IL DESTINO DELLA RUSSIA E LA CHIESA CATTOLICA di Moreno Pasquinelli

«Quanto tempo, arciprete, dovranno ancora durare questa sofferenze? Risposi: Fino alla morte. E lei con un sospiro replicò: così sia; proseguiamo il nostro cammino».
Avvacum, Autobiografia

Giorni addietro SOLLEVAZIONE ha pubblicato, a firma F.f,  SCISMA NEL CATTOLICESIMO UNIVERSALE?
L’autore, posto che sarebbe in atto una “guerra civile ideologica a bassa intensità nel mondo cattolico contemporaneo”, per la precisione tra l’ala progressista bergogliana e quella conservatrice e rigorista (Vigano et similia), sostiene di non schierarsi né con la prima né con la seconda. Alla fine del suo scritto confessa tuttavia di simpatizzare per i rigoristi e per auspicare (sulla base di tradizionali “valori cristiani non negoziabili”) una “santa alleanza” tra conservatori cattolici e Chiesa ortodossa russa, posto che  egli crede “nel ruolo e nella missione della Russia cristiano-ortodossa nel nuovo ordine internazionale” — in altre parole il mito di “Mosca Terza Roma”, la Russia come un’universale centro redenzione dell’umanità.

Tenterò di mostrare quanto fallace sia il mito di “Mosca Terza Roma” e come sia vano sperare in un’alleanza tra conservatori cattolici e russi ortodossi sulla base dei cosiddetti “valori non negoziabili”. Per farlo il lettore dovrà avere la pazienza di seguirmi in un breve viaggio a ritroso nella storia della Russia.

La sindrome costantiniana

Sotto il nome di “sindrome costantiniana” s’intende, in ambito cristiano, il perverso rapporto tra il potere secolare e quello spirituale. Un male antico, che risale appunto all’ascesa di Costantino il Grande al seggio di imperatore romano (324). Costantino non si limitò ad appoggiare la Chiesa, ne fece un braccio, sia spirituale che secolare, del potere imperiale. Così i verdetti, non solo dei Sinodi (primo fra tutti quello di Nicea, 325), ma dei singoli vescovi, ebbero, una volta ratificati dall’imperatore, forza di legge.  Con la fusione, nell’Impero Romano d’Oriente, di Chiesa e impero in un unico corpo politico teocratico avvenne una svolta epocale che ebbe conseguenze di lungo periodo. I capi della Chiesa che fino ad allora esercitavano un’autorità solo morale o teologica, accettarono di diventare funzionari imperiali con facoltà coercitive inoppugnabili. Pur di ottenere la protezione imperiale e di conservare gli enormi privilegi che detta protezione assicurava, molti patriarchi e vescovi si comportarono da veri e propri tiranni, persecutori implacabili degli “eretici” cristiani, spesso più degli stessi imperatori più osservanti. Mentre lo Stato romano assunse il compito di proteggere l’ortodossia della gerarchia cattolica, questa accettò di ubbidire ad esso, anzi sacralizzandolo.

F.f. sembra avere nostalgia del sistema teocratico. Dopo aver condannato “l’élitismo gesuitico del  Concilio Vaticano II” — Concilio che tra le diverse decisioni cercò appunto di liberare definitivamente la Chiesa dalla sindrome costantiniana — giunge infatti ad elogiare la teologia di Eusebio di Cesarea che qualifica come un “modello di cultura teologica organicistica e comunitaria”. L’apologia è rivelatrice. Biografo e strenuo difensore di Costantino, fu proprio Eusebio a gettare le basi della sindrome costantiniana in quanto teorizzò il carattere supremo e sacro del potere imperiale, così giustificando la sottomissione  della Chiesa al potere secolare. Sembra sfuggire a F.f. come Eusebio ponesse un’analogia tra il piano teologico e quello politico: dalla sua concezione teologica subordinazionista e semi-ariana per cui il Figlio è inferiore al Padre, Eusebio ricavava l’idea che il Padre fosse l’imperatore e figlio la Chiesa.

Se la Chiesa cattolica, dopo secoli di tormenti e dolorose sconfitte, ha finito per accettare la distinzione e la separazione del potere spirituale da quello secolare, il cristianesimo bizantino e quello russo in particolare, al contrario, non hanno sciolto il dilemma restando anzi prigionieri della esusebiana sindrome costantiniana.

Di quale “Chiesa ortodossa” parla poi F.f.? Egli lascia intendere che si riferisce a quella ufficiale, di cui il Patriarcato di Mosca di Kirill è ultima propaggine. Ed è a questa che F.f. sembra assegnare la missione salvifica di erigere la “Terza Roma”. Ma il Patriarcato moscovita davvero ritiene di possedere questa missione? Mostreremo che la risposta è no.

Il mito della “Terza Roma”

Questo mito sorse dopo la liberazione dal domino dei tartari (1480). Alla base non solo l’idea della traslatio imperii, ma quella per cui dopo la caduta di Roma e di Costantinopoli sarebbe spettato ai russi il ruolo di custodi di una ortodossia incontaminata, chiamati ad assolvere una messianica ed escatologica missione mondiale.

“La Chiesa dell’antica Roma cadde per la sua eresia; le porte della seconda Roma, Costantinopoli, furono abbattute dalle asce dei turchi infedeli; ma la Chiesa di Mosca, la nuova Roma, risplende più del sole in tutto l’universo. Tu sei il sovrano ecumenico, tu devi reggere le redini del governo nel timore di Dio; abbi timore di colui che te le ha affidate. Due Rome sono cadute, ma la terza rimane salda in piedi; una quarta non vi sarà. Il tuo Regno Cristiano non sarà mai dato ad alcun altro sovrano”.

Con questa parole, nel 1532, il monaco Filoteo, si rivolse a Basilio III, granduca di Mosca. Nel 1547 Ivan IV venne proclamato Zar. Ma proprio in quei tempi e attorno al dilemma del rapporto tra potere spirituale e temporale, sorsero le due tendenze storiche di dilanieranno l’ortodossia russa. Quella di tradizione bizantina per cui lo Zar sarebbe l’equivalente del Basileus per cui l’imperatore era l’incarnazione di Gesù Cristo, ed in quanto tale sovrano supremo di un unico corpo, secolare e spirituale; e quella opposta per cui era invece la comunità dei credenti che, essendo sotto la protezione dei Santi, dello Spirito Santo e di Maria, aveva la supremazia nelle questioni di fede e non tollerava sopra di sé alcun potere secolare.

La prima frattura avvenne quindi nel XVI secolo e fu quella tra i cosiddetti “Non Possidenti”, ed i “Possidenti”. Per i primi era incompatibile con i principi cristiani, sia la pratica della servitù della gleba sia possedere proprietà. Per essi inoltre, molto similmente a San Francesco, la povertà  era coessenziale ad una sincera vita religiosa cristiana. Infine i “non possidenti” propugnavano la libertà religiosa, la primazia delle comunità di base dei credenti quindi il rifiuto di ogni interferenza del potere secolare. Auspicavano infine l’unione ecumenica con tutti gli ortodossi. La vittoria dei “Possidenti” sfociò nella persecuzione implacabile come eretici dei “Non Possidenti” (tra essi il monaco e teologo S. Massimo il Greco il quale, vissuto a Firenze, fu un ardente sostenitore di Girolamo Savonarola). Da questo momento avremo non solo la subordinazione della Chiesa allo Zar (l’autocrazia zarista era infatti da venerare come sacra), ma un perpetuo periodo di decadenza della Chiesa ortodossa, decadenza spirituale e morale che spiega il vero e proprio scisma del 1653.

In quell’anno il Patriarca Nikon, convinto assertore del regime teocratico con a capo lo Zar, emanò unilateralmente un decreto col quale ordinava ai russi di seguire il rituale greco tutte le volte che questo differiva dal loro. Contro questa decisione si opposero quelli che si chiamarono “Antichi Credenti”, o “Antichi Ritualisti”. La rottura, lo scisma (Raskol), formalmente, avvenne per capziose questi liturgiche – ad esempio il Credo, la maniera di fare il segno della croce o il numero di alleluia cantati durante le funzioni religiose. In verità la sua irriducibilità veniva dall’intrecciare fattori sociali e teologici. Dal punto di vista sociale gli “Antichi Credenti” erano portatori di una visione collettivista dei rapporti agrari, ovvero di una concezione comunistico-cristiana  della società, mentre i nikoniani erano difensori del sistema fondato sulla servaggio dei contadini e del predominio dell’aristocrazia terriera. A questa idea sociale collettivista gli “Antichi Credenti” facevano corrispondere, sul piano ecclesiologico la tesi che nessun potere secolare poteva porsi sopra la comunità autorganizzata dei credenti; quindi, su quello teologico, l’idea che l’incarnazione significhi la divinizzazione non solo dell’uomo ma dell’umanità. E qui sta la peculiarità della cristologia e della fede originarie dell’ortodossia russa, tanto diverse sia dal pensiero classico greco e scolastico, sia del coevo razionalismo occidentale.

La lotta, asprissima, si concluse con la sconfitta degli “Antichi Credenti”. Non solo Avvacum che li capeggiava venne arso vivo, ma molti dei suoi seguaci, convinti che il mondo fosse oramai in mano all’Anticristo, preferirono morire bruciando con le loro case alle quali essi stessi, anziché conformarsi alla decisioni dell’alto clero e dello Zar, appiccarono il fuoco. Nel XVIII secolo gli “Antichi Credenti” dettero addirittura vita a movimenti di lotta armata e molti di loro parteciparono alla devastante rivolta di Pugacev.

Dopo di allora avremo in Russia due chiese ortodosse, quella ufficiale, sempre sottomessa agli Zar e sprofondata nella corruzione, e quella reietta e perseguitata degli “Antichi Credenti”. Per questi ultimi la Chiesa russa ufficiale (quella ai giorni nostri capeggiata dal Patriarca Kirill) sarebbe caduta nell’eresia e gli Zar saranno tutti considerati apostati in quanto traditori della missione sacra di fare di Mosca la “Terza Roma”. Il mito della “Terza Roma” non appartiene infatti alla Chiesa russa ufficiale ma a quella dissidente, quella che dai “Non Possidenti” sfocia negli “Antichi Credenti”.

La secessione degli “Antichi Credenti” accelerò due fenomeni complementari destinati a durare nei secoli successivi: la crescente putrefazione della Chiesa ufficiale e, incoraggiata dagli Zar, la sua progressiva occidentalizzazione. Entrambi i fenomeni toccarono l’apice con l’ascesa definitiva al trono di Pietro il Grande (1721). L’imperatore non solo impose il processo di occidentalizzazione (le scuole teologiche seguiranno pedissequamente gli schemi occidentali ed i libri di testo erano in latino, come in latino venivano impartite le lezioni), ma accentuò il controllo secolare sulla vita della Chiesa. Col Regolamento Ecclesiastico (1721) l’invadenza del potere zarista si spinse fino all’abolizione del Patriarcato e la sua sostituzione con un Consiglio Permanente composto da persone scelte dallo Zar medesimo e a lui obbedienti. Sconvolgendo il diritto canonico ortodosso, che implicava l’elezione dei vescovi da parte della comunità, questi vennero d’ora in avanti scelti dal potere secolare. La Chiesa perdette per sempre il diritto di esprimersi liberamente su qualsiasi questione religiosa o morale. Questa svolta fu sancita, simbolicamente, dall’abolizione di una vecchia consuetudine russa, quella per cui nel giorno della processione della domenica delle Palme, il Patriarca, che impersonava Cristo, attraversava le vie della capitale cavalcando un asino che lo Zar umilmente conduceva per la cavezza.

Si consideri, per comprendere fino a che punto di abiezione giunse la Chiesa ortodossa russa, che con la Rivoluzione 1905 l’Impero riconobbe libertà di culto e il diritto delle chiese all’autogoverno, ma questo diritto non venne concesso alla  Chiesa russa, la quale obbedì ancora una volta. Ci vorrà la Rivoluzione di febbraio del 1917 e la contestuale caduta del sistema zarista per porre definitivamente fine  a due secoli di umiliante sottomissione. Quell’anno, due secoli, si svolse infatti il Concilio Ecclesiastico Panrusso che ripristinò l’autogoverno.

Da Lenin a Putin

La vittoria della Rivoluzione Bolscevica spinse il Patriarcato ortodosso su una posizione di aperta ostilità verso il regime rivoluzionario. I comunisti, equiparati a criminali usurpatori che dovevano essere presto rovesciati, vennero ben presto scomunicati dal Patriarca Ticone (19 gennaio 1918). I bolscevichi risposero usando il bastone e la carota, ma le persecuzioni divennero la consuetudine, con due ondate che furono durissime nel periodo del terrore staliniano (1928-29 e 1937-39). Davanti al fatto che la decapitazione della Chiesa non spazzò via, anzi, la religiosità popolare (che risorse in modo impressionante durante la seconda guerra), e nella necessità di respingere il proditorio attacco nazista, Stalin fu costretto a retrocedere e nel 1943 autorizzò l’elezione del Patriarca facendo numerose concessioni alla Chiesa, a condizione che essa accettasse un ruolo subordinato al potere politico. Ai vertici della Chiesa prevalse quindi la posizione di considerare quella staliniana una forma legittima di governo. Pur di essere autorizzata a praticare dottrina e culto la Chiesa ufficiale accettò la sottomissione al controllo politico delle autorità — che si riservavano infatti, sulla scia della tradizione zarista, di accettare o respingere le nomine interne alla Chiesa.

Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica (1990-91) la Chiesa ortodossa, che si considera l’anima spirituale identitaria del popolo russo, riconquistò apertamente un ruolo centrale nella vita politica del Paese — tanto più a fronte dello sfascio politico, sociale e spirituale del periodo eltsiniano. Con l’ascesa al potere di Putin questo ruolo del Patriarcato venne consolidato e istituzionalizzato. Sorge a questo punto una domanda cruciale. Qual è oggi in Russia, posta la diarchia tra potere secolare e quello spirituale, il vero sovrano? Se ben si osserva la realtà russa la risposta è inequivocabile:  il potere secolare. E’ il Cremlino il decisore d’ultima istanza, il Patriarcato essendo un comprimario, un alleato a cui è affidata la funzione di legittimare e assecondare le decisioni del centro politico supremo. In buona sostanza Kirill (che ai tempi dell’URSS era un collega di Putin poiché è stato probabilmente un informatore del Kgb) colloca il Patriarcato sul solco storico sempre seguito dalla Chiesa ortodossa ufficiale, quello di accettare un ruolo istituzionalmente subordinato al cospetto del potere secolare — un mese prima delle elezioni del 2011, Kirill arrivò a definire il governo di Putin «un miracolo di Dio». In questo senso, e solo in questo senso, Mosca sembra essere la “Terza Roma”, ma solo in quanto, mutatis mutandis, imita formalmente la catena di comando dell’impero bizantino ove il potere assoluto spettava all’imperatore. E così ci spieghiamo le recentissime profonde modifiche alla Costituzione della Russia, tra cui, oltre ai crescenti poteri politici assegnati all’imperatore, è stata sancita la “fede in Dio” come elemento ideologico e identitario dello Stato. Una generica “fede in Dio” si badi, non il Cristo redentore. Doveroso segnalare come questa esortazione ecumenica, rivolta anzitutto ai musulmani, faccia il paio con quella contenuta nella Dichiarazione di Abu Dhabi sulla fratellanza umana sottoscritta nel febbraio 2019 da Papa Bergoglio e il Grande imam di al-Azhar. Dichiarazione considerata “eretica” dalla destra cattolica per la quale la fede cattolica sarebbe la sola porta d’accesso alla salvezza eterna, destra che ama citare, come dogma incontrovertibile: “Io sono la via, la verità, la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”, [Atti 4, 11-12].

Se non bastasse questo per comprendere quanto l’attuale tandem Cremlino-Patriarcato di Mosca siano lontani dal considerarsi la “Terza Roma”, di quanto siano distanti dal pretendere di accollarsi la suprema funzione salvifica dell’umanità — quanto cioè siano estranei alla visione escatologica della prima ortodossia russa — ci giunge in soccorso un’affermazione di alto valore simbolico pronunciata nel marzo scorso dal deputato di Russia Unita (il partito putiniano) Aleksandr Il’tjakov: “Il nostro obiettivo non è costruire il paradiso in terra, ma prepararsi per la prossima vita”. Ognuno comprende che non c’è alcuna concessione al messianismo tipico dell’autentica ortodossia cristiana (l’attesa dell’avvento del definitivo Regno di Dio in Terra), e come invece si assegni alla Chiesa, in linea con quanto accaduto dal XVII secolo in poi, una modesta funzione ideologica di legittimazione conservativa dell’ordine sociale dato.

La battaglia del secolo

F.f. immagina e auspica che la Russia cristiano-ortodossa possa giocare un ruolo ed una missione centrali nel nuovo ordine internazionale. Tutto indica che questa è una chimera. Ed lo è per due ragioni complementari. La prima è che l’attuale Patriarcato, sul solco della infausta tradizione della Chiesa ufficiale, non si assegna alcuna funzione mistica e redentrice; la seconda è che il Patriarcato non può svolgere alcun ruolo autonomo sulla scena mondiale, in quanto accetta che ciò sia esclusiva prerogativa del Cremlino, al quale deve ubbidire. In parole povere il Patriarca fa quel che Putin ordina di fare. E, si badi, ciò vale anche sul piano ecumenico, sul piano delle relazioni religiose con la Chiesa cattolica. E’ il potere secolare (dato che gli affari religiosi hanno dimensione politica e geopolitica) che decide a che punto può spingersi il Patriarca.

Ma F.f. potrebbe obiettare che sia Putin che Kirill sono in perfetta sintonia, sul piano di quelli che definisce “valori non negoziabili” (in sostanza “Dio, patria e famiglia”), non solo col fronte cattolico conservatore, ma anche coi settori oltranzisti dell’evangelismo protestante a stelle e strisce e financo con certo ebraismo sionista oggi egemone in Israele. L’errore di F.f. è evidente. Egli immagina che la battaglia principale del del XXI secolo sia quella manichea che si svolge sul piano dei “valori” religiosi ed ideologici, ovvero tra “progressisti-globalisti” e “tradizionalisti-sovranisti”. Questa immaginazione è fasulla. Sono ben altre le decisive linee di faglia dello scontro geopolitico. F.f. scambia il proprio universo simbolico e immaginario con quello storico-reale. La verità è che, abbattuto il “socialismo reale”, siamo per la prima volta nella storia in un universo completamente colonizzato dal capitalismo. Non che i fattori ideologici non abbiamo importanza, ma essi, in ambiente capitalistico, sono fattori strumentali agli interessi economici e strategici degli player globali, siano essi Stati che i giganteschi conglomerati multinazionali. Peggio: i valori morali e l’ideologia sono spesso il Velo di Maja dietro al quale questi attori ammantano e camuffano i loro meschini interessi di parte.

Come il concreto vince sempre sull’astratto, la moderna visione realista del Politico, in ultima istanza, è destinata a prevalere su quella normativa — di cui quella religiosa non è che la sua versione ancillare. Putin, con Machiavelli sa che “gli stati non si tengono co’ paternostri in mano”. Kirill, da parte sua, non pare proprio il tipo che voglia fare la parte del Savonarola.

Sul piano ecumenico-religioso, Putin, che è più allievo di Machiavelli che dei mistici ortodossi, certo auspica un avvicinamento con la Chiesa cattolica, ma si guarderà bene dall’incoraggiare Kirill a fomentare la velleitaria sedizione della destra cattolico-conservatrice per defenestrare Bergoglio. Che poi questo avvicinamento abbia fatto passi avanti — F.f. sottolinea il ruolo di Ratzinger ma per la verità fu proprio il Vaticano II a rilanciare l’ecumenismo cristiano ed a porre fine a quello che gli ortodossi hanno chiamato “imperialismo spirituale cattolico” — è vero, ma la riunificazione dei battezzati in Cristo in una Chiesa unita resta, a nostro parere, se non impossibile, altamente improbabile. Troppo profonde le cicatrici storiche, troppo grandi le differenze  liturgiche, ecclesiologiche e canoniche — queste ultime non afferiscono solo al ruolo guida del vescovo di Roma sul piano spirituale ma alle sue prerogative giurisdizionali per cui non la comunità dei credenti sceglie il vescovo bensì il Papa medesimo ed a qualsiasi latitudine).

Se il Patriarcato moscovita può ben accettare, nel nome di “Santa Madre Russia”, una relazione di ubbidienza politica e geopolitica col Cremlino, non acconsentirà mai, pena un nuovo scisma interno, ad una subalternità spirituale e giurisdizionale con Roma. Tanto più improbabile sarebbe questa ricongiunzione ecumenica ove il Vaticano cadesse nelle mani dei papisti irriducibili della destra rigorista cattolica, composta appunto da strenui difensori del primato universale della Chiesa apostolica romana.

D’altra parte la Chiesa cattolica, per sua stessa natura, non può accettare nel suo seno chiese autocefale nazionaliste — né, come vedremo, può sostenere, se non in funzione tattica, movimenti politici che facciano del nazionalismo secolarizzato la loro cifra identitaria. Il pontificato di Bergoglio, di contro a certa vulgata “sovranista” non fa eccezione e segue un solco multisecolare.

Qual è dunque l’autentica natura, quindi il vero orizzonte, del pontificato bergogliano?

F.f. ne ricusa il “modernismo” e il “globalismo progressista”. Si spinge anzi a schiacciare Bergoglio sulle posizioni dell’élite liberale, se non addirittura del “deep state” nordamericano. Noi saremo più prudenti. Posto che la Chiesa cattolica è per sua stessa essenza universalistica (l’ecumene a cui mira è l’umanità intera), essendo quindi universale la sua missione salvifica, risulta massimamente errato stabilire un’equipollenza con il cosmopolitismo liberal-capitalista. La convergenza è, come dire, tattica, transeunte. Con due millenni alle spalle, Roma punta a sopravvivere sia al tramonto dell’ordine capitalista e mercatistica provvisoriamente dominante, sia alla primazia dell’Occidente. Tramonto che non solo Bergoglio ma gia Ratzinger aveva, se non profetizzato, messo nel conto. Roma, la partita, la gioca sui tempi lunghi, mentre Sua Maestà Il Capitale, per sua natura, non può che guardare agli utili del trimestre se non addirittura al corso dei titoli di borsa in tempo reale. Vero che le grandi potenze statuali sono tenute ad agire in base ad una visione strategica, ma essendo appunto potenze diverse in rotta di collisione, alla fine non possono che soggiacere al caos e quindi all’eterogenei dei fini. La Chiesa no. Si può aborrire fin che si vuole il gesuitismo, ma esso è riottoso ad accettare qualsivoglia fine che non si quello proprio, quello del più potente partito politico mondiale, posto che esso si fa forte dell’assistenza della Provvidenza.

La Chiesa bergogliana anti-sovranista? Lo sarebbe anche una Chiesa che cadesse in mano agli scismatici della destra rigorista. Perché? Perché, lo abbiamo detto, cattolicesimo, lo dice la parola, non può che essere universalistico. Così ci spieghiamo la ragione per cui, al contrario delle Chiese ortodosse, quella romana, alla forma stato-nazionale, preferisce per vocazione la forma stato-imperiale, plurinazionale. Non sta qui la differenza sostanziale tra bergogliani e anti. Essi hanno il medesimo scopo ultimo, cattolicizzare il mondo considerato come ecumene con Roma caput mundi (di passata: la “Prima Roma” non è mai crollata veramente, è sopravvissuta come centro del cattolicesimo mondiale); divergono nel considerare quali siano le forze secolari, sociali e spirituali su cui appoggiarsi per giungere allo scopo. Mentre i bergogliani guardano ad un futuro post-occidentale e policentrico e tentano quindi di separare la Chiesa dall’Occidente che giudicano moribondo, la destra cattolica è agli antipodi poiché si attesta su una posizione di arroccamento e di strenua difesa della supremazia mondiale dell’Occidente imperialistico. Non che i “valori” non abbiamo importanza, ma uno scisma dalle conseguenze imprevedibili, se avverrà, avverrà su questo terreno. Se abbiamo ragione è evidente come i papisti del cattolicesimo conservatore, oltreché islamofobi sono i più distanti da una alleanza con la Russia ortodossa.

Da questo punto di vista, considerando come sarà il mondo fra cinquanta o cento anni, con la gran parte della popolazione mondiale ammucchiata nel Sud e nell’Est del pianeta, e con l’Occidente euro-americano scristianizzato e che non sarà più il baricentro mondiale, la visione bergogliana, ovvero quella realista dei gesuiti, ci pare quella, se non destinata a conservare l’egemonia, quella più realista. Qui sta la formale convergenza, non teologica ma tutta politica, tra il bergoglismo e il terzomondismo della Teologia della Liberazione.

Concludiamo infine tornando sul mito di “Mosca Terza Roma”.

C’è stato in effetti un momento nel quale questo mito si è incarnato nella storia, ed è stato nel secolo scorso con la rivoluzione bolscevica e la sua potente spinta espansiva su scala mondiale. Come scrisse Nicola Berdajev:

«Il comunismo russo è  esso stesso una fede, una religione. Nel suo carattere esclusivo si esprime il temperamento religioso dei russi, la loro psicologia di scismatici e settari. (…) Esso più tradizionalista di quel che si è soliti pensare, è una trasformazione ed una deformazione della vecchia idea messianica russa».
[Nicola Berdtjev, Il senso e le premesse del comunismo russo, Roma 1944]




MARCIA DELLA LIBERAZIONE: MENO 11

MARCIA DELLA LIBERAZIONE

LAVORO, REDDITO, SOVRANITA’, DEMOCRAZIA

10 ottobre 2020, h. 14:00 Piazza San Giovanni – Roma

Intervento di Alessia Vignali, psicologa

www.marciadellaliberazione.it
Adesioni
Promotori e Comitato organizzatore
per aderire: segreteria@marciadellaliberazione.it

Vogliamo la fine del neoliberismo, un modello economico e di pensiero che sfrutta molti per arricchire pochi.
Vogliamo più Stato e meno mercato e vogliamo che venga, finalmente, applicata la Costituzione del 1948.
Per questo marceremo insieme, per una profonda svolta, contro un governo schiavo dell’Unione europea e della grande finanza.
Il 10 ottobre i mille rivoli sparsi si uniranno per diventare un fiume in piena, inarrestabile




RIAPERTURA DELLE SCUOLE: UN PRIMO BILANCIO DOPO DUE SETTIMANE di Vittorio Paiotta

Finalmente il 14 settembre in buona parte d’Italia le scuole hanno riaperto. Gli alunni sono tornati in classe, hanno rivisto i propri insegnanti e hanno ricominciato a prendere confidenza con la quotidianità del ritmo scolastico.

Le buone notizie finiscono qui.

Come era da prevedersi e come più volte denunciato qui sopra, tutte le contraddizioni presenti nei mesi scorsi e mai affrontate, o affrontate male, sono esplose nella prima settimana, facendo cadere nel ridicolo tutte le componenti che orbitano attorno al mondo scuola.

Vado brevemente per punti

  • Spazi e separazione tra scuole superiori e gli altri settori.

Gli spazi sono quelli dello scorso anno: tranne rarissime eccezioni le aule sono rimaste le stesse degli anni passati quando già si denunciava il sovraffollamento delle strutture. Lavoretti di “edilizia leggera”, così li definivano i decreti, hanno permesso di smantellare i già pochi laboratori, le aule multimediali, le biblioteche, qualche sgabuzzino, al fine di ricavare qualche stanza in più, ma ovviamente la struttura delle scuole è rimasta la stessa.

Il “metro statico” (la distanza tra bocca e bocca in regime di immobilizzazione dell’alunno) è stato l’escamotage che ha permesso di dichiarare che gli spazi fossero sufficienti per i settori dei più piccoli, quelli che interessavano davvero in quanto l’assenza da scuola causa disagio nell’organizzazione familiare.

Risultato: le scuole dell’infanzia, le primarie e le secondarie di primo grado sono aperte e tutti gli alunni sono, per ora, in classe. L’unica differenza reale con lo scorso anno è quella di aver trovato i tavoli separati l’uno dall’altro di una ventina di cm: ad aver saputo che bastava questo a fermare l’influenza stagionale ci si potevano risparmiare annate di malattie invernali!

Le scuole superiori invece sono nel marasma. Lì si stanno realizzando quegli scenari purtroppo previsti mesi fa: doppi turni, classi a casa a settimane alterne, gruppi in classe ed altri al pc ecc. Il governo ha puntato sul fatto che, essendo gli studenti di questo settore più grandi e quindi autonomi, non ci sarebbe stata la rivolta delle famiglie: finora ha avuto ragione. Gli studenti sembrano ancora spiazzati e, purtroppo, dalla classe docente di quei settori (mediamente anzianotta e terrorizzata dal virus) non arrivano segnali di opposizione. Durerà questa situazione? Vedremo: io ne dubito; già ieri a Roma si è tenuta un’ottima manifestazione (Comitato Priorità alla scuola e molte sigle sindacali). Ma credo che in questo settore saranno gli studenti a far sentire la loro voce.

  • Protocolli anti COVID

Qui sta il nocciolo di tutta la questione. Se i protocolli non cambiano la scuola è destinata a chiudere anche quest’anno.

Ove non chiudesse del tutto comunque, il rischio concreto è che il virus faccia selezione di classe. Mi spiego meglio: i protocolli così come sono ora, rischiano di mettere in quarantena chiunque frequenti un edificio scolastico; ricordo che se un alunno ha mal di testa e chiede di andare a casa, la scuola attiva la procedura COVID, con tanto di segnalazione all’ASL; la cefalea è infatti sintomo COVID, come praticamente tutto tranne, forse, il ginocchio della lavandaia. A quel punto comincia la procedura-tampone (ad oggi in Toscana siamo già sui 5 giorni tra il momento dell’attivazione della procedura e il risultato) nel quale lo studente deve stare a casa. Se poi il tampone fosse positivo, i suoi familiari, TUTTA la classe e tutti gli insegnanti di quella classe finiranno in quarantena per 15 giorni. Si capisce come chi campi mediante una piccola attività commerciale a gestione familiare o artigianale, o facendo lavori saltuari, veda con puro terrore questa eventualità. La possibilità quindi che i figli non vengano mandati a scuola per non rischiare di rimanere bloccati in casa è purtroppo ben più che reale.

Nota a margine per evidenziare l’irrazionalità di certi provvedimenti: questo protocollo è stato propagandato come “necessario in nome della cautela”. Peccato però che la conseguenza immediata sia una richiesta abnorme di tamponi, cosa che rallenterà enormemente i tempi di risposta, depotenziando notevolmente il cosiddetto “tracciamento”.  Leggo che diversi tra i famosi virologi ed epidemiologi se ne stanno rendendo conto e stanno chiedendo modifiche alla legge: speriamo che, in questo caso, siano ascoltati anche se, a ieri , l’unica risposta è stata un ulteriore irrigidimento del protocollo.

  • Mancanza di docenti nelle classi e di collaboratori nei plessi

L’emergenza COVID doveva portare ad un incremento del personale impegnato nella scuola. Doveva, secondo Conte e Azzolina. Ovviamente, come per tutte le altre cose, la promessa è rimasta lettera morta. Anzi: quasi volessero prendere in giro, le operazioni di nomina dei precari di quest’anno sono state particolarmente lente e inefficienti e, ad oggi, ancora decine di migliaia di posti sono vacanti e in molte scuole mancano collaboratori scolastici (che sono quelli che, oltre a fare le pulizie e a igienizzare, sorvegliano le uscite, i corridoi, prendono in carico gli alunni che si sentono male, rispondono al telefono quando chiamano le famiglie ecc.).

Si è infatti voluto, in questo anno di emergenza, stravolgere il sistema delle chiamate a favore di un nuovo sistema “digitale” che avrebbe dovuto, nell’idea del Ministro, aumentare la velocità delle chiamate ed eliminare gli assembramenti di insegnanti il giorno delle nomine. Quindi nuove graduatorie, da compilare online perché il digitale deve andare avanti sempre e comunque, nuova procedura ecc. Peccato che dietro al digitale ci siano sempre le persone e se gli uffici preposti alla gestione del sistema (uffici scolastici provinciali e regionali) sono stati decimati dai tagli negli ultimi quindici anni, poi non si trova chi materialmente inserisce i dati nei computer e gestisce il buon andamento di un processo che, ricordiamolo, prevede centinaia di migliaia di contratti di lavoro annuali.

Risultato: graduatorie piene di errori, passaggi saltati e soprattutto nessuna trasparenza nella procedura. Nomine ritardate o bloccate in quasi tutte le province italiane e classi ancora scoperte.

Ricordiamocelo quando ci proporranno di andare a votare con il voto elettronico sostenendo che è più sicuro e veloce.

Dei concorsi per la stabilizzazione poi, al momento non si parla quasi più. Uno dei due, quello straordinario, starebbe per partire, ma al momento, in Gazzetta Ufficiale, non risulta niente.

Facile, (e giusto), dare la colpa a Conte e all’Azzolina, ma attenzione: l’Azzolina, pur nella sua inadeguatezza, è semplicemente allineata alla linea che tutti i governi hanno adottato da anni a questa parte per la scuola, ossia la più totale sottomissione alla lobby del digitale che, sempre e comunque, deve avere la priorità.

Conclusioni

Dopo due settimane di scuola non è ovviamente possibile trarre alcuna conclusione.

Questo articolo vuole semplicemente avere lo scopo di fotografare la situazione, a beneficio soprattutto di chi la scuola non la vive quotidianamente. Non si può che evidenziare che purtroppo, quanto scritto prima dell’estate si sta avverando. La divisione di comportamento tra scuole superiori e gli altri settori sta dando un po’ di respiro al governo: le famiglie dei più piccoli sono già sollevate per la riapertura delle scuole e per il momento non protestano troppo, gli studenti medi devono ancora capire come si svilupperà l’anno scolastico. Ma, a parere di chi scrive, questa è una quiete di breve durata. La manifestazione di sabato scorso è solo la prima e le contraddizioni sono davvero troppe per sperare che tutto resti silente ancora per molto.

Fonte: Liberiamo l’Italia




L’ASINO LIBERALE CADE DUE VOLTE SULLO STESSO POSTO di Piemme

Sul CORRIERE DELLA SERA del 17 settembre la testa d’uovo Ernesto Galli Della Loggia ha scritto un editoriale che resterà alla storia come una delle più strampalate chicche.

Il titolo è assertivo: LA LINEA DI SEPARAZIONE TRA CIVILTÀ E BARBARIE. La “civiltà”, ça va sans dire, sarebbe rappresentata dall’Occidente. Ma chi sarebbero i barbari? Sentiamo:

«I barbari odierni si chiamano Putin, Lukaschenko, Erdogan, Xi Jinping, Assad , Khamenei, Kim Jong-un, Al-Sisi. Governano Stati quasi sempre grandi e potenti, e i loro tratti principali sono il cinismo e la spregiudicatezza con cui si muovono sulla scena internazionale all’unico scopo di allargare il proprio potere o di conservarlo a qualsiasi prezzo. All’interno dei propri Paesi arrestano, deportano, torturano, fanno sparire nel nulla, e non ci pensano un istante ad eliminare chiunque si opponga ai loro voleri. Tutti i mezzi sono buoni: dal campo di concentramento, ai gas asfissianti, ai centri di “rieducazione”».

Preso dalla foga, nel dettagliare i tratti peculiari dei regimi dei “barbari” alle porte, il nostro non s’avvede che fa una fotografia perfetta del nostro Occidente euro-americano “esportatore di democrazia” a suon di bombe. Sentiamo:

«Infine, se torna utile per estendere la propria influenza fuori dai confini, c’è sempre la tecnologia e il denaro. E così si manipolano i sondaggi e la comunicazione elettorale con l’hackeraggio, si pagano a peso d’oro i politici stranieri, si compra il loro voto, il loro tradimento degli interessi nazionali, li si trasforma in marionette guidate dall’estero».

E’ quanto meno singolare che il nostro grillo parlante liberale, dopo averci ammorbato per molti anni con capziosi e sofisticati ragionamenti di filosofia politica, si riveli un radicale manicheo, di quelli, per capirci, che immaginano il mondo e la storia umana come campo di battaglia tra il bene e il male. Gratta gratta la superficie e scopri che il liberale, che fa della “tolleranza” la sua cifra identitaria, ha in verità un cuore dogmatico per di più di tipo religioso. Infati il nostro ad un certo punto dichiara apertamente che occorre tracciare una “reale linea divisoria tra bene e male”.

La cosa in verità non deve stupire. In tutti i momenti topici della storia europea, quando il sistema politico liberale rischiava di crollare davanti all’avanza dei movimenti rivoluzionari, lorosignori liberali si sono messi i loro “nobili” valori sotto i piedi e non hanno esitato a fare strame dei loro orpelli “democratici” per dar man forte ad ogni forma di reazionarismo e totalitarismo.

Della Loggia dice che l’Occidente deve sbarazzarsi di quello che chiama “agnosticismo relativista”, che deve tornare ai suoi “valori fondanti”, alle sue “dimensioni fondamentali”. E quali sarebbero questi valori e dimensioni? Sentiamo:

«…. per dire solo le prime che vengono alla mente, la fede religiosa fondata sul lascito giudaico-cristiano, l’istituto della famiglia, un sistema d’istruzione orientata all’umanesimo nutrito dalla tradizione classica».

Ci sarebbe molto da discutere su cosa si debba intendere per “umanesimo nutrito dalla tradizione classica”. Ci limitiamo a ricordare al nostro che umanesimo e tradizione classica si sono fatti avanti dopo una lunga lotta contro il fardello del conformismo passatista feudal-cattolico, vorremmo rammentargli, siccome sostiene che va raccolta l’eredità dell’Illuminismo, che la modernità è sorta, nel bene e nel male, proprio sulle ceneri di quello che chiama “giudeo-cristianesimo”.

Ma non sta qui il punto dolens. Della Loggia quando deve descrivere la cifra identitaria dell’Occidente non cita i cosiddetti diritti civili e di libertà, diritti fondamentali quali il diritto al giusto processo, la libertà di parola, la libertà di stampa, l’habeas corpus, la libertà religiosa e di associazione. Nient’affatto. Tira fuori invece “la fede religiosa fondata sul lascito giudaico-cristiano e l’istituto della famiglia”. In poche parole proprio i cosiddetti “valori non negoziabili” tanto cari a certa destra conservatrice cattolica ed evangelico-protestante-trumpiana. Dio e famiglia quindi, Patria asclusa che siamo europeisti.

La qual cosa è già un presagio di dova sta andando certo liberalismo all’amatriciana.

Ma l’asino liberale casca due volte sullo stesso posto. Che forse Putin e Lukaschenko, Erdogan o Khamenei, Assad o al-Sisi, sono degli atei libertini che perorano la distruzione della famiglia e combattono contro la religione? Ben al contrario i loro regimi vanno orgogliosi di essere paladini delle tradizioni sociali e religiose.

Difficile a questo punt che l’asino possa rialzarsi.




L’EBRAISMO AMERICANO E I CONIUGI TRUMP di F.f.

Capire quanto sta accadendo negli Stati Uniti, in particolare comprendere cosa sia davvero il trumpismo, è ovviamente di vitale importanza. Malgrado dissentiamo con la visione e le posizioni dell’autore, pubblichiamo l’articolo poiché aiuta a comprendere il carattere della battaglia alle porte di decisive elezioni presidenziali. La tesi dell’autore (apparentemente corroborata dalla decisione di Trump di nominare la cattolica conservatrice Coney Barret alla Corte suprema) è forte. Essa implica che con il trumpismo sarebbe avvenuta una svolta epocale nella storia degli Stati Uniti: una nuova élite cattolico conservatrice avrebbe soppiantato ai vertici del potere la tradizionale élite WASP (bianca, anglosassone e protestante).

Daniel Greenberg è l’analista che maggiormente si è soffermato sulla posizione della comunità ebraica americana verso l’amministrazione Trump. I dati di Greenberg sono sicuramente oggettivi e precisi, assai meno il suo metodo. Greenberg trascura, come poi tenteremo di chiarire, la natura religiosa della scissione interna della comunità ebraica di fronte alla rivoluzione conservativa e sovranista di Trump e non spiega per quale motivo gli ebrei progressisti e globalisti statunitensi siano, come correttamente ci spiega, i più grandi nemici del trumpismo.

Da almeno un anno si sarebbe diffusa tra le comunità ebraiche progressiste la convinzione che sia Donald Trump sia Melania Trump siano cattolici tradizionalisti, non evangelici come si credeva. La lotta senza sosta di Donald Trump, probabilmente unica nella storia americana, sulla questione dei valori “non negoziabili” ed etici confermerebbe la effettiva appartenenza del trumpismo al fronte cattolico internazionale. Trump è stato, non a caso, il primo presidente americano nella storia ad aver parlato a una marcia pro-Vita, nel corso di tweet e discorsi in materia ha rivendicato alla sua presidenza l’onore morale di aver salvato centinaia di migliaia, se non più, di bambini dal “satanismo infanticida” dell’abortismo di Stato che i regimi e le ideologie di scuola globalista e progressista promuoverebbero.

Sarebbe monitorato, in egual maniera, il comportamento religioso di Melania Knavs, inizialmente considerata da organi dell’ebraismo progressista come cristiana di rito orientale, ora invece considerata, grazie alle rivelazioni di una ex collaboratrice liquidata dallo staff della First Lady, una cattolica praticante e conservatrice, radicalmente antiprogressista e fiera delle sue radici slave.

Secondo il ricercatore Michael Matt, Melania sarebbe sin da giovane una cattolica tradizionalista. Il presidente Donald Trump ha annunciato mercoledì 23 settembre 2020 la sua intenzione di firmare un ordine esecutivo sulla protezione di tutti i bambini nati vivi, un piano chiamato Born Alive Abortion Survivors Protection Act, un disegno di legge che dovrebbe essere approvato dal Congresso. Nel raduno annuale di “preghiera Cattolica Nazionale”, Trump ha detto che difenderà sempre il sacro diritto alla vita equiparando Stato abortista a satanismo globalista. “Oggi annuncio che firmerò l’ordine esecutivo Born Alive per garantire che tutti i preziosi bambini nati vivi, indipendentemente dalle circostanze, ricevano le cure mediche che meritano”, ha detto Trump. “Questo è il nostro sacrosanto dovere morale di cristiani e Conservatori” ha ribadito.

La presidenza Trump, del resto, si è distinta più di ogni altra nella lotta alla pedofilia. Sotto particolare osservazione è anche la rivista tradizionalista “Renmant”, che in un recente passato, per voce di Sonnier e Ferrara, invitò Trump a fare chiarezza sulla “falsa elezione” di Bergoglio, che altro non sarebbe stata, a detta dei conservatori della Destra cattolica, che un colpo di stato, una vera e propria “Primavera cattolica” in grado di arrestare il nuovo corso tradizionalista che Benedetto XVI stava praticando mandando in frantumi la eversiva rivoluzione conciliare.

Se si volesse, in base a questi dati, connettere il trumpismo ad una precedente tradizione presidenziale statunitense, più che al jacksonismo, ci si dovrebbe piuttosto riferire alla presidenza cattolica di John Kennedy, conclusasi con lo storico e tragico omicidio del 22 novembre 1963. Peraltro la vicenda della famiglia Kennedy negli Usa è costellata di strane morti e di una scia di sangue senza fine. Che non vi sia spazio, nelle élite statunitensi, per esponenti cattolici di rilievo e che il Deep State veda proprio nel cattolicesimo politico conservatore il primo nemico è un sospetto che autorevoli membri della famiglia Kennedy hanno anche di recente avanzato, alzando il tiro contro il Deep State a guida Rotschild-Rockfeller, politicamente di frangia elitista rappresentata storicamente dalla Sinistra progressista e illuminista.

Tornando alla preziosa statistica di Greenberg, ben sette ebrei americani su dieci sarebbero ostili a Trump, in modo particolare nel Midwest (75%), nell’Ovest (64%), nel Nordest (63%) e nel Sud (61%). Il 56 % degli ebrei americani è assolutamente sfavorevole a Trump, lo considera esplicitamente un fascista e il dato è sorprendente se lo si confronta con il numericamente inferiore 42% di americani bianchi che esprime verso il presidente americano il medesimo giudizio. Con i protestanti neri (78%) e con i buddhisti (65%) la comunità ebraica sarebbe la più avversa a Trump.

Non è un caso che la crisi globale Covid 19 e la tentata Rivoluzione Colorata negli USA abbiano accelerato il processo in atto di scissione internazionale su base ideologico-sociale tra tradizionalisti e progressisti. Contemporaneamente all’inizio della tentata Rivoluzione Colorata Statunitense, ben 600 pesanti organizzazioni del giudaismo progressista americano scendono in campo contro Trump, fornendo il loro totale sostegno ai rivoluzionari colorati (BLM, Antifa, Lgtbq, organizzazioni proaborto, chiesa di satana). Il 9 agosto 2020 è addirittura la influentissima organizzazione massonica ebraica B’nai B’rith a contestare direttamente l’amministrazione Trump per la decisione di quest’ultimo di nominare Douglas Macgregor ambasciatore a Berlino. Macgregor aveva affermato riguardo alla Germania che il complesso di colpa del popolo tedesco sarebbe innaturale e malato, che non sarebbe tedesco l’unico genocidio della storia ma ve ne sono stati molti altri, che tale complesso di colpa sarebbe una malattia indotta finalizzata all’annientamento della cultura cristiana europea e all’islamizzazione dell’Europa, riguardo agli USA aveva invece sostenuto che i “neocon” sarebbero stati una élite della Sinistra radicale ebraica globalista che avrebbe controllato l’America trascinandola, tramite Clinton-Bush-Obama, in guerre suicide che avrebbero fatto esclusivamente gli interessi politici e economici di Al Qaida e dell’Islam. David Harris, Ceo di American Jewish Committe e Jonhatan Greenblatt, ceo di Anti-Defamation League, spingono affinchè Trump rimuova, appena insediato, il nuovo ambasciatore.

Dall’altro lato, abbiamo però negli Usa un ebraismo ortodosso differenzialista che non ha mire globaliste di alcun genere e che è schierato su tutta la linea con il presidente Trump: Chabad Lubavitch, di ascendenza chassidica, che ha il suo quartier generale a Kingston Avenue, ha manifestato la propria contrapposizione netta e radicale ai BLM e Antifa rioters. Sarebbe solo parzialmente giusto legare il filotrumpismo di Chabad Lubavitch alla posizione della Casa Bianca verso Israele; il movimento chassidico Satmar, antisionista come i Naturei Karta, sostiene egualmente Donald Trump “come fronte d’attacco all’ebraismo globalista di Sinistra radicale….”.

Va infine considerato, in merito, che il presidente russo Putin è anch’egli molto vicino al movimento Chabad Lubavitch, di cui apprezza, a differenza dell’utopismo rivoluzionario dell’ebraismo messianico già tragicamente sperimentato dal popolo russo sulla propria carne, il conservatorismo differenzialistico e equilibrato: il mistico ebreo Yehuda Krinsky, influente rappresentante del movimento, ha sinceramente espresso la propria devozione verso Vladimir Putin, considerato da lui un autentico e coraggioso nemico del globalismo rivoluzionario colorato massonico e messianico.

Conservatorismo antiprogressista evangelico, ebraico, cattolico, anglicano, cristiano-ortodosso e anche islamico, perché no…?, potrebbero fare fronte comune contro la Rivoluzione Colorata Globale contro-religiosa e antireligiosa, abortista, gender, nichilista messa in moto, secondo la loro teoria, dai Rotschild? E’ questo il nodo strategico centrale del secolo presente, almeno per quanto concerne il blocco euro-occidentale. Vi fosse un autentico fronte sovranista in Europa, dovrebbe vedere nell’islamico conservatore o nell’evangelico antiabortista e conservatore legittimi e potenziali alleati, non avversari. Il tema, assai vasto, ci porterebbe chiaramente fuori dal senso del presente articolo




CHE COS’ È DAVVERO LA MARCIA DELLA LIBERAZIONE?

In diverse parti d’Europa, dopo Berlino, Londra, si susseguono le manifestazioni di protesta contro le misure duramente restrittive cosiddette anti-Covid. A Marsiglia la muncipalità si schiera coi manifestanti, mentre a Madrid la polizia ha brutalmente disperso la manifestazione contro la decisione del governo cittadino di mettere in quarantena tutte le periferie popolari. Degno di nota che la protesta di Madrid sia stata organizzata dalla gioventù rivoluzionaria che ha urlato slogan contro i “provvedimenti fascisti”.
Questa redazione è solidale con queste lotte.

In questa situazione, mentre cresce la campagna di terrorismo sanitario, si svolgerà a Roma il 10 ottobre (ore14:00 P.zza San Giovanni) la Marcia della Liberazione. Posta la contestazione dello stato d’emergenza permanente, il Comitato promotore vuole tuttavia una mobilitazione che ponga al centro  “il Lavoro, il Reddito, la Sovranità e la Democrazia”. Già da queste quattro parole d’ordine si capisce che non sarà una manifestazione “no mask”.

Anzitutto quindi i diritti sociali, la fine del neoliberismo e lo sganciamento dall’Unione europea. E’ in questo quadro che sono importanti la difesa delle libertà individuali, del costituzionale diritto alla libertà di scelta terapeutica, il rifiuto dei trattamenti sanitari obbligatori, la contestazione del regime di censura dell’informazione.

Allo scopo di fare chiarezza e di prendere le distanze dai cosiddetti “Gilet Arancioni” di Pappalardo e dalla manifestazione romana del 5 settembre a Piazza Bocca della verità (manipolata brutalmente da Forza Nuova), il Comitato Promotore della Marcia della Liberazione ha diffuso il seguente comunicato:

UNITA’ PER COSA? CON CHI?

Il 10 ottobre, data della giornata della Marcia della Liberazione, si avvicina.
L’iniziativa è nata dalla comune volontà di cittadini, lavoratori, categorie professionali e organizzazioni politiche patriottiche, di far confluire in un unico fiume i tanti rivoli della protesta sociale. Solo un risveglio consapevole e determinato della maggioranza del popolo può evitare la catastrofe del nostro Paese, prigioniero non solo della gabbia d’acciaio dell’Unione europea ma pure di uno Stato d’emergenza che continua a perdurare e a paralizzare il tessuto economico, psicologico e sociale.
Nessuno come noi ha lavorato in questi mesi per favorire la più ampia unità popolare contro le classi dirigenti neoliberiste. Vogliamo sì l’unità ma l’unità per noi non è un’ammucchiata senza né capo né coda.
Non abbiamo nulla a che fare con chi disconosce lo spirito e i valori della Costituzione, tra cui i principi sacri della sovranità popolare, della democrazia, dell’uguaglianza, della dignità e della giustizia sociale, della fratellanza e cooperazione tra i popoli.
Non vogliamo quindi confonderci con forze antidemocratiche che vorrebbero sostituire l’attuale dittatura neoliberista con un’altra, e neanche con picareschi arruffapopolo dalla oscure finalità. No, non lo faremo.
La Marcia della Liberazione ha una piattaforma, ha degli obbiettivi, essa è aperta a chiunque li condivida con spirito sincero, quale che sia la sua appartenenza politica, partitica o associativa.
Vi aspettiamo dunque il 10 ottobre a Piazza san Giovanni a Roma.
Facciamo tutti assieme un altro passo verso l’attuazione della Costituzione e verso la liberazione.

Il Comitato organizzatore della Marcia della Liberazione
23 settembre 2020

Fonte: www.marciadellaliberazione.it




DOVE VA IL TURBO-CAPITALISMO? di Raffaele Picarelli

I fondi europei per la ripresa post Covid-19 sono destinati quasi esclusivamente a creare un ambiente favorevole all’aumento dei profitti. Ne fanno la spesa i contratti nazionali di lavoro, il lavoro stabile, la legalità e il carattere dell’istruzione pubblica.
L’ultima metamorfosi di Proteo: il modello della  sostenibilità e dell’innovazione nell’accelerazione del “Programma Nazionale di  Riforma” (6 luglio 2020) e del “Next Generation EU” (17 – 21 luglio 2020).

Proteo, il primo figlio di  Poseidone, cambiava aspetto a seconda delle circostanze. A Proteo assomiglia il  capitalismo, grazie alla sua capacità di adattamento nel superare le (proprie)  crisi con le quali ha dovuto convivere nel corso della sua plurisecolare  esistenza.

E non era ancora uscito, almeno in  Europa, dall’ultima fase acuta (iniziata nel 2007 – 2008) della sua crisi  pluridecennale, allorché un evento inusitato, la pandemia da coronavirus, ha  accelerato i processi in corso, le metamorfosi già avviate, e reso indispensabili,  in un arco di tempo assai breve, precise risposte.

Con il presente lavoro ho cercato  di descrivere non solo l’accelerazione dei rivoluzionamenti (in corso almeno da due decenni) dei processi produttivi della quarta  industrializzazione, ma anche il  complesso, contraddittorio processo di transizione (in corso anch’esso da  tempo) del movimento di parte del capitale, nelle sue varie forme, verso catene  di valore e aree di accumulazione nuove e più fruttuose.

La transizione è guidata da pochi  grandi player privati (e, in misura minore, pubblici) che, pur non disdegnando  affatto i benefici della “vecchia  economia”, si sono avviati su percorsi innovativi.

Le transizioni, come è ripetuto in forma quasi compulsiva  in tutti i documenti ufficiali e nel dibattito pubblico, sono quelle verso  un’economia verde e circolare e verso il digitale e la digitalizzazione (le transizioni green e digitale).

Gli Stati e i governi, nella fase  del capitalismo monopolistico di Stato, divenuti  da un secolo, sia pure in forma e intensità diverse, elementi strutturali a  difesa dell’accumulazione, hanno assunto e svolgono negli ultimi anni un  ruolo protagonista, accentuato dopo l’ultima crisi ante Covid e dilatato nel  tempo della pandemia.

Altrettale è il processo delle  istituzioni UE, poste in posizione sempre più sovraordinata. Gli Stati e l’UE  hanno centralizzato e organizzato la  gigantesca opera di socializzazione delle perdite delle imprese di tutte le  dimensioni cui abbiamo assistito negli scorsi mesi, e che hanno realizzato  attraverso una rapidissima dilatazione  del debito pubblico (politica vituperata nei tre decenni precedenti). La  socializzazione delle perdite si è concretizzata in forme molteplici quali  l’erogazione di sussidi, elargizioni a fondo perduto, ricapitalizzazioni,  detassazioni, sconti, abbuoni fiscali, incentivi, etc.

Lo Stato, ai tempi del  coronavirus, accelera la sua rimodulazione e la riduzione dei suoi costi,  divenendo al contempo un grande mercato  di sbocco di tecnologie digitali, foriere di espulsioni dal lavoro di un gran numero di lavoratori pubblici (al pari  di quel che avviene nel settore privato). Una rimodulazione che vede lo  Stato trasformarsi in agile, efficiente asse portante dell’ordinamento  economico vigente, attraverso la velocizzazione e l’”efficientamento”, ormai privo di  garanzie per gli utenti, delle procedure pubbliche, in primis della “giustizia” destinata alla miglior  possibile tutela della certezza dei  contratti (come noto, esigenza originaria del capitalismo).

Questo cambiamento, che ha un prezzo elevato in termini di  libertà pubbliche e private e di democrazia, è favorito e accelerato, nel tempo  del Covid, dall’enorme dispiegamento di risorse pubbliche dei Piani comunitari e nazionali quali il Recovery  Fund, il Programma Nazionale di Riforma e il Recovery Plan.

Clicca qui per  leggere l’articolo integrale in formato PDF.




MARCIA DELLA LIBERAZIONE: MAURO SCARDOVELLI

Mauro Scardovelli, tra i primi promotori della Marcia della Liberazione, sarà a Piazza San Giovanni il 10 ottobre 2020.
«Perchè partecipare o sostenere la Marcia della Liberazione del 10 ottobre? Perchè ci saranno a Roma tutti i Movimenti sani di questo Paese, tutti i Movimenti che aderiscono al modello Costituzionale e che sono quindi contrari al modello neoliberista».

Sostenete la manifestazione con la partecipazione e l’aiuto concreto che vi è possibile dare a questo link: https://www.paypal.com/pools/c/8s4HNdyHoC oppure attraverso un bonifico bancario sul conto di Mauro Scardovelli:
IBAN, IT06R3608105138200989101000
CAUSALE: Donazione Marcia della Liberazione
Grazie!



PERCHE’ IL PD NON HA PERSO di Leonardo Mazzei

«Il voto dà respiro al governo», questo il titolone del Corriere della Sera di ieri. Una sintesi ineccepibile dell’ennesimo paradosso italiano. Le forze di governo tracollano in voti rispetto alle precedenti elezioni regionali, ma siccome l’attesa era per una disfatta ancor più grande, il generale arretramento diventa una vittoria.

In realtà questo paradosso ne contiene altri due. Il primo è che, salvo la Liguria, i due principali alleati di governo erano invece avversari nelle regioni. Il secondo è che l’illusione ottica del grande successo governativo è esattamente il frutto della stupidità degli avversari, quelli che prevedevano la famosa “spallata”, il “cappotto” del sei a zero ed altre amenità.

Simbolo di questa inarrestabile avanzata delle truppe salvinian-meloniane avrebbe dovuto essere la Toscana. Chi scrive aveva segnalato per tempo quanto fosse improbabile un simile scenario. (Tra parentesi: le quattro previsioni finali lì avanzate si sono realizzate al gran completo, peccato che la Snai non quoti certe cose…).

Alcuni dati

Non intendiamo qui perderci nei mille dati da decifrare di ogni elezione, ma qualche numero può essere utile. In termini di regioni “conquistate”, al posto del sei a zero salviniano c’è stato un tre a tre che in realtà non era difficile prevedere. Della Toscana si è detto, ma scontato (e alla grande) era il risultato in Campania, mentre più incerto appariva quello in Puglia. Ma se si comprendono le nobili ragioni del successo di De Luca e delle sue 15 (quindici) liste campane (nulla a che fare col clientelismo, ci mancherebbe!), non sarà difficile capire quelle del De Luca light pugliese, al secolo Michele Emiliano, anche lui accompagnato da 15 liste. Una pittoresca carrellata di simboli cui conviene dare uno sguardo, giusto per rendersi conto dov’è finita la politica italiana. Tra questi simboli ne segnaliamo alla rinfusa alcuni: I Liberali, Dc Puglia, Sud Indipendente, Partito del Sud, Partito Pensiero e Azione, Pensionati e invalidi giovani insieme, Partito animalista, Sinistra Alternativa. Che dire, viva il Carnevale!

Se il 3 a 3 è la sintesi di quanto avvenuto, vediamo invece i risultati dei due maggiori partiti di governo. Data la peculiarità di ogni elezione (in specie quelle nelle regioni) il raffronto deve essere fatto in primo luogo con le regionali precedenti, quelle del 2015. Lo so, cinque anni sono tanti, ma se facessimo il confronto con le ultime elezioni generali (le europee del 2019) il dato sarebbe meno impietoso per il Pd, ma ben più disastroso per M5S. Dunque il senso generale per le forze di governo, prese nel loro insieme, non cambierebbe.

Vediamo adesso i numeri. Rispetto al 2015 il Pd ha perso il 2,6% sia in Puglia che in Campania (e fin qui ci può stare), il 4,2% in Veneto ed il 5,7% in Liguria (e qui comincia a farsi seria), il 10% nelle Marche e addirittura l’11,2% in Toscana. Certo, queste variazioni risentono pure delle diverse alleanze di volta in volta realizzate. Ad esempio, in Toscana il candidato presidente Giani ha ottenuto grosso modo gli stessi voti del suo predecessore Rossi cinque anni fa, dato che i consensi persi dal Pd sono stati recuperati dalle liste alleate. Va notato però come il calo del partito di Zingaretti sia generalizzato. Il che qualcosa vorrà dire. Ovviamente nel 2015 eravamo ancora in piena era renziana, anche se già quel voto fece intravedere un discreto appannamento dell’iniziale boom del Bomba fiorentino. Tradotto sul piano nazionale, il dato piddino di domenica scorsa ci parla di un risultato in linea con i recenti sondaggi. Un partito appena un po’ sopra il 20%, il cui “successo” brilla più che altro per le defaillance degli altri. Zingaretti può dunque tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo, ma cantare vittoria è davvero un po’ troppo.

Passiamo ora ai Cinque Stelle, per i quali – viste le sistematiche debacle nel voto locale – il raffronto con il 2015 è ancor più obbligato. Per i pentastellati il tracollo è stato talmente omogeneo da non lasciare adito a dubbi (non che ce ne fossero…) sul loro disastroso trend. Un sostanziale dimezzamento dei voti che non ha bisogno di particolari commenti. Queste comunque le percentuali del loro calo: Campania -7,1%, Puglia -7,3%, Toscana -8,0%, Veneto -9,2%, Marche -10,3%, Liguria -14,5%.

Fin qui i dati. Ma se i numeri ci dicono molto, politicamente non sempre ci chiariscono tutto. Arriviamo così all’arcano del paradosso segnalato all’inizio. Al motivo per cui il Pd viene considerato il vincitore delle elezioni, ma soprattutto alle ragioni della mancata sconfitta di questo partito-sistema.

Perché il Pd canta vittoria

Quando temi una rovinosa sconfitta, il pareggio può sembrare una decisiva vittoria. Questa metafora calcistica non è priva di senso. Del resto, passando dal campo di calcio a quello di battaglia, se fermi l’offensiva avversaria avrai posto le condizioni della possibile controffensiva. Nel concreto dell’odierna politica italiana le cose sono certamente più complesse. Non basterà lo scampato pericolo delle urne per evitare di rompersi le ossa nella gestione di una crisi rovinosa e senza precedenti. Tuttavia, in una politica che naviga a vista, per il Pd le cose sono messe assai meglio oggi che una settimana fa.

Palesemente il governo si è messo al riparo di ogni pericolo, la destra avrà da leccarsi le ferite e da regolare qualche conto interno (presumibilmente anche dentro alla Lega) ed i Cinque Stelle saranno alleati ancor più servili di prima. In quanto a Leu ed alla immaginifica “Italia Viva” di Renzi, il “non pervenuto” delle urne non potrà che semplificare ulteriormente la gerarchia interna della maggioranza governativa.

Vi sembra poco? Visto quel che attende il Paese, il risultato di domenica potrebbe rivelarsi per Zingaretti la classica vittoria di Pirro. Ma intanto a Piddinia han preso tempo. Il che, nella situazione data, poco non è.

Perché è andata così

Chi scrive non è stato affatto sorpreso dal voto di domenica. Neppure da quello referendario, dato che non si cancella un potentissimo sentimento antiparlamentare, contraddittoriamente radicatosi nel Paese da almeno trent’anni, con una campagna elettorale breve ed asfittica, per giunta sul tema più facile per gli illusionisti della “lotta alla casta”. Avevo previsto un 70-30 e così è stato.

Quel che invece mi ha stupito, e non poco, è stata semmai l’elevata partecipazione al voto. Elevata, s’intende, non in generale ma in confronto alla tendenza degli ultimi vent’anni. Un dato, questo, da salutare positivamente.

Nessuna sorpresa nemmeno per l’esito delle regionali. Oltre a quanto già scritto sulla forza del potere e delle clientele – in certi casi (fortunatamente non sempre) è proprio vero che il potere logora… chi non ce l’ha – bisogna qui capire gli altri due fondamentali punti di forza che hanno salvato il Pd ed il governo Conte.

A mio modesto avviso, questi decisivi elementi corrispondono alla forza di due narrazioni dominanti: quella sull’Europa e quella sull’epidemia. Narrazioni la cui forza dipende dal semplice fatto che, tra coloro che hanno accesso ai media, nessuno le contesta.

La prima narrazione ci parla di un’Europa che – anche grazie al governo italiano, pensate un po’! – sarebbe diventata buona, non più promotrice di tagli ed austerità, bensì portatrice di doni. Noi sappiamo bene come tutto ciò sia falso, come il Recovery Fund altro non sia che un super-Mes mascherato. E sappiamo come quei fondi saranno soprattutto nuovi debiti da ripagare ad un’oligarchia eurista che, proprio in virtù di cotanta generosità, ci stringerà ancor meglio il cappio al collo.

Sì, noi lo sappiamo. E come noi lo sanno ormai milioni di cittadini. Che sono però una minoranza, anche perché chi potrebbe farlo con ben altri mezzi non contesta affatto la favola diffusa a reti unificate dai media. L’hanno forse contestata i candidati della Lega o di Fratelli d’Italia nella campagna elettorale delle settimane scorse? Assolutamente no. E, già che ci siamo, qualcuno saprebbe dirmi un argomento forte contro il Pd usato da costoro? Io, in mezzo a tanto chiacchericcio su ciò che non conta, di argomenti forti non ne ho sentiti. Del resto, i formidabili governatori della Lega nordista non solo vogliono i soldi del Recovery Fund (dunque del super-Mes), ma pure quelli del Mes ufficiale… Poi ti chiedi del perché il Pd non ha perso.

L’altra narrazione che ha dato i suoi frutti è quella sull’epidemia. Il governo Conte – certo non unico al mondo, questo va riconosciuto – ha fatto dell’emergenzialismo la carta vincente per restare in sella. Come strumento di governo la paura funziona alla perfezione. Andiamo verso un milione e mezzo di disoccupati in più? Che volete che sia rispetto al terribile virus!

Con un tasso di letalità ormai pari a quello di una normale influenza, oggi il Covid 19, anche secondo i (discutibili) dati ufficiali, provoca 10/15vittime al giorno. Sfortunatamente in Italia, ogni 24 ore, muoiono (dati Iss) 140 persone per infezioni ospedaliere. Ma pur essendo dieci volte di più questi ultimi non contano, mica fanno arricchire gli amici Mark Zuckerberg e Jeff Bezos! Mica sono utili a prorogare lo stato d’emergenza all’infinito!

Poche sere fa mi è capitato – cosa in realtà rarissima – di vedere un telegiornale (il Tg1). Inopinatamente, ad un certo punto è arrivata la domanda che non ti aspetti: e se avessero avuto ragione gli svedesi ad evitare ogni forma di confinamento? La risposta contenuta nel servizio da Stoccolma è stata interessante assai: la curva del contagio oggi darebbe effettivamente ragione al governo svedese, ma è troppo presto per arrivare a conclusioni definitive. Così ha detto l’inviato.

Troppo presto? Ma non sono stati proprio i media mainstream, nella scorsa primavera, a crocifiggere gli svedesi come popolo di delinquenti dediti al soddisfatto sterminio dei propri simili, specie se anziani e malati? Fra l’altro, provenendo dal mondo di Piddinia City, questa accusa è politicamente piuttosto bizzarra, dato che a Stoccolma non governano i criminali “populisti”, bensì una coalizione di centrosinistra composta da socialdemocratici e verdi.

Cito il caso svedese, perché esso ci mostra come la strada del lockdown duro (all’italiana) non fosse per niente obbligata. Così come non sarebbero oggi obbligate le scelte demenziali sulla scuola, sullo smart working, sulla chiusura degli uffici, sul distanziamento asociale in genere. Ma anche in questo caso, come sull’Europa, chi avrebbe la possibilità di farlo con una certa efficacia si guarda bene dal contestare il racconto ufficiale, quello secondo cui il governo italiano è stato (ed è) il più bravo al mondo nel contrastare l’epidemia. Tesi piuttosto ardita in un Paese che è al sesto posto per numero di vittime, pur essendo solo al ventesimo come numero di casi. Ma tant’è.

Ora, data la potenza di fuoco del terrorismo virale, alcuni nostri amici ritengono che contestare questa narrazione sia se non sbagliato, comunque inutile. Penso che a sbagliare – e alla grande – siano invece loro. Visto che il fattore P (paura) è un così buon alleato per il governo e per gli interessi dei potenti, perché costoro dovrebbero rinunciarci a cuor leggero? Crediamo forse alla loro buona fede? Suvvia, non scherziamo.

Conclusione

Giunti a questo punto la conclusione è semplice assai. Se si capisce il motivo per cui il Pd non ha perso, non sarà difficile comprendere quali siano le armi da usare contro il governo dei servi di Bruxelles e Berlino.

Al tempo stesso, se si comprende la sostanziale intercambiabilità politica tra i due poli di centrodestra e di centrosinistra che tendono a ricostituirsi – con M5S sempre più interno a quest’ultimo – non sarà difficile capire l’assoluta urgenza della costruzione di un Terzo Polo, che per essere credibile non potrà che proporsi come polo dell’Italexit.

E’ in questo quadro che le due narrazioni su Europa ed epidemia vanno contestate e, se possibile, vinte. Chi scrive è convinto che esse verranno comunque smentite dai fatti, ma i fatti richiedono tempo e noi troppo tempo per salvare il Paese dalla catastrofe non lo abbiamo.

La lotta sarà dura, ma non impossibile. La Marcia della Liberazione del 10 ottobre ci darà delle prime, preziosissime, indicazioni. Tutti a Roma quel giorno, per battere un colpo prima che sia troppo tardi. Per batterlo sapendo che sarà solo il primo.




LA CHIMERA 4.0 di Sandokan

Ieri Zingaretti, esultante per la tenuta del Pd, è comparso su diverse televisioni affermando che adesso occorre andare avanti — ce lo chiede l’Europa — con “gli investimenti per creare posti di lavoro, quindi anzitutto nelle nuove tecnologie digitali” ….

Non è mai chiaro se Zingaretti c’è o ci fa. L’impressione, poiché accompagna le sue cazzate con un sorriso telegenico, è che il tipo creda davvero a quel che dice. Del resto da tempo gli apologeti della “rivoluzione digitale” ci raccontano che, sì, è vero, la robotica e l’automazione faranno fuori milionate di posti di lavoro ma… tranquilli, ne creeranno molti, molti di più. “E’ sempre accaduto così, ci dicono, accadrà anche questa volta”.

Ora, anche volendo sorvolare sulle devastanti conseguenze etiche, morali, psicologiche e giuridiche che questa “rivoluzione” pilotata dal grande capitalismo multinazionale rovescia sul mondo del lavoro, numerose e recenti indagini sociologiche ci dicono che sta accadendo esattamente il contrario.

Se l’automazione e la cosiddetta “industria 4.0”, a livello mondiale, tra il 2015 e il 2020 ha distrutto ben 7 milioni di posti di lavoro mentre ne ha creati solo due, in Italia l’industria 4.0, tra il 2017 e il 2035 (indagine de Il Sole 24 Ore) porterà alla scomparsa di 3,5 milioni di posti di lavoro.

Secondo studi americani l’impatto della digitalizzazione sul mondo del lavoro, avrà infatti effetti devastanti sui liveli occupazionali. Centinaia di milioni di posti di lavoro, nei più diversi settori, scompariranno e non saranno affatto compensati da quelli nuovi. Con la conseguenza che l’area dell’esclusione sociale aumenterà, producendo una sacca moltitudinaria di nuovi paria sociali.

La morale della favola è che i quattrini a debito che l’Italia prenderà con la fideiussione europea, non solo dovranno essere spesi rispettando severe clausole neoliberiste (tagli alle pensioni, alla spesa sociale, ecc) e sotto una occhiuta sorveglianza di Bruxelles, non solo non creeranno nuova occupazione, produrranno ulteriori livelli di disoccupazione, accrescendo infine il cosiddetto “digital divide”, con una spaccatura incolmabile tra una nuova “aristocrazia del lavoro” e una massa di forza lavoro generica e marginale che per tirare a campare dovrà lavorare per salari di fame.

Chi vivrà vedrà.