CONSIDERAZIONI SULL’ENCICLICA FRATELLI TUTTI” di F.f.

L’ultima monumentale e controversa Enciclica di Papa Francesco pone dirimenti questioni e merita doverose considerazioni. Volentieri pubblichiamo quanto scrive F.f. Malgrado la redazione non condivida alcuni dei suoi giudizi.

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«Per molti la politica oggi è una brutta parola, e non si può ignorare che dietro questo fatto ci sono spesso gli errori, la corruzione, l’inefficienza di alcuni politici. A ciò si aggiungono le strategie che mirano a indebolirla, a sostituirla con l’economia o a dominarla con qualche ideologia. E tuttavia, può funzionare il mondo senza politica? Può trovare una via efficace verso la fraternità universale e la pace sociale senza una buona politica?»

Lettera enciclica Fratelli tutti del Santo Padre Francesco

Avevamo scritto, riguardo alla recente enciclica di Sua santità Francesco “Fratelli tutti”, che la lettura che ne ha dato la Sinistra radicale non è probabilmente esatta. Il valore di questa enciclica è di certo epocale. Sua santità, consapevole che il secolare dominio ideocratico dell’Occidente neo-illuministico – europeismo di Bruxelles compreso – è ormai agli sgoccioli, finisce per prefigurare un nuovo ordine etico e politico globale. Siamo di fronte a un’enciclica, non a un programma politico, ma il valore politico e storico del documento, dati anche gli eccezionali tempi che stiamo attraversando, è indubbio e a nostro modesto avviso centrale, dunque è necessario concentrarsi proprio sul significato storico e politico di “Fratelli tutti”.

L’enciclica andrebbe concepita, anzitutto, in continuità con “Etica nell’economia”, l’enciclica di Benedetto XVI (7 luglio 2009), in cui venivano stigmatizzati i meccanismi tecnocratici, progressistici e elitistici del capitalismo finanziario di mercato. Entrambi, sia Benedetto XVI sia Francesco, considerano la politica occidentale dei nostri tempi – compresa naturalmente quella della Unione Europea – nelle sue bipolari varianti, populismo e liberalismo, antitetica a una vera politica basata sulla pratica sacrale e anti-laicista dell’amicizia sociale e sulla meta finale dell’amore armonioso sociale.
«La politica oggi spesso assume forme che ostacolano il cammino verso un mondo diverso. Il disprezzo per i deboli può nascondersi in forme populistiche…o in forme liberali al servizio degli interessi economici dei potenti. In entrambi i casi si riscontra la difficoltà a pensare un mondo aperto dove ci sia posto per tutti, che comprenda in sé i più deboli e rispetti le diverse culture». (Cfr. “Fratelli tutti, p. 41).

Francesco condanna, peraltro, in netta controtendenza rispetto alla Sinistra radicale e al “il manifesto”, la campagna politica propagandistica globalista e progressista contro il populismo. In realtà, precisa il santo pontefice, dietro la lotta al populismo si nasconde una vera e propria lotta di classe contro il popolo:
«La pretesa di porre il populismo come chiave di lettura della realtà sociale contiene un altro punto debole: il fatto che ignora la legittimità della nozione di popolo. Il tentativo di far sparire dal linguaggio tale categoria potrebbe portare a eliminare la parola stessa “democrazia” (“governo del popolo”). Ciò nonostante, per affermare che la società è più della mera somma degli individui, è necessario il termine “popolo”» (Cfr. “Fratelli tutti”, p. 42).

Il liberalismo e le Sinistre radicali negano perciò, alla stessa maniera, la realtà sociale, in quanto intendono rinunciare alla centrale categoria di “Popolo-Nazione”; l’individualismo atomistico del liberalismo è l’altro volto della medesima medaglia del neo-classismo migrazionistico e internazionalistico delle Sinistre radicali. Il pontefice ribadisce, fedele alla sua originaria vocazione politica di peronista anticapitalista e antimarxista, che l’essenza del concetto di popolo è di natura mitica, non sociale né classistica: il mondo avrebbe bisogno di “leader popolari capaci di interpretare il sentire di un popolo, la sua dinamica culturale e le grandi tendenze di una società” (Ibidem), leader popolari e antimaterialisti capaci di integrare l’identità mistica e religiosa di “Popolo Nazione” con uno spiccato senso realistico e pragmatico della cultura amministrativa istituzionale. Francesco differenzia quindi un “populismo chiuso” da un “populismo saggio e intelligente”, un cattivo nazionalismo tribale e etnocratico da un buon patriottismo nazionale neo-corporativistico, come distingue “certe visioni economicistiche chiuse e monocratiche” dall’economia organicistica espressione di uno Stato popolare. Economia popolare e di produzione comunitaria, quella organicistica, fondata sulla partecipazione sociale, politica e economica del “popolo-nazione” alla vita dello Stato democratico organico.

Concezione quest’ultima, del resto, che rappresenta il cuore della visione sociale della Teologia del popolo argentina, di esplicita ascendenza peronista, su cui si è formato politicamente il pontefice. Ben lungi dal proclamare l’annientamento del principio nazionale, come vorrebbe dare a intendere “il manifesto”, il pontefice prende invece di mira il globalismo progressistico livellatore, “la falsa apertura all’universale, che deriva dalla vuota superficialità di chi non è capace di penetrare fino in fondo nella propria Patria, o di chi porta con sé un risentimento non risolto verso il proprio popolo”. Il grande tema dell’economia comunitaria è certamente “la mistica del Lavoro” mentre la speculazione tecnocratica e finanziaria continua a fare strage di innocenti e di oppresse famiglie, afferma senza mezzi termini Sua santità.

Il dogma neo-liberale è di nuovo preso di petto dal pontefice, il mercato non risolverebbe i problemi ma anzi li aggraverebbe, come già in epoca non sospetta affermò Benedetto XVI prima di lui.
La Politica, quale prassi di carità, espressione perciò di una visione del mondo basata sulla sussidiarietà organicistica e sul comunitarismo, ha la missione epocale di concretizzarsi quale forza anti-utopistica di realizzazione organica dell’amicizia sociale. «Ancora una volta invito a rivalutare la politica, che è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune». (“Fratelli tutti”, p. 49), scrive il santo pontefice nel capitolo dedicato a “L’amore politico”.

Al globalismo progressistico e radicalistico delle multinazionali e delle Sinistre colorate basato su un astratto io universalistico annientatore del multipolare differenzialismo universale, il pontefice contrappone, oltre al sacro principio della socializzazione della grande proprietà, oltre alla difesa della media e piccola proprietà che rimane un diritto fondamentale della Dottrina Sociale della Chiesa, il “Noi” dei quartieri popolari in cui si sperimenta socialmente, minuto per minuto, giorno dopo giorno, lo spirito del “vicinato”, dove ognuno sente spontaneamente il dovere di accompagnare e aiutare il vicino, soprattutto se quest’ultimo si trova in grave difficoltà.

E’ la fratellanza organicistica e “populistica” contro l’estremistico individualismo atomista, oggettivista e transumanista della Silicon Valley l’esempio concreto che questo pontefice addita all’universo. L’identità organica e originaria dei “Popoli Nazione” contro il livellamento materialistico e nichilistico in atto su scala mondiale. Lo Spirito Santo può, in sostanza, manifestarsi esclusivamente nell’ideale pentecostale della Comunità. Non vi è spazio per la Grazia intimistica e pietistica in tale orizzonte teologico-politico. Sono chiaramente in ballo, in questo contesto teorico, due concetti antitetici di democrazia, cattolico-popolare e protestante individualistico, ma non è questo il contesto adatto per un simile approfondimento.

La strategia del pontefice è così finalizzata alla maturazione universale di un “senso sociale che superi la mentalità individualistica” tipica delle democrazie radicali oligarchiche e plutocratiche nordiche o anglosassoni; partendo dall’ “amore sociale” è possibile progredire verso la civiltà dell’amore; l’amore “elicito”, atti che procedono direttamente dalla virtù della carità, diretti a persone e a popoli, deve essere integrato dall’ “amore imperato”, quegli atti della carità che spingono a creare istituzioni più giuste e religiose. L’essenza della carità, forza d’amore sociale e sintesi efficiente del prassismo politico, è infine il sacrificio come fuoco alimentante l’amicizia sociale, meta definitiva di una vera Comunità cristiana.

Vi è ora un importante concetto da sottolineare, prima di concludere. Se la Sinistra radicale ha equivocato, e continua a equivocare, sul significato teologico-politico dell’odierno pontificato, lo stesso sembra comunque fare la “Destra sovranista”. Si pensi a un valido e equilibrato intellettuale come Marcello Veneziani, il quale sostiene che Francesco, per farsi perdonare il passato di simpatizzante attivista della Guardia di Ferro argentina, ispirata sin dal nome alla formazione romena di Corneliu Codreanu (1899-1938), promuoverebbe oggi dal soglio pontificio una ideologia globalista e progressista.
En passant, sia anzitutto detto che per Francesco i grandi genocidi del ‘900 sono quattro, non vi è solo lo sterminio “fascista” degli ebrei, ma vi sarebbero anche le bombe atomiche “liberaldemocratiche” sui civili giapponesi, i gulag sovietici riservati ai martiri cristiani e lo sterminio degli armeni.

Va poi precisato che l’originario obiettivo strategico di Francesco non era di certo inquadrabile in quell’europeismo filorusso, multipolarista e antiamericanista, che Benedetto XVI tentò di concretizzare in ogni modo sino al tragico 2013. Francesco arriva dopo quell’esperimento conservatore-europeistico, chiaramente antagonista rispetto alla tecnocrazia ultra-laicistica e abortista di Bruxelles, che probabilmente l’elite romana “progressista” della Santa Sede ha considerato storicamente fallito o ha fatto addirittura fallire.
L’attuale pontefice non è un europeista conservatore che percepisce il limes di civiltà con il mondo occidentale come lo poteva percepire Ratzinger. “La rivoluzione nichilista del ‘68”, sono parole di Benedetto XVI, considerata da quest’ultimo il padre putativo della società post-liberale e neo-illuministica occidentalista, non significa molto per Francesco, per evidenti ragioni contestuali, ambientali e esistenziali.

Dall’uribismo colombiano al sovranismo di destra radicale di Jair Bolsonaro, dall’affermazione, in Bolivia, della destra di Camacho sul socialismo di Evo Morales, con cui Francesco si era saldato in una comunione di intenti, sino alla malinconica e grottesca conclusione dell’utopia chavista in Venezuela, il disegno, profondamente neo-occidentale, del pontefice di fare della fascia continentale e geopolitica ibero-americana “la nuova Europa” della riscossa neo-cattolica e populista, che doveva essere certamente guidata e accompagnata dalla prima Roma papalina di fronte al materialismo e al relativismo delle società anglosassoni e protestanti, è stato fortemente messo in discussione dal verbo sovranistico di Donald Trump, che ha attecchito velocemente un po’ in tutto il Sud America.

La Sinistra liberal o radicale statunitense non avrebbe ostacolato un simile progetto strategico, non fosse altro perché avrebbe messo in seria difficoltà il patriarcato russo, ma l’onda lunga del trumpismo ha costretto Francesco al ridimensionamento strategico. E’ dunque una conseguenza tattica, probabilmente obbligata e non evitabile, il flirt dell’elite neo-cattolica di Roma con i nemici di Trump, dai Dem statunitensi alla Cina “socialista”.

L’impressione è che, sconfitto in casa propria dal trumpismo, Francesco non abbia ancora ridisegnato una strategia politica sui tempi corti. Il migrazionismo esasperato e il neo-paganesimo relativistico naturalistico e ecologista, per quanto siano evidentemente elementi tattici, stonano totalmente con l’armonico, coerente ideale di una Europa cristiana, storicista e anti-illuministica, strategicamente aperta al patriarcato ortodosso di Mosca, potente elemento storico quest’ultimo lasciato in dote da Benedetto XVI, che potremmo ben considerare uno dei fondatori del multipolarismo. Con tutto il rispetto del caso, il cattolicesimo africano o amazzonico ha poco o anche nulla da dire rispetto al cristianesimo pravoslavo russo.

L’enciclica “Fratelli tutti” potrebbe essere effettivamente l’inizio di una nuova fase strategica dell’odierno pontificato, sebbene il silenzio di Bergoglio sull’inquietante e terribile vicenda Assange è piuttosto avvilente. Una nuova fase strategica di Francesco vorrebbe dire lasciarsi definitivamente alle spalle ogni anche minimo proposito di universalismo globalistico progressistico aprendo su tutta la linea al multipolarismo, fatto storico epocale del resto già partorito dalla rivoluzione conservatrice putiniana e dal pontificato europeista di Benedetto XVI. Peròn, dopo Yalta e contro Yalta, lanciò la strategia della Terza via e del Terzo Mondo contro le due ideologie globaliste e progressiste egemoni (capitalismo e collettivismo).

Francesco è oggi l’unica guida pubblica in Occidente in grado di indicare la Nuova Via, né globalismo progressista occidentalista né nazionalismo etnico occidentalista: patriottismo multipolarista e prassi dell’amicizia sociale cristiana.