILICON VALLEY: DAL NEOLIBERISMO AL NEOFASCISMO di Elliott Gabriel <

LA CYBORG-SINISTRA di Jorge Aleman

LE TENEBRE DEL TRANSUMANO di Eos




FASSINA: “O CONTE O MORTE!” di Sandokan

Eccoci di nuovo ad occuparci di Stefano Fassina.
Ne avevo parlato l’anno scorso, quando motivò il suo appoggio a prescindere (ovvero prima ancora di vedere di che bestia si sarebbe trattato) a quello che poi sarebbe passato agli annali come “governo giallo-rosso” o Conte bis.

Tenete bene a mente il tweet [vedi immagine] con cui sostenne la sua mossa: “voto a favore del governo per arginare mercato unico e euro, svalutazione lavoro e rianimare democrazia cosituzionale”.

Dopo un anno si può tirare un bilancio: abbiamo più Unione europea e più vincoli euristi — cosa ammessa dallo stesso Fassina; più svalutazione del lavoro — ce lo dice il recentissimo rapporto INPS: assunzioni crollate del 43% rispetto all’anno scorso.

Peggio ancora vanno le cose per quanto riguarda la democrazia costituzionale. Invece che la “rianimazione” la democrazia è stata sospesa a botte di DPCM del Presidente del consiglio e stati d’emergenza intollerabili e ingiustificati — cosa ammessa, haimé, dallo stesso Fassina.

Logica vorrebbe che il nostro, se avesse a cuore, oltre alla logica, la coerenza, avrebbe dovuto da tempo ritirare la sua fiducia al governo Conte bis.

Invece…

Invece, miracoli dell’ubiquità politica, stracciando la logica e fottendosene della propria coerenza, incredibilmente Fassina ha addirittura perorato di votare Sì al prossimo referendum costituzionale (tenete conto che in Parlamento aveva sempre votato No alla riduzione dei parlamentari).

Lo comunica in un arzigogolato intervento del 26 agosto.

Fassina conclude in modo perentorio e predittivo:

«Non c’è alternativa di segno sociale progressivo alla attuale maggioranza parlamentare… il Sì è l’unica partita politica possibile».

Temo che con questo “me ne fotto della coerenza, o Conte o Morte” mestamente si concluda la parabola di un uomo a cui tanti di noi, malgrado tutto, vogliono ancora bene.




NUOVA DIREZIONE CONTRO PARAGONE

I compagni di Nuova Direzione, dopo il primo del 13 giugno, hanno diffuso un secondo comunicato di durissimo attacco al nascente Partito Italexit con Paragone.
Ripromettendoci di darne un giudizio ponderato riteniamo doveroso pubblicarlo, anche perché quanto scrive Nuova Direzione pare sia una risposta alle nostre critiche. Per la precisione:
NUOVA DIREZIONE (prima parte) di Moreno Pasquinelli
NUOVA DIREZIONE (seconda parte) di Moreno Pasquinelli
Sullo stesso tema: I “bottegai”, l’ultimo argine? Spunti per una politica oltre purismo e subalternità. Di Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti. La risposta di Alessandro Visalli a Melegari e Capoccetti: Delle contraddizioni in seno al popolo: Stato e potere.

* * *

SULLA QUESTIONE DELL’ ITALEXIT
Comunicato

1- Alcune note preliminari sulla situazione

Nuova Direzione è nata per fare lotta politica e culturale. La sua dimensione non permette al momento di darsi un’organizzazione politica strutturata in forma partito.
Siamo ormai abituati al nanismo di quelle organizzazioni della sinistra che si autodefiniscono ‘partito’ pur potendo contare su poche migliaia di attivisti, ma scendere al livello delle centinaia rischierebbe il ridicolo.
Un’associazione formata da un paio di centinaia di attivisti può e deve impegnarsi su due fronti: da un lato lo sforzo teorico (produrre analisi politica, economica e sociale e condurre discussione pubblica), dall’altro quello pratico (partecipare alle lotte sociali, con il duplice obiettivo di comprendere cosa si muove nella società e di promuovere il conflitto tramite il confronto e il dialogo nei luoghi di lavoro, l’adesione e il supporto alle istanze dei lavoratori, la spinta a formularne di nuove).
Cioè essere nelle lotte attuali, per le lotte da organizzare, formulando sintesi dalle lotte in corso.
Un approccio che nulla ha a che fare con l’attendismo o il ritiro nella torre eburnea.
L’associazione non ha mai promesso di partecipare a tornate elettorali per far eleggere i propri iscritti nelle amministrazioni pubbliche. Non ne abbiamo la forza e non è il nostro obiettivo primario.
Come si può desumere dalle Tesi Politiche ampie ed ambiziose che abbiamo prodotto, vogliamo promuovere un cambio di paradigma sistemico e lottare per contribuire nella misura del possibile a cambiare i rapporti di forza all’interno della società, perché i cambiamenti a livello istituzionale possano avvenire e non essere facilmente neutralizzati.
Altrettanto chiaro è il nostro posizionamento ideologico: abbiamo sviluppato una durissima critica verso la sinistra che è sempre stata rivolta contro la sua adesione al liberalismo, questo senza mai assorbire elementi di destra, neppure ‘sociale’.
Per noi lo slogan ‘né di destra né di sinistra’ vuol dire lottare per il Socialismo e contro la sinistra liberale.
Ad esempio, la nostra critica all’Unione Europea è ed è sempre stata durissima. Tuttavia, su questo siamo stati sempre molto chiari: crediamo che l’uscita dall’Unione sia un mezzo e non un fine.
Può sembrare una distinzione capziosa, da intellettuali sulla torre, ma il succo è semplice: il modo di uscire ha valore per noi più della stessa uscita in sé.
Malgrado nel capitolo finale di “Il tramonto dell’Euro” (2012) Bagnai annunciasse la rottura finale per l’anno 2013, siamo ancora qui.
E la rottura non è stata provocata dai mercati, non da un governo ‘sbagliato’ come non da uno ‘giusto’.
Più prudentemente in “L’Italia può farcela”, due anni dopo, lo stesso autore poi andato con la Lega, dichiarava per i “prossimi anni, se non mesi” la bancarotta italiana o l’uscita dall’Euro.
Il punto è che se mai ci sarà la rottura diventerà decisivo in quale direzione metteremo il Paese. Quindi quali alleanze geopolitiche, quale struttura dei rapporti sociali, quale dominio sarà istituito e verso chi; che forma di cooperazione, che forma di internazionalismo avremo la forza di imporre.
Sarà decisivo se prenderemo una nuova direzione o se sostituiremo il vincolo esterno con altre forme del solito vincolo interno che le nostre élite economiche, sociali e politiche da sempre impongono al resto del Paese.
Il punto politico che ND intende proporre era chiarissimo fin dalla rinuncia al progetto con Fassina e ‘Patria e Costituzione’: volevamo e vogliamo esprimere un chiaro “no” alla subalternità alla sinistra, un “no” al tenere il moccolo all’Unione europea per cambiarla da dentro, poi un “no” al populismo comunicazionista ed un “no” al prestarsi come spalla alla destra sovranista, infine un “no” alla politica dei due tempi e all’uscita come fine.

2- L’Italexit è la soluzione?

A porre la domanda in questo modo è una nuova forza politica che, appena annunciata, viene accreditata di qualche punto percentuale nel mercato elettorale.
La risposta potrebbe anche essere sì, ma la domanda è incompleta.
La questione non è infatti se l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea, sull’esempio britannico, sia la soluzione, ma di cosa lo sia.
Uno strano consenso si raggruppa infatti sotto questo slogan, aggregando un’area che va dalla sinistra euroscettica alla destra sociale, includendo non pochi orfani della semplificazione introdotta dal neopopulismo del Movimento Cinque Stelle e della retorica salviniana primo modello (quella ispirata dal duo Bagnai-Borghi).
Condivide un sentimento di ribellione e il senso del tradimento della promessa di benessere e promozione individuale che la svolta neoliberale degli anni ottanta e novanta portava con sé. Viene egemonizzato da quei ceti che sono stati illusi dalla rivoluzione neoliberale e sono cresciuti nella convinzione di poter raggiungere il benessere con le proprie sole forze. Ceti che oggi vedono come il gioco si praticasse con carte truccate.
Sembra a tratti lo slittamento del sentimento antistatalista inculcato in decenni di propaganda neoliberale a reti unificate verso lo pseudostato europeo, visto come camicia di forza alla liberazione dei desideri individuali e delle relative energie.
Ci sono dibattiti come quello sul Covid o le nuove reti di telecomunicazione che lo lasciano intravedere.
Si tratta di un intreccio di forze eterogenee e di sentimenti reattivi che, secondo le speranze della novella forza politica fondata dal senatore Paragone, potrebbe trascinarla oltre la soglia di sbarramento, andando a replicare l’operazione riuscita per il rotto della cuffia a Leu nella legislatura in corso (ma fallita con PaP). La speranza è di entrare nel Parlamento con qualche deputato e senatore, e porre le basi di un processo di radicamento.
Restando ai due esempi citati ci sono poche somiglianze e molte differenze: entrambi i tentativi nel campo della sinistra erano sostanzialmente delle coalizioni di forze eterogenee con agende diverse, tenute insieme dal tentativo di fare una lista ed entrare in Parlamento, rinviando la creazione del soggetto politico ad una fase successiva; il programma era vago e non privo di contraddizioni. Il nascente partito, invece, raccoglie a sua volta forze eterogenee, ma immagina di partire dal soggetto politico per farne derivare la lista; inoltre cerca di replicare la parabola del Movimento 5 Stelle, fino alla scelta di intestare la comunicazione ad una società specializzata (facendo del suo titolare il comproprietario del marchio) e personalizzando tutto nella figura di Gianluigi Paragone.
Si ha quindi un uomo, una scelta, un partito di scopo. La scelta è uscire dall’Unione Europea. L’uomo è il senatore Gianluigi Paragone, comproprietario del marchio. Il Partito è “Italexit”, allo stato con un Manifesto ma senza organi e statuto.
Nella narrativa proposta l’Unione Europea è individuata come il male assoluto e come un vincolo che dall’esterno impedisce all’Italia di essere, come potrebbe, forte, libera ed indipendente. Che ostacola il Paese ed il suo popolo, entrambi al singolare, nelle sfide che dovrà affrontare nel mondo multipolare e di fronte all’arretramento della globalizzazione. Infine, che, impedendogli di esercitare la propria sovranità monetaria, lo costringe a privarsi delle politiche industriali, fiscali e del lavoro indispensabili per tornare a crescere.
A questo livello di definizione non si potrebbe essere che d’accordo. Ma è proprio vero che l’Unione Europea nata a Maastricht (ma anche la Comunità Economica Europea che la precedeva) è un “vincolo esterno”?
Ed è proprio vero che il soggetto della liberazione è “il popolo” ed il suo oggetto “il paese”?
L’esperienza di chiunque si sia avvicinato alla tradizione marxista impone di mettere questa immagine organica in discussione.
Al cuore del sociale è la lotta, non l’unità.
La mossa da compiere è dissolvere le false rappresentazioni unitarie, espressione dell’egemonia data, per discriminare le posizioni soggettive create dai rapporti produttivi e dalle distribuzioni che ne derivano.
Non è la ‘globalizzazione sfrenata’ a provocare la crisi, ma ciò che la causa: il pieno dominio del capitalismo e dell’imperialismo occidentali. L’Unione Europea, il dominio dei “mercati”, la mobilità dei fattori e la stessa mondializzazione sono la proiezione di rapporti sociali e produttivi costituenti il funzionamento del Paese come esso è. Esprimono relazioni di potere che non si limitano a interessare dall’esterno un corpo “sano”, ma determinano in profondità la posizione di ciascuno.
La questione non si dovrebbe porre, dunque, partendo dalla testa (ovvero dall’uscita dallo strumento), ma va posta sulle gambe: individuata a partire dalla messa in questione dei rapporti di produzione, della distribuzione dei prodotti sociali, dalla democratizzazione effettiva, dal superamento della competizione come principio di ordine e del capitalismo come suo motore primo.
Muovendo da queste questioni bisogna accumulare la forza non già per entrare nel Parlamento, bensì per creare le condizioni di forza tra le classi e le diverse forze sociali perché si rompano insieme strumento e mano che lo brandisce.
E’ chiaro che se si dovesse uscire dalla Ue per ricreare l’assetto degli anni cinquanta saremmo in presenza di un ambiguo progresso.
Non è affatto stato il ‘connubio tra la piccola e media impresa con le banche pubbliche, la grande industria di Stato e la pubblica amministrazione (istruzione, trasporti, sanità, ecc.)’ a fare del terzo quarto del secolo scorso un’epoca di emancipazione ed avanzamento, ma sono stati la forza e la pressione del movimento dei lavoratori, dei giovani, dei tanti movimenti civili di rivendicazione del riconoscimento e dei diritti.
L’Italia ha avuto, in tutto il percorso che va dal dopoguerra agli anni ottanta, una fortissima crescita industriale ed economica, in parte sussidiata dallo Stato, ed ha costruito un modello di capitalismo misto che contiene in sé alcuni elementi di grande valore (come in questi anni l’esempio cinese mostra al mondo).
Ma è solo la lotta instancabile dei lavoratori per partecipare ai risultati di questa espansione di ricchezza, e non la concessione dall’alto di questa, ad aver consentito, se pure in parte, di superare l’effetto autoritario dell’unione di monopoli pubblici a privati e a farne un elemento di emancipazione.
Questo modello di capitalismo, che sembra essere nell’immaginario trasfigurato della nuova formazione, era per sé enormemente distruttivo per l’ambiente e la natura; in se stesso foriero di costante crescita delle ineguaglianze; fondato sulla svalutazione del lavoro non meno di quello neoliberale (che ne è la continuazione con altri mezzi).
Se pure è quindi fondamentale recuperare la sovranità monetaria, stimolare una rinascita industriale, garantirsi la sovranità alimentare, il lavoro per tutti, il diritto alla salute e la cooperazione internazionale su piede di parità, bisogna subito individuare quale è la discontinuità che si chiede.
Altrimenti si rischia nel migliore dei casi di essere facilmente neutralizzati, come è capitato al Movimento 5 Stelle, in altri di portare acqua al nemico, come è capitato a Leu.
C’è anche, ovviamente, il peggiore dei casi: portare retoriche ed immaginario verso la riproposizione di un capitalismo da anni cinquanta (e non sessanta).
Un sistema nel quale: la ricostruzione, almeno nel primo decennio, fu finalizzata a consolidare sotto altra forma, dopo la ‘guerra di liberazione’, il dominio degli stessi ceti e classi di sempre (sotto la regia Usa); alla lotta all’inflazione sotto il golden standard seguì la lotta all’inflazione, magari sotto la protezione del Piano Marshall; al contenimento dei salari sotto il fascismo conseguì il contenimento ‘democratico’ sotto la Democrazia Cristiana; al vincolo ‘interno’ del regime altri vincoli non meno forti; alle retoriche sul sud del regime una politica di industrializzazione del Nord, con eliminazione dei “doppioni”; alla dittatura la crescita di un sistema clientelare di consenso, sussidiato nella misura necessaria a comprarlo.
Tornando alla domanda, quindi, di cosa l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea sia soluzione bisogna chiedersi se si tratta di superare la condizione di subalternità dei lavoratori tutti nella distribuzione e produzione imposta dal capitalismo contemporaneo che subordina tutto al proprio illimitato accrescimento, mercificando ogni relazione.
Oppure se l’uscita sia solo una soluzione al problema del rango e della posizione del capitale italiano nel contesto della competizione internazionale, e quindi alla difesa del proprio ruolo sub imperialista, magari più strettamente interconnesso con il centro statunitense e più ostile ai suoi sfidanti.
In sintesi, e per concludere con uno slogan: se la fuga dagli anni venti del XXI secolo deve ispirarsi agli anni cinquanta del XX, guerra fredda inclusa, noi non siamo della partita.

3- Due chiarimenti a proposito del “fare politica” e dello “sporcarsi le mani”

C’è un profondo fraintendimento su cosa voglia dire ‘fare politica’. Taluni lo interpretano come presentarsi alle elezioni e/o aderire a un organismo già organizzato.
È chiaro che costruire dal nulla un movimento politico costa grande fatica e molto lavoro. Entrare in un partito con un capo ed esserci (confondendo la partecipazione con la presenza), è da questo punto di vista molto più semplice. L’attivismo viene scambiato con il tifo e la critica con l’esprimere opinioni sui social, attività che non influiscono sulla realtà.
In più rispecchiarsi in un leader visibile e potente trasmette un senso di appagamento e permette di coltivare la propria immagine autoreferenziale.
Tutto questo non è politica.
Altri invece intendono il “fare politica” come occupare posizioni di piccolo o grande potere, fruendo delle risorse pubbliche direttamente o indirettamente connesse con l’accesso alle istituzioni. Ci sono Partiti che si specializzano nel montare ‘Liste’ eterogenee solo per partecipare a questo gioco.
Da quando la sinistra radicale ha perso la possibilità di superare in modo indipendente gli sbarramenti elettorali, con il fallimento della lista della Sinistra Arcobaleno nelle politiche del 2008, e la nascita di SEL (la quale nella sua breve parabola dal 2009 al 2016 arriva fino a 35.000 iscritti e si presenta alle politiche del 2013 in alleanza al PD) è stato un continuo ricercare sigle e cartelli.
L’ attrattiva di questa tipologia di partiti consiste in sostanza nel nutrire le ambizioni di chi cerca un’occupazione politico-amministrativa.
Anche questo può dare la parvenza che si fa qualcosa, mentre gli altri non fanno niente.
Fra quelli che non fanno niente, ci sono le persone che fanno analisi (politica, economica, sociale), e svolgono attività sindacale, dialogando con soggetti e parti sociali.
Tutte funzioni considerate non funzionali alla politica perché inutili dal punto di vista elettorale.
Veniamo ora allo “sporcarsi le mani”. Questo termine deriva dal concetto di lavoro, perché in genere è lavorando che ci si sporca le mani, con la terra, col grasso.
Il lavoro che sporca le mani è spesso disperato, perché l’esito è incerto e i risultati si vedono dopo molto tempo; è il lavoro che si fa là dove non si arriva ad incidere con gli slogan, là dove le condizioni materiali sono terribili.
Oggi il termine “sporcarsi le mani” viene viceversa scambiato con la disponibilità a toccare la merda pur di raggiungere gli obiettivi rapidamente, senza troppa fatica.
Viene spesso richiamata la fortunata immagine di Rino Formica sulla politica come “sangue e merda”. Dimenticando che il primo termine è “sangue”, la politica è forza, radicamento, determinazione e volontà, obiettivo fino al sacrificio di sé.
Rovesciare i termini, fuor di metafora, significa essere disponibili a fare alleanze di scopo con chi, una volta raggiunto il suo obiettivo, potrebbe trasformarsi nel carnefice della parte più debole. Ci si ‘sporca le mani’ perché si stipulano alleanze con il diavolo, sapendo che è tale.
La questione non è mantenersi “puri”, avere le mani pulite. Ha piuttosto a che fare con ciò che con queste mani vogliamo fare, con che ‘sangue’ abbiamo.
Per prendere una nuova direzione occorre fare molta attenzione ai lupi travestiti da agnelli, a coloro che vogliono tornare a prima degli anni della sollevazione popolare diffusa che prese avvio con le mobilitazioni operaie del 1963, quando il Paese era sotto il dominio statunitense, orientato alla domanda estera grazie ad una selvaggia compressione del lavoro, al controllo della moneta, alla deflazione provocata da manovre austeritarie.
Allora non avevamo ancora sottoscritto Trattati della Ue, ma la piccola e media impresa italiana esprimeva la stessa feroce determinazione a schiacciare i lavoratori.
Le mani dunque sporchiamocele pure, ma scegliamo anche a chi stringerle.
Se alleanze sono necessarie, bisogna che i patti siano chiari e bisogna partire dal ‘sangue’, non dalla ‘merda’.
4- Sulla classe di riferimento e sulle opzioni possibili
Abbiamo sempre pensato che fosse importante ridare partecipazione e voce a chi non ce l’ha, in particolare alle periferie sociali ed economiche, ai lavoratori subalterni, alle partite Iva forzate, ai dipendenti pubblici, ai giovani precari che non hanno famiglie facoltose alle spalle, ai Neet.
Altri questa voce ce l’hanno già. La classe imprenditoriale piagnona, grande e piccola, che denuncia la mancanza di aiuto da parte dello Stato e contemporaneamente la pigrizia dei lavoratori sfruttati con paghe da fame, non ha di questi problemi. Tramite le sue potenti associazioni riesce a pubblicare le proprie lagne sui giornali, e lo fa ogni giorno.
Senza voce non è neppure la classe giovanile intellettuale di sinistra, alla quale non mancano le testate on-line su cui scrivere le proprie analisi. Alla fine è sempre dare più voce a chi già ha voce, dare potere politico a queste categorie, non a quelle escluse.
Sono anni che esiste un’area socialista/comunista anticapitalista che porta avanti la critica all’Unione europea in quanto incarnazione della più becera economia di mercato, della distruzione del potere contrattuale del lavoro, dell’esaltazione del capitale, della competizione intra ed extra europea, di una visione bipolare del mondo, di totale assenza di democrazia sostanziale e sovranità popolare.
Per quest’area il tema dell’uscita dall’Unione europea è legato a doppia mandata a quello della necessità di dover cambiare il sistema, ribaltare il paradigma di mercato, andare a incidere sui rapporti di forza all’interno della società per rendere possibile e duraturo quel cambiamento. E questo comporta alla fine un profondo disaccordo con il mondo sovranista e la sua logica dei due tempi, con i finti CLN fuori del tempo e delle condizioni materiali.
Un mondo che punta in sostanza a costruire un fronte con il capitalismo nazionale, a ridare potere alle classi padronali e imprenditoriali che sono rimaste fuori dal grande gioco. Segmenti di classe dominante spiazzati dal capitale europeo – che erroneamente identificano con un’intera nazione, “la Germania” – e per questo scontenti.
Nella guerra tra i capitali, che non è nazionale quanto di natura funzionale ed organizzativa, si trovano molte cose, ma non la sovranità popolare.
Quando si parla di popolo e volutamente si ignorano le classi, è perché si stanno facendo gli interessi di una a discapito di altre e queste non devono accorgersene, finché non sono ben incaprettate. Capiranno quando tenteranno di muoversi e il nodo alla gola si stringerà.
Seguire il dibattito di questi giorni, tra blocco o meno dei licenziamenti, polemiche sui lavoratori, velati annunci di sacrifici futuri, mirabolanti programmi di spesa rivolti ad aumentare la interconnessione gerarchica e selettiva, aiuta a vedere dove sono gli interessi.
5- Concludendo.
Noi non siamo della partita se tutta la mobilitazione sovranista si riduce a dimenticare il ‘sangue’ e compromettersi con la ‘merda’, e punta a ritornare al sogno subimperiale del capitale nazionale.
Magari nel contesto di una nuova guerra fredda che unisce la fobia del comunismo al razzismo occidentale.
Noi siamo nella partita, per quanto difficile, che punta a subordinare la logica del mercato (tutto, non solo finanziario) alle politiche realmente democratiche, rifuggendo dalle semplificazioni leaderistiche come dalle forme della democratura contemporanea.
Siamo per mettere il ‘sangue’ al centro della politica e per rovesciare i rapporti sociali esistenti, a partire dai luoghi della produzione.
Siamo per la piena affermazione di un nuovo mondo multipolare, contro ogni progetto neoimperiale.

* Fonte: La pagina facebook di Nuova Direzione

 




U.S.A. VERSO UNA GURRA CIVILE? di Robert Garner*

Il 2 giugno scorso vi avevo inviato le mie riflessioni sull’ondata di rivolte dopo l’assassinio di George Floyd a Minneapolis.

Mi spiegavo l’estensione e la radicalità delle sommosse anche alla luce della durissima “lotta in seno al vertice del capitalismo americano”. Vi dicevo che “mai c’era stata negli USA una simile spietata lotta intestina. Una divisione che attraversa non solo la cupola del regime, ma tutti i suoi segmenti, i diverso comparti statuali”.

Da allora le rivolte, a macchia di leopardo non sono mai cessate, tra una tregua e l’altra i due fronti di strada hanno continuato a darsi battaglia, usando le pause per meglio organizzarsi. Al contempo, in vista di elezioni presidenziali, lo scontro in seno alla classe dominante, lo scontro tra la frazione trumpiana e quella anti-trumpiana si è approfondito. Sarebbe un errore pensare che tra la lotta di strada e quella nel palazzo non ci sia una correlazione.

Nella mia lettera così concludevo:

«Non è una tempesta in un bicchiere d’acqua, non andrà a finire a baci e abbracci. Siamo seduti sopra un vulcano. Non dimenticate che l’evento più profondo che ha segnato in modo indelebile la storia degli Stati Uniti, non è stata la Guerra d’Indipendenza del XVIII secolo bensì la cruenta guerra civile di quello successivo. Tra le due armate c’è adesso solo una guerra a bassa intensità. Chi può escludere che si trasformi in guerra civile…»

L’ennesimo omicidio a sangue freddo dell’afro-americano Jacob Blake da parte di un poliziotto, avvenuto a Kenosha, una cittadina sobborgo della grande Chicago (e se prendono fuoco le periferie di Chicago…) ha riacceso la miccia della rivolta.

Il fatto davvero nuovo questa volta è l’ufficiale e cruenta entrata in scena di pattuglie di vigilantes bianchi, vere e proprie milizie paramilitari, armate in un doppio senso: ideologicamente perché composte da estremisti suprematisti bianchi, di fatto perché dispongono di armi d’assalto d’ogni tipo. Così ci spieghiamo l’assassinio, da parte dello studente Kyle Rittenhouse di due manifestanti. Li ha ammazzati con un fucile automatico Ar-15 (lo stesso che venne usato dal suprematista Nikolas Cruz per massacrare 17 persone innocenti nella strage di San Valentino in Florida nel 2018). Non era solo ma faceva parte di un gruppo paramilitare di estrema destra. Negli ultimi mesi ne sono sorti tantissimi in giro per gli Stati Uniti. Si raccolgono in un fronte denominato “Blue Lives Matter” [le vite dei poliziotti contano, NdT], e non nascondo di essere tutti filo-Trump. Trump, va detto, a più riprese ha tentato di prender la distanze da questi miliziani, ma con scarso successo.

Non è un segreto per nessuno che questo “Blue Lives Matter”, fondato da poliziotti in pensione, arruoli anche quelli in servizio e che goda di ampie simpatie nella Guardia nazionale e negli altri corpi armati statunitensi. Del resto, a conferma della radicalizzazione razzista e suprematista nei corpi di polizia statali e nell’esercito federale, non ci sono solo diversi sondaggi ma diverse inchieste del Congresso, che tutte confermano come la polarizzazione sociale e ideologica razziale abbia permeato a fondo gli apparati repressivi dello Stato.

Per concludere. Temo che una grande tempesta sia in arrivo. Penso che siamo già dentro una guerra civile a bassa intensità, che si protrarrà fino alle elezioni presidenziali di novembre. C’è chi sostiene che svolte le elezioni tutto tornerà come prima. Non penso affatto. La crisi economica e sociale, anche a causa del Virus, è drammatica. E’ la crisi profonda del capitalismo americano il vero carburante che alimenta l’attuale scontro. Che si manifesti nuovamente come scontro razziale non deve trarre in inganno. La questione razziale è certo importante, ma lo è ancora più perché funge da potente catalizzatore sociale e ideologico.

Azzardo un pronostico: chiunque sia il vincitore della presidenziali, Biden o Trump, dopo le elezioni l’incendio potrebbe diventare generale per cui, dalla bassa intensità , ci si incammininerà verso una guerra civile dispiegata.

* traduzione a cura della Redazione




LA VERITÀ IN BIELORUSSIA di A. Vinco

*sullo stesso tema: BIELORUSSIA. SOSTENERE LUKASHENKO? di Serguei Novikov

Secondo la stampa italiana mainstream (quindi anche quella della sinistra globalista), Putin non vedrebbe l’ora di dare avvio ad una lunga e permanente esercitazione militare in terra bielorussa, che sia così da monito ad ogni futura insorgenza nello spazio vicino.

In realtà, sia nella crisi di Minsk sia nella vicenda Navalny, ciò che sta emergendo è la forte e centrale trazione diplomatica e non militaristica esercitata dal Cremlino, di contro ai propositi ben più aggressivi che la Cancelliera (Kanzler) di Berlino e il rappresentante dell’UE, Josep Borrell, stanno manifestando.

Questi ultimi, probabilmente già certi che i Dem, fanatici russofobi anticristiani, tornino alla Casa Bianca per ridare finalmente avvio a una lunga stagione di fuoco e tensione nello spazio euro-russo assicurando alla Kanzler Frau Merkel e alla moribonda Deutsche Bank il tanto sospirato e dirimente Drang Nach Osten, sognano infatti una nuova Rivoluzione Arancione o di velluto che però, spiace per loro…, non c’è, né ci sarà.

Lo scenario bielorusso è ben diverso da quello dell’Euromaidan.

Non andrebbe dimenticato che in tempi recenti Lukashenko si era distinto per una strategia di chiara dissimulazione geoeconomica e geostrategica verso Mosca, aprendo su tutta la linea a Pechino: in ballo non ci sono solo i due miliardi di dollari che Xi aveva messo sul piatto per la “perla della Silk Road Economic Belt”, un parco di futuristica avanguardia tecnologica che la Cina avrebbe “donato” a Minsk, ma c’è soprattutto una vera e propria linea strategica filoeuropea e filocinese, portata avanti da Lukashenko negli ultimi tempi, non gradita a Mosca.

Del resto, la stampa russa da tempo sottolineava come Minsk, che aveva iniziato a importare petrolio occidentale mediante la Lituania, si era anche messa a disposizione di Xi Jinping per costruire un percorso di oleodotti alternativo a quello di Gazprom, su cui Pechino è costretta obtorto collo per ora a contare.

Il pesantissimo arresto, dello scorso luglio, di decine di volontari russi di ritorno dall’Africa, dove si erano recati per sostenere l’offensiva dell’Esercito Nazionale Libico di Haftar, operato inspiegabilmente dal presidente bielorusso avrebbe dovuto dire qualcosa alla stampa italiana, ma pare non aver detto nulla.

Va del resto precisato che il più grande partner economico della Bielorussia rimane comunque la Federazione russa con circa il 40% dello scambio. La via bielorussa, quindi, difficilmente anche su questo versante si potrà eccessivamente rappresentare, anche in un futuro più o meno prossimo, come eterodiretta da Berlino o da Pechino. Dmitry Peskov, di contro ai propositi bellicosi di UE e Berlino ed in parte dello stesso presidente bielorusso, ha gelato, proprio due giorni fa, la controparte di Minsk con autentica doccia fredda precisando che Mosca, allo stato attuale, non vede motivi per un interventismo militare diretto in Bielorussia. Allo stesso tempo, ha segnalato che non sarà tollerata alcuna interferenza dei mercenari “Rivoluzionari” del Deep State euroatlantico sul modello ucraino.

Ma anche tale prospettiva pare assai aleatoria e parlare di Maidan bielorusso sarebbe forzato; lo stesso ministro degli esteri russo Lavrov si è guardato bene dallo sposare su tutta la linea la retorica del presidente bielorusso precisando che le elezioni si sono svolte a Minsk “in modo non ideale” e le iniziali proteste di massa sono state patriottiche.

Non a caso è atterrato in queste ore in Bielorussia Dragomir Karic, console serbo di lungo corso, che sta trattando per una uscita indolore di scena del presidente bielorusso. La stessa Lituania ha risposto all’approccio diplomatico di Mosca, ripudiando le fughe in avanti “rivoluzionarie” su cui ha invece scommesso Berlino: il governo di Vilnius ha immediatamente detto di non riconoscere la Tikhanovskaya, che pur si trova in Lituania, come presidente.

Sia comunque chiaro che la stessa Tikhanovskaya rimanda a figure che in un modo o nell’altro risponderebbero in ultima istanza al capitalismo di stato moscovita o a Gazprom.

Al tempo stesso, però, va assolutamente dato il grande merito storico a Lukashenko di aver rifiutato, nello scorso gennaio, centinaia di milioni di dollari offertigli da OMS e FMI nel caso in cui avesse imposto il lockdown in Bielorussia.

Quali conclusioni trarre da un quadro così caotico e mutevole? Anzitutto che la stampa globalista italiana, russofobica nel dna, prende come al solito lucciole per lanterne e i sovranisti, “russofili di destra”, quasi in un strano gioco di coppia, ne seguono le indicazioni, per arrivare a posizioni solo apparentemente differenti. Globalismo di sinistra e sovranismo di destra costituiscono anche in tal caso i classici due volti della stessa moneta.

Immaginare un asse Pechino-Mosca è pura fantasia, come è pura fantasia immaginare l’interferenza russa nella competizione elettorale statunitense. Mosca non può avere alleati strategici, per storia e conformazione geografica. Ci torneremo su, se vi sarà modo, anche in relazione al contesto italiano.

In secondo luogo l’opposizione a Lukhashenko non è affatto, in larga maggioranza, russofoba e antiputinista. Tutt’altro. Quando iniziarono le prime rivolte contro i risultati elettorali, va ricordato, decine di combattenti patrioti della Federazione russa erano, contro ogni logica, detenuti nelle prigioni militari di Minsk e in Bielorussia lo sapevano tutti.

In terzo luogo, infine, va collegata la decisione del presidente Putin di lasciare trasportare il malato Navalny in un ospedale tedesco con l’approccio assolutamente diplomatico riservato alla crisi bielorussa: siamo ancora in una fase assolutamente interlocutoria, tutta tatticistica, in vista del risultato elettorale del Novembre americano.

Solo la Cancelliera, come è spesso avvenuto nella storia dello stato maggiore germanico, confonde la strategia con la fase tattica. Ben più diplomatico e assennato l’Eliseo francese, non a caso. E lo stesso Presidente del Consiglio Conte, per quante critiche gli si possano rivolgere su altri piani, non ha giocato male le sue carte geopolitiche.

L’UE, meraviglioso esperimento di pace, ha bisogno di guerre e continue Rivoluzioni Colorate per la propria sopravvivenza, da Belgrado ‘99 ad Ucraina 2014 gli esempi non mancano: per questo l’élite euro-germanica è gemellata con il clan russofobo e bellicista dei Dem e dei neocons statunitensi e per questo non possiamo considerare Conte un integrazionista euro-germanico.

Quattro anni di sostanziale pacifismo trumpiano, più vicino di quanto si creda alla Presidenza del Consiglio di Roma, hanno non a caso azzerato il peso internazionale della economicistica e mercantilistica UE condannandola a una stato di insipienza politica.

Infine, l’approccio diplomatico del Cremlino, con le fiamme alle porte di casa, può anche sembrare eccessivamente moderato; ma è questa una regolarità e una costante della storia russa. Nei momenti immediatamente precedenti a una probabile, per quanto non ancora certa allo stato attuale, pianificazione di grande aggressione strategica contro la Russia, il Cremlino ha sempre concentrato al massimo le forze al proprio interno evitando inutile dispendio di energie.




VIRUS E GUERRA BIOLOGICA di V. D.

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

* * *

Il Covid-19 non è un virus presente in natura, ma è stato creato da un laboratorio di Wuhan e precisamente nel laboratorio di biosicurezza 4. Alla costruzione di questa “chimera” hanno contribuito non solo scienziati militari cinesi, ma anche scienziati militari inglesi, francesi e statunitensi.

Tale tesi è stata bollata come “complottista” o anche peggio a seconda dei casi e degli interessi politici e economici delle frazioni dominanti del multiforme, quanto abissale, Partito Santa Scienza-Inquisizione del Deep State elitista guidato dai Rothschild. Di quel Partito il quale ha nelle proprie mani tutti i mezzi di informazione che raggiungono le case di decine e decine di milioni di italiani, di quel Partito il quale mediante tale mezzi usa da secoli l’ “informazione” come vera e propria arma di guerra.

Questa tesi “complottista” è però da oggi presentata con ampissima documentazione, date, fatti, nomi da uno scienziato di fama internazionale, il prof. Joseph Tritto, microchirurgo presidente del WABT (World Academy of Biomedical Sciences and Technologies) con sede a Parigi, nata molti anni fa sotto l’egida dell’Unesco.

Con questa breve recensione, da cui si arriverà inevitabilmente alla conclusione politica, cercheremo di essere il più chiari possibile, evitando il linguaggio degli addetti ai lavori, che dovrebbe comprendere quello della biofisica quantistica e della nanotecnologia. Non prenderemo, allo stesso modo, in specifico esame la questione dei vaccini, che richiederebbe una breve trattazione specifica.

Il prof. Tritto, 68 anni, è l’autore del libro che è uscito in questi giorni per i tipi dell’editore Cantagalli: “Cina Covid 19. La Chimera che ha cambiato il Mondo”.

Un libro prezioso, l’unico saggio che fa veramente alta informazione sulla tragedia in corso, spazzando via con il buon metodo dell’autentico pensiero scientifico sia il (più pericoloso) fanatismo del Partito Santa Scienza-Inquisizione sia il (più ingenuo) negazionismo.

Nel libro di Tritto quelli che fanno la più meschina figura sono proprio gli scienziati: inizialmente spinti dal desiderio di conoscenza, diventano poi desiderosi di potere, di arrivismo, carrierismo e di soldi. Tradiscono perciò ogni desiderio di conoscenza e non dovrebbero essere presi sul serio, mentre milioni di disperati ascoltano oggi questi esponenti di un’ideologia oppressiva, fideistica e fanatica, quali portatori di indiscutibili verità.

Viceversa, per quanto Tritto non lo dica o non lo possa dire o probabilmente non lo condivida sino in fondo, è ben chiaro – e il suo libro ce ne dà ulteriore conferma – che attualmente le élite militari specializzate nell’arte della Guerra Ibrida stanno scrivendo, ci possa piacere o meno, la storia politica e sociale di questi anni e scriveranno, ancora di più, quella dei prossimi decenni.

Alle elite del Governo Invisibile o Deep State si stanno opponendo, per grazia di Dio, altre elite che non vogliono demagogicamente il “bene del popolo” o chissà quale altro diritto civile di massa, ma semplicemente salvare la storia storicistica e storicizzata dell’essere umano, con il suo sangue, la sua gloria e le sue indubbie infimità, dal disegno transumanista e progressista del Governo Invisibile.

E’ probabilmente errato e novecentesco identificare una elite militare (sia essa di salvezza conservativa o di annientamento transumanista e progressistico) con un singolo Stato.

Siamo ormai entrati nell’era del grande scontro, tra una frazione del fronte conservativo moderato e una frazione di invasati progressisti transumanisti, che avanza sempre di più con stragi di massa, Rivoluzioni Arancioni, Genderismo, attentato mirato e controsacrale alla vita e ai più piccoli esseri indifesi, digitalizzazione globale da un lato, pensiero politicamente corretto ed ultraliberale (Sinistra liberal) dall’altro spacciato come difesa dei più poveri, dei più deboli, dei migranti, degli incerti sessuali…..

Chi oggi va evocando l’ormai datato Orwell per descrivere gli scenari distopici che l’elitismo progressista del Deep State ci sta riservando, non ha probabilmente chiaro chi ha di fronte ed è ottimista sulle loro intenzioni…..

Nelle 272 pagine del volume, che si leggono con notevole scorrevolezza, nonostante l’alto taglio scientifico, il prof. Tritto spiega con doverosa pignoleria intellettuale le radici del virus, soffermandosi inizialmente sul tentativo cinese di monitorare i vaccini contro la Sars, inserendo negli organismi genomi con estrazione Hiv, il che li renderebbe più aggressivi ed aggiungendo quindi elementi di coronavirus scoperti in pipistrelli “a ferro di cavallo”, con un metodo chiamato “reverse genetics system 2”. Tritto, come può constatare il lettore che si cimenterà nella lettura del libro, esclude tutte le ipotesi sperimentali avanzate, sull’origine del virus dal Partito Scienza del Deep State ed afferma, di contro, che (pp. 49 e segg.):

«Lo sviluppo crescente delle tecnologie di ingegneria genetica apre nuovi scenari nella guerra biologica (BioWarfare), nel bioterrorismo e nel terrorismo biologico (BioTerrorism), prospettando una nuova generazione di armi biologiche programmate per causare un’ampia diffusione di agenti patogeni ed un importante impatto sociale….Occorre sottolineare che l’attacco dissimulato o occulto tramite armi biologiche garantisce molti vantaggi rispetto agli attacchi nucleari e chimici, con armi convenzionali. Ad esempio, per ciò che concerne il potenziale offensivo delle armi biologiche, si può osservare che 1 grammo di boutolino è quasi 3 milioni di volte più efficace del gas nervino Sarin. Un missile caricato con botulino è in grado di colpire un’area di 3.700 km quadrati, cioè un’area 16 volte più grande di quella che può colpire il Sarin….La minaccia batteriologica costituisce il giusto compromesso costo/efficacia perché, pur essendo sicuramente più dispendiosa della chimica, rispetto ad essa presenta numerosi vantaggi:……….

– è difficilmente rilevabile ed assicura quindi la condotta occulta dell’azione di “biowarfare” garantendo anche l’anonimato di chi ha condotto l’attacco;

– a differenza di un attacco chimico che colpisce un’area localizzata (“puntiforme”), l’attacco batteriologico costituisce una minaccia reale arrivando a infettare più Stati contigui….In ultimo, è praticamente impossibile identificare con certezza se sia trattato di un attacco, di un evento naturale o di un episodio ascrivibile a una carente “safety”».

Il Professore specifica (p. 53) che la  “Cina è l’unico grande paese del mondo che ha aderito ma non ratificato la Convenzione”; Tritto si riferisce alla ratifica della BTWC, Biological and Toxin Weapons Convention, ed il fatto che la Cina abbia aderito alla stessa senza ratificare significa in ultima istanza che la Cina diviene la patria prediletta di sperimentazioni di Hibrid Warfare da parte dei servizi di intelligence adibiti a ciò.

La prima responsabile di questi esperimenti di ingegneria genetica è stata da anni la prof.ssa Shi Zheng Li, storicamente a capo del laboratorio di Wuhan ma totalmente scomparsa dalla scena da mesi. Ma questo centro ha avuto anche gli aiuti dell’Occidente a iniziare dal governo francese, poi dall’istituto Pasteur, da cui i cinesi avrebbero appreso l’uso dei genomi dell’Hiv.

Da segnalare poi l’aiuto di alcuni scienziati americani, fra cui il prof. Ralph S. Baric, dell’Università della Carolina del Nord e gli stessi fondi provenienti dagli aiuti Usa per lo sviluppo (Usaid). Gli scienziati Usa, in contatto con i coniugi Gates, erano proprio interessati agli studi sui coronavirus, che però fino al 2017 erano proibiti nel loro Paese, a causa della loro pericolosità.

Negli ultimi 5 anni, il laboratorio di Wuhan ha non a caso ricevuto per la ricerca virologica i fondi più consistenti di tutta la Cina, diventando un laboratorio di ricerca molto avanzata, che l’Accademia delle Scienze, e lo stesso governo cinese, hanno posto sotto il loro diretto controllo; dopo l’enorme pubblicità sul laboratorio di Wuhan, causata dalla pandemia, oggi a capo dell’Istituto di virologia di Wuhan è stato nominato il generale maggiore dell’Esercito popolare cinese, Chen Wei a cui è affiancata un’equipe ove spicca il nome di Zhong Nanshang, famoso pneumologo di lunga esperienza per quanto riguarda i virus di infezioni polmonari. Il generale Chen Wei è tra l’altro anche un’esperta di armi biochimiche, di nanotecnologie  e di bioterrorismo.

Il prof. Tritto non sa naturalmente dire con certezza definitiva se l’esplosione a livello mondiale del virus sia stata intenzionale o meno ma tende a scagionare in particolare la prof.ssa Shi Zheng in quanto onesta scienziata. L’Istituto di Virologia di Wuhan è così, in definitiva, una vera e propria fortezza dell’intelligence del partito cinese e delle stesse Forze Armate. Tritto spinge in conclusione perché a livello mondiale si riescano a raggiungere regole per la ricerca sulle chimere, sui rapporti tra centri e laboratori militari/civili, sul funzionamento dei laboratori a sicurezza P4, obbligando la Cina ed altri Paesi a sottoscrivere la Convenzione sulle armi biologiche e tossiniche.

Conclusioni

Un anno fa, in un suo pezzo, “Quale destino per l’Impero”, Giulietto Chiesa scriveva:

«Come non notare che il governatore della Banca Centrale d’Inghilterra, Mark Carney, in prossima uscita dall’incarico, è andato a fine agosto (2019 NDC) al simposium dei banchieri centrali, a Jackson Hole, nel Wyoming, a proporre – molto applaudito – la creazione di una “moneta sintetica egemonica” (Synthetic Hegemonic Currency, SHC), destinata a ridurre il peso del dollaro, ormai “non più in grado” di favorire il mercato globale e, anzi, causa della sua “paralisi”?

Una nuova moneta mondiale – ha precisato Carney – in cui il Renminbi di Pechino dovrà giocare un ruolo centrale. È una proposta alla Cina, palesemente. E Carney non è solo il governatore della banca d’Inghilterra. È anche una pedina, vicinissima al Rothschild, essendo uno degli sponsor della “Coalizione per un capitalismo inclusivo”, di cui è presidente e co-fondatrice, Lady Lynn Forester de Rothschild, amica e sodale tanto di Bill e Hillary Clinton quanto del suicidato Jeffrey Epstein, insieme alla sovrana (in senso letterale) compagnia del principe Carlo d’Inghilterra, del Duca di York, Andrew e all’altrettanto augusta compagnia dei più importanti CEO delle big corporations mondiali (in compagnia di Christine Lagarde: Unilever, Dow Chemical, McKinsey, UBS, GlaxoSmithKline, Alcatel-Lucent, Google, Gic Global Investment, Honeywell etc)».

Già nel 2013, d’altra parte, esponenti di punta della Frazione ultraprogressista ed anticristiana Rothschild erano in terra cinese a mediare l’auspicato passaggio globale dei poteri da New York a Pechino.

Vi sarebbe però stato quello che il ricercatore Thierry Meyssan definì l’evento imprevisto che spesso nella storia si verifica, ovvero la Rivoluzione democratica conservativa e populista guidata da Trump contro l’elitismo del Deep State.

Nessuno nel mondo credeva nella vittoria del tycoon conservatore anti-Rothschild, né i cinesi, né i russi, che erano già pronti a una nuova escalation militaristica antirussa con la Clinton alla Casa Bianca, né i sauditi, né tantomeno gli iraniani progressisti clericali di Rohani che avevano puntato tutto sul nuovo accordo con la Clinton e spediranno poco dopo in galera il Conservatore Ahmadinejad, antagonista della Sinistra liberal occidentale.

Nessuno, tantomeno, pensava che il tycoon durasse quattro anni senza un incidente alla Kennedy e soprattutto che, riportando con una grande operazione di politica economica al centro l’economia statunitense, sapesse colpire al cuore proprio la strategia clintoniana e della stessa Casa Reale britannica proiettata verso un nuovo Globalismo progressista a trazione sino-americana, che sembrava ormai inarrestabile, come ben spiega Dobbs nel suo ultimo saggio, che fornisce la più convincente lettura della questione.

Analizzando il ruolo e le funzioni dell’elitista Pilgrim’s Society (di cui fanno parte anche Clinton ed Obama), Meyssan ha scritto:

«Molte cerimonie previste per il 400° anniversario del Mayflower sono state annullate per l’emergenza coronavirus, in particolare la conferenza che l’ex segretario per la Sicurezza Nazionale britannica avrebbe dovuto tenere alla Pilgrim’s Society. Le malelingue assicurano che, ove Donald Trump perdesse le elezioni presidenziali, l’epidemia sparirebbe il giorno successivo e i festeggiamenti avrebbero inizio”.

Il ricercatore francese identifica perciò direttamente l’emergenza globale coronavirus con un attacco della frazione filocinese ed antirussa del Deep State (Rothschild) e delle varie Pilgrim’s Society.

Un attacco di guerra ibrida mondiale, ma che si sarebbe concentrato proprio contro il lavoro americano e contro il Rinascimento sociale conservatore Trumpiano (MAGA).

Negli anni precedenti, l’economia americana fu rasa strategicamente al suolo dai liberal clintoniani alla Obama, proprio per fare spazio al nuovo sogno cinese.

Se Trump non avesse avuto l’intralcio del coronavirus e delle conseguenti devastazioni economiche e Rivoluzioni Colorate in corso, la competizione elettorale del novembre 2020 sarebbe stata una mera formalità, dati gli standard economici conseguiti.

Ma è arrivato dalla Cina il Covid 19. Quanto fatto dal presidente Trump trascende però le elezioni; le elite globaliste avevano ripetuto sino allo sfinimento che la classe media e le classi lavoratrici americane non sarebbero mai più cresciute, che i salari sarebbero rimasti stagnanti fino a diventare perpetui.

Trump ha invertito tutto ciò, ha sostanzialmente nazionalizzato la FED, mentre i Democratici radicali e il Deep State cospiravano per rovesciare la sua Presidenza, mentre la pandemia mortale infuriava e le proteste di strada orchestrate con le rivolte violente di Antifa e BLM dominavano i titoli dei giornali.

Trump, anche se sconfitto, sarà un epifenomeno rispetto a quello che verrà ricordato come il “secolo di Trump”, “il secolo del Nuovo conservatorismo populista”.

Nessun presidente statunitense che gli succederà potrà agire senza continuare sui suoi passi, oltre la retorica ufficiale. L’alternativa, unica, al trumpismo potrebbe allora essere la guerra civile americana, avviata e condotta però dal proletariato americano conservatore, non dai figli della grossa borghesia progressistica e globalista alleati di Soros, dei Rothschild e della Cina.

La Rivoluzione conservativa patriottica, antiprogressista e antiglobalista, è ormai incisa a lettere di fuoco nello spirito americano, va ben oltre Donald Trump, avendo aperto un ciclo secolare che raggiungerà, a breve, anche l’Europa e probabilmente la stessa Cina, sovvertendo il progressismo economicistico e mercantilistica imperante in questi continenti, come è (stato) nella logica del Deep State.




BREVE LEZIONE SUI DIRITTI CIVILI di Moreno Pasquinelli

Pubblichiamo un articolo comparso su Sollevazione il 26 maggio 2015

* * *

«L’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, e di quelle che non sono in quanto non sono».
[Protagora, in Platone, Teeteto]

Il mio articolo A QUELLI CHE I DIRITTI CIVILI…NO ha suscitato diverse ed aspre critiche. Non poteva essere diversamente. La questione  è controversa, e tocca più ambiti: politico, filosofico ed anche psicologico. Tutto si può dire, non che si tratti di una discussione sul sesso degli angeli.

Lo dimostra il recente referendum nella cattolica Irlanda sui matrimoni gay, segnato dalla vittoria schiacciante dei SI e da un’alta percentuale di votanti, e che destituisce di ogni ragionevole fondamento l’idea di chi liquida i diritti civili come bazzecole, “capricci” o, addirittura, li condanna come un maldestro tentativo di “distrazione di massa” delle élite neoliberiste.

Liberalismo

Sono stato accusato, da chi respinge la “categoria” stessa dei diritti civili, di essere un liberale e/o un anarchico. Accettandola io condividerei il paradigma individualistico tipico del pensiero liberale.

E’ curioso che l’accusa mi venga non da dei paleo-comunisti  —che dunque teorizzano l’abolizione della proprietà privata e l’estinzione dello Stato, ergo la comunione integrale dei beni e una comunità basata sulla democrazia diretta—, bensì da chi ritiene inviolabile la proprietà privata, il capitalismo un sistema ottimale, divino lo Stato e sacra la Costituzione italiana.

E’ evidente l’autocontraddittorietà dei miei critici. Il fondamento filosofico, anzi teologico, dell’individualismo liberale è infatti il considerare “naturale” e non invece un determinato prodotto storico, la proprietà privata, il porre quest’ultima come fondamento primo dei diritti di libertà dell’uomo.

Rifiutare il paradigma liberale non autorizza nessuno a gettare l’acqua sporca col bambino. Tanto per dire: la condanna, a cui mi associo, della filosofia individualistica di Locke, non toglie nulla ai meriti del filosofo inglese, alla sua condanna dell’assolutismo, alla sua difesa del principio della tolleranza, alla sua idea di separazione tra Stato e Chiesa, ecc. Al fondo l’errore di certi giuristi statolatri e critici arruffoni è scambiare il ricco e poliforme pensiero liberale con il moderno neoliberismo, la cui forma ideologica più estrema venne ben espressa dalla nota sentenza della Thatcher: “la società non esiste, esiste solo l’individuo”.

Chi non riconosce al pensiero illuministico ed al movimento politico liberale, ovvero alla borghesia nascente, la loro funzione storica progressiva —decisiva nella battaglia per demolire i regimi feudali e nella fondazione dei moderni stati-nazione— o è un somaro oppure, gratta gratta, è un reazionario della più bell’acqua.

Un inflessibile critico della società borghese liberale fu ad esempio Karl Marx, il quale tuttavia non si sognò mai di negare il ruolo rivoluzionario della borghesia. Il fatto che contestasse al liberalismo di nascondere la diseguaglianza sociale reale dietro il velo dell’eguaglianza giuridico-formale, non gli faceva certo condannare le conquiste della rivoluzione liberale e borghese. Come invece fece il controrivoluzionario Joseph De Maistre, massimo esponente della Restaurazione.

Mi si dirà che tra Marx e De Maistre c’è un altro pensatore anti-liberale, ed anti-individualista, per la precisione Jean-Jacques Rousseau, da cui Giuseppe Mazzini trasse alcune delle sue idee politiche. Non vedo tuttavia, nel documento che prendevo di mira e nei ragionamenti di coloro che rifiutano la “categoria” dei diritti civili, né l’elogio dell’eguaglianza sociale né la preferenza per la democrazia diretta, che sono appunto i capisaldi del pensiero radicale rousseauiano.

Mazzini non è Rousseau, ciò di cui si resero ben conto i teorici della dottrina fascista, che amavano il primo ma non certo il secondo.

L’errore principale di ARS è di natura filosofica. Nel documento sui diritti civili di questo gruppo, viene espresso questo principio:

«…la retorica dei diritti civili è espressione dell’individualismo filosofico e politico che l’ARS riconosce fra i suoi principali nemici».

Sotto mentite spoglie ritorna la metafisica mazziniana-gentiliana. Col pretesto di respingere l’individualismo, non solo si ripudiano gli elementi di universalità del pensiero liberale e le conquiste storiche della rivoluzione borghese, si rigettano anche i concetti di cittadino e di persona.

I concetti di individuo, cittadino e persona non vanno invece confusi: il primo è liberale, il secondo giacobino, il terzo è proprio di un pensiero anti-liberale e comunitario. Il fatto è che la Costituzione italiana del 1948, essendo un compromesso tra liberali, cattolici e social-comunisti, li recepisce tutti e tre. Ma andiamo con ordine.

La Costituzione italiana

L’autocontraddittorietà di coloro che fanno spallucce davanti ai diritti civili e li respingono anzi come “cosmetici” (quindi privi di sostanza e giuridicamente illegittimi) non finisce qui.

Essi dicono di difendere la Costituzione italiana, in verità non la capiscono. Non vogliono ammettere che essa —proprio dal momento che pone a fondamento della Repubblica e dell’ordinamento giuridico l’inviolabilità dei diritti politici, democratici e quindi civili della persona— accoglie la migliore eredità liberal-democratica.

Ed è proprio per il posto centrale che occupano i Titoli riguardanti i diritti della persona e del cittadino (non solo e non tanto per il principio astratto che la sovranità spetta al popolo), che la Costituzione seppellisce il fascismo e fonda la Repubblica democratica. Ed è democratica, al contrario di quanto vaneggiano certi suoi paladini, perché insiste senza ambagi che, se è vero che i cittadini hanno dei doveri verso lo Stato, è proprio su quest’ultimo che ricadono i principali obblighi e doveri, primo fra tutti, appunto, quello di rispettare i diritti inviolabili dell’individuo, in quanto persona e cittadino.

Già ricordavo il Titolo I della Costituzione (gli articoli dal 13 al 28), con la sua apertura inequivocabile: “la libertà personale è inviolabile”, ed a seguire, l’obbligo dello Stato di difendere i diritti dei cittadini che ne conseguono.

Suggerisco di leggere quindi il Titolo II “rapporti etico-sociali”, gli articoli dal 29 al 34, dove i costituenti sottolineano i fondamentali doveri dello Stato repubblicano verso i cittadini: quelli ad esempio di tutelare i figli nati fuori dal matrimonio, di proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù, di tutelare la salute come fondamentale diritto dell’individuo garantendo cure gratuite agli indigenti, di assicurare la gratuità dell’istruzione. Infine, ma non meno importante, il principio che “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Come si vede ai diritti del cittadino corrispondono altrettanti doveri dello Stato. E’ quindi falso ed in contraddizione col dettato costituzionale il principio secondo cui:

«Il fondamento dei diritti consiste invece nei doveri, sui quali si basa ogni grande e piccola comunità: soltanto adempiendo i nostri doveri abbiamo titolo per rivendicare i diritti». [1]

Se ciò fosse vero, dovremmo escludere dal godimento dei diritti civili e politici una buona fetta della popolazione, dai bambini a tutti gli adulti affetti da patologie che impediscono loro di compiere alcuni se non tutti gli obblighi previsti dalla legge.

I diritti civili

I diritti sanciti dalla Costituzione sono sociali? democratici? politici? civili? Sono, evidentemente, tutte queste cose insieme. Di più: essi sono un tutt’uno, e se cade una parte, rischiano di cadere tutti.

Volendo seguire l’approccio giuridico formalistico potremmo, con Luigi Ferrajoli [2] classificare i diritti come segue:

(1)        diritti di libertà: quelli che comportano per il potere pubblico il dovere di non interferire;

(2)        diritti politici: quelli attinenti alla sfera pubblica;

(3)        diritti civili: quelli che attengono alla sfera privata

(4)        diritti sociali: quelli che sanciscono l’obbligo dello Stato alla loro tutela, rimuovendo perciò gli ostacoli al benessere dei cittadini.

Se poi vogliamo seguire Norberto Bobbio, [3] per cui i diritti non sono il prodotto della natura ma della civiltà umana, ossia sono diritti storici e in quanto tali mutevoli, occorre considerare la categoria dei

(5) diritti umani, affermatisi grazie alle lotte di questa o quella minoranza sociale, recepiti poi, in virtù del consenso generale, dagli Stati (vedi la Dichiarazione universale dei diritti umani dell’ONU) e dalla stessa giurisprudenza.

Come detto, con le modificazioni della struttura e della sovrastruttura sociale, delle consuetudini e dei costumi, muta anche la sfera dell’etica, quindi del diritto. Diritti un tempo primari divengono secondari, alcuni addirittura periscono per lasciare il posto a diritti nuovi. Questi ultimi si sono faticosamente fatti strada, sempre dovendo vincere le resistenze di conservatori e passatisti. E’ il caso di ricordare i movimenti delle donne, dei neri, degli omosessuali, e di altre minoranze contro le più diverse discriminazioni sociali?

Per concludere, davanti alla comparsa di nuovi bisogni sociali, sotto la spinta dei mutamenti dei costumi, della scienza, delle comunicazioni, la dottrina giuridica ha dovuto concepire i cosiddetti “diritti di quarta generazione”. Sono quelli connessi alla bioetica, alle manipolazioni genetiche, alle nuove tecnologie di comunicazione, quelli relativi ai diritti dei malati e financo degli animali.

Chi scrive è ben lontano dal ritenere che ogni nuovo bisogno sociale sia progressivo, che quindi debba essere considerato legittimo solo in quanto “moderno” o rivendicato da qualcuno. Se, ad esempio, dev’essere considerata legittima la fecondazione artificiale, non solo omologa ma pure eterologa (in base al principio che coppie non fertili possano, con l’aiuto della scienza, avere  figli), non lo è per niente la pretesa di legalizzare il commercio degli embrioni, la crioconservazione o la sperimentazione eugenetica.

L’errore madornale di considerare i diritti civili dei “capricci” conduce infine ad un curioso paradosso, alla terza antilogia.

Dopo aver sostenuto che “l’individualismo filosofico e politico è uno dei principali nemici di ARS”, il documento in questione conclude riconoscendo… “il diritto [ad ogni iscritto] di maturare con autonomia la propria opinione”. Il nemico principale, cacciato dalla finestra filosofica, rientra surrettiziamente dalla finestra della politica!

Si condanna l’individualismo liberale e poi si accetta, con la scusa che i diritti civili sono dei “capricci”, il padre di tutti i principi del liberalismo, la “libertà di coscienza”.

Aveva ragione Flaiano, che  “la situazione è tragica, ma non è seria”.

*l’ARS darà poi vita al Fronte Sovranista Italiano

** Questo articolo comparve su SOLLEVAZIONE il 26 maggio 2015

NOTE

[1] Vedi il Documento sui Diritti civili di ARS

[2] Luigi Ferrajoli, Dai diritti del cittadino ai diritti della persona. In: “La cittadinanza: appartenenza, identità, diritti”, a cura di Danilo Zolo.

[3] Norberto Bobbio, L’età dei diritti, Einaudi 1990

 




L’EMERGENZA IMMAGINARIA di Alceste De Ambris

La recente ordinanza del Ministro della salute (ormai per limitare le nostre libertà personali non hanno più bisogno di leggi o almeno di decreti-legge) prevede la chiusura di discoteche e l’obbligo di mascherina dalle 18 in poi.

È già stata notata l’assurdità del provvedimento, che sembra presupporre che le malattie si diffondano solo al buio… e che gli unici luoghi affollati siano le discoteche… Vietato ballare: manco fossimo i protagonisti del film “Dirty dancing”! Il prossimo passo immagino sarà vietare i baci o i rapporti sessuali tra i giovani…

A parte le battute, il punto fondamentale è un altro. Ossia che, numeri alla mano, nonostante i media da settimane martellino su un ritorno del virus, in realtà al momento in Italia non esiste alcuna emergenza sanitaria che giustifichi ulteriori limitazioni delle libertà personali.

Non ho competenze mediche o statistiche, ma poiché nessun medico o statistico (almeno quelli interpellati dai media di regime) lo dice, è compito del cittadino comune cercare le informazioni e trarne le conclusioni (basterebbe anche un giornalista onesto…). Mi baso sui dati ufficiali delle istituzioni, pubblicamente reperibili su internet (le fonti sono indicate  in fondo).

Il fatto che nessuna testata giornalistica o programma televisivo riporti questi semplici dati, limitandosi a ripetere litanie senza senso (“oggi contagi in aumento”…), così come nessun partito politico anche di opposizione (esiste un’opposizione?) contesti il discorso dominante, polemizzando magari su questioni secondarie, la dice lunga sullo stato dell’informazione e della democrazia nel nostro paese.

E nessun fiato nemmeno dalla sinistra “antagonista”: dopo aver ammorbato per trent’anni le facoltà di filosofia con il pensiero di Foucault (pensatore peraltro anarcoide e anti-statalista e quindi innocuo al Sistema), non riescono a riconoscere il biopotere nemmeno quando si manifesta in modo così aperto… Negli anni Trenta forse c’era più pluralismo…

Il numero dei contagi sembra un dato irrilevante, sia perché dipende dal numero dei tamponi effettuati, sia perché i tamponi danno molti falsi positivi, e soprattutto perché questi nuovi infetti sono in realtà per la maggior parte sani, asintomatici o con sintomi lievi. Per svariate ragioni il virus col tempo ha perso pericolosità e letalità. L’aumento dei contagi, tra le categorie non a rischio, potrebbe anzi essere un fattore positivo, perché aiuta a costituire l’immunità’ di gregge (senza attendere vaccini miracolosi).

Il dato rilevante e’ quello dei decessi. Si tratta, come noto, di decessi presunti, perché sono stati considerate vittime del coronavirus persone “con” il coronarivus ma morti per altre malattie. E’ lo stesso Ministero della salute a dirci che l’età media dei deceduti è di 80 anni (e la mediana di 82), e che solo il 3,9% di questi non aveva patologie pregresse (e il 61% aveva tre o più patologie pregresse).

Ad ogni modo atteniamoci ai dati ufficiali. Il grafico dei decessi giornalieri presenta la classica curva a campana: raggiunto il picco a fine marzo-inizio aprile (massimo 919 morti), la curva  scende gradualmente da aprile – giugno, fino quasi ad azzerarsi a luglio e agosto. A luglio il numero dei decessi giornalieri varia da 3 a 30, con una media di 12. A agosto (fino ad ora) il numero varia da 2 a 12, con una media di 6 decessi al giorno. Diciamo pure, per arrotondare, negli ultimi due mesi, 10 decessi al giorno per covid.

Sono numeri di cui preoccuparsi ? Qui occorre ragionare a mente fredda: è chiaro che ogni vita umana è preziosa, ma purtroppo quando si fanno scelte politiche (non solo in ambito sanitario, ma anche economico ecc.) occorre valutare i pro e i contro. La vita umana è mortale e in nessuna attività esiste un rischio zero. Ad es. nessuno pensa di vietare la circolazione delle auto perché quotidianamente muoiono persone in incidenti stradali (in media oltre 3000 ogni anno).

La verità è che, avendo un termine di paragone, sono numeri non solo bassi ma proprio irrilevanti. L’Italia ha una popolazione di circa 60 milioni di persone. L’Istat ci fornisce i dati sulla mortalità annuale. Ecco ad esempio i dati dal 2014 al 2018 (arrotondati al migliaio per semplicità): rispettivamente 598 mila, 648 mila, 615 mila, 649 mila, 633 mila morti per tutte le cause. Va notato che uno scostamento di 50 mila morti da un anno all’altro è considerato fisiologico e non degno di allarme (e infatti nessun mezzo di informazione nel 2015 ci ha allertato per tale incremento o cercato spiegazioni).

La media è 628600. Dividiamo questo numero per 365 giorni, viene 1722 decessi quotidiani. Poiché ci troviamo in quella metà dell’anno in cui, viste le temperature, la mortalità è più bassa, togliamo pure un 10-15%: viene 1500 arrotondato. Ogni giorno in Italia in questo periodo muoiono circa 1500 persone. Come si vede si tratta di calcoli a spanne, solo per capire l’ordine di grandezza di ciò di cui si parla. Resta il fatto che appare razionalmente incomprensibile perché media e politici si occupino ossessivamente dei 10 morti per covid e non dei 1490 morti giornalieri per tutte le altre cause.

Per quali cause? È l’Istat stesso a dircelo (ad es. per il 2017): il 36% per malattie del sistema circolatorio, 28% per tumori, 8% per malattie respiratorie, 5% per demenze, 4% apparato digerente e 3% per diabete. Tra le malattie respiratorie ci sono polmoniti, influenze e altre. Solo per influenza si calcolano mediamente 8000 morti all’anno (per un’influenza di media gravità, di più se è grave). Il che significa, considerando che l’influenza è attiva circa per quattro mesi, una media di 65 morti al giorno (nel periodo appunto dicembre-marzo). Eppure per l’influenza non è mai stato immaginato alcun obbligo sanitario (il vaccino è facoltativo) né il telegiornale ci informa ogni giorno sul numero di infetti e sui focolai…

La situazione quindi è molto chiara: il covid è una delle malattie meno pericolose che circolino nel nostro paese, in cui da almeno due mesi non c’è alcuna emergenza sanitaria. Eppure media e governo ci fanno credere che c’è (è stato infatti prorogato lo stato di emergenza).

In questo modo continuano a diffondere panico tra la popolazione, il che sicuramente avrà degli effetti negativi sullo stato psicologico dei cittadini (in forma di depressione, ansia, nevrosi ecc.). Inoltre le limitazioni e l’incertezza danneggiano  l’economia: interi settori (ristorazione, spettacolo, trasporti, piccoli negozi ecc.) subiscono perdite ingenti, e le persone perdono il lavoro.

La somma di questi due fattori (disagio psicologico e perdita di reddito) è probabile avrà un impatto negativo sulla salute, per cui prevedo che il 2020 si concluderà effettivamente con una maggiore mortalità rispetto agli anni scorsi, ma non tanto a causa del covid, ma a causa dei provvedimenti presi per contrastare il covid.

E dunque, se è inutile e controproducente, perché media e politici continano a propinarci un’epidemia ormai inesistente? Certo non è un semplice errore o incompetenza, anche perché la campagna propagandistica ha un respiro globale e non riguarda solo l’Italia.

Sono state avanzate tante ipotesi, che tirano in gioco il controllo sociale, la lobby dei vaccini, speculazioni finanziarie, conflitti geopolitici ecc. Non so, ma ho il sospetto che la pandemia (reale o percepita) non finirà tanto presto, e che anzi diventerà il nuovo discorso dominante, nuova arma di distrazione di massa e capro espiatorio dietro a cui nascondere i fallimenti del finanz-capitalismo. Per un ventennio ci hanno imposto come ordine del giorno il “terrorismo islamico”: all fine si è capito che in realtà i presunti fondamentalisti non erano che balordi e mercenari utilizzati in ottica neocoloniale da una serie di potenze, soprattutto occidentali, per destabilizzare Stati ribelli e occupare zone strategiche. Dopo che Putin e Trump hanno scoperto il bluff, questo tipo di propaganda non tiene più (e infatti il terrorismo sembra scomparso da un giorno all’altro)… Occorre dunque mobilitare un nuovo nemico immaginario.

Fonti:

Ministero della salute http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioContenutiNuovoCoronavirus.jsp?area=nuovoCoronavirus&id=5351&lingua=italiano&menu=vuoto
e
http://www.salute.gov.it/portale/caldo/dettaglioContenutiCaldo.jsp?lingua=italiano&id=4547&area=emergenzaCaldo&menu=vuoto

Istituto superiore di sanità
https://www.epicentro.iss.it/influenza/sorveglianza-mortalita-influenza

Istat
http://dati.istat.it/Index.aspx?QueryId=18462#
e
https://www.istat.it/it/files/2020/03/Nota_mortalità-per-causa_regionale-1marzo_15Maggio-_2017_e_2020.pdf

Per i dati sui decessi (grafico e giornalieri)
https://statistichecoronavirus.it/coronavirus-italia/
https://lab24.ilsole24ore.com/coronavirus/




E’ POSSIBILE UN’EUROPA EUROPEA? di Manolo Monereo

Non è facile sfidare i pregiudizi e le cifre. Per meglio dire i pregiudizi che le cifre pretendono di convalidare. Di nuovo la vecchia storia: l’Europa ancora una volta ci salva dalla crisi.

Gli aggettivi sono stati usati senza limiti e parole come solidarietà, storia e aiuto hanno varcato tutti i confini conosciuti. L’europeismo è un’ideologia e agisce come un pre-giudizio che cerca di spiegare la realtà a partire da sé stesso. Se si aggiungono cifre enormi che hanno poco o nulla a che fare con l’esperienza delle persone, il discorso chiude il cerchio che i media sigillano.

Alla fine l’idea che resta è semplice: l’Unione Europea, in segno di solidarietà, aiuta i Paesi che hanno più sofferto di Covid19.

La cancelliera Merkel dà una prova insuperabile di saggezza politica e generosità. La UE — l’unica Europa possibile — riprende il timone e indica il destino in un mondo duro e difficile. Siccome questo viene ripetuto mille volte dai media, e la classe politica lo riafferma all’unanimità e gli intellettuali lo legittimano, è molto difficile che si sviluppi un pensiero critico.

A questo va aggiunto qualcosa di tipicamente spagnolo, vale a dire che questa Europa è un bene in sé, indiscusso e indiscutibile. In quanto tale, il discorso va escluso dal dibattito pubblico. Di fatto, diventa una narrazione disciplinare che tende ad emarginare tutte quelle posizioni che si oppongono a questo specifico modello di integrazione europea e alle sue conseguenze geopolitiche, economiche e sociali.

Date queste premesse, è molto difficile spiegare che i famosi fondi arriveranno in ritardo (il che ha gravi conseguenze), che sono insufficienti per l’importanza della crisi economica e sanitaria, che sono fortemente condizionati e che, ancora una volta, la sovranità continua ad essere ceduta a organismi non eletti, senza responsabilità.

Alcuni di noi hanno già scritto su questo, dando opinioni, cifre e argomenti, ma difficilmente raggiungeranno la maggioranza e, quel che è peggio, non provocheranno un vero e plurale dibattito pubblico perché le voci critiche vengono zittite.

In tempi di crisi, che ancora ci sono e non si sono ancora del tutto manifestati, il pericolo è sempre quello di aggrapparsi a vecchie certezze.

Sembrerebbe che l’europeismo sia come l’ultima ideologia, come l’unico consenso possibile di una Spagna che vede intrecciarsi una crisi del regime e quella dello Stato e, cosa più grave, una crisi del futuro.

Al centro la “questione” giovanile che diventa strutturale e che lega più generazioni. I giovani che avevano 18 o 20 anni nel 2008 hanno sofferto la crisi e oggi, essendo ancora giovani, ne subiscono un’altra ancora più grave e dagli esiti più incerti. La crisi della democrazia in Spagna, che abbiamo davanti agli occhi e che non vogliamo vedere, è anche generazionale e richiede un ripensamento di ideali, strategie e modi di fare e di comunicare la politica.

Europa (che è molto di più che la Ue) va affrontata come territorio di confronto, di definizione strategica, ponendovi attorno i grandi problemi politici; ovvero, sovranità popolare, indipendenza nazionale, giustizia e conflitto sociale.

Una prima questione è la definizione di cosa sia la UE in quanto artefatto giuridico-istituzionale.

A mio parere, è un nuovo tipo di sistema di dominio politico che organizza, amministra e disciplina le classi economicamente dominanti; garantisce la coerenza dei tuoi interessi generali; impone una politica economica unica per l’intera Unione e, ciò che è fondamentale, assicurata dallo Stato tedesco.

È un’operazione con la volontà di egemonia; poiché alla fine è sostenuta dal potere politico, è ancorata alla potenza dominante che è, in questo caso, la Germania. Il concetto di potere strutturale definisce chiaramente la capacità di questo Stato di imporre regole del gioco e comportamenti agli attori statali che finiscono sempre per beneficiarne.

Una seconda questione ha a che fare con la forma-istituzione della UE.

L’argomento è così obliquo e tuttavia così dibattuto che le distinzioni tendono a confonderlo piuttosto che a chiarirlo.

I dibattiti sulle sentenze della Corte costituzionale tedesca ci dicono che siamo entro i limiti di un’organizzazione basata su Trattati che ha assunto poteri sempre più decisivi e che tende a diventare una forma-Stato basata su un ordinamento giuridico che agisce materialmente come costituzione sovranazionale.

La confusione concettuale è parte di un’operazione che mescola elementi di confederalità, federalità e sovranità, che la Corte di giustizia europea interpreta come se fosse una corte costituzionale convenzionale. Parlare di limiti significa che l’integrazione ha raggiunto un livello che richiede una decisione giuridica fondamentale: o spostarsi verso uno Stato federale o tornare, in un modo o nell’altro, agli Stati nazione che abbiamo conosciuto fino ad ora.

L’avanzata istituzionale di questa Unione Europea sarà una fonte permanente di conflitto, degrado delle democrazie esistenti, rinascita di nazionalismi estremi, indebolimento delle libertà pubbliche e super-sfruttamento delle classi lavoratrici.

La terza questione viene sistematicamente evitata in tutti i dibattiti, eppure è quella decisiva.

Nessuno stato, grande o piccolo, è disposto a dissolversi. Per quanto s’insista, non c’è un popolo europeo né un Demo disponibile. Con il progredire dell’integrazione, la riaffermazione della proprie identità nazionali, delle sovranità statuali e della democrazia come autogoverno, aumenta in ciascuno dei paesi, al punto che i diritti vecchi e nuovi vengono rafforzati difendendo queste aspirazioni. Non è un caso.

L’artefatto politico-giuridico che la UE stava definendo, ciò che si stava veramente cercando era quello che Hayek chiamava federalismo economico; ovvero, privare gli stati della sovranità economica e rimuovere la politica economica dal dibattito pubblico, poiché per loro l’unica vera economia è quella neoliberista.

Parlare di Europa europea, come faceva il vecchio De Gaulle, non è retorico, è un impegno politico fondamentale.

Ciò che stiamo vivendo da più di 30 anni è una progressiva “nordamericanizzazione” della nostra vita pubblica; vale a dire la sostituzione della forma-democrazia costruita negli Stati europei e che ha il suo motore fondamentale nel conflitto di classe.

L’integrazione europea ha anche questo lato oscuro che limita radicalmente la sovranità popolare, il costituzionalismo sociale, e la politica intesa come capacità di decidere su modelli economici e sociali differenziati.

L’involuzione politica, il degrado sociale e un aumento sostanziale delle disuguaglianze vanno di pari passo quando la democrazia si distacca dalla trasformazione sociale e dalla lotta per la giustizia. Nordamericanizzazione della vita pubblica significa democrazia intesa come meccanismo di selezione delle élite al potere, difenditrice degli interessi privati ​​e slegata dalla lotta per l’uguaglianza sostanziale.

Non molto tempo fa Oscar Lafontaine ha parlato della necessità per la UE di ripensare se stessa, di andare avanti su vari piani e di fare marcia indietro su altri che si stavano rivelando estremamente dannosi e che dividevano l’Europa.

Nessuno, a questo punto, dubita che l’euro sia mal concepito e progettato, ha accentuato la differenziazione tra un centro sempre più potente e periferie sempre più dipendenti; la separazione tra politica fiscale ed economica e politica monetaria non è sostenibile ed è all’origine della stagnazione economica e sociale che sta vivendo l’UE; la concezione della moneta come semplice mezzo di scambio ignora che si tratta di un’istituzione sociale che dipende dall’autorità dello Stato.

La natura incompleta dell’euro richiama l’attenzione su un fatto che ritornerà inevitabilmente a ogni crisi: che non esiste moneta senza unità economica e fiscale; che l’estrema eterogeneità socio-economica dei paesi che compongono l’Unione verrà accentuata, senza un drastico intervento dei poteri pubblici. Che non esiste moneta senza uno Stato che la imponga e la garantisca.

L’Unione europea sta abbattendo l’Europa per di più rendendola impossibile. Il motivo è sempre più chiaro: vogliono costruire un’Europa senza e contro la sovranità popolare; senza e contro lo Stato sociale; senza e contro i diritti sociali fondamentali; senza e contro la politica intesa come procedura, deliberazione e decisione tra progetti differenziati. La politica interna ed estera sono sempre correlate. Non dovrebbe sorprendere, con questi fondamentali, che con più integrazione europea, più dipendenza dagli Stati Uniti, maggiore incapacità di intervenire attivamente e positivamente in un mondo che cambia rapidamente e, cosa più grave, mancanza di una politica solvibile e autonoma di alleanze internazionali.

La proposta di un’Europa europea significa costruire un progetto partendo da ciò che ci rende forti: stato sociale, sovranità popolare, diritti e libertà pubbliche costituzionalizzati, democrazia economica e sociale. Non dovrebbero esserci troppi dubbi, nelle condizioni attuali un’Europa-Stato  sarebbe un’Europa tedesca. Ma questo non accadrà. Dov’è la chiave? Secondo me, camminare verso un’Europa confederale. Non si tratta di condividere le sovranità, ma di rafforzarle; definire politiche comuni e rafforzare la cooperazione per sviluppare l’autonomia produttiva, i diritti sociali e la democrazia in ciascuno degli Stati; un’uscita concordata dall’euro che consenta la transizione verso economie più egocentriche con una maggiore capacità di attuare politiche di sviluppo regionale e industriale. Si potrebbe continuare.

Si dirà che questo non è possibile. Che i grandi stati si opporranno. Che la destra non accetterebbe un’Europa così costruita. Allora si può dire solo la verità: che l’Unione europea è incompatibile con i diritti sociali fondamentali; che essa si oppone alla sovranità popolare e che è uno strumento per indebolire le classi lavoratrici e i sindacati.

Che il suo obiettivo finale è porre fine al costituzionalismo sociale e che, al di là della retorica, ciò che cerca è un’involuzione storica su larga scala. Non accadrà.

Manolo Monereo

La Parra, 16 agosto 2020

 




E’ L’ORA CHE DRAGHI CI RACCONTI LA VERITA’ di Gianluigi Paragone

La processione di lecchini a favore di Mario Draghi anticipa quello che potrebbe accadere se, come vorrebbero in tanti, l’ex governatore della Bce salisse al Colle: bene, bravo, bis. Tutti contenti, tutti entusiasti, tutti già draghiani. Anzi, è già partita la gara a chi era più filo Draghi prima degli altri. Da Zingaretti a Salvini, è una bizzarra òla.

Mi smarco, in coerenza rispetto a quello che ho sempre pensato sull’uomo. Mario Draghi ha parlato al meeting di Comunione e Liberazione con la lingua dell’establishment: non ha detto nulla ma siccome lo ha detto lui, il Messia, la parola diventa Verbo. Anche se ‘sto Verbo pare un turacciolo di sughero, buono per stare a galla in qualsiasi acqua. A leggerlo con atteggiamento distaccato, Draghi non ha detto nulla eppure quel che ha detto, in bocca a lui, distorce. Così poiché nessuno ha il coraggio di contestare alcunché – nemmeno in questo spazio temporale dove Mario Draghi non è coperto da alcuna immunità – proviamo a mettere in un sistema chiuso il sughero narrativo Draghiano e poniamoci delle domande.

Iniziamo dal “Debito” e dalla sua distinzione tra debito buono e debito cattivo. Signor Draghi, ma i derivati che sono stati piazzati nei bilanci dello Stato quando lei ricopriva incarichi importanti sono debito buono o sono debito cattivo? Laddove non se lo ricordasse, può farsi aiutare dalla signora Maria Cannata, storica e silente dirigente che ha avuto in mano il debito pubblico italiano per 17 anni. Ma sono certo che nemmeno in quel caso la tossicità dei derivati (debito cattivo) troverà mai una parola di verità: evidentemente la scuola gesuita che ha allevato Draghi ha lasciato il suo segno.

Vado oltre. Signor Draghi, quando lei parla di etica, di morale, di futuro, ce la racconta una volta per sempre la svendita che faceste, sul Britannia prima e nei Palazzi dopo, di pezzi strategici e importanti di asset pubblici? Cosa vi ispirò? Se l’esigenza di fare cassa, manco ci riusciste perché l’affare l’hanno fatto gli altri; se regalare vantaggi a coloro che poi avrebbero dovuto costruirci una porta di servizio attraverso la quale entrare nell’euroclub, allora sì, ci siete riusciti e infatti ne paghiamo ancora le consegne.

Chi ha tradito l’Italia e gli italiani non può pensare di parlare dall’alto come se fosse un papa laico. Onestamente io di questo papato laico di SuperMario mi sono già rotto e la sola idea di pensarlo su al Colle mi spinge a non mollare la battaglia “italexit” un solo secondo. Non accetterò mai colui che disse che le riforme (neoliberiste) si fanno a prescindere dalla volontà dei popoli ; perchè questo significa – alla vigilia del referendum confermativo sulla riduzione del numero dei parlamentari – erodere la democrazia a vantaggio di quelle élite delle quali Mario Draghi è un campione.
Quanto ai pistolotti sui giovani e sulla politica dei bonus, Draghi ha poco da impartire lezioni: quand’era governatore di Banca d’Italia vide sotto i propri occhi costose acquisizioni di banche, i cui strani giri di cassa ancora appesantiscono certe banche. (Anche qui per strane combinazioni la “capa” della Vigilanza Anna Maria Tarantola fu promossa alla presidenza della Rai con Gubitosi direttore generale). Il futuro dei giovani sarà sempre meno ancorato ai diritti fintanto che l’inganno dell’Unione proseguirà e le riforme neoliberiste sono sulla scia delle lettere ai governi che piacciono tanto alla Troika della quale Draghi fu parte.

E infine. Signor Draghi, il rapporto credito/debiti delle banche d’affari tra cui la “sua” Goldman Sachs è buono o cattivo? Per citare il Vangelo, il suo parlare sia chiaro: sì sì, no no, il di più viene dal demonio. Quanto hanno guadagnato speculando le banche d’affari sulle crisi dei debiti sovrani? Il Quantitative fu una operazione importante ma pur sempre un doping per tenere in piedi quel maleficio chiamato Unione europea. Sul “debito” la classificazione in buono e in cattivo è appannaggio di chi comanda le regole del gioco, ed è strano che chi cita Keynes come fosse un faro e si fregia di essere allievo di Federico Caffè (il quale oggi lo infilerebbe dritto dritto tra gli “Incappucciati della finanza”) faccia finta di non saperlo. La narrazione sul debito sta dentro la neolingua unionista, sta dentro l’architettura asimmetrica di Bruxelles; pertanto Mario Draghi sul debito aggiorna e piega leggermente ciò che la Germania predica dall’inizio dell’eurostoria.

Gli osanna che si stanno levando a favore di Mario Draghi e che si leveranno in futuro fanno parte di una narrazione mainstream, fanno parte del racconto dei vincitori i quali non si sono nemmeno dovuti sporcare le mani in battaglia perché le élite in battaglia nemmeno ci vanno. Hanno i gazzettieri e i damerini al loro servizio.

Fonte: ilparagone.it