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UNA NUOVA EPOCA, UNA NUOVA ITALIA di LiT

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Liberiamo l’Italia svolgerà il 28 novembre la sua prima conferenza nazionale per delegati. Pubblichiamo il Documento Politico che sarà sottoposto alla Conferenza. Domani pubblicheremo le Tesi sulla questione del  Partito.

  1. Una nuova epoca, una nuova Italia, un partito nuovo

L’Italia, l’Europa e il mondo sono sprofondati in una crisi gravissima quanto inedita. Una crisi senza precedenti per la sua profondità, le conseguenze sociali, l’incertezza sulla sua durata ed il suo sbocco.

Quel che è certo invece è l’utilizzo dell’epidemia da parte del blocco dominante. Grazie ad una narrazione emergenzialista che serve a produrre ed a giustificare uno stato d’emergenza senza fine, il sistema sta evolvendo in senso profondamente autoritario.

In Italia, mentre il ruolo del parlamento viene sempre più svilito dalla continua decretazione governativa, i cittadini vengono progressivamente spogliati dei loro diritti costituzionali. Una tecnocrazia priva di alcun mandato popolare decide ogni giorno sulla vita delle persone, alle quali viene solo chiesto di obbedir tacendo.

E’ in questo quadro che va avanti in maniera accelerata il processo di atomizzazione della società, dove le aberrazioni della digitalizzazione forzata, oltre ad annunciare una disoccupazione alle stelle, simboleggiano il “nuovo” di una società sempre più disumana, quella appunto del “distanziamento sociale” come norma generale di un orribile futuro.

E’ in questo quadro che le oligarchie neoliberiste pensano di poter tenere nell’ombra ogni dramma sociale, dalla disoccupazione alla precarizzazione, dalla povertà alle nuove marginalità che si annunciano.

Questa crisi non è però un fulmine a ciel sereno, tantomeno per quel che concerne il nostro Paese. Già prima del Covid la società italiana appariva devastata economicamente, disgregata ed impoverita socialmente, smarrita culturalmente e subordinata politicamente. Frutto del neoliberismo, di trent’anni di regole austeritarie, di cui venti vissuti dentro la gabbia dell’euro, l’Italia pre-Covid era già un Paese in ginocchio.

Adesso la nuova crisi aggrava ed amplifica i problemi precedenti, anche perché le risposte date tanto dall’oligarchia eurista, quanto dalle nostrane èlite, sono sempre le stesse. Se il modello neoliberista rimane la bussola delle scelte di fondo, i vincoli austeritari che inchiodano l’economia nazionale sono sempre lì, pronti a scattare come sempre non appena si riterrà che la fase più acuta sia superata.

Mentre in generale la portata della crisi globale rende concreto il concetto di “stagnazione secolare”, nel caso italiano quel che si prospetta è una drammatica accelerazione di un declino già in atto prima dell’epidemia.

Si apre dunque una nuova fase, per certi aspetti perfino una nuova epoca, nella quale ci sarà bisogno di un pensiero nuovo, di un forte risveglio popolare, di una nuova organizzazione politica all’altezza di una situazione assolutamente inedita ed aperta agli sbocchi più diversi. Quel che è certo è che non possiamo permetterci di restare al passato.

La situazione attuale è figlia di una precisa traiettoria, frutto sia delle dinamiche generali della globalizzazione capitalista, che delle scelte politiche compiute in nome di un’oligarchia sempre più ristretta che domina l’economia, controlla l’informazione, irreggimenta la cultura. Pur nella confusione generale, milioni di persone avvertono ormai la necessità di dire basta, di fermare questo processo distruttivo. Di riconquistare la sovranità popolare per ricominciare a pensare, a proporre, a lottare per una società basata su principi di uguaglianza, fratellanza e libertà.

Occorre dunque battersi per una nuova Italia, fuori dal modello neoliberista, ricostruita sui principi largamente condivisi della Costituzione del 1948. Il primo passo di questo percorso, quello necessario anche se non ancora sufficiente, è la liberazione dalla dittatura eurocratica.

Liberiamo l’Italia è nata anzitutto per contribuire a promuovere questo processo di liberazione, per riconquistare la sovranità nazionale, popolare e democratica. Questa strada impone oggi un nuovo e decisivo passaggio, quello della costruzione di un più ampio Partito dell’Italexit alla quale Lit già partecipa attivamente; un soggetto che ci auguriamo possa aggregare finalmente la forza necessaria per rendere concreta e vincente questa fondamentale battaglia per la liberazione del nostro Paese.

  1. Non se ne esce senza uscirne: per un’Italia sovrana, contro il nuovo imbroglio europeo

Da un punto di vista economico il 2020 sarà ricordato come l’anno della terribile crisi economico-sanitaria innescata dalla pandemia del covid-19, ovvero da un evento di portata mondiale che si è abbattuto sul nostro tessuto produttivo già ampiamente provato e gravido di una crisi latente, con la conseguenza che avremo la propagazione di effetti economici nefasti per lungo tempo ancora.

Ovviamente, peggiori saranno le risposte di politica economica e più grande sarà il dramma sociale vissuto, condizione nella quale si trova pienamente l’Italia in quanto paese mediterraneo dell’Eurozona.

Visto che la situazione economica era già critica di certo non ci sarà la inizialmente evocata ripresa a “V” in tempi brevi, visto poi che l’Italia subisce oltremodo l’architettura disfunzionale dell’Eurozona e non ha autonomi strumenti di politica economica, dobbiamo necessariamente trarre una conclusione: ci troviamo dinanzi ad un bivio non più eludibile, possiamo affondare rimanendo nella UE oppure lottare per tirarci fuori optando per il pieno recupero della sovranità monetaria e costituzionale. Per poter trarre questa conclusione è necessario un ulteriore passaggio, occorre smitizzare la narrazione mainstream che ha presentato la risposta delle istituzioni dell’Eurozona alla crisi come un primo passo verso una nuova era di “coesione europea”, intendendo che anche i cosiddetti paesi frugali del nord avessero messo da parte i propri interessi nell’accordo del Recovery Fund che avrebbe previsto un piano effettivo di rilancio per il nostro paese.

La nostra critica si articola in due punti. Per prima cosa la condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per un effettivo rilancio del nostro paese sprofondato in questa crisi sarebbe la monetizzazione del debito, ovvero il finanziamento dei deficit con emissione di moneta da non restituire: questa condizione non è soddisfatta dagli accordi europei e ciò significa che dovremo rispondere a una crisi di proporzioni storiche rimanendo schiacciati nella trappola del debito. Ma posta questa grande discriminante di fondo, di per sé sufficiente per motivare la necessità del recupero della sovranità monetaria, vediamo la seconda e decisiva critica alla narrazione europeista evidenziando i reali interessi che si sono affermati nella risposta europea.

Il 5 maggio 2020 la Corte Costituzionale tedesca, ovvero la Corte suprema del più grande e influente paese “frugale”, si pronuncia contro la monetizzazione del debito che alcune misure della BCE avrebbero potuto di fatto realizzare, imponendo un rigido perimetro di azione della politica monetaria la quale non avrebbe dovuto ostacolare l’azione dei mercati finanziari. Queste prescrizioni riassumono tutto ciò che per la gran

parte del popolo italiano vi è di più rovinoso, in quanto nella sentenza si afferma che l’azione della BCE (concretizzata nei programmi di acquisto dei titoli di Stato) non può interferire nell’andamento degli spread, nell’accesso a strumenti di assistenza finanziaria come il Mes e neanche nell’eventuale declassamento operato dalle agenzie di rating.

Queste prescrizioni deleterie, seppur non esplicitamente “sbandierate” nei documenti, trovano attuazione nel pacchetto di aiuti varato in sede europea, di cui giova ricordare un ulteriore tassello: i prestiti del Recovery Fund sono privilegiati, alla stessa stregua di quelli del Mes.

Questo passaggio aggrava immediatamente ancor di più la posizione finanziaria dell’Italia perché corrisponde nei fatti a un declassamento implicito del debito italiano detenuto sotto forma di BTP e di BOT, aumentando così la percezione di rischio dei mercati e quindi i livelli di spread e le probabilità di declassamento delle agenzie di rating. In più ricordiamo che i fondi del Recovery Fund non solo devono essere rimborsati, quindi sono debito, ma vengono erogati sotto condizionalità che avranno effetti recessivi, così come sarebbe avvenuto con il Mes.

Ecco qui che le indicazioni contenute nella sentenza della Corte Costituzionale tedesca relative al non ostacolare tanto gli spread, quanto l’azione delle agenzie di rating e l’accesso a prestiti sotto condizioni, si sono “di fatto” realizzate e ci condurranno a quel bivio che abbiamo descritto in precedenza, per cui l’unica possibilità di salvezza per la nostra economia potrà essere l’uscita dalla UE.

  1. Con la Costituzione, contro l’oligarchia

Gli ultimi trent’anni di storia repubblicana, ovvero dalla caduta del Muro di Berlino ad oggi, hanno visto un progressivo indebolimento e svuotamento della nostra Costituzione e dell’apparato legislativo in genere.

Nei primi anni novanta del secolo scorso, l’attacco alla democrazia si è inizialmente manifestato attraverso la cancellazione della legge elettorale proporzionale, che aveva rappresentato un pilastro della cosiddetta Prima Repubblica, e che aveva consentito l’accesso al parlamento a forze dotate di un limitato consenso, ma capaci di offrire un contributo in termini di pluralità di pensiero culturale e politico. Il passaggio al sistema maggioritario, avvenuto tramite referendum, poi sancito in Parlamento, ha di fatto consegnato il paese a due coalizioni, centro-sinistra e centro-destra, del tutto speculari nei tratti fondamentali, ovvero una monolitica fede nei dogmi del neo-liberismo, con tutti i suoi corollari – privatizzazioni, riduzione della spesa pubblica per istruzione, sanità ed enti locali, contro-riforme miranti ad indebolire i diritti del lavoro. E’ infatti a metà degli anni novanta che si istituzionalizza il concetto di precarietà nel mondo del lavoro, grazie allo scellerato pacchetto Treu, varato nei primi mesi di governo del centrosinistra guidato da Romano Prodi.

Questa serie di scellerate misure renderà fragile ed insicuro il percorso lavorativo di milioni di persone, condannandole ad essere presto o tardi, escluse dallo stesso mercato del lavoro. Alla fine dello stesso decennio, viene meno un ulteriore caposaldo della nostra Costituzione, che recita nell’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. L’attacco alla Serbia di Milosevic, operato con la finta motivazione della difesa degli abitanti del Kosovo, ma in realtà dovuto alla necessità, per gli Stati Uniti d’America, di fiaccare e indebolire un paese scomodo e non allineato in termini geopolitici, venne attuato grazie alla fattiva collaborazione del nostro paese, che mise a disposizione le proprie basi militari per un’operazione di puro avventurismo politico-militare, con tanto di bombardamenti ad infrastrutture civili, ospedali e sedi delle emittenti televisive.

Questo scempio del nostro dettato costituzionale, improntato alla giustizia sociale, alla valorizzazione della democrazia sostanziale, alla pace e al dialogo come valori inderogabili nel confronto internazionale, va di pari passo con l’adesione all’Unione Europea, che entra nel vivo proprio nell’ultimo decennio del secolo scorso, attraverso l’adesione al Trattato di Maastricht, del 7 febbraio 1992, e prosegue con il passaggio dalla moneta nazionale all’euro, il primo di gennaio del 2002.

La condizione di assoggettamento forzato ai voleri dell’oligarchia europea, incurante delle necessità dei popoli, si è radicalmente aggravata nel corso del 2020, a causa della crisi innescata dal Covid-19.

Lungi dal voler minimizzare l’epidemia in corso, è evidente l’uso spregiudicato che ne viene fatto tanto dalle èlite dominanti, quanto dal potere politico. In questo senso il caso italiano è davvero emblematico. Le scelte del governo Conte – da quelle della primavera scorsa, fino a quelle delle ultime settimane – paralizzano la vita della nazione in tutte le sue possibili diramazioni, inseguendo una preservazione biologica dalla malattia che oscura qualsiasi altra necessità. I vincoli posti alla libera circolazione delle persone, spesso applicati in modo vessatorio da parte delle forze dell’ordine, mentre ledono un fondamentale diritto dei cittadini, contribuiscono ad affossare le libertà di pensiero e di espressione che sono garantite dalla nostra Costituzione. Milioni di persone si vedono negare il diritto al lavoro ed al reddito, senza che vengano poste in essere misure adeguate a scongiurare il tracollo economico dei singoli e della comunità nel suo insieme. Una gestione sanitaria tutta incentrata sul Covid, sta di fatto negando il diritto alle cure per chi soffre di altre e spesso ben più gravi patologie.

Quello che va ancor più sottolineato è l’obiettivo di fondo del blocco dominante: governare attraverso la diffusione quotidiana della paura, del sospetto e della  diffidenza; in questo ampiamente sostenuto dal sistema dell’informazione, ormai del tutto slegato e avulso da qualsiasi confronto con la realtà dei fatti.

Questa nuova condizione umana è propedeutica a tutta una serie di cambiamenti nei modi di produzione e di fruizione dei prodotti industriali, nel modo di esperire i rapporti umani, nel modo stesso di concepire la propria e l’altrui presenza negli spazi fisici del reale. Processi già in essere negli anni scorsi vengono ormai portati a compimento con la disinvoltura tipica dei regimi autoritari, in assenza di un civile e maturo confronto democratico, che sappia valutare i pro e i contro.

La limitazione nell’uso del contante, l’apposizione di ripetitori e antenne a tecnologia 5G, l’intensificazione nello studio dell’intelligenza artificiale e dell’ibridazione uomo-macchina, sono tutte misure che vengono portate in palmo di mano come esempi di un fulgido e radioso futuro, la cui esecuzione viene introdotta come condizione irrinunciabile per ottenere dall’Unione Europea prestiti, peraltro assai onerosi, quali il Recovery Fund.

Il distanziamento nei rapporti, elevato a regola da seguire senza riscontri precisi in termini temporali, legati all’evolvere del virus, ha portato e porterà ad un uso massiccio del cosiddetto smart-working, con una crescente alienazione dei lavoratori ed il rischio di una delocalizzazione all’estero delle prestazioni lavorative.

La scuola viene tenuta in scacco, con un ricorso sempre più massiccio alla didattica a distanza, senza tenere conto delle esigenze di socialità dei minori. Per questi motivi riteniamo che sia doveroso ergersi criticamente contro questa visione asfittica della realtà, e ripristinare quelle garanzie di un’autentica vita civile e democratica, a cominciare da un’informazione autenticamente libera e plurale.

Tutto quanto fin qui descritto va nella direzione del passaggio da una società analogica ad una nuova società digitale. Una trasformazione che risponde al disegno delle oligarchie dominanti, finalizzato alla verticalizzazione dei capitali e ad un rastrellamento globale delle risorse, dal basso verso l’alto. Una delle chiavi decisive di questo processo sta certamente nel definitivo passaggio alla moneta elettronica, un obiettivo non a caso perseguito strenuamente dalle élite al potere.

  1. Cosa vogliamo

Non si esce dal neoliberismo, dal dominio della grande finanza, da quello del “pensiero unico” mercatista, senza cacciare un ceto politico (di “destra”, “centro” e “sinistra”) portatore degli interessi e dei disvalori della cupola dominante. Proprio per questo è necessario lavorare ad un progetto politico totalmente indipendente dagli assetti attuali.

Vogliamo che il diritto al lavoro per tutti divenga effettivo. Siamo perciò per un piano per il lavoro predisposto dallo Stato grazie ad un forte rilancio degli investimenti pubblici. Siamo per la rinazionalizzazione dei settori strategici dell’economia (energia, telecomunicazioni, trasporti, acqua). Siamo per l’eliminazione per legge del precariato, per la tutela dei redditi da lavoro dipendente ad autonomo.

Vogliamo che la scuola torni al centro della società. Che essa sia finalizzata in primo luogo alla formazione dei giovani, non più modellata esclusivamente sulle mutevoli esigenze del mercato del lavoro. Vogliamo che il diritto allo studio sia effettivamente garantito anche agli strati più poveri della società.

Vogliamo che il diritto alla salute e quello ad una vecchiaia serena vengano garantiti dallo Stato, che mentre dovrà fornire le necessarie riforme economiche sarà chiamato a ripristinare integralmente il carattere pubblico della sanità e della previdenza. Vogliamo una riforma fiscale che applichi i principi di equità, giustizia sociale e progressività sanciti dall’art.53 della Costituzione.

Affinché tutto ciò sia possibile è necessario che lo Stato assuma un ruolo centrale nell’economia, a partire a) dal controllo pubblico del sistema bancario (Banca d’Italia in primo luogo b) dall’introduzione di limiti alla circolazione dei capitali a tutela dell’economia nazionale c) da una ristrutturazione del debito pubblico che colpisca anzitutto la sua componente speculativa ed estera.

Infine, per liberare in maniera compiuta e organica la nostra nazione, noi vogliamo che l’Italia riacquisti la piena sovranità sotto il profilo geopolitico. L’alleanza atlantica è ormai retaggio di un passato ricco più di ombre che di luci, un passato che ci ha visti oggetto di condizionamenti, assai pesanti, da parte dell’alleato americano oltre che complici di guerre oltraggiosamente definite “umanitarie”.

Ora ciò che vogliamo è un’Italia che sappia essere testimone sincera di pace e di democrazia in un mondo multipolare, non più legata al carro di questa o di quella superpotenza mondiale. Nemica di nessuno, disposta a dialogare con chiunque, in campo politico, economico, commerciale, su un piano di reciproco rispetto e di sostanziale parità. E’ in base a questi principi che l’Italia dovrà sviluppare la sua politica internazionale, difendendo i propri legittimi interessi, specie nel Mediterraneo, sempre all’interno della prospettiva di un nuovo umanesimo aperto al mondo intero.

  1. Uno Stato nuovo, per una nuova società

Riconquistare la sovranità è decisivo, ma uno Stato davvero democratico e sovrano non sarà mai possibile senza cambiare nel profondo quello attuale.

Che la questione dello Stato sia decisiva ce lo ha dimostrato perfino il Covid 19. Gli stati più solidi, quelli almeno relativamente meno permeati dall’ideologia e dagli effetti del neoliberismo, hanno reagito meglio: più compostamente e più efficacemente degli altri. Non è questo il caso dell’Italia, come dimostrato prima dall’assoluta impreparazione sul piano sanitario, poi da una gestione emergenzialista che sta mandando lo Stato e tutto ciò che è pubblico – basti pensare alla scuola – allo sfascio.

Noi diciamo da sempre “più Stato e meno mercato”, ma questo oggi non basta. All’uscita dal neoliberismo, alla ridefinizione del suo ruolo centrale nell’economia, deve accompagnarsi la ricostruzione dello Stato stesso: dalle sue strutture, alla sua classe dirigente, fino all’ultimo degli impiegati.

Il disastro attuale è funzionale alla perpetuazione del modello neoliberale. Se ciò che è pubblico non funziona, ovvio che ogni privatizzazione avrà via libera. Se uscire da questa trappola non sarà facile, il processo di riedificazione dello Stato non sarà certamente breve. Ma proprio per questo la sua necessità va indicata da subito.

La scuola non può più essere la cenerentola del discorso pubblico, non possiamo ricordarci della sanità solo quando c’è un’emergenza, non possiamo più permetterci ministeri occupati da dirigenti venduti alla Commissione europea, non possiamo andare avanti con Comuni e Province senza soldi, ancor meno con Regioni tutte protese a realizzare l’abominio del “regionalismo differenziato”.

Il finanziamento a Comuni e Province va riportato subito a livelli decenti, tali da garantire l’esercizio delle funzioni assegnate, ma tutto il sistema delle autonomie locali va ripensato radicalmente. Il Titolo V della Costituzione, orrendamente stuprato dalla controriforma del 2001, va dunque modificato in profondità, in base ai fondamentali principi di uguaglianza, solidarietà, democrazia ed efficienza al servizio dei cittadini.

Il sistema elettorale ad ogni livello dovrà essere di tipo proporzionale senza sbarramenti. Ciò non solo per un’evidente esigenza democratica, ma pure per favorire una migliore selezione della classe politico-amministrativa, oggi filtrata da meccanismi al contrario, volti a “scegliere i peggiori” affinché alla fine possano decidere sempre gli stessi, i membri di quell’oligarchia che spesso alle elezioni neppure si presentano.

E’ questa la premessa da cui partire per condurre una lotta frontale alla corruzione, da impostarsi non con i soliti criteri moralistici – come avvenuto sin qui, spesso con obiettivi ben diversi da quelli dichiarati – quanto piuttosto in base ad una visione generale che sappia produrre un’azione politica capace di fare pulizia, attivando al contempo i necessari processi di costruzione di una nuova classe dirigente in senso lato. Ma lotta alla corruzione non significa solo contrasto al malaffare. Essa deve significare anche sradicamento di una mentalità diffusa che ha cancellato il senso, il ruolo, la responsabilità verso la collettività della funzione pubblica ad ogni livello. “Vasto programma” avrebbe detto De Gaulle. Programma vasto ma necessario e possibile diciamo noi, purché intrecciato al cambiamento sociale frutto dell’uscita dal neoliberismo: un nuovo Stato per una nuova società.

  1. Italexit: la lotta che ci attende

L’esplosione della crisi economico-sanitaria e la permanenza nei vincoli neoliberisti che determinano, come sempre, le risposte alla crisi all’interno dell’eurozona, impongono all’Italia un obiettivo politico primario: il recupero della sovranità attraverso l’Italexit, ovvero l’unico strumento che può essere realmente efficace a questo scopo. L’Italexit si configura così come la condizione necessaria per il recupero della sovranità, ma quest’ultima di per sé non è garanzia di uscita dal modello socio-economico neoliberista in cui ci troviamo intrappolati.

Pertanto la comprensione della necessità dell’Italexit e le sfide da intraprendere per il suo perseguimento costituiranno gli elementi che forgeranno una nuova classe dirigente, che avrà il compito straordinario di disegnare una nuova società sulle macerie del modello neoliberista.

Come descritto in precedenza, la consapevolezza della necessità dell’Italexit deve nascere dalla comprensione che nell’architettura europea saremo sempre soggiogati dalla logica del capitale finanziario e quindi schiacciati dal peso del debito da un lato, e condizionati dagli interessi a noi contrapposti dei cosiddetti paesi frugali dall’altro lato.

Ma la spinta e la motivazione per l’attuazione dell’Italexit si dovrà nutrire non solo di ciò di cui ci vogliamo liberare, ma anche di ciò che vogliamo realizzare, quel disegno di una nuova società che troverà fondamento nel patrimonio politico più prezioso che la recente storia italiana ha prodotto: la Costituzione del ’48, ed in particolare il modello socio-economico descritto nella sezione dei “rapporti economici”. Un modello in sostanza incentrato su uno Stato interventista che reprima la finanza a vantaggio dell’economia reale, che garantisca dignità al lavoro e ponga l’utilità sociale come tratto distintivo della sua azione e valore da tutelare.

Dire “Italexit” non è una sparata estremista. Al contrario, questa è la parola che nasce dall’unica visione realista, quella che identifica il problema ed il nemico principale: l’Unione europea ed il sistema dell’euro.

A chi pensa che l’obiettivo della fuoriuscita da questa gabbia sia irrealizzabile, diciamo chiaramente che rinunciarvi equivarrebbe ad accettare un disastro economico e sociale senza fine per il nostro Paese.

Noi non ci arrenderemo a questa prospettiva. Liberiamo l’Italia è nata anche per combattere quel pessimismo antropologico che tanto ammorba il contesto attuale. Dalle più buie oppressioni si è sempre usciti con la coscienza e la lotta. Così sarà anche questa volta: Italexit.

Fonte: Liberiamo l’Italia

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