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NAPOLI CHIAMA, BARCELLONA RISPONDE

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Ieri a Barcellona, violando le prescrizioni anti-Covid, migliaia di ristoratori e baristi, accompagnati da diversi loro dipendenti, hanno manifestato  sotto la Generalitat (la sede del governo della Catalogna (vedi foto), contro il lockdown e la chiusura degli esercizi.
Ce ne da notizia La vanguardia la quale ci informa che su 44mila piccole e medie imprese del settore alberghiero e della ristorazione circa il 30% prevede di chiudere i battenti a causa della gravissima crisi economica. L’impatto sull’occupazione, dato che il turismo è un settore trainante, sarà devastante.
Il giorno prima ad Arzano, comune alla periferia di Napoli, si è svolta la protesta dei commercianti contro il cosiddetto mini-lockdown.
Qui sotto un comunicato di Liberiamo l’Italia.
SOLIDARIETA’  AI COMMERCIANTI DI ARZANO
Arzano è un comune alla periferia nord-est di Napoli.
Il Commissario prefettizio, a causa di un aumento dei positivi al virus, ha ordinato la chiusura di tutti i negozi, ad eccezione di quelli di generi di prima necessità.
Immediatamente è scattata la rivolta di tutti gli altri commercianti, con due blocchi stradali delle due vie d’accesso alla cittadina.
Degno di nota che alla protesta hanno aderito, per solidarietà, anche i negozianti che possono stare aperti.
Questa rivolta pone una domanda e si presta ad alcune considerazioni.
E’ giusta la rivolta?
Si lo è, e per due ragioni.
Come hanno detto i commercianti in lotta, non ha alcun senso, nessuna efficacia nel contrastare il “contagio”.
Mentre tutti i negozi vengono chiusi, i cittadini di Arzano possono infatti liberamente uscire dal comune per recarsi al lavoro o andare a fare compere in quelli adiacenti. “Se siamo davvero infetti, perché ci consentono di diffondere il virus a Casoria, Scampia o Afragola? Non solo possiamo esportare il virus ma possiamo anche importarlo”, dichiarano i commercianti.
Ma c’è una seconda ragione per cui la protesta è legittima.
Le autorità commissariali hanno agito d’imperio, senza minimamente consultare o confrontarsi coi cittadini.
Un caso esemplare di gestione unilaterale e autoritaria.
Riguardo alle considerazioni.
La prima è che la rivolta è scattata spontaneamente, frutto del tam tam tra gli stessi commercianti, senza attendere le colluse (con le autorità) associazioni e i sindacati di categoria.
La seconda è che l’importanza simbolica e politica di questa rivolta è inversamente proporzionale alle sue modeste dimensioni: è il segno di una strisciante ma diffusa insofferenza verso la gestione sicuritaria della pandemia.
La gente è stanca del terrorismo delle autorità e del circo mediatico, della martellante campagna finalizzata a instillare paura ed a criminalizzare i cittadini — di cui il presidente De Luca è uno dei più accaniti promotori.
La terza considerazione tira in ballo la drammatica situazione economica aggravata dalla gestione politica della crisi sanitaria.
Il lockdown della primavera scorsa ha messo in ginocchio anzitutto milioni di esercenti, patite iva, artigiani.
In tanti hanno già chiuso i battenti, coloro che hanno riaperto hanno visto dimezzare i loro fatturati, mentre non sono diminuite le tasse e incombe la minaccia di milioni di cartelle esattoriali in arrivo.
Chi non paga è sotto la mannaia di pignoramenti a tappeto.
Infine la rivolta chiama in causa direttamente il governo:  mentre impone di abbassare le saracinesche, rifiuta di adottare serie misure di sostegno al reddito alle micro-aziende ed alle famiglie gettate sul lastrico, né concede alcuna moratoria fiscale.
In poche parole i commercianti di Arzano ci dicono non solo che la situazione è intollerabile, ma che non accetteranno un secondo lockdown.
Nel ribellarsi essi mostrano che i cittadini non sono dei servi, ma dei cittadini.
Non solo la rivolta dei commercianti di Arzano è giusta, essi ci indicano che quella della disobbedienza civile è la sola via contro un potere autoritario e antipopolare, insensibile al grido di chi sta in basso e prono agli interessi del grande capitalismo.
Coordinamento nazionale Liberiamo l’Italia
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