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COME SALVARE LA WHIRPOOL DI NAPOLI di Paolo Maddalena

La Whirlpool ha chiuso i battenti, mettendo sul lastrico, tra i suoi lavoratori e quelli dell’indotto, 1400 famiglie.

Essa ha dunque, ai sensi dell’articolo 42, comma 2, della Costituzione, violato il dovere inderogabile di perseguire la funzione sociale della proprietà, perdendo ogni diritto dominicale. Infatti detta disposizione costituzionale così recita:

“La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge (cioè dalla Repubblica, dal Popolo), che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti, allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”.

Il che significa che il mancato perseguimento della funzione sociale, cioè della condizione essenziale per il riconoscimento e la garanzia della proprietà privata, ha fatto venir meno quest’ultima e nessun diritto può più vantare la Whirlpool nei confronti del Popolo sovrano.

Con questo atteggiamento la Whirlpool ha fatto venir meno anche tutti gli atti, le concessioni, i contratti ecc., che sono stati da essa stipulati con soggetti italiani pubblici e privati.

Infatti il primo e secondo comma dell’articolo 41 Cost. pongono una norma imperativa la cui violazione implica la dichiarazione di annullamento da parte del giudice, ai sensi dell’articolo 1418 del codice civile.

Detta norma costituzionale imperativa così recita:

“L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana“.

La Whirlpool ha agito contro l’utilità sociale e contro la sicurezza, la libertà e la dignità umana dei lavoratori napoletani. Dunque tutti gli atti con rilevanza giuridica da essa posti in essere sono da impugnare da parte dei lavoratori, considerati sia come singoli, sia come parte del Popolo italiano (art. 2 Cost.), davanti al giudice ordinario per farne dichiarare la nullità.

In base alla Costituzione, quindi, la via da seguire è la seguente: i lavoratori si devono costituire come “comunità di lavoratori” (secondo quanto dispone l’articolo 43 Cost.) attraverso la costituzione di una società mutualistica e devono adire il tribunale di Napoli per chiedere detta dichiarazione di nullità.

D’altro canto essi devono presentare, con atto notificato per ufficiale giudiziario, al Presidente del Consiglio dei Ministri in carica, la richiesta di far intervenire, per i prestiti necessari alla messa in funzione della fabbrica, la banca del Medio Credito Centrale (il cui capitale è al 100% del Ministero dell’Economia), la quale, in virtù della Legge n.191 del 2009, può erogare crediti alle piccole e medie imprese del Mezzogiorno.

Ci auguriamo che anche in questo caso il problema possa essere risolto in termini di osservanza dei principi e dei diritti fondamentali della nostra Costituzione repubblicana e democratica.

* Fonte: Micromega