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DESTRA, SINISTRA E RIVOLTA POPOLARE di Carlo Formenti

Volentieri pubblichiamo questo intervento di Carlo Formenti che condividiamo nella sostanza.

Il nostro popolo (sulla questione “Destra e Sinistra”)

di Carlo Formenti*

Ho seguito con interesse il dibattito fra gli amici Zhok e Visalli. Le questioni che sollevano sono complesse e richiederebbero a chi voglia contribuire alla discussione lo stesso impegno che vi hanno profuso coloro che l’hanno avviata. Dato che al momento ciò non mi è possibile, mi limito a un sintetico commento a una tesi avanzata da Zhok che non mi è parsa scevra da insidie, soprattutto se elevata a criterio orientativo di scelte e decisioni su quali soggetti assumere come interlocutori di possibili alleanze, tanto sul piano politico quanto sul piano sociale.

Per motivare la mia perplessità, semplifico drasticamente la tesi di Zhok, o almeno quello che mi è parso il suo nocciolo fondamentale: le scomposte reazioni di larghi settori sociali duramente colpiti dagli effetti economici della pandemia e/o insofferenti delle limitazioni inflitte ai propri comportamenti individuali, ma soprattutto l’egemonia politico culturale che le destre esercitano nei confronti di tali settori, configurano il rischio concreto che dalla crisi del regime neo liberale, in atto da tempo ma radicalmente aggravata dall’evento pandemico, si possa uscire “da destra”.

Zhok sembra derivare da questa analisi la necessità di un ripensamento della linea che il nostro progetto politico ha sin qui tenuto in merito all’esaurimento del ruolo di bussola del giudizio politico tradizionalmente svolto dalla coppia oppositiva destra/sinistra.

Visalli è solito sintetizzare il nostro atteggiamento su tale questione con la metafora della navigazione fra Scilla e Cariddi, intendendo con ciò la necessità di evitare sia di ascoltare le sirene del ribellismo populista, tendenzialmente egemonizzato dalla destra, sia di ricadere nel campo di attrazione gravitazionale della sinistra neoliberale in quanto “minore dei mali”. Se ho ben capito Zhok ritiene superata questa fase, per cui dovremmo riconsiderare la nostra posizione, certo non nel senso di un rientro tout court nel campo della sinistra, ma nel senso di prendere atto che oggi non abbiamo più due nemici, bensì un avversario, la sinistra, e un nemico, la destra. Aggiunge che uno dei criteri di distinzione fra questi due poli, che potremmo definire del peggio e del meno peggio, è di natura “antropologica”, nel senso che, da una parte vi sono soggetti con i quali non ci sarà mai possibile spartire alcunché a causa del loro atteggiamento irrazionale, aggressivo e refrattario a ogni argomentazione, mentre dall’altra vi sono persone con cui è possibile instaurare un confronto razionale. Viceversa Visalli, attraverso un lungo percorso argomentativo che non ho qui modo di riassumere, sostiene la necessità di continuare a presidiare lo spazio vuoto che separa due diverse tipologie di nemici, fra i quali è problematico definire una gerarchia di pericolosità (vedi il suo apologo sul boa e la tigre).

Provo qui di seguito a motivare il mio accordo con la posizione di Visalli ricorrendo a due concetti “classici” coniati dal Presidente Mao: quello di contraddizione principale e contraddizione secondaria (da cui viene fatta derivare la contraddizione fra nemico principale e nemico secondario) e quello di contraddizione in seno al popolo, ai quali assocerò, come corollario, l’analisi di Lenin sulla rivoluzione russa del 1905.

Com’è noto, Mao deriva questi concetti dall’arte della guerra di Sun Tzu e li usa soprattutto nel periodo della guerra di resistenza contro l’invasore giapponese, contemporanea alla guerra civile fra comunisti e nazionalisti. Stalin impose al PCC l’alleanza con i nazionalisti, perché riteneva che la Cina dovesse sbarazzarsi dei residui feudali e creare un moderno Stato borghese, oltre a ottenere l’indipendenza nazionale. Laddove questa linea fu applicata pedissequamente costò migliaia di vittime al PCC, sistematicamente pugnalato alle spalle dai nazionalisti. Mao scelse un’altra via: classificando come contraddizione principale quella con gli invasori giapponesi e come contraddizione secondaria quella con il Kuomintang di Ciang Kai Scek, concentrò tutte le energie nella lotta contro l’invasore (il nemico principale), mentre evitò lo scontro frontale con i nazionalisti (il nemico secondario). In questo modo evitò di intrappolare il PCC nella disastrosa linea indicata da Stalin, ma soprattutto rimase lucidamente consapevole che i nemici da combattere erano due. Dopodiché li sconfisse uno dopo l’altro, portando il Paese non solo a conquistare l’indipendenza ma a realizzare il socialismo senza transitare dalla fase democratico borghese.

Che insegnamento possiamo trarne? Davvero pensiamo che oggi le destre sono il nemico principale e le sinistre liberali il nemico secondario (al punto da non doverlo più definire nemico ma avversario)? Se guardiamo alla fase politica mondiale (“licenziamento” di Trump, normalizzazione dei populismi di sinistra quasi ovunque – dalla Spagna, all’Inghilterra, alla Francia, per tacere dell’Italia – reintegrati nel blocco sociale egemonizzato dai liberali, ecc.) io vedo una formidabile capacità di resilienza delle élite neoliberali che riescono, sia pure fra mille difficoltà, a mantenere saldamente in mano la gestione della crisi. Quindi, per tornare all’apologo di Visalli, il boa continua a stritolarci mentre la tigre delle destre, almeno per ora, sembra più che altro una tigre di carta. Restano entrambi nemici, ma fino a prova contraria, il boa resta il nemico principale.

Vengo ora al concetto di contraddizione in seno al popolo per ragionare sulla questione delle radici “antropologiche” dell’inimicizia. Possiamo dire che le contraddizioni fra noi e i ceti medi riflessivi che sostengono i partiti della sinistra liberale sono in seno al popolo, mentre quelle fra noi e la variegata massa che strepita contro le politiche governative che – sia pure in misura del tutto insufficiente – danno la priorità alla tutela della salute sono invece contraddizioni fra noi e il nemico? Il punto è: chi è il “nostro” popolo? Secondo me non sono certamente gli strati sociali che votano il centro sinistra, i quali hanno ogni interesse a difendere le élite dominanti. Certo, gli altri sono sporchi brutti e cattivi e manifestano tutta la loro beceraggine inseguendo le narrazioni negazioniste, complottiste e quant’altro. Tuttavia quella rabbia nasce dalla disperazione di lavoratori disoccupati, artigiani e piccoli imprenditori falliti, gente privata di ogni prospettiva di futuro, una massa che oggi ci appare come “antropologicamente” di destra ma che è tutt’altro che omogenea: lì dentro c’è di tutto, c’è la base sociale di un possibile ribellismo di destra, ma c’è anche un pezzo non marginale del “nostro” popolo, di coloro che stanno in quel calderone perché non esiste alcuna forza politica capace di indirizzare la loro rabbia verso i veri nemici. Per concludere: a costoro si applica il giudizio che Lenin diede dell’insurrezione del 1905. I proletari e i contadini russi marciavano dietro il pope Gapon (un agente provocatore al servizio della polizia segreta dello Zar), né se la prendevano con il regime zarista, anzi: invocavano il sovrano di proteggerli contro quei suoi servitori (poliziotti, generali, burocrati, nobili, padroni, insomma l’equivalente della casta di oggi) che opprimevano il popolo a sua insaputa. Ebbene Lenin non espresse nessun disprezzo culturale per quelle masse prive di consapevolezza politica, ne attribuì piuttosto l’ottenebramento all’incapacità dei socialdemocratici (i bolscevichi non c’erano ancora) di assumere la direzione della rivolta, e avviò quella guerra di posizione che di lì a dodici anni avrebbe portato alla guerra di movimento del 1917.

* Fonte: www.nuova-direzione.it



PERCHÉ LIBERIAMO L’ITALIA SI SEPARA DA PARAGONE di Liberiamo l’Italia

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Si è svolta ieri, come annunciato, la prima Conferenza per delegati di Liberiamo l’Italia. Oltre al “Documento Politico” e alle “Tesi sul Partito” (i cui testi definitivi verranno presto pubblicati su questo sito), è stata approvata all’unanimità con 44 voti favorevoli, una risoluzione che interrompe la collaborazione con il gruppo di Gianluigi Paragone. Qui sotto il testo.

PERCHÉ LIBERIAMO L’ITALIA SI SEPARA DA PARAGONE

Nei mesi scorsi, Liberiamo l’Italia ha scelto di verificare se vi fossero le condizioni atte ad intraprendere un percorso comune, insieme a Gianluigi Paragone, per la creazione di un partito dell’ItalExit. Il risultato di questa verifica è senz’altro negativo.

Mentre il nostro impegno rimane immutato, sempre più determinato e convinto per la causa dell’uscita dell’Italia dall’Unione Europea, siamo costretti a rilevare come il progetto partitico avviato da Gianluigi Paragone, e ancora ben lontano da qualsiasi forma di realizzazione pratica, è ormai paralizzato dall’incapacità e dalla mancanza di volontà di dare risposte coerenti con l’obiettivo enunciato.

E’ emersa una concezione personalistica, per non dire padronale, del partito in fieri, oltre ad una forte dose di improvvisazione e di dilettantismo nel concepire quelli che avrebbero dovuto essere gli organi dirigenti del partito. Tale questione non è puramente formale, prova ne è che, mentre si evidenziavano queste criticità, scomparivano dal sito del futuro partito alcuni punti-chiave che ci avevano inizialmente convinto ad una nostra, circostanziata, apertura di credito nei confronti del progetto, ovvero la lotta al neo-liberismo e la piena adesione alla Costituzione italiana del 1948.

Insieme alla maggioranza dei referenti regionali, abbiamo chiesto in più di un’occasione di affrontare e risolvere tali questioni, senza però ottenere alcuna risposta degna di nota. Nel frattempo, mentre si profilava sempre più chiaramente la scelta di non avviare una vera fase costituente in grado di aggregare le forze migliori del sovranismo costituzionale e democratico, abbiamo dovuto constatare una sostanziale ambiguità nel giudizio politico sull’operato del governo Conte in merito alla gestione del covid-19. Un’ambiguità confermata sia dall’assenza di ogni giudizio sulla strumentalizzazione dell’epidemia operata dalle oligarchie globaliste nell’intero occidente, sia dalla freddezza verso i segnali di insofferenza e di ribellione che iniziavano a provenire da molte piazze italiane.

Con il passare dei mesi è stata poi abbracciata una prospettiva puramente elettoralistica, abbandonando del tutto l’iniziale impostazione tendente ad un partito vero, ben strutturato e radicato nel territorio, del tutto opposto alle forme leggere e d’immagine dei finti partiti degli ultimi trent’anni. Non si vede proprio come, con una simile impostazione, si possa credibilmente lottare per uscire dalla gabbia eurista.

Con serietà e coerenza verso i nostri ideali politici e sociali, in primis la piena sovranità politica della nostra amata nazione, abbiamo perciò dovuto prendere atto di come il progetto enunciato a luglio sia stato condotto su un binario morto da Paragone e dal cosiddetto “staff” da lui nominato.
Per questi motivi, Liberiamo l’Italia interrompe la collaborazione con il progetto di Paragone, avviatasi alcuni mesi or sono.

Ma se un percorso si interrompe, la necessità dell’Italexit resta più forte che mai.
Liberiamo l’Italia si impegna quindi a concorrere insieme alle altre forze del sovranismo costituzionale e democratico, e alle associazioni animate da un sincero amore patrio, alla costruzione di un partito capace di strappare l’Italia da un destino di declino e di miseria, per portarla invece al ruolo di nazione prospera e solidale.
La strada dell’Italexit parte da qui.

Fonte: Liberiamo l’Italia




PRIMA CONFERENZA PER DELEGATI di Liberiamo l’Italia

ORDINE DEI LAVORI

[diretta streaming dalle ore 09:00 alle ore 13:00 sulla pagina facebook di Liberiamo l’Italia]

  • ORE 08:40 apertura stanza Zoom
  • Ore 09:00 La proposta del CN di presidenza monocratica dei lavori
  • Ore 09:15- 09:25 Presentazione dei lavori da parte del Presidente
  • Prima parte della Conferenza
  • DOCUMENTO POLITICO (ORE 09:30-11:15)
  • Ore 09:30-09:45 Presentazione DOCUMENTO POLITICO (relatore Alberto Melotto)
  • Ore 10:00-11:00 Dibattito
  • Ore 11:00-11:15 Replica
  • TESI SUL PARTITO (ORE 11:15-13:15)
  • Ore 11:15-11:30 Presentazione TESI SUL PARTITO (relatore Moreno Pasquinelli)
  • Ore 11:30-12:45 Dibattito
  • Ore 12:45:13:00 Replica
  • Ore 13:00-14:25 Interruzione pranzo

Seconda parte della Conferenza

  • RISOLUZIONE SUL “PARTITO ITALEXIT CON PARAGONE” (ORE 14.30-16:30)
  • Ore 14:30-14:45 Presentazione Risoluzione (Leonardo Mazzei)
  • Ore 14:45-16:00 Dibattito
  • Ore 16:15-16-30 Replica
  • VOTAZIONE DEI DOCUMENTI POLITICI (ORE 16:30-17:15)
  • Ore 16:30-17:15
  • LO STATUTO DI LIT (ORE 17:15-17:45)
  • Ore 17:15- 17:30 Presentazione (Leonardo Mazzei)
  • Ore 17:30-17:45 Votazione Statuto
  • ELEZIONE NUOVO COORDINAMENTO NAZIONALE e COMMISSIONE DI GARANZIA (ORE 17:45-18:30)
  • CONCLUSIONE LAVORI (ORE 18.30)

Fonte: Liberiamo l’Italia




IL RICATTO DEL RECOVERY FUND di Leonardo Mazzei

Abbiamo già spiegato quanto sia infondata la leggenda del Recovery Fund. L’analisi del funzionamento tecnico di questo nuovo strumento europeo non lascia spazio ai dubbi. In esso non c’è nulla di virtuoso, tantomeno di risolutivo rispetto alla crisi in corso.

Ma limitarsi a vederne la sostanziale inefficacia economica sarebbe un grave errore. Dedichiamo perciò questo nuovo articolo agli aspetti più propriamente politici. Il tentativo è quello di capire quale sia il vero accordo che sta dietro il Recovery Fund. Impresa in verità non troppo difficile.

Lo choc di primavera

Di fronte alla crisi innescata dal Covid, e più ancora dalla sua disastrosa gestione, l’UE ha dovuto prendere atto del baratro che gli si parava davanti. Un baratro che avrebbe potuto aprire la strada alla disintegrazione. Sulla base di questa banale constatazione i soliti illusi hanno perfino immaginato la tanto sognata “riforma” dell’Unione. Ma la riforma di ciò che è irriformabile è per definizione impossibile. Nel caso dell’UE le dimostrazioni in tal senso sono talmente tante che non è necessario insistervi.

La cupola eurista ha dovuto perciò inventarsi l’ennesima soluzione che serve a prender tempo, che non risolve i problemi ma che è utile intanto a salvare la baracca. Tutti sanno che, di fronte al drammatico crollo dell’economia, l’unica misura sensata ed efficace sarebbe stata la monetizzazione del debito. Lo hanno fatto i più importanti stati del pianeta, ma l’UE non può farlo. E, cosa ancora più importante, chi al suo interno detiene le leve del comando non vuole farlo.

Ecco allora il pannicello caldo col trucco denominato Recovery Fund. Pannicello caldo in quanto strumento del tutto inadeguato. Col trucco, per il suo meccanismo teso ad azzerare la residua sovranità dei Pigs, gli “stati maiali” dell’immaginario del mainstream eurista, di cui l’Italia è senz’altro il bersaglio più grosso.

Ma come far digerire questo rospo alle vittime designate? Banale, con un ricatto semplice, semplice. Un ricatto forte quanto invisibile. Che, proprio perché basato su un patto non scritto, tiene sempre in canna il colpo mortale mirato alla tempia della vittima.

Il ruolo della Bce

La chiave di volta di questo ricatto si chiama Bce. Abbiamo detto che la Banca Centrale non può e non vuole monetizzare il debito, e difatti non lo fa. Però acquista i titoli degli stati più in difficoltà, e questo è uno strumento di ricatto formidabile. Reso ancora più forte proprio dal fatto di non essere tenuta a farlo.

Ovviamente la Bce non agisce da sola. La leggenda della sua autonomia è solo una storiella per gonzi. Per tutti gli altri dovrebbero essere evidenti due cose: che essa si muove di concerto con la Commissione e con l’intera cupola eurocratica; che la sua azione è parte di un disegno e di un patto più complessivo.

Qual è questo patto?

Ovviamente non abbiamo la sfera di cristallo, ma con un pizzico di immaginazione non è difficile figurarsi quel che in primavera devono aver detto i caporioni di Bruxelles e Berlino ai timorati rappresentanti del governo di Roma:

«Col vostro debito, che ora crescerà a dismisura, solo la Bce potrà salvarvi dal default. Noi silenziosamente glielo consentiremo, ma voi dovrete accettare un bel pacchetto di interventi diretto giusto ad impacchettarvi, ma ovviamente confezionato in modo da apparire attraente, così voi potrete addirittura vendervelo in patria come salvifico. Cosa volete di più?».

Ora, è chiaro come questo accordo ha visto anche altri contraenti, sia sul lato dei ricattatori che su quello dei ricattati, con la Francia sempre intenta a barcamenarsi tra i suoi problemi e le sue velleità. Ma la sostanza non cambia. E l’obiettivo grosso della manovra resta comunque l’Italia.

A chi pensa che si tratti solo di fantasie di un fissato anti-UE, risponderò con le parole scritte da un personaggio autorevole quanto schierato con il blocco eurista, Lucrezia Reichlin. Sul Corriere della sera del 24 ottobre, la figlia di quello che fu un importante dirigente del Pci vuota il sacco, riconoscendo di fatto la natura e la sostanza del patto (e del ricatto) in questione.

Il ricatto spiegato da Lucrezia Reichlin

Ci eravamo arrivati da soli, ma l’editoriale di Reichlin conferma quanto era già intuibile da maggio. Il patto politico c’è, quello che ci viene chiesto è di rispettarlo, di non giocare col fuoco, che in caso contrario saranno solo guai.

Eccola di nuovo la bella Europa! Quella che conosciamo da anni, che ci dice cosa fare e cosa no. Che ci prepara per bene i “compiti a casa”. Che estorce il consenso con la minaccia. Ma che lo fa sempre per il nostro bene.

Cosa ci dice la Reichlin?

Dopo aver criticato la convinzione secondo cui, qualunque cosa accada, la Bce garantirà comunque all’Italia bassi tassi di rifinanziamento del debito, Reichlin avverte che il patto che l’ha consentito finora potrebbe saltare.

E questo perché:

«I margini di flessibilità di Christine Lagarde dipendono dal grado di consenso politico alla condivisione del rischio all’interno dell’Unione. In generale, una banca centrale, nonostante la sua grande potenza di fuoco, non ha legittimità ad intervenire in modo illimitato senza il sostegno dell’autorità di bilancio che a sua volta si poggia su una decisione politica».

Fino a qui siamo all’esposizione di una cosa perfino banale. Dove sta quindi il problema?

«Ma se è così, la posizione dell’Italia riguardo al Mes o quella della Spagna che dice di non volere attingere ai prestiti del Recovery Fund è molto pericolosa. Il pacchetto europeo prevede una molteplicità di strumenti e su questo si basa l’accordo politico».

Eccoci dunque al famoso “pacchetto”, che di fatto non è rappresentato solo – come si usa dire – da Recovery Fund, Mes, Sure e prestiti Bei, ma include pure il non detto: la politica della Bce. Che ovviamente non è incondizionata, laddove le condizioni per gli Stati sotto ricatto stanno proprio nella piena accettazione degli altri strumenti messi graziosamente a punto dalla Commissione Ue. Tra questi il più sostanzioso è appunto il Recovery Fund.

Pretendere di svincolarsi da questo patto, dice l’economista che della Bce è stata per tre anni (2005-2008) Direttrice generale alla Ricerca, sarebbe una mossa semplicemente azzardata. Il perché ce lo dice in poche righe che, se lette attentamente, sono la più autorevole conferma di quel che andiamo dicendo sul “pacchetto europeo” fin dalla primavera scorsa.

Leggiamo:

«Pensare che il rubinetto Bce sia incondizionato è pericoloso. Inoltre va sfatata un’altra illusione. I prestiti, certo, andranno restituiti nel tempo ma anche gli interventi della Bce non sono gratis. Permettono oggi di espandere il debito pubblico senza impennate sui tassi così da poter prendere tempo, ma non prevedono un aumento permanente del debito finanziato con emissione di moneta… Aggiungo che anche i sussidi non sono gratis e andranno finanziati con tasse europee in modo ancora da definire». (sottolineature nostre)

Grazie Reichlin! Grazie per aver liquidato in poche frasi la montagna di sciocchezze che viene normalmente raccontata su Recovery Fund e dintorni. Grazie poi per aver precisato un punto decisivo, quello sul vero scopo dell’intero pacchetto, che non ha la pretesa di avviare l’uscita dall’ultradecennale crisi, tantomeno quella di uscire dall’austerità con la svolta verso un’immaginifica quanto inesistente “Europa solidale”, quanto piuttosto quello di prendere tempo per salvare la baracca eurista.

Casomai la notazione del fatto che non ci sono “sussidi gratis” andrebbe segnalata ad un altro illustre editorialista del Corriere, quel Paolo Mieli che ancora ieri sparlava, sull’assai meno autorevole testata, di una metà dei soldi del Recovery Fund come semplicemente “donata” dalla caritatevole UE. Ma si può? E poi questi sarebbero i campioni della lotta alle fake news…

Ma torniamo a Reichlin. La cui conclusione, dopo quanto detto, è perfino scontata:

«In conclusione, mentre ci si prepara a sostenere l’economia con nuovi strumenti nazionali e ad emettere nuovo debito, dobbiamo stare attenti a non fare errori sulla strategia europea. Questo comporta chiari programmi per il Recovery Fund e un piano per la sanità da finanziare subito con il Mes».

Mettiamoci subito in gabbia! Ecco l’inevitabile parola d’ordine di questa nostrana esponente dell’oligarchia eurista. Facciamolo obbedendo ai diktat europei sul come utilizzare il Recovery Fund e, per sovrapprezzo, aggiungiamoci pure (unici di un’Unione a 27!) il simpaticissimo Mes!

Il vero obiettivo politico (il gioco tedesco)

Le parole di Reichlin trovano un puntuale riscontro in quando detto negli ultimi giorni dai vertici della Bce.

Il lussemburghese Yves Mersch, membro del board della Banca Centrale Europea, ha detto minacciosamente che:

«La Bce dovrebbe agire se scoprisse che i governi stanno approfittando dei costi di indebitamento estremamente bassi che ha contribuito a creare per evitare di sfruttare i 750 miliardi di fondi dell’Unione europea».

«Evitare di sfruttare». Da notare qui quanto lorsignori tengano più di ogni altra cosa all’utilizzo di quei fondi, che pure insistono a presentarci come una magnifica opportunità che ci viene gentilmente concessa. Chissà perché!

A tagliare la testa al toro sulle reali intenzioni della Banca centrale è poi intervenuta direttamente la sua presidente, Christine Lagarde. La quale, in merito all’ipotesi di una cancellazione del “debito Covid” timidamente accennata dal presidente del parlamento di Strasburgo, David Sassoli, ha così stroncato quell’idea:

«Leggo sempre con interesse tutto quello che dicono i rappresentanti del Parlamento Ue e soprattutto i presidenti, la mia risposta è molto breve: tutto ciò che va in quella direzione è contro i trattati, c’è l’articolo 103 che proibisce quel tipo di approccio e io rispetto i trattati. Punto».

Bene, chiarito anche a Sassoli chi comanda in Europa, quel che emerge è il vero disegno politico dell’oligarchia eurista a dominanza tedesca.

Il famoso “pacchetto” trainato dal Recovery Fund non ha una mera funzione economica, peraltro limitata al solo prendere tempo allo scopo di impedire l’implosione a breve dell’edificio eurista. L’obiettivo principale è politico: incatenare in maniera ancor più stringente a quell’edificio i Paesi (in primis l’Italia) che dal sistema dell’euro subiscono danni micidiali fin dai tempi della sua instaurazione.

Giova qui ricordare quanto scritto a luglio a proposito di quale sia il vero gioco della Germania rispetto al futuro dell’UE ed a quello del nostro Paese. In estrema sintesi il punto è questo: contrariamente a quel dicono diversi confusionari, la Germania non ha alcuna intenzione di veder crollare l’UE, tantomeno quella di tirarsene fuori. Il suo scopo è invece quello di tenere in piedi la baracca pagando il minor prezzo possibile. Da qui dunque misure straordinarie come il Recovery Fund, ma a condizione che siano solo temporanee e che non mettano in discussione l’impianto ordoliberale con il suo corollario austeritario.

Riguardo all’Italia, il discorso di Berlino è semplice. L’Italia non può essere schiacciata come la Grecia. Il rischio che il nostro Paese sia costretto a chiamarsi fuori dalla gabbia dell’euro va infatti impedito come la peste. I tedeschi sanno benissimo come l’uscita italiana segnerebbe la fine della moneta unica e forse della stessa Unione. Dunque l’inizio di molti guai per la Germania ed i suoi governanti.

Da qui una politica tedesca che non può essere quella dello strangolamento dell’Italia, bensì quella di tenerla in qualche modo in piedi ma sempre con l’acqua alla gola. Ovvio come lo strumento principe di una simile politica sia il ricatto. Il costante ricatto che viene dalla sottrazione della sovranità monetaria, senza la quale la sovranità politica è semplicemente azzerata.

A questo serve la trappola del Recovery Fund. Uno strumento che, come abbiamo dimostrato nel precedente articolo, non consentirà una vera politica espansiva, tantomeno la fuoriuscita dalla crisi infinita iniziata nel 2008 ed oggi aggravata dal Covid. Un meccanismo pensato proprio per consentire un galleggiamento sempre in forse, sempre soggetto a nuovi ricatti, nuove pressioni, nuove richieste. E proprio per questo da accettare, come chiede Reichlin, senza indugio alcuno.

Ma davvero si può andare avanti così? Ecco la vera domanda alla quale dovrebbero rispondere tutti i soloni del Gotha eurista. Non lo faranno mai e sappiamo bene il perché.

Fonte: Liberiamo l’Italia




MARX E LA LIBERTÀ di David Harvey

La destra si erge a difesa delle libertà individuali. Ma essere liberi veramente significa sottrarre le nostre vite ai vincoli rigidi del capitalismo. Un’anticipazione dal nuovo libro di David Harvey

Il tema della libertà è stato sollevato mentre tenevo alcune lezioni in Perù. Gli studenti erano molto interessati alla domanda: «Il socialismo comporta che la libertà individuale debba essere sacrificata?». La destra è riuscita ad appropriarsi del concetto di libertà come proprio e a usarlo come arma nella lotta di classe contro i socialisti. Bisogna evitare la sottomissione dell’individuo al controllo statale imposto dal socialismo o dal comunismo a tutti i costi, sostengono.

Ho risposto che nell’ambito di un progetto socialista di emancipazione non bisogna rinunciare al concetto di libertà individuale. Il raggiungimento delle libertà individuali è, ho sostenuto, uno scopo centrale di tali progetti di emancipazione. Ma questo risultato richiede la costruzione collettiva di una società in cui ognuno di noi abbia adeguate possibilità di vita e possibilità per realizzare ciascuna delle proprie potenzialità.

Marx e la libertà

Marx diceva cose interessanti su questo argomento. Una di queste è che «il regno della libertà inizia quando il regno della necessità viene lasciato indietro». La libertà non significa nulla se non hai abbastanza da mangiare, se ti viene negato l’accesso a un’adeguata assistenza sanitaria, alloggio, trasporti, istruzione e simili. Il socialismo deve soddisfare le necessità di base in modo che le persone siano libere di fare ciò che vogliono.

Il punto finale di una transizione socialista è un mondo in cui le capacità e i poteri individuali sono completamente liberati da desideri, bisogni e altri vincoli politici e sociali.

Piuttosto che ammettere che la destra ha il monopolio sulla nozione di libertà individuale, dobbiamo rivendicare l’idea di libertà per il socialismo.

Tuttavia, Marx ha sottolineato anche che la libertà è un’arma a doppio taglio. I lavoratori in una società capitalista, dice, sono liberi in un doppio senso. Possono offrire liberamente la loro forza lavoro a chi vogliono nel mercato del lavoro. Possono offrirlo a qualunque condizione contrattuale riescano a negoziare liberamente. Ma sono allo stesso tempo non sono libere, in quanto «liberate» da ogni controllo o accesso ai mezzi di produzione. Devono quindi cedere la loro forza lavoro al capitalista per vivere.

Ciò costituisce l’ambivalenza della libertà. Per Marx questa è la contraddizione centrale della libertà sotto il capitalismo. Nel capitolo sulla giornata lavorativa nel Capitale, la mette in questo modo: il capitalista è libero di dire al lavoratore «Voglio assumerti con il salario più basso possibile per il maggior numero di ore possibili facendo esattamente il lavoro che ho specificato. Questo è quello che ti chiedo quando ti assumo». E il capitalista è libero di farlo in una società di mercato perché, come sappiamo, la società di mercato consiste nel fare offerte su questo e su quello. D’altra parte, il lavoratore è anche libero di dire: «Non hai il diritto di farmi lavorare quattordici ore al giorno. Non hai il diritto di fare tutto quello che ti pare con la mia forza lavoro, in particolare se accorcia la mia vita e mette in pericolo la mia salute e il mio benessere. Sono disposto soltanto a una giornata di lavoro equa con un salario equo».

Vista la natura di una società di mercato, sia il capitalista che il lavoratore formulano richieste corrette. Quindi, dice Marx, entrambi hanno ugualmente ragione per la legge degli scambi che dominano nel mercato. Tra uguali diritti, dice poi, decide la forza. La lotta di classe tra capitale e lavoro dirime la questione. Il risultato si basa sul rapporto di potere tra capitale e lavoro, che a un certo punto può diventare coercitivo e violento.

Un’arma a doppio taglio

Questa idea di libertà come arma a doppio taglio è molto importante da esaminare in modo più dettagliato. Una delle migliori elaborazioni sull’argomento è un saggio di Karl Polanyi. Nel suo libro La Grande trasformazione, Polanyi afferma che esistono buone forme di libertà e cattive forme di libertà. Tra le cattive forme di libertà elenca le libertà di sfruttare i propri simili senza limiti; la libertà di fare guadagni eccessivi senza un servizio adeguato alla comunità; la libertà di impedire che le invenzioni tecnologiche vengano utilizzate per il pubblico beneficio; la libertà di trarre profitto da calamità pubbliche o calamità naturali indotte, alcune delle quali sono segretamente progettate per il vantaggio privato.

Ma, continua Polanyi, l’economia di mercato in cui queste libertà si sono sviluppate ha prodotto anche libertà che apprezziamo molto: libertà di coscienza, libertà di parola, libertà di riunione, libertà di associazione, libertà di scegliere il proprio lavoro.

Sebbene possiamo apprezzare queste libertà, esse sono, in larga misura, sottoprodotti della stessa economia che è anche responsabile delle libertà cattive. La risposta di Polanyi a questa dualità è una lettura molto strana, data l’attuale egemonia del pensiero neoliberista e il modo in cui la libertà ci viene presentata dal potere politico esistente. La scrive in questo modo: «Il passaggio dell’economia di mercato – cioè il superamento dell’economia di mercato – può diventare l’inizio di un’era di libertà senza precedenti». Questa è un’affermazione piuttosto scioccante: la vera libertà inizia dopo che ci siamo lasciati alle spalle l’economia di mercato. Continua:

Le libertà giuridiche ed effettive possono essere rese più ampie e più generali di quanto siano mai state; la regolamentazione e il controllo possono servire a garantire la libertà non solo a pochi, ma a tutti. La libertà non come elemento accessorio del privilegio, contaminato alla fonte, ma come un diritto prescrittivo che si estende ben oltre gli stretti limiti del1a sfera politica, nell’organizzazione interna della società stessa. Così le antiche libertà e i diritti civili si aggiungerebbero alla riserva delle nuove libertà generate dal tempo libero e dalla sicurezza che la società industriale offre a tutti. Una simile società potrebbe permettersi di essere tanto giusta quanto libera.

Libertà senza giustizia

Questa idea di una società basata su giustizia e libertà, giustizia e autonomia, mi sembra essere stata l’agenda politica del movimento studentesco degli anni Sessanta e della cosiddetta generazione del ’68. C’era una richiesta diffusa sia di giustizia che di libertà: libertà dalla coercizione dello Stato, libertà dalla coercizione imposta dal capitale aziendale, libertà dalle coercizioni del mercato temperata dalla richiesta di giustizia sociale.

La risposta politica capitalista a questo negli anni Settanta è stata interessante. Ha comportato l’elaborazione di queste richieste e, in effetti, il dire: «Ci arrendiamo alle libertà (anche se con alcuni avvertimenti) ma dimenticatevi la giustizia». La libertà concessa era circoscritta. Significava per la maggior parte libertà di scelta nel mercato. Il libero mercato e la libertà dalla regolamentazione statale erano le risposte alla questione della libertà. Ma la giustizia veniva messa da parte. Ciò sarebbe stata garantita dalla concorrenza di mercato, che si supponeva fosse organizzata in modo tale da dare a tutti secondo i loro meriti. L’effetto, tuttavia, è stato quello di liberare molte delle libertà nefaste (ad esempio lo sfruttamento degli altri) in nome delle libertà virtuose.

Polanyi riconobbe nitidamente questa svolta. Il passaggio al futuro che immaginava è bloccato da un ostacolo morale, osservava, e l’ostacolo morale era qualcosa che chiamava «utopismo liberale». Penso che dobbiamo ancora affrontare i problemi posti da questo utopismo liberale. È un’ideologia pervasiva nei media e nei discorsi politici. L’utopismo liberale del Partito democratico è una delle cose che ostacola il raggiungimento della vera libertà. «Pianificazione e controllo – ha scritto Polanyi – vengono attaccati come una negazione della libertà. La libera impresa e la proprietà privata sono dichiarate elementi essenziali della libertà». Questo è ciò che hanno avanzato i principali ideologi del neoliberismo.

Oltre il mercato

Credo che questo è uno dei temi chiave del nostro tempo. Andremo oltre le libertà limitate del mercato e la regolazione della nostra vita mediante le leggi della domanda e dell’offerta o accetteremo, come ha affermato Margaret Thatcher, che non ci sono alternative? Diventeremo liberi dal controllo statale ma schiavi del mercato. A questo non c’è alternativa, al di là di questo non c’è libertà. Questo è ciò che predica la destra, ed è ciò che molte persone sono arrivate a credere.

Questo è il paradosso della situazione attuale: in nome della libertà, abbiamo adottato un’ideologia utopistica liberale che è una barriera al raggiungimento della libertà reale. Non credo che trionfi la libertà quando chi vuole ricevere un’istruzione deve pagare moltissimo e contrarre un debito studentesco che si proietta nel futuro.

In Gran Bretagna, negli anni Sessanta, gran parte della disponibilità di alloggi era nel settore pubblico, era l’edilizia sociale. Quando ero piccolo, quell’edilizia sociale era la soddisfazione di un bisogno di base a un costo ragionevolmente basso. Poi Margaret Thatcher è arrivata e ha privatizzato tutto, e ha detto, in pratica: «Sarai molto più libero se possiedi la tua proprietà e potrai effettivamente diventare parte di una democrazia proprietaria».

E così, invece di avere 60% delle abitazioni pubbliche, improvvisamente siamo passati a una situazione in cui lo è solo il 20% circa, forse anche meno. La casa diventa una merce e diventa quindi una parte dell’attività speculativa. Nella misura in cui diventa un veicolo di speculazione, il prezzo della proprietà sale e si ottiene un aumento del costo degli alloggi senza alcun aumento effettivo della fornitura diretta.

Stiamo costruendo città, costruendo alloggi, in un modo che fornisce un’enorme libertà alle classi dominanti e allo stesso tempo produce in realtà mancanza di libertà per il resto della popolazione. Questo è ciò che penso intendesse Marx quando fece il famoso commento: il regno della necessità deve effettivamente essere superato affinché il regno della libertà possa essere raggiunto.

Il regno della libertà

Questo è il modo in cui le libertà di mercato limitano le possibilità e, da questo punto di vista, penso che la prospettiva socialista debba fare come suggerisce Polanyi: collettivizziamo la questione dell’accesso alla libertà, dell’accesso alla casa. Invece di essere qualcosa che è semplicemente sul mercato diventa di pubblico dominio. La casa di pubblico dominio è il nostro slogan. Questa è una delle idee di base del socialismo oggi: far sì che le cose siano di pubblico dominio.

Si dice spesso che per raggiungere il socialismo, dobbiamo arrenderci alla nostra individualità e dobbiamo rinunciare a qualcosa. Bene, in una certa misura potrebbe essere vero; ma c’è, come ha insistito Polanyi, un livello più alto di libertà da raggiungere quando andiamo oltre le crudeli realtà delle libertà di mercato individualizzate.

Ho letto che Marx diceva che bisogna massimizzare il regno della libertà individuale, ma ciò può accadere solo quando ci si prende cura del regno della necessità. Il compito di una società socialista non è regolare tutto ciò che accade nella società. Affatto. Il compito di una società socialista è assicurarsi che tutte le necessità di base siano soddisfatte – fornite gratuitamente – in modo che le persone possano fare esattamente ciò che vogliono quando vogliono.

Se chiedi a tutti in questo momento: «Quanto tempo hai a disposizione?» la tipica risposta è «Non ho quasi tempo libero. È tutto occupato da questo, da quello e da tutto il resto». Se la vera libertà appartiene a un mondo in cui abbiamo tempo libero per fare ciò che vogliamo, allora il progetto socialista di emancipazione mette questa rivendicazione al centro della sua missione politica. Per questo obiettivo possiamo e dobbiamo lavorare tutti.

Fonte: jacobinitalia.it



SOCIAL NETWORK, SOVRANITA’ DIGITALE E LIBERTA’ DI PENSIERO di Glauco Benigni

Volentieri pubblichiamo questa lucida indagine di Glauco Benigni sul mondo virtuale dei “social network”.
LA DEREGULATION FA CREDERE AI SOCIAL NETWORK DI ESSERE ONNIPOTENTI MA NON POTRA’ CONTINUARE ANCORA PER MOLTO
Per giungere ad una chiarezza normativa grazie alla quale si possano garantire le Libertà di Pensiero e di Informazione,  si devono tener presente diversi aspetti da regolamentare, armonizzare e integrare sia con le norme esistenti (Europee e Italiane) che con le pratiche abituali favorite dalla Deregulation in atto.
L’esistente groviglio di Ruoli, Diritti, Interessi e Assenza di Norme è dovuto:
1) alla sovrapposizione di fatto, ma non riconosciuta nè distinta, tra territori fisico e digitale
2) alla proiezione del proprio corpo fisico e mentale nello Spazio-tempo digitale : un’altra dimensione che prevede la convivenza e sovrapposizione dei diversi ruoli e prevede, sia anonimità che controllo e persino l’indeterminazione del vero-falso.
3) all’assenza di Trattati Internazionali di riferimento . Esiste solo un Tavolo di Confronto, detto Internet Governance Forum, dove i 3 maggiori “portatori di interessi” (stakeholders): Governi, Aziende e Società Civile si incontrano al solo scopo di “mantenere il dialogo”
4) allo strapotere feudale di un Soggetto (il gestore) rispetto al singolo individuo o anche alla personalità giuridica dell’utente.
In questa scena i Governi, le Magistrature nazionali e le figure professionali della tradizione chiamate alla Difesa dei Diritti sono molto, molto confuse. Perchè?
1) Ancora i magistrati non hanno studiato a fondo la questione?
2) i lobbisti hanno fatto sì che le Autorità competenti locali (Governi, Antitrust, AGCOM, etc…) facessero un passo indietro nella formulazione di norme
3) gli avvocati (non tutti ma molti) rischiano di condurre i loro clienti in azioni spericolate di difesa che solo raramente sortiscono effetti.
Dal 2005 a oggi, – ovvero dalla nascita dei Social Network – in Italia, come in qualsiasi altro Stato ex Sovrano, si stanno succedendo gravi attacchi alla libera informazione (ma vedremo in seguito che non è solo la Libera Informazione ad essere attaccata) che volendo essere politically correct si possono definire “non conformi alle nostre Leggi”. Perchè?
Partiamo dagli aspetti giuridici e normativi che incidono sulla scena senza dimenticare comunque i motivi sociopolitici, quelli economici e i rapporti di forza ai quali sottostanno.
La prima cosa su cui riflettere è che un “territorio digitale, la Rete Internet che si estende dovunque, si è/è stato sovrapposto “ai singoli territori fisici delle Nazioni esistenti”; questi ultimi intesi quali perimetro geografico all’interno del quale vige un sistema di Leggi. Ciò è avvenuto nella quasi assenza di reazione da parte delle diverse Autorità nazionali, le quali, con immensa leggerezza, hanno voluto/dovuto considerare i Giganti del Web ESCLUSIVAMENTE come “portatori di innovazione buona”.
Con “territorio digitale”(per esempio Facebook, Youtube, Amazon, E-Bay, ma anche Twitter, Air B&B, etc…) intendiamo quelle aree e “campi di influenza” frequentate dagli aderenti a una Community e nelle quali si svolgono attività digitali. Indicativamente: consultazioni di motori di ricerca, upload e download di contenuti, condivisioni, streaming, … o anche promozione e compravendita di beni e servizi, sondaggi, petizioni, raccolta dati, etc…
Riflettiamo su un altro aspetto: le Condizioni d’Uso delle Communities.
Quando un “utente” sottoscrive un “contratto” con un gestore di “aree di attività o territori digitali o Community” si stabilisce una relazione inedita : l’utente si addentra in questa area territorio e “accetta” INCONDIZIONATAMENTE i termini e Condizioni d’Uso del Fornitore – Gestore.
Questo “addentrarsi”, unitamente all'”accettazione”, ovviamente avviene nel mondo fisico, grazie a strumenti aventi peso e volume. L’Utente mantiene i suoi piedi, la sua testa … il suo corpo, sia che entri da Pc o da Smart phone o altro device, sul territorio fisico MA … poco consapevolmente, quasi per magia, egli viene proiettato all’interno del territorio digitale. Diventa un membro della Community.
E’ come se attraversasse uno stargate, come se passasse attraverso lo Specchio di Alice. L’utente non se ne rende conto ma da quel momento le sue “manifestazioni vitali, sia attive che passive (upload – download) vengono “digitalizzate”, ovvero tradotte in sequenze numeriche sterminate di bit e bytes.
L’utente si dota pertanto di “un corpo digitale” che può essere preso in ostaggio, trattenuto nelle sterminate memorie e usato sia per motivi di controllo sociale che per motivi commerciali.
La proiezione e rappresentazione di sè stesso, il proprio Avatar digitale comincia dunque ad agire e muoversi al di là del territorio fisico: all’interno del territorio digitale. Ad esempio la sua immagine può essere ricostruita e vista a distanze sterminate in tempi che tendono a zero, oppure le sue singole azioni possono essere replicate e comunicate ad un numero molto alto di referenti online. Grazie ad altri veicoli digitali, quali Carte di Credito e (uno per tutti) PayPal, l’utente può compiere azioni commerciali: pagamenti e incassi.
Quali sono le caratteristiche “poco conosciute” di questo territorio digitale:
1) E’ un’altra dimensione. Un luogo non materico ma numerico. Una cubatura tendenzialmente infinita, in cui gli elementi fondanti della dimensione newtoniana: Spazio, Tempo, Velocità, Gravità sono diversi da quelli del territorio fisico. Nel cosidetto Cyberspazio infatti lo Spazio e la Velocità tendono a infinito, i Tempi di accesso, riproduzione, stoccaggio, reperibilità tendono a Zero e la Gravità, intesa quale attrazione e repulsione di masse digitali è anch’essa mutevole a grande velocità e può ridursi a zero con un semplice click da mouse o da tastiera.
Nel “territorio digitale” inoltre i concetti di libertà e controllo sono inestricabilmente sovrapposti . Più si è “visibili”, più ci si esprime liberamente , più si raccolgono consensi … più si è esposti al controllo da parte di forze remote, anonime e spesso occulte. Pertanto anche la propria “presenza”, il proprio Avatar digitale può essere azzerato con un click.
2) E’ un “territorio” in cui si sovrappongono le norme, mutano i diritti, i doveri e il perseguimento degli interessi. Per esempio : nel caso di reati commessi nel territorio digitale , se tali reati sono riconducibili alle leggi del territorio Fisico ( assassinio, pedofilia, truffe, diffamazione, etc…) varranno le norme del territorio fisico e la Magistratura nazionale potrà intervenire.
Ma – ATTENZIONE ! – se alcuni “abusi e reati” commessi dai Gestori, quali l’interdizione alla Libera Espressione o l’interruzione unilaterale del servizio, sono da loro giustificati quali risposta a infrazioni delle norme della Community, la Magistratura nazionale stenta o non potrà intervenire. Perchè?
a) perchè il contratto che lega il Gestore all’utente è un contratto tra privati molto particolare. Un contratto che non s’era mai visto prima. Un contratto sottoscritto a distanza, senza nessuna mediazione fisica, con un semplice click su un riquadro attivo dove c’è scritto “I agree” o “I accept”; in assenza di intermediari locali; tra la Sede europea di una multinazionale e l’utente finale ( individuo o ragione sociale che sia)
b) il contratto non è “registrato” presso alcuna Autorità e può prevedere che il Foro di competenza sia il luogo dove la multinazionale ha eletto la propria Sede ( nei casi di Youtube e Facebook è Dublino). Quindi la difesa dell’utente deve essere organizzata in quella Sede
c) il gestore multinazionale inserisce nel contratto una clausola assurda ma che entra in vigore, cioè si riserva di cambiare a suo piacimento le norme che regolano l’accordo senza darne preavviso all’utente
d) il contratto tutto è in vigore alla luce di interpretazioni tipiche del Diritto Consuetudinario o Comparato ma non è regolato da Trattato Internazionale
e) la Multinazionale, nelle sedi preposte al dibattito sulle norme, gode del sostegno di potenti lobbysti che influiscono sui Governi e sui Parlamenti e mantengono il rapporto tra Gestore e Utente in una precaria e costante “deregulation” .
Ovviamente tutto ciò genera effetti nefasti sugli Utenti.
In primis una grande confusione … ma la confusione è voluta dai Gestori perchè è a loro favorevole in quanto li pone in una posizione dominante. Una posizione molto simile a quella che era del Dominus nei confronti dei Servi della Gleba durante il Feudalesimo. Il Dominus può far ciò che vuole, l’Utente può solo accettare o andarsene.
Il grande problema interviene quando l’Utente non può più semplicemente “andarsene”, perchè ha investito tempo, lavoro, denaro e creatività e ha alimentato aspettative lecite nei confronti della Community e del suo effetto alone nella socialità materica. Andarsene significherebbe”ricostruire” “altrove”, comunque un altrove digitale, tutto ciò che ha costruito nel luogo dal quale viene esiliato.
E’ così che l’Utente rischia di diventare un OSTAGGIO che vive una situazione bivalente: vorrebbe rivendicare i propri Diritti e difendere i propri Interessi, ma teme la Cacciata.
Esistono senza dubbio altri “territori digitali” nei quali ricollocarsi MA appaiono periferici e molto meno frequentati dei grandi Social network.
Ora analizziamo in dettaglio i ruoli.
Quello che (per semplicità) abbiamo chiamato finora”utente” assume ruoli variabili al variare delle azioni attive o passive da lui compiute nel territorio digitale.
Può essere:
a) semplice “fruitore” di servizi (utente passivo) ;
b) produttore e creatore di contenuti (utente attivo o prosumer);
c) consumatore-acquirente di beni e servizi ;
d) innovatore partecipante dei servizi fruiti da lui e/o da altri;
e) inserzionista pubblicitario;
f) piccolo gestore di business autorizzati;
g) fornitore di dati;
h) raccoglitore di donazioni;
i) promotore di petizioni, etc…
Al variare dei diversi ruoli, che spesso si possono assumere anche contemporaneamente, variano i Diritti e Doveri e variano (quando ci sono) le Norme di riferimento. Per esempio, nei casi c) , e), f) e g): consumatori, inserzionista pubblicitario, gestori di business e fornitori inconsapevoli di Dati Personali, si può far riferimento a Codici e regolamenti in parte transnazionali, come quelli dell’UE , che comunque non sono riconosciuti quali Norme planetarie. Mentre nel caso d): prosumer, le norme spaziano ambiguamente da quelle applicabili agli Editori- Produttori a quelle applicabili agli Utenti finali. Il caso b) è in questa stagione del Web molto presente nelle cronache perché ha a che fare con la Libertà di espressione e con il braccio di ferro tra Vero e Falso.
Orbene questa “libertà” nelle Democrazie liberali è strenuamente difesa e menzionata in qualche capitolo delle rispettive Costituzioni. In Italia per esempio sia l’art. 41 che altri articoli difendono questo “diritto”. Ciò nonostante da quando operano sul nostro territorio fisico i Social Network si sono sempre comportati come se quell’articolo non esistesse. I motivi sono diversi. La Magistratura è apparsa (diciamo) “disorientata” dalle “nuove pratiche” e ha chiesto tempo per aggiornarsi. Le chiusure di account, le sospensioni, gli shadow bannings imposti dai Social agli utenti sono stati sempre giustificati alla luce delle “norme della Comunità” come se queste fossero più importanti delle Costituzioni. Questa pratica comunque ha fatto comodo agli organizzatori del “Consenso di maggioranza” e ai Conformisti perché quasi sempre ad essere colpiti sono stati gli utenti che facevano contro informazione. Oltre a questi esistono motivi determinati dai rapporti in essere tra i lobbisti dei Social Network e le Istituzioni responsabili dell’assenza di norme adeguate.
Il caso b) può manifestarsi anche in altri modi, ovvero quando un prosumer con le sue pubblicazioni contravviene a norme espressamente previste dai Codici che poco hanno a che fare con la Libera Espressione , cioè Reati tradizionali quali: furti, truffe, offese manifeste, stalking, oltraggio all’Autorità, etc… In questi casi le Leggi vigenti sul territorio fisico vengono quasi sempre applicate e rispettate.
I casi h) raccoglitore di donazioni e i) promotore di petizioni, rappresentano delle vere e proprie innovazioni nella scena delle Comunicazioni di Massa, appaiono molto favorevoli all’utente ancorchè pochissimo regolamentate e per il momento non hanno sollevato contenziosi degni di nota.
Anche quello che finora abbiamo chiamato “Gestore multinazionale della Community” può assumere contemporaneamente o distintamente diversi ruoli: A) provider neutro di servizi; B) editore mascherato da garante della Community; C) venditore di beni e servizi; D) raccoglitore occulto o manifesto di Dati personali; fino a diventare E) Censore e Arbitro non contestabile di Vero o Falso.
I Gestori sono stati chiamati più volte a chiarire il loro ruolo, ma non l’hanno voluto fare. Perchè? Perchè se assumessero chiaramente il ruolo B) di Editori sarebbero responsabili di fronte alle magistrature nazionali di tutti i contenuti pubblicati e dovrebbero anche pagare le tasse sui guadagni maturati su ogni territorio. Preferiscono dunque assumere il ruolo A) di providers che li manleva dalle responsabilità salvo comportarsi da Editori, quindi riservarsi di chiudere o meno un account, quando lo ritengono opportuno. Questa posizione “ibrida” si è rivelata per loro molto vantaggiosa e la tendenza, da parte loro, è quella di mantenerla ad ogni costo.



L’INDIA NAZIONALISTA CONTRO IL GRANDE RESET di A. Vinco

L’India nazionalista contro il Grande Reset occidentale (La dottrina Jaishankar)

Subrahmanyam Jaishankar, ministro degli esteri indiano, figlio di un accademico specializzato sul pensiero strategico nell’Indo-Pacifico, è stato ambasciatore in Cina dal 2009 al 2013 e poi negli Usa sino al 2015, dopo una lunga carriera diplomatica che ha veduto la sua permanenza in Russia, Giappone, Corea del Sud, Europa. Nel libro da poco pubblicato, “The India Way: strategies for an Uncertain World” (settembre 2020), una via per l’India, vi sono tre fondamentali orientamenti strategici che proviamo a mettere sotto la lente di ingrandimento. Infine azzardiamo una lieve disamina del limite strategico di Jaishankar.

L’Asia al centro: la bilancia di potenza

Jaishankar è un fine geopolitico, il suo maestro pare essere Karl Hashofer, grande mentore del gerarca nazista Rudolf Hess. A differenza della frazione nazista neo-prussiana e russofobica, affermatasi dal giugno del 1941, Haushofer – come Schmitt – teorizzava l’alleanza continentale eurasiatica contro la talassocrazia capitalistica angloamericana.  Si sta realizzando un mondo più multipolare, con un maggiore dispiegamento della potenza e con un raffreddamento del vecchio concetto di alleanza strategica. Maggior multipolarismo e minor multilateralismo: sarà la bilancia di potenza, militaristica e geopolitica, il principio operativo della nuova civiltà multipolare, non la retorica della sicurezza collettiva né il consenso pseudodemocratico dei popoli. Jaishankar ha scritto questo saggio contemporaneamente all’affacciarsi sulla scena mondiale della Rivoluzione mondiale Covid-19; risponde indirettamente a quanti, come Schwab, fondatore e presidente del WEF, teorizzano il principio del Grande Reset e del governo globalista elitista della quarta rivoluzione industriale. Jaishankar, che resta di scuola prussiana, nota che l’ascesa della Cina Socialista sul piano della bilancia globale è un vero e proprio assalto al potere mondiale del capitalismo digitale e dell’elitismo. “L’ascesa di una nuova superpotenza è per sua natura un evento distruttivo per qualsiasi ordine mondiale”, scrive il ministro degli esteri indiano. La Cina Socialista, a differenza dell’Urss, è ben più difficile da far corrispondere con un ordine mondiale a guida occidentale e secondo il Nostro il conflitto è di civiltà (Asia gialla contro occidente razzista bianco) oltre che ideocratico (socialismo nazionale asiatico contro capitalismo digitale). Nella relazione tra Usa e Cina degli ultimi venti anni, “gli Usa hanno guerreggiato senza vincere, la Cina ha vinto senza combattere”. Washington, la potenza egemone, avrebbe dovuto negoziare con la potenza ascendente circa 10 anni fa, ora è per Jaishankar troppo tardi, la centralità geopolitica e geoeconomica è di nuovo rientrata in Asia dopo secoli, dall’inizio della Rivoluzione industriale. L’euroccidente è ormai periferia globale, l’Asia è di nuovo al centro. Senza la forza lavoro asiatica, la Silicon Valley sparirebbe. Fallì il progetto panasiatico del Giappone militarista e fascista verso tale direzione, è andato invece in porto quello della Cina Socialista laburista.

Antagonismo tra globalizzazione e sovranismo

Jaishakankar parla di “una drammatica rinascita del nazionalismo”. E’ significativo, però, che il Nostro inquadra nella categoria di “nazionalismo” l’India di Modi, la Cina Socialista confuciana e il Giappone shintoista, che starebbero dalla stessa parte del tavolo. Drammatica, in quanto  provoca il risentimento xenofobo del populismo patrimoniale occidentale. In questo ambito, “nazionalismo” non significa ciò che in Occidente si definisce “sovranismo”; anzi, “sovranismo” è nella visione del geopolitico di Nuova Delhi la retroguardia della storia, il tentativo strategico di arrestare il mutamento della gerarchia della bilancia mondiale di potenza. Il “sovranismo” occidentale è perciò la reazione dell’Occidente privilegiato a tale riequilibrio strategico di potenza. Le stesse sinistre progressiste occidentali note per la loro politica di potenza militaristica rappresentano per il Nostro una reazione globalista anti-asiatica e razzista. Il globalismo elitista del Grande Reset è dunque nemico del Multipolarismo come e forse più del sovranismo populista. Contro la logica della privatizzazione ultraliberista e delle multinazionali, contro la globalizzazione transumanistica della Silicon Valley, Jaishankar, ascoltato consigliere di Modi, teorizza dunque la versione domestica dei nipponici grandi colossi di Stato (zaibatsu) e il nazionalismo antimperialista, antieurocentrico e antioccidentale. Questo sul piano strategico, vediamo riguardo al decisivo momento tattico cosa ci dice.

La tattica indiana: il Grande Riequilibrio contro il Grande Reset

Jaishankar non prevede comunque una crisi definitiva della globalizzazione, ma prevede un conflitto continuo tra sovranisti e globalisti senza che prevarrà in definitiva nessuno dei due schieramenti. Il geopolitico considera l’Indo-Pacifico il nuovo centro del mondo: nel 2017 Donald Trump ribattezzò l’Us Pacific Command Indo-Pacific Command, Jaishankar scrive che i puristi e i geopolitici attribuiscono la formula a Karl Haushofer, stratega tedesco degli anni Trenta, formula perciò estranea alla scuola geopolitica angloamericana. Indo-Pacifico non è solo un concetto strategico, ma una direzione millenaria culturale e economica. La tattica indiana si fonderà sull’abbandono del dogma del “non allineamento” a vantaggio del “multi-allineamento”, nonostante ciò il Nostro sembra propendere per un allineamento fluido con Tehran – coinvolto nel progetto del porto di Chabahar che ha subito messo in allerta Washington -, Mosca e Tokio. Le priorità, per Nuova Delhi, sono creare un’Asia stabile, poiché sarà “l’Asia multipolare a guidare il mondo futuro multipolare” e attrarre capitali e tecnologie internazionali in India, come è avvenuto con la modernizzazione cinese negli ultimi decenni. L’Asia dello Stato politico e tecnologico sovrano lancia così la sfida, in epoca Covid-19, al Grande Reset del globalismo progressista delle sinistre gender occidentali e al sovranismo patrimoniale. Non bastando la Cina, anche Giappone e India sembrano voler uscire dal perimetro di sicurezza occidentale.

I tre limiti nella visione di Jaishankar  

  1. Egli non vede nel suo effettivo peso la potenza geopolitica panrussa: il presidente VVP, guida mondiale della guerra al terrorismo e alleato del presidente baathista siriano Bashar Al Asad, ha messo poco tempo fa all’angolo i globalisti elitisti che volevano ridurre la Russia a piccola potenza regionale. Ora è di certo determinato a affrontare i sionisti Biden/Harris che vorrebbero scatenare una nuova guerra ibrida contro Mosca.
  2. Egli sembra non vedere affatto, in questo nuovo ordine multipolare, l’offensiva islamica. Per ora, il leone dell’Islam è il presidente turco Erdogan, ma non va escluso un nuovo protagonismo iraniano.
  3. Jaishankar si è affrettato, in questi giorni, a fare una serie di retweet di messaggi adulatori di Modi verso la Sionista indoamericana Harris. In alcuni punti, il ministro degli esteri indiano, come visto, dà per cosa fatta l’ascesa cinese al primato mondiale, in altri ci dice che la contesa sino-americana “sarà lunga e duratura”. Questo si giustifica di certo alla luce della sua concezione tattica e flessibile del “multiallineamento”, ma Jaishankar non dovrebbe dimenticare che l’India potrebbe in queste condizioni – con il Giappone sempre più orientato verso una parità strategica antioccidentale con Pechino (1) – diventare zona sotto assedio permanente di un nuovo fronte panasiatico guidato da Xi Jinping. La controversia sino-indiana sul Kashmir degli ultimi mesi dovrebbe allertare Nuova Dehli e il ministro degli esteri Jaishankar. Il multiallineamento di Nuova Dehli dovrebbe tornare a una reciprocità tattica con Pechino (2), senza abboccare alla pericolosa via che la Sionista Harris tenterà di aprire nelle relazioni indoamericane. L’asse Nuova Dehli-Casa Bianca- Tel Aviv che la Harris – nuova star del Giudaismo Mondiale (3) -vorrebbe imporre al ministro degli esteri Jaishankar potrebbe essere la tomba di ogni afflato di risorgimento sovrano indiano, antiamericanista e antioccidentale.

Note




CONTRO IL GRANDE RESET di Moreno Pasquinelli

«Per salute non si deve intendere soltanto la conservazione della vita, a qualunque condizione; ma una vita per quanto possibile felice». Thomas Hobbes

PREMESSA

L’idea di fondo di chi scrive è questa: il turbocapitalismo neoliberista, anzitutto occidentale, è entrato da tempo in una crisi mortale, tuttavia, come ogni organismo storico-sociale, esso vuole sopravvivere ad ogni costo. Potrà riuscirci solo se sarà in grado di auto- trasformasi. Così è accaduto in ogni grande crisi sistemica, anche quella degli anni ’70 del secolo scorso, che partorì appunto il mostro neoliberista. Malgrado il Covid non sia nemmeno lontanamente paragonabile alla peste che decimò la popolazione europea nel XIV secolo, il XXI potrebbe assomigliare proprio a quello che segnò il passaggio epocale dal Medioevo alla modernità. L’avanguardia politica dei globalisti ne sembra convinta ed ha chiaro in testa dove condurre l’umanità. Essa sa che un simile passaggio non sarà indolore, che dovrà spazzare via resistenze tenaci, che ci saranno profonde turbolenze sociali… cadranno teste, crolleranno regimi, spariranno nazioni, modi di vita saranno sconvolti. Affinché simili “distruzioni creative” possano produrre gli effetti desiderati, chi le pilota ha bisogno di eventi sconvolgenti, tali da scioccare le masse e da convincerle della ineluttabile necessità del mutamento radicale che questa avanguardia politica ha in mente. La cosiddetta “pandemia” ha consegnato a questa avanguardia politica un’occasione d’oro per attuare quello che chiama “Il Grande Reset” (ovvero reimpostare il sistema capitalistico nel caos per ricostruirlo). Scioccare le masse è solo la prima fase, dopo il coma farmacologico narcotizzante, esse andranno risvegliate per essere quindi mobilitate e intruppate. La cupola, nel tentativo di indirizzare gli eventi, sfodera la sua “nuova” visione del futuro, offre alle larghe masse un’ideologia seducente, così da giustificare le pene dell’inferno che stanno subendo e dovranno subire. Ecco dunque che il bio-potere (il sovrano che mentre dice di conservare la vita proprio per questo pretende il rispetto dei suoi definitivi dispositivi disciplinari), brandito il fantasma della “morte nera”, esibisce la sua abbagliante e super-progressista promessa: in virtù dei miracoli della scienza, delle diavolerie digitali e della farmacologia, il futuro prossimo sarà un paradiso post-umano tecnicamente perfetto. Dopo lo shock la narcotizzazione. Chi non si oppone a questa narrazione dietro alla quale il bio-potere si maschera e nasconde le sue pretese totalitarie, è complice.

SINDEMIA O PANDEMIA?

Il mondo scientifico è tutt’altro che unanime sull’origine del virus. Non è affatto certo, né il cosiddetto “spillover” (il salto da animale a uomo), né che il passaggio sia avvenuto a Wuhan o nella provincia dello Hubei. L’autorevole ricerca compiuta dall’Istituto dei tumori di Milano e dall’Università di Siena, analizzando i campioni di 959 persone asintomatiche che avevano partecipato agli screening per il tumore al polmone tra settembre 2019 e marzo 2020, ha ad esempio accertato che l’11,6% di queste persone aveva gli anticorpi al coronavirus, di cui il 14% già a settembre. Il virus aveva quindi iniziato a diffondersi in Italia già dall’estate 2019. Le autorità politico-sanitarie, per giustificare le loro misure sproporzionate e liberticide e lo stato d’emergenza a singhiozzo, hanno costruito una vera e propria campagna di terrore fondata sull’idea che saremmo in presenza del rischio di uno sterminio di massa. Per confermarlo esse usano il criterio aleatorio del tasso di letalità di una pandemia (rapporto tra le persone decedute a causa della malattia col totale dei malati). In verità è il tasso di mortalità (rapporto tra deceduti e popolazione) il parametro decisivo, anche perché permette un confronto tra l’epidemia attuale e quelle precedenti. Solo negli ultimi cento anni ne ha subite almeno tre: quella devastante è stata la spagnola (H1N1) nel 1918-19, neanche paragonabili la “asiatica” (H2N2) nel 1957-58, la “Hong Kong” (H3N2) nel 1968-69.  Ebbene, il tasso di mortalità del Covid su scala planetaria si attesta ad oggi allo 0,016, quello dell’Asiatica dello 0,068, quello della Spagnola del 3,3%. Da sempre l’umanità ha dovuto far fronte a pandemie influenzali. Prendendo per buoni i dati dell’OMS (metà novembre 2020) sarebbero decedute nel mondo, “causa Covid”, 1.338.769 persone, il doppio di quelle morte per problemi respiratori legati ai virus influenzali negli anni scorsi. Numeri ufficiali che mentre smentiscono coloro che negano la pericolosità di questa sindemia, quando non la sua stessa esistenza, a maggior ragione destituiscono di ogni fondamento l’isterica  drammatizzazione in atto. Non è finita qui. C’erano state già nella primavera scorsa polemiche sulla classificazione sbrigativa dei decessi. Virologi di fama, immediatamente silenziati, avevano fatto notare che mentre nelle altre pandemie influenzali le statistiche abbiano sempre considerato le “morti indirette per complicanze polmonari o cardiovascolari”, col Covid questa tassonomia sia scomparsa. Oggi non c’è più alcun dubbio che la classificazione usata in primavera sia stata deliberatamente ingannevole: “Abbiamo sbagliato a contare i decessi, anche chi aveva un infarto con un tampone positivo lo abbiamo registrato come morto per Covid”.

Tuttavia considerare il Covid-19 (Sars-CoV-2) una pandemia, se è tecnicamente giusto, è essenzialmente sbagliato. Come attestato da autorevoli scienziati, si tratta piuttosto di una “sindemia”: la sindrome respiratoria causata dal Covid interagisce con malattie non trasmissibili quali diabete, cancro, patologie cardiovascolari, malattie respiratorie croniche. Le sindemie sono cioè caratterizzate da interazioni biologiche e sociali che aumentano la suscettibilità di una persona a peggiorare il proprio stato di salute. L’economia liberista ha creato un habitat propizio alla letalità dei virus influenzali, causando in tal modo la crescita di queste malattie croniche di massa. Affrontare il virus dunque significa affrontare anche ipertensione, obesità, diabete, malattie cardiovascolari o respiratorie croniche e cancro. Ciò spiega la ragione del fallimento delle risposte adottate dai sistemi politico-sanitari nel contenere la curva di contagio. Se si vogliono evitare nuove “tempeste sanitarie perfette” va ripensato il concetto di salute pubblica e seppellito il modello economico-sociale neoliberista.

A conferma del carattere sindemico della malattia parlano i numeri: la stragrande maggioranza dei decessi, ha infatti riguardato soggetti con patologie croniche, per di più tra i 70 e i 90 anni d’età. La conferma che si tratta di una sindemia viene da un altro dato: più ancora che le differenze biomediche sono state infatti le differenze sociali e di classe a determinare l’alto numero di decessi. Sociologi e scienziati hanno parlato infatti di “pandemia della diseguaglianza”, dato che la stragrande maggioranza dei colpiti risulta collocato nelle zone più basse e indifese della scala sociale. E’ quindi l’economia neoliberista, in quanto porta alle estreme conseguenze la pulsione capitalistica alla crescita illimitata ad ogni costo, la malattia fondamentale, quella che ha creato la “tempesta perfetta”, il combinato disposto tra il virus e sistemi sanitari aziendalizzati.

UN DISASTRO ANNUNCIATO

Le autorità politico-sanitarie, a partire dall’OMS, per giustificare il ricorso alla medievale quarantena utilizzano come criterio il tasso di letalità. Esso dipende dal metodo con cui si decide di considerare e rilevare le persone considerate “malate” o “contagiate”. In Italia e altrove questa modalità da risultati fallaci poiché si basa sulla diagnostica basata sullo screening a tappeto tramite tamponi naso-faringei (RT-CPR) per rilevare la “positività al virus”. La comunità scientifica è divisa sulla affidabilità di questa metodologia (come del resto non è unanime sull’affidabilità delle mascherine come strumento anti-contagio). Essa si basa sulla individuazione, nelle secrezioni respiratorie del paziente, non del Covid19 (il cui genoma RNA non è ancora stato effettivamente isolato), ma geni virali di diverso tipo (nel caso del tampone molecolare) o generiche proteine virali (nel tampone antigenico). Il risultato di questo tamponificio è che anche i soggetti asintomatici, paucisintomatici, compresi quelli con sintomi lievi sono, a torto considerati “malati contagiosi”.

Al contrario, l’epidemiologia ha acquisito da tempo il principio secondo cui la possibilità o meno di trasmettere il virus dipende dalla intensità della carica virale — che può variare da soggetto a soggetto e più è bassa più scende la probabilità di contagiosità. Le autorità, interessate ad alimentare il “terrorismo sanitario”, nella seconda come nella prima “ondata”, spaventano i cittadini sparando alzo zero i numeri crescenti dei “contagiati”, ed evitando di segnalare che la grandissima parte guarisce. E’ il Ministero della sanità a confermarci (dato del 16 novembre 2020) che il 95% dei “contagiati” si cura a casa ed è asintomatico, che solo il 4,5% è ospedalizzato e che lo 0,5% è in terapia intensiva. Numeri che quindi smentiscono l’isterico allarmismo voluto dal bio-potere potentemente alimentato dal circo mediatico ad esso asservito.

Prestigiosi studi avevano subito messo in guardia le autorità politico-sanitarie sostenendo che il lockdown non sarebbe servito a fermare il diffondersi del virus. Quanto accaduto in Italia ha confermato il clamoroso fallimento della quarantena estesa a tutti ed a tutto il Paese — arresti domiciliari di massa, “distanziamento sociale” con illegalizzazione della vita associata, devastante blocco dell’attività economica, serrata delle scuole con la sciagurata “didattica a distanza” che la stessa OMS ha condannato. Non solo abbiamo avuto   migliaia di decessi di anziani già malati (molti ammassati nelle RSA) che potevano essere evitati con una strategia di protezione più accorta; come una bomba ad orologeria è sopraggiunta la cosiddetta “seconda ondata”. Non occorre andare molto lontano per verificare che forme di contrasto non basate sulla quarantena totale hanno ottenuto migliori risultati: in Svizzera il tasso di mortalità si attesta allo 0,04%, in Svezia allo 0,06%, in Germania (13.362 decessi) addirittura alla 0,01%, mentre in Italia (47.870 decessi) è allo 0,08%, al netto dei decimali più di cinque volte tanto. Come mostra anche l’esempio delle elezioni americane, ogni tentativo di opporsi a questa artificiale ondata di irrazionalismo, è stato vano. Chiunque si opponga a questa narrazione è stato ingiuriato e additato al pubblico ludibrio come “negazionista”. Stessa sorte è toccata anche ad autorevoli scienziati controcorrente, scherniti e derisi come “pazzi”.

Sui protocolli adottati nella primavera scorsa per guarire i malati in rianimazione, restano inquietanti interrogativi. Secondo una parte della comunità medica, i metodi usati nelle terapie intensive si sarebbero rivelati addirittura letali. Si fa riferimento, in particolare, all’errore di ricorrere alla ventilazione polmonare forzata nei casi di ricoveri per tromboembolia ed infine a quello di non ricorrere all’uso di antinfiammatori e di antibiotici, che poi si riveleranno invece fondamentali. Inquietante è stata infine la decisione dell’Agenzia del farmaco di vietare, con tanto di minaccia verso i medici che l’avessero invece prescritta, l’uso della idrossiclorochina, che invece si è dimostrata sicura ed efficace nelle prime fasi della malattia. Uno dei tanti casi, in smaccata violazione del giuramento di Ippocrate, di dittatura sanitaria da parte di corporazioni colluse con la grande industria farmaceutica globale. L’accanimento diagnostico ovvero la caccia compulsiva del “malato” tra la popolazione non solo non ha precedenti nella storia dell’epidemiologia sanitaria occidentale, è una delle cause del tracollo del sistema sanitario pubblico, già falcidiato da decenni di tagli lineari. La ricerca massiccia tra la popolazione sana, con milioni di test per il tracciamento dei positivi, oltre ad essere incompatibile con la natura e gli scopi del servizio sanitario, ha causato guasti senza precedenti: blocco dei servizi diagnostici, cura e riabilitazione, aumento dei malati di cancro (“ci troviamo nel mezzo di una vera e propria emergenza oncologica”) e patologie cardiovascolari. A questo vanno aggiunti quelli che a torto sono considerati danni collaterali secondari: la dittatura sanitaria, la distruzione della vita associata, la campagna di isterico terrorismo, secondo psicologi e psichiatri, sta già causando un aumento enorme dei più disparati disturbi psichici: ansia, depressione, disturbi della personalità, schizofrenia. La conferma l’abbiamo dall’aumento dell’abuso e della dipendenza da psicofarmaci.

Di converso e com’era prevedibile, lo sfascio della sanità pubblica ha causato una veloce espansione della sanità privata: chi ha soldi può ricorrere a cure efficaci, chi non ce li ha finisce nel vortice in fondo al quale può esservi la morte. Malgrado molti governi occidentali si fossero dotati di piani contenenti non solo misure ex post, ma specifiche misure terapeutiche ex ante per contrastare il rischio di pandemie, abbiamo assistito ad un clamoroso fallimento. Più marcato esso è stato nei paesi che hanno perseguito politiche neoliberiste di tagli e privatizzazioni, meno devastante in quelli dove tali politiche sono state più sfumate. L’Italia è uno di quei paesi in cui la distruzione del sistema sanitario è andata più avanti. Tagli ai fondi, tagli al personale, tagli ai posti letto, tagli alle apparecchiature, tagli ai servizi di sanificazione e igienizzazione. L’emergenza sanitaria, causata dall’allarmismo isterico, mentre ha mandato in tilt ospedali e centri sanitari, ha mostrato la totale disfatta della “riforma” del sistema fondato sul binomio micidiale aziendalizzazione/regionalizzazione. E’ quindi sulle spalle dei governi neoliberisti che si sono succeduti negli ultimi decenni, prima ancora che su quelle del virus, che ricade la principale causa dei lutti che hanno afflitto tante famiglie italiane.

PANDECONOMIA

Non è dato sapere se la profezia di Bill Gates del 2015, quella per cui era in arrivo una pandemia che avrebbe fatto 10 milioni di morti, sia stata un’uscita estemporanea o invece la dimostrazione che certe élite globaliste avevano in mente un piano per provocare e utilizzare uno shock globale. Resta che malgrado la relativa pericolosità del virus, l’avanguardia mondialista ha deliberatamente agito per farne l’evento traumatizzante per aprire la via e giustificare il Grande Reset. Come a comando le autorità politico-sanitarie e la grande armata mediatica hanno quindi suonato all’unisono lo stesso spartito, utilizzando la pandemia per generare il contagio davvero devastante, il  sentimento di panico e di paura e, sulla falsa riga di T.I.N.A., a far diventare senso comune che non c’è alternativa e l’apocalittica idea “nulla ormai sarà come prima”.

Gli effetti nefasti della gestione della sindemia sono molteplici, primo tra tutti un collasso generalizzato della produzione, degli scambi e dei consumi. Collasso che non a caso è stato più profondo in quei paesi come il nostro che hanno scelto la via della quarantena totale (il Pil italiano ha subito in pochi mesi il più grande crollo della storia: -10%). Un crollo destinato a produrre effetti sconvolgenti e duraturi. Nessuno oramai crede più alla favola della “ripresa a V”. Tra questi effetti il fallimento in massa di piccole e media aziende; la rovina per centinaia di migliaia di esercizi commerciali e attività artigianali; l’annientamento di interi settori e distretti economici, fallimenti bancari causa crediti deteriorati, la caduta delle entrate fiscali. Le conseguenze sociali saranno drammatiche: un aumento esponenziale della disoccupazione, la volatilizzazione dei risparmi, lo sfascio del tessuto sociale, il pauperismo di massa. Alla forte diminuzione della ricchezza prodotta corrisponderà un’ancora sua più diseguale distribuzione. Avremo un’ulteriore concentrazione di capitale a favore dei colossi economici e finanziari mondiali, siano essi conglomerati bancari o speculativi, i quali andranno all’incasso depauperando i paesi con forti debiti pubblici e privati.

Entrata fortemente indebolita in questa grande crisi a causa dell’appartenenza all’Unione europea e alla zona euro, l’Italia rischia di lasciarci le penne. Il processo di saccheggio dei suoi capitali e dei suoi cespiti si accentuerà col rischio di essere fagogitato, addirittura di essere sottoposto ad un regime umiliante di protettorato. Se questo poco importa all’élite del grande capitalismo italiota, i politici pronti a fare i Quisling occupano tutte le postazioni istituzionali apicali. Per i colossi globalizzati della finanza e dell’industria il nostro Paese è solamente una minuscola porzione del mercato mondiale, tanto più che per essi gli stati nazionali sono diventati ostacoli sulla loro strada, quindi ovunque possibile si dovrà rimuoverli o, come minimo, sottoporre ad uno stato di succubanza.

Fatte le pentole il diavolo si sarà anche questa volta dimenticato di fare i coperchi? La grave crisi sociale e politica accentuata dalle politiche anti-Covid farà saltare i coperchi anche ove se ne fosse ricordato. Non è dato sapere quando e dove ma sappiamo il come: le per ora molteplici ma minoritarie manifestazioni di disobbedienza civile sono destinate a diventare ondate di agitazioni popolari, vere e proprie sollevazioni generali. Contro politiche antipopolari globali le rivolte non potranno che essere nazionali e popolari. I dominanti lo sanno bene e si stanno attrezzando alla bisogna. Col pretesto della pandemia essi stanno stringendo definitivamente la garrota al collo della democrazia, collaudando quasi dappertutto, come non era mai avvenuto dalla fine della seconda guerra mondiale, meccanismi e dispositivi di silenziamento del dissenso e di repressione preventiva del conflitto politico e sociale. In Italia questo attacco ha fatto passi da gigante. Un governo scalcagnato, nato solo grazie al sostegno dell’eurocrazia e dei poteri forti, con la modalità di ordinanze e decreti del Presidente del Consiglio di dubbia costituzionalità ha sottoposto il Paese ad un inedito e anticostituzionale Stato d’Emergenza a singhiozzo che ha di fatto soppresso numerosi ed essenziali diritti sociali e di libertà. Lo ha fatto in nome del rispetto dell’Art. 32 della Costituzione e della tutela del diritto alla salute. Sorvolando sull’implicito e meschino concetto di salute, verificato che apprendisti stregoni hanno miseramente fallito, va ricordato loro che il 32 è preceduto da una serie di articoli che sanciscono il diritto al lavoro, alla libertà di pensiero, di manifestazione, a quella di circolazione.

Proprio per evitare questa sorte essi vanno blindando i fortilizi nei quali sono asserragliati e ostentano la loro vile sudditanza al grande capitalismo predatorio. Non solo non danno segni di resipiscenza, difendono tutte le misure scellerate che hanno spinto il Paese nel baratro, senza nascondere che esse si inquadrano, appunto, nell’ottica del “Grande Reset” invocato dall’avanguardia globalista. Non nascondono che puntano a vaccinazioni di massa, con tanto di passaporto sanitario obbligatorio attraverso chip impiantati nel corpo;  alla digitalizzazione dispiegata della vita sociale; a rendere permanenti i dispositivi orwelliani di psico-polizia; allo smantellamento dei settori economici che non possono reggere la competizione globale; a consegnare ulteriori quote di sovranità nazionale all’eurocrazia. Non fanno mistero quindi di credere in un futuro distopico e disumano in cui la maggioranza dei cittadini, trasformati in nuovi schiavi, ricevuto in cambio dell’ubbidienza un umiliante “reddito universale”, dovranno accettare come sovrana un’élite oligarchica transanazionale, una politica che lascerà il posto a “task force” di ragionieri e in cui il ruolo-guida spetterà alla tecno-scienza.

Contro queste forze diaboliche non resta che costruire un grande e trasversale fronte popolare patriottico d’opposizione. Gli ascari che hanno ridotto in brandelli la Costituzione, che stanno distruggendo l’Italia, saranno equiparati a malfattori e per questo sconteranno la pena che meritano.




LE FALSITA’ DEL COVID di Leonardo Mazzei

Oggi voglio parlarvi di un fatto concreto, avvenuto in un ospedale della Toscana, raccontatomi da un’amica che ha perso il padre nei giorni scorsi. Spesso i fatti della vita di tutti i giorni ci dicono molto di più di mille discorsi su grafici e tabelle.

Sappiamo tutti come i numeri del Covid siano inaffidabili. Inaffidabili quelli sui contagi, inattendibili quelli sul numero delle vittime. In tanti sappiamo pure che questa inaffidabilità non è casuale, bensì voluta. E sappiamo anche che tanti potenti interessi concorrono ad una sovrastima della reale portata dell’epidemia.

«Dacci oggi il nostro panico quotidiano» scrive Diego Fusaro commentando il comportamento dei media. E ieri i giornali hanno dato l’assurda notizia di un virus che in Italia sarebbe più letale che altrove. Ovviamente si tratta di una delle tante bufale messe in giro da questi messaggeri della paura controllati da chi col virus rafforza il proprio dominio. Questi giornalistoni fingono di non sapere che il tasso di letalità – che altro non è che il rapporto tra morti attribuiti al Covid e numero ufficiale di positivi – dipende da tanti fattori che con la pericolosità del virus c’entrano come i cavoli a merenda. Il primo di questi fattori è il numero dei tamponi, il secondo è l’attendibilità dell’esame degli stessi, il terzo è la correttezza nell’attribuzione delle cause di morte. E si potrebbe continuare.

Ragionare su questi fattori comporterebbe però una certa fatica e, soprattutto, rallenterebbe la diffusione quotidiana h24 del solito allarme terroristico che tanto piace nei palazzi del potere. Quegli stessi palazzi dove risiedono i responsabili degli ultradecennali tagli alla sanità, fatti in nome dell’Europa, che sono la principale causa degli attuali problemi sanitari.

Ma per una volta non voglio mettermi a discutere di tutto ciò. Preferisco invece riferirvi quanto mi è stato raccontato sulla vicenda accennata in premessa. A seguito delle sue peggiorate condizioni, un uomo, già sofferente da anni di diverse patologie, con seri problemi cardiaci, arriva in ospedale per un controllo, durante il quale ha un arresto cardiaco che lo porta alla morte. Ai familiari – che a tutto pensavano fuorché al Covid – viene fatto sapere che hanno due possibilità. Fargli fare il tampone post mortem ed aspettare l’esito prima di procedere alla sepoltura, oppure chiudere la cassa e fare il funerale in tempi brevi. Ovviamente, come avremmo fatto (quasi) tutti, i familiari hanno scelto la seconda opzione. Ma è qui che arriva la sorpresa: senza tampone la morte viene comunque attribuita d’ufficio al Covid.

Avete capito il valore dei numeri che vi sparano in fronte tutti i giorni i Tg?

Ora, è sempre triste dover parlare di queste cose. E mi rattrista ancor di più doverlo fare per il padre di una persona cara, ma possiamo tacere di fronte ad una simile mostruosità? No, non possiamo, anche perché è difficile pensare ad un caso isolato, ad un errore o ad una semplice violazione delle norme. Probabile, molto più probabile, che questa procedura sia ammessa e tutelata, se non addirittura incoraggiata, dalle regole emergenziali decise dal governo.

Venti giorni fa Guido Bertolaso ha rivelato la convenienza che hanno gli ospedali (2mila euro al giorno a paziente) nel gonfiare i numeri del Covid. Chi scrive non sa se nel caso narrato entri anche questo aspetto. Quel che è chiaro però è la volontà che viene dall’alto di alimentare una narrazione terroristica. Con la paura si governa facile e qualcuno fa pure tanti affari.

In quale incubo ci vogliono ingabbiare? Domandarselo è doveroso. Iniziare a darsi delle risposte è possibile. Ma anche chi è ancora incerto, inizi almeno a riflettere. Il virus è un problema, l’uso che ne fa la cupola al potere lo è di più.

Fonte: Liberiamo l’Italia




35 DOMANDE A UN COVIDISTA di Alceste De Ambris

Anche nell’ambito degli intellettuali critici verso il pensiero unico, che su altri argomenti esprimono opinioni originali, quando si tratta del tema Covid19 alcuni non si scostano dalla narrativa dominante. Ultimo della lista scopro ad es. l’analista di geopolitica Stefano Orsi, che deride la “Marcia della liberazione” dell’11 ottobre come un gruppuscolo di negazionisti.

I termini “negazionista” e “complottista” non sono definizioni ma insulti, coniati appositamente per delegittimare l’avversario e impedire un confronto. Volendo invece suscitare una riflessione, con intento costruttivo e non polemico, a queste persone indirizzo una serie di questioni, in forma interrogativa; non ho certezze ma dubbi (anche se alcune domande sono retoriche e fanno intuire il mio pensiero) che cerco di condividere.

La narrativa covidista consiste in due tesi: che ci troviamo in presenza di una malattia del tutto nuova e di una pericolosità senza precedenti; e che dunque qualsiasi misura restrittiva della libertà è giustificata a tempo indeterminato, qualsiasi siano gli effetti economici. La prima è un’affermazione di fatto, la seconda un giudizio etico-politico. Lo scetticismo sul covid prenderà dunque due forme (che possono coesistere): i dubbi sulla natura della malattia, e quelli sull’opportunità delle misure politiche messe in atto per contenerla. Il Sistema tende a confutare e ridicolizzare il primo ordine di argomenti (solitamente riportando solo le opinioni più pittoresche, es. curarsi con la candeggina e simili), mentre io mi privilegerò gli elementi etico-politici. Non sono un medico, e proprio per questo posso esprimermi liberamente senza rischi per la carriera.

  1. È possibile che i grossi finanziamenti da parte delle case farmaceutiche o della Fondazione Gates abbiano condizionato l’azione dell’Oms o di altre istituzioni sanitarie, o le opinioni di medici e ricercatori?
  2. Perché i medici “ufficiali” e da salotto tv, anziché limitarsi a descrivere il corso della malattia, si permettono di auspicare questo o quell’intervento securitario, invadendo il campo della politica? Se la scienza è discussione e non dogma, tantopiù se si tratta di fenomeni nuovi e non conosciuti, perché i medici critici verso il discorso dominante vengono censurati derisi e minacciati?
  3. Bloccare le attività economiche, causando fallimenti povertà e disoccupazione di massa, non è il classico caso di cura peggiore del male? Non assomiglia a chi, per risolvere il problema di un dolore alla mano, si fa amputare il braccio?!
  4. In una situazione di reale pericolo, poniamo ad es. una guerra, il comportamento tipico delle istituzioni, e dei media organici al potere, è di diffondere fiducia e sicurezza; perché invece qui tra istituzioni e media si fa a gara per diffondere paura e panico tra i cittadini? come si spiega se non con una campagna terroristica orchestrata e diretta a uno scopo? Un governo è necessariamente impotente di fronte agli “attacchi di panico” mediatici, o può far uso dell’art. 648 del codice penale che punisce per procurato allarme l’annuncio di disastri e pericoli inesistenti?
  5. Il diritto alla salute è previsto all’ 32 della Costituzione italiana: prima ci sono 31 articoli che sanciscono il diritto al lavoro, l’inviolabilità della libertà personale, la libertà di circolazione, il diritto di riunione, di culto, il diritto all’istruzione ecc.: è ragionevole che un unico diritto sopprima tutti gli altri, o la collettività dovrebbe cercare un compromesso tra tutti i valori in gioco?
  6. Se al cd. lockdown non c’è alternativa (la nota ideologia “tina”), perché alcuni paesi (come la Svezia) non l’hanno applicato, ottenendo risultati migliori di altri che l’hanno applicato?
  7. Perché escludere a priori che il virus possa essere stato creato in laboratorio, e poi da lì fuoriuscito (per cause colpose o dolose)?
  8. L’argomento per cui bisogna limitare i contatti tra le persone sane perché gli ospedali sono pieni, non equivale a un’ipotetica proposta di vietare i rapporti sessuali perché i reparti di natalità sono pieni?! o cambiando settore, alla proposta di depenalizzare tutti i reati perché le carceri sono piene? Senza la propaganda televisiva quotidiana, non sembrerebbe una follia? Dovrebbero essere i servizi pubblici ad adeguarsi ai bisogni e alle vite delle persone, o viceversa?
  9. Concentrare tutta l’attenzione e tutte le risorse su un’unica malattia, non lascia sguarnita la diagnosi e la cura di altre patologie, anche più diffuse e pericolose? (tumori, malattie cardiologiche ecc.)
  10. È vero che ci sono forti dubbi sull’attendibilità’ dei test Prc, su cui si basano i tamponi, oltre un certo numero di cicli di amplificazione, per cui molti dei cd. “positivi” sarebbero in realtà falsi positivi? (qui lo studio del noto Raoult). In quale altra patologia la maggioranza dei positivi a un esame diagnostico sono asintomatici?
  11. Abbiamo fondate ragioni per credere nella risolutività di un vaccino, posto che per altri coronavirus (Sars e Mers) un vaccino non è mai stato trovato, e che per l’influenza stagionale, a causa della mutabilità del virus, il vaccino protegge solo da una minoranza (30%?) dei virus circolanti?
  12. Se ammalarsi e guarire (magari con pochi o nessun sintomo) equivale a essersi vaccinati, perché demonizzare i “nuovi postivi”, sopratutto tra i giovani, anziché considerarli un evento positivo che conduce all’immunità di gregge?
  13. Nella comunicazione ufficiale non sembrano in atto alcuni trucchi retorici utilizzati durante la crisi economica del 2008, es. il mantra del “fate presto” per far accettare provvedimenti disastrosi, il dogma del “non c’è alternativa”, la soluzione dell’ “aumentare la dose” di un provvedimento inefficace (se l’austerità o il confinamento non funziona è perché non è stato applicato abbastanza), il meccanismo di colpevolizzazione delle vittime (se l’epidemia si diffonde è colpa dei comportamenti dei cittadini indisciplinati) ecc ?
  14. La misura della quarantena esiste da tempo immemorabile, ma è sempre stata applicata ai malati, mentre qui viene applicata alla platea dei sani: è normale o è un abuso?
  15. È vero che non vi sono prove scientifiche sull’utilità delle mascherine da parte del grande pubblico, soprattutto all’aperto? (qui una bibliografia, tra cui uno studio dell’Oms). E che le mascherine possono avere effetti collaterali, se usate per lunghi periodi da non professionisti? oltre agli evidenti aspetti simbolico-antropologici: è mai esistita una società in cui tutti vanno in giro mascherati, se non è carnevale?
  16. Se la mortalità da covid fino a 70 anni circa è simile a quella di una normale influenza (qui lo studio di Ioannidis, epidemiologo di fama mondiale ), e solo dopo i 70 assume un’incidenza significativa (grafico) non sarebbe più logico concentrare la protezione sulle categorie a rischio? Se la mortalità da covid riguarda soprattutto ultraottantenni con tre patologie pregresse (rapporto Iss) non sarebbe più logico isolare solo gli anziani, fornire loro assistenza affinché non abbiano bisogno di spostarsi ecc., anziché condannare agli arresti domiciliari l’intera nazione? Si veda Dichiarazione di Great Barrington
  17. I giovani sono i meno soggetti ad ammalarsi in modo grave: ha senso chiudere le scuole e università, vanificando i diritto all’istruzione? Non rappresenta un’ingiustizia generazionale il neo-proibizionismo delle occasioni sociali (coprifuoco serale, divieto di eventi, feste, sport ecc), che privilegia un astratto “diritto a non essere contagiati” da parte di soggetti anziani che hanno già vissuto ciò di cui privano gli altri ?
  18. Nelle malattie infettive i portatori sani sono solitamente innocui, o comunque molto meno contagiosi dei sintomatici: è giustificata nel covid l’attenzione spasmodica verso gli asintomatici? (cioè potenzialmente chiunque)
  19. Il settore sanitario negli anni scorsi è stata massacrato dai provvedimenti di austerità (tagli per 26 miliardi), con tagli alla medicina di base, posti-letto, medici, infermieri, blocco del turnover ecc.: ripotenziare la sanità con ingenti investimenti pubblici non sarebbe di gran lunga meno costoso rispetto ai danni economici provocati da un lockdown? Perché non è stato fatto? Non era prevedibile il caos e l’intasamento delle strutture sanitarie in caso di inazione?
  20. L’uomo è un animale sociale: la misura prolungata del “distanziamento sociale” da praticare in casa non fa aumentare i disturbi psichici, le depressioni, i suicidi, soprattutto nei soggetti più fragili… oltre a indebolire le difese immunitarie? Identificando in ogni estraneo una minaccia, non distrugge la fiducia reciproca, che è il fondamento di ogni società?
  21. I media ufficiali (mio articolo) nell’ultimo decennio ci hanno propinato bufale colossali sulle virtù morali dell’Unione europea, sulla convenienza del pareggio di bilancio e delle privatizzazioni, sul “salvataggio” della Grecia (in realtà delle banche franco-tedesche), sul pericolo dell’inflazione e la necessità che la Banca centrale resti “ indipendente”, su BinLaden e l’Isis e i terroristi islamici, sulle sanzioni contro i Paesi che il terrorismo lo combattono davvero (Iran, Russia, Siria), su Israele unica democrazia in Medioriente, sull’invalidità delle elezioni in Venezuela e Bolivia che giustificano il riconoscimenti dei golpisti, sulla legittimità dell’arresto di Assange, sull’ambientalismo farlocco di Greta, sulle rivoluzioni colorate in Ucraina e Hong Kong, sulla necessità di censurare le cd. fakenews (altrui)… se finora ci hanno mentito, perché ora dovremmo credergli?
  22. A prescindere dalla reale gravità della malattia, non sembra in ogni caso che il Sistema stia approfittando dell’occasione per instaurare uno stato di polizia, un dispositivo di controllo cui corpi (come direbbe Foucault), una “dittatura sanitaria” senza precedenti dai tempi del fascismo?
  23. È vero che la nostra Costituzione volutamente non ha previsto lo stato di emergenza, e che la grave violazioni delle libertà personali tramite reiterati dpcm (non leggi parlamentari o decreti-legge) è di dubbia legittimità? E’ normale che l’opposizione sia muta, o si limiti a contestare aspetti secondari dei provvedimenti governativi o addirittura ne chieda di più rigorosi?
  24. È vero che nel conteggio dei morti “da covid” e dei ricoverati “da covid” compaiono anche le persone “con covid”, ossia dei semplici positivi, morti e ricoverati per tutt’altre patologie? È vero che gli ospedali ricevono incentivi economici se classificano un paziente come affetto da covid?
  25. È possibile che inizialmente siano state commessi, anche per la novità della malattia, gravi omissioni ed errori terapeutici? Perché inizialmente sono state vietate le autopsie e bruciate le salme? L’organizzazione della sanità a livello regionale, conseguenza dell’ideologia federalista, può aver contribuito a una mancanza di coordinamento e quindi inefficienza nella gestione dell’emergenza?
  26. L’obbiettivo implicito delle misure securitarie sembra essere quello di azzerare il numero dei contagi: non è utopistico nel medio-lungo periodo, considerando che l’Italia non è isolata, il virus continuerà a circolare nel resto del mondo, e le frontiere non possono rimanere chiuse per sempre?
  27. È vero che ora sono disponibili terapie efficaci, e che la cura per la maggior parte dei malati può essere praticata a domicilio, senza sovraffollare gli ospedali? È vero che molte persone ricoverate sono in buone condizioni, ma si sono recate in pronto soccorso a causa della paura diffusa dai media o della mancanza di qualcuno che possa assisterli durante la malattia? È vero che ad oggi le terapie intensive sono ancora vuote circa la metà dei posti disponibili a livelli nazionale (6000)?
  28. Quotidianamente ci viene propinato il bollettino di guerra, in cui compaiono tutti i dati possibili, anche quelli più inutili (come il numero dei “nuovi casi” che alla fine dipende dal  numero dei tamponi) tranne i dati che sarebbero significativi, ovvero la mortalità da covid confrontata con  quella delle malattie respiratorie, dell’influenza o delle altre cause di morte in generale (600-650 mila ogni anno): non è strana questa omissione senza eccezioni?
  29. Quanto dura un’emergenza? Se vi dicessero che il Covid durerà 5 o 10 o 20 anni, sareste disposti a trascorrere tutto questo tempo isolati e mascherati? La vita la libertà e la ricerca della felicità costituiscono un rischio, ma non sono preferibili alla mera sopravvivenza fisica in una condizioni di semi-prigionia?
  30. La decisione su quali rischi siano accettabili e quali libertà siano rinunciabili è eminentemente politica: non dovrebbe essere il popolo a decidere, anziché il governo o i tecnici? Una classe politica che si proclama liberale non farebbe meglio ad abbandonare l’atteggiamento paternalista di chi tratta i cittadini come bambini, limitandosi semmai a dare raccomandazioni e aiuti, ma senza obbligare alcuno a fare alcunché (salvo i malati contagiosi ovviamente)?
  31. E’ corretto dire che le misure anti-covid colpiscono duramente l’economia per ora in modo selettivo, certe classi sociali (precari, autonomi, piccoli imprenditori…) e certi settori, ma che alla fine il conto sarà pagato da tutti? Quando tutto sarà finito, chi pagherà i costi della peggior recessione economica (auto-inflitta) dai tempi della guerra? Una conseguenza non sarà l’enorme indebitamento di famiglie, imprese e Stati?
  32. A fronte della massa dei perdenti, c’è una minoranza che si arricchisce: è realistico pensare che i potentati finanziari, gli oligopoli informatici, le multinazionali, gli oligarchi, chi guadagna sulle oscillazioni di borsa, chi “per caso” avesse previsto in anticipo la crisi sanitaria facendo gli investimenti giusti… tutti costoro stanno facendo enormi profitti e alla fine saranno ancora più potenti di prima?
  33. Non sembra che la malattia si diffonda globalmente, a livello cronologico e geografico, senza apparente ordine logico, e anzi contro un certo buon senso (di più o prima dove meno ce lo si aspetterebbe, e viceversa)?
  34. È legittimo presumere che, se non si fosse verificata l’emergenza covid, in Usa Trump sarebbe stato riconfermato presidente, e in Europa il tema all’ordine del giorno sarebbe l’uscita di vari paesi dall’euro (la Brexit precede immediatamente lo scoppio dell’epidemia)?
  35. Il domandone finale: poiché sia la malattia sia le restrizioni impattano pesantemente sulla vita dei cittadini, su tutti gli aspetti che ho elencato non dovrebbe essere in atto un diffuso dibattito pubblico, aperto a tutte le opzioni e a tutte le opinioni? Se ciò non avviene, è perché queste considerazioni sono assurde o viceversa perché (almeno alcune) sono verosimili?