CONTRO L’ATLANTISMO, SENZA SE E SENZA MA di Moreno Pasquinelli

Essendo convinto che occorre un Partito dell’Italexit, ovvero di un partito che faccia dell’uscita dall’Unione europea e dall’euro la sua propria specifica missione, ho sostenuto e sostengo l’avventura lanciata a fine luglio da Gianluigi Paragone.

Era chiaro che si sarebbe trattato di un partito sui generis, composto da militanti provenienti dai più diversi percorsi politici e dai più diversi orientamenti ideologici, uniti tuttavia non solo dal rigetto del neoliberismo globalista, ma dai principi di sovranità nazionale, giustizia sociale e democrazia scolpiti nella Costituzione del ‘48.

Evidente che un simile partito sarebbe stato, per sua natura, proteiforme, poiché, in base alla sua missione, avrebbe potuto e dovuto catturare consensi da tutti i ceti e le classi sociali ostili all’Europa neoliberista.

Era dunque prevedibile che chi avesse messo al primo posto la propria fede ideologica e politica e considerato l’Italexit come una subordinata, non avrebbe aderito a questo partito.

Che questa impresa abbia potuto prendere slancio con l’ingresso in campo del noto giornalista anti-Ue e senatore Gianluigi Paragone — posto che il terreno era stato arato e concimato da un almeno un decennio, non solo dai gruppi sovranisti e da intellettuali indipendenti, ma pure da M5S e Lega salviniana —, è non solo comprensibile, ma razionale.

Viviamo non solo nella debordiana “società dello spettacolo”, viviamo non solo sotto l’egemonia postmodernista della morte delle “grandi narrazioni”, viviamo sotto la tirannia della comunicazione di massa, viviamo nel tempo politico dei populismi.

Affinché la ragione possa aprirsi una breccia nel fronte nemico, affinché un’idea possa farsi largo, non basta che essa sia giusta, occorre che s’incarni in un simbolo, per la precisione in un uomo-simbolo. Rebus sic stantibus, Paragone è oggi quest’uomo-simbolo.

Non possiamo dunque che ringraziare Paragone per questa sua discesa in campo, con l’auspicio che si concluda, come quella di Farage, in un successo. E ove accadesse, sarebbe un successo di portata storica.

L’uscita dell’Italia dalla Ue non cambierebbe radicalmente solo il corso degli eventi nel nostro Paese, travolgerebbe tutta l’Europa e avrebbe ripercussioni globali. Se si chiede ai singoli militanti la consapevolezza della enorme posta in palio, a maggior ragione ne dev’essere consapevole l’uomo-simbolo a capo dell’impresa.

A lui occorrono grande coraggio, lunga esperienza politica, lucidità, visione, saggezza e sensibilità umana. Qualità che difficilmente possiamo trovare tutte concentrate in un singolo, per quanto talentuoso esso sia. Per questo, al netto del “momento populista”, non può funzionare un grande partito con “l’uomo solo al comando”.

Il partito è in gestazione, sta solo adesso formando i suoi gruppi dirigenti, sta cercando di strutturare una catena di comando mettendo le persone giuste al posto giusto. Le difficoltà sono enormi, è inevitabile che si commettano degli errori. Gli errori possono essere di diverse specie, politici o organizzativi, piccoli o grandi. E sono tanto più grandi se a commetterli è proprio il leader.

Quello che compie Paragone quando dice di essere “atlantista” è un errore politico molto grave.

In un’intervista di qualche giorno fa  alla domanda: “Ha rivangato l’amicizia e le simpatie politiche con Farage a livello occidentale. Altre alleanze in Occidente? Magari, non so, un Putin…”, Gianluigi Pragone ha così risposto:

«Certi scenari geopolitici implicano fondamentali chiari e netti. Le mie posizioni sono assolutamente filoamericane. La Russia è un pezzo della cultura europea e non ho paura ad ammetterlo e ad apprezzarlo. Alcune sfaccettature culturali russe, come la letteratura, sono chiaramente più affini a noi italiani di un Kerouac. Però va riconosciuto che gli Stati Uniti d’America, a prescindere dall’orientamento politico del governo di turno abbiano sempre riconosciuto un ruolo, talvolta centrale, all’Italia e alla sua cultura. Non sono mai stato particolarmente affascinato dalle sfide cinesi piuttosto che russe. Sono interlocutori importanti però il posizionamento deve esser chiaro. Insomma, un filo-atlantismo chiaro per rivendicare la centralità  dell’Italia nel Mediteranneo, mettendola nel solco di una tradizione che è sempre stata riconosciuta strategicamente dagli USA. Mentre la Cina, ad esempio, vorrebbe utilizzare l’Italia e lo farebbe con un atteggiamento di non reciprocità, gli USA hanno sempre capito e apprezzato il ruolo del Bel Paese, senza metterle il guinzaglio». [sottolineatura nostra]

Sono affermazioni pesanti, per la precisione ideologicamente pesanti, che hanno sollevato da più parti mugugni e sconcerto, che stanno allontanando tanti cittadini sbigottiti, sia di sinistra che di destra. Affermazioni prescrittive che danneggiano il Partito dell’Italexit in quanto, invece di distinguerlo, lo accodano a tutto il resto del circolo politico di sinistra e destra.

Qui non si dice che, nella prospettiva dell’Italexit, sarebbe auspicabile che Trump resti alla presidenza degli Stati Uniti. Passi.

Qui siamo in presenza di una scelta di campo non solo geopolitica ma ideologica. Il cosiddetto atlantismo altro non è che un sottoprodotto dell’americanismo, quell’ideologia tossica per cui gli U.S.A. non solo avrebbero raccolto l’eredità della civiltà europea, ma sarebbero il moderno faro di di una superiore civiltà, destinata quindi alla supremazia mondiale. Una civiltà non solo capitalista, ma liberista e imperialista nella sua stessa essenza.

Non è accettabile sorvolare sugli orrendi crimini imperialistici compiuti dagli Stati Uniti, ad ogni latitudine, a partire dall’attacco nucleare al Giappone. Non è possibile dimenticare i fiumi di sangue versati da interi popoli e nazioni sotto il giogo americano. Né è ammissibile dimenticare quanti e quali sacrifici e supplizi abbiano sostenuto quegli eroici popoli, a partire da quello vietnamita per finire con quello iracheno, nel tentativo di liberarsi dall’occupazione militare a stelle e striscie.

Se non è accettabile dimenticare, men che meno lo è condonare gli inenarrabili crimini a stelle e striscie in virtù di un presunto rispetto che la Casa Bianca avrebbe avuto per l’Italia. Non si possono dire simile storiche bugie.

Dopo la seconda guerra mondiale il nostro Paese, non solo via NATO, ha dovuto accettare una posizione brutalmente subalterna, considerata una provincia suddita dell’impero americano. E ogni volta che l’Italia ha cercato di svincolarsi di trovare una sua propria strada, gli è stato impedito, non solo con la pressione politica e diplomatica, ma a suon di crimini di stato, di bombe e attentati sanguinosi. Non è un segreto che la stessa catastrofe venuta con “mani pulite”, ovvero la liquidazione di un’intera classe dirigente colpevole di troppa esuberanza, abbia avuto il lasciapassare di Washington.

Che nella situazione drammatica in cui siamo si debba combattere anzitutto la nuova colonizzazione euro-tedesca, che l’uscita dalla NATO sia oggi una subordinata, questo è giusto. Della NATO e delle basi americane sparse per il Paese ne parleremo quando almeno saremo usciti dall’Unione europea.

Ma non c’è dubbio che quando avremo conquistato questo primo pezzo di sovranità, non potremo che portarla fino in fondo, liberandoci da ogni altro tipo di sudditanza geopolitica. Quello che si deve dire è non solo che siamo per un Paese pienamente sovrano, è che siamo per un diverso ordine mondiale policentrico o multipolare, segnato da un equilibrio tra le diverse potenze che rispetti l’autodeterminazione dei popoli. Ed è ovvio che dentro questo nuovo equilibrio gli USA avranno un posto decisivo, decisivo ma non di predominio. Com’è ovvio che l’Italia nuova non accetterà né nuovi colonialismi né di essere considerata provincia dell’impero, quale esso sia.

Del resto non è forse vero che il Patto di Varsavia e l’Unione sovietica sono scomparsi? Contro chi la NATO punta i suoi micidiali missili? Contro la Russia, che invece dovremmo avere come grande nazione amica. E chi se non la NATO, dopo il 1991, ha provocato la Russia allargando la NATO ed Est circondando la Russia? Chi se non la NATO ha sostenuto la “rivoluzione colorata” e filo-nazista in Ucraina?

Saremmo dei ben strani sovranisti, dei sovranisti straccioni se, oltre a rifiutare l’ideocrazia suprematista americana, non dicessimo che la NATO è un blocco militare che ci danneggia, se non dicessimo che la nostra futura politica estera si svolgerà all’insegna della neutralità, della pace e della fratellanza tra i popoli.

Non si tratta solo di mera strategia geopolitica, si tratta di avere dei principi, si tratta di immaginare il mondo che sorgerà dopo questa turbolenta fase di transizione, e quindi la missione storica dell’Italia nuova e del posto centrale che necessariamente dovrà occupare.

Si tratta, in tutta evidenza, di questioni complesse ma imprescindibili, che il Partito dell’Italexit dovrà trovare il modo di affrontare e risolvere, proprio perchè si assegna una missione tanto ambiziosa.