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IL PARTITO MAI N.A.T.O. di Moreno Pasquinelli

Abbiamo pubblicato la risoluzione con cui Liberiamo l’Italia spiega le ragioni del divorzio da Gianluigi Paragone e il suo gruppo. Alcuni giorni prima Moreno Pasquinelli aveva rassegnato le sue dimissioni dalla “Segreteria” nazionale. Riteniamo utile portarle a conoscenza dei nostri lettori.

Ai membri della “Segreteria” del Partito Italexit con Paragone no all’Europa per l’Italia

mi pare doveroso, dopo avervele verbalmente comunicate in occasione della riunione-farsa del 17 novembre, motivare per iscritto le mie dimissioni dalla “Segreteria”.

Cosa sia accaduto il 17 novembre tutti sapete. Per la seconda volta Paragone ha tentato di mettermi sotto processo — la prima volta il 21 ottobre, quando, in perfetta sintonia con i media di regime gettò palate di merda sulla Marcia della Liberazione ed i suoi promotori (“negazionisti”!). Immaginando che in Liberiamo l’Italia valga la stessa regola che tenta di far valere nel “suo” “partito-non-nato”, Paragone mi ha accusato di essere il mandante di Leonardo Mazzei e Filippo Delle Piane (il primo per essere stato tra i promotori di una riunione “autoconvocata” della “Direzione nazionale”, il secondo, sembra, per aver detto che “il partito dell’italexit si farà, con o senza Paragone”). Quest’ultimo ha non solo decretato la destituzione di Mazzei e Delle Piane dalla “Direzione nazionale”; ha intimato, stracciando i precedenti accordi, lo scioglimento immediato di Liberiamo l’Italia. Dulcis in fundo, ove mi fossi opposto, posto la questione della mia appartenenza alla “Segreteria”.

Giudicato vessatorio e illegittimo il provvedimento di destituzione di Mazzei e Delle Piane, considerato irricevibile il diktat con richiesta di scioglimento di Liberiamo l’Italia; ho seduta stante rassegnato le mie dimissioni dalla “Segreteria”. Dimissioni che voi tutti, senza battere ciglio, avete approvato, evidentemente considerandomi oltre che un capro espiatorio, un corpo estraneo.

L’albero si riconosce dai suoi frutti. Non può nascere alcun partito vero se non da un autentico processo costituente. Cos’è un processo costituente se non il luogo di una discussione libera? Se non la sede di un ordinato e sincero confronto da cui solo possono nascere programma e identità?

Cos’è invece avvenuto? Sono passati sei mesi e non c’è stata alcuna discussione, nessun confronto di idee, nessuna dialettica politica. Ogni tentativo di sollevare in “Segreteria” questioni politiche è caduto nel vuoto. Ogni critica alle superficiali e sballate posizioni politiche pubbliche prese da Paragone è stata giudicata dalla “ditta” come lesa maestà — i.e.: l’atlantismo sperticato, nessuna vera critica alla grande menzogna di regime sulla pandemia, la condanna della rivolta popolare di Napoli come inquinata dalla camorra, gli appelli sbirreschi all’ordine pubblico, il rifiuto di ogni politica di dialogo per un fronte d’opposizione, invettive sconclusionate al governo Conte in perfetto stile Salvini- Meloni. In quanto alla costruzione organizzativa che abbiamo avuto? Il criterio della cooptazione, che necessariamente deve presiedere la formazione dei gruppi dirigenti nella fase costituente, utilizzato come la foglia di fico per nascondere un metodo per cui, alla fine, il marchese Del Grillo tutto decide e tutto può disfare. Di qui l’epilogo dell’epurazione per far fuori i critici, spaventare gli scettici per metterli in riga.

Ergo, non essendoci alcun processo costituente, non nascerà alcun vero partito. Si osserva invece come indiscutibile la concezione di Paragone e del suo socio in affari Gianluca Luciano: non c’è partito se non si siede in Parlamento, e si arriva in Parlamento solo in virtù dell’osservanza delle “leggi” della comunicazione, se non adottando criteri di marketing commerciale. Tutto è appeso all’esibizionismo di un capo senza carisma, alle comparsate che egli fa in Tv, alla cura della sua immagine da parte dell’apposito staff a libro paga. La concezione dell’icona come merce che si vende se è ben confezionata e posta in bella evidenza sullo scaffale. Poco o niente contano la solidità del gruppo dirigente, la qualità dei militanti, il radicamento territoriale e sociale del partito, il lavoro di massa, il coraggio di stare nel conflitto, un’accorta politica di alleanze. Peggio ancora, rischia di risultare fondato il sospetto che il ruolo apicale del faccendiere Gianluca Luciano nulla abbia a che fare con la causa politica ma sia motivata solo da ragioni d’affari, visto che i migliaia di clic al sito paragone.it equivalgono per la “ditta” a tanti quattrini grazie agli urticanti e martellanti pop-up pubblicitari. Come si dice: tutto fa brodo per gli affari dell’azienda Paragone-Luciano, per la quale l’operazione partito, vada come vada, sarà stata una trovata pubblicitaria per non sparire dal mercato.

Avete ragione, non sono come voi, non sono uno yes man, non posso far parte del cerchio magico raccolto attorno al capo. Non solo quindi me ne vado, me ne vado a gambe levate, proseguendo con Liberiamo l’Italia la costruzione di un vero Partito per l’Italexit. Me ne vado forte della convinzione che coi metodi rabberciati e burocratici, con la spocchia narcisistica che è inversamente proporzionale alla lungimiranza politica, tollerando un autoritarismo che cela mancanza di autorevolezza, il fallimento è certo. Con quelli di voi e gli attivisti che non abbandoneranno la causa della liberazione nazionale e sociale ci ritroveremo senz’altro sul campo di battaglia.

Moreno Pasquinelli (Liberiamo l’Italia)

24 novembre 2020

Addendum

A futura memoria allego una succinta cronostoria dei fatti salienti che hanno segnato la mia/nostra partecipazione al tentativo di costruire un partito dell’Italexit.

– Nata per uscire dalla gabbia della Ue, Liberiamo l’Italia, dopo averla perorata (incontri con Paragone dal dicembre 2019 alla primavera successiva), considerò positivamente la scesa in campo di Gianluigi Paragone ed il Manifesto politico che accompagnò quella mossa. Questo giudizio venne confermato dall’esito dell’incontro con cui Paragone chiamò a raccolta le organizzazioni e le associazioni del campo sovranista (27 giugno 2020). La Alterio introdusse sottolineando la necessità di “radicalità di visione, trasparenza, sincerità e volontà unitaria”. Paragone indicò che il partito che andava costruito “non doveva essere di plastica, un 5 stelle 2.0, ma un partito vero, socialmente radicato… non una mera sommatoria di gruppi… ma dovremo contaminarci… Dentro ci potremo anche scannare ma poi si decide… Se non mi sentirò a casa mia tornerò a fare il giornalista”.

– Si svolse quindi un incontro ufficiale tra una delegazione di LiT e Paragone (16 luglio) nella quale, sottolineato che il partito doveva essere composto da militanti veri e basarsi su un regime interno centralista ma democratico, si concordò  che LiT avrebbe partecipato al processo costituente e si sarebbe eventualmente sciolta contestualmente alla fondazione del partito.

– Paragone, ostentando un orrendo simbolo che mai nessuno aveva visto, annunciò in conferenza stampa la nascita del partito (23 luglio).

– Partecipai per la prima volta alla riunione della “segreteria” (30 luglio). Su mia precisa richiesta, allo scopo di costruire una prima ossatura organizzativa territoriale nazionale, venne formata la “Direzione nazionale”, col criterio di due membri per regione. Con toccata e fuga di Paragone, assente il suo socio Gianluca Luciano, si svolse la prima riunione della “direzione (6 settembre).

– Nel frattempo si attendeva con ansia la bozza di Statuto per dare vita all’Associazione che avrebbe dovuto essere il veicolo per portare avanti il processo costituente — attorno al quale si discuteva da mesi senza alcun risultato. Paragone presenta finalmente lo “Statuto-monstre” alla Segreteria (30 settembre). Feci notare che era irricevibile quanto fosse surrealmente verticistico — poteri dispotici e arbitrari ai soci fondatori ed al segretario.

– La “Direzione nazionale, nella sua seconda riunione (non a caso il giorno dopo la Marcia della Liberazione,11 ottobre) già mise in guardia che le cose non andavano per il verso giusto e, allo scopo di dare una spinta al processo costituente e correggerne la verticistica direzione di marcia, votò all’unanimità un ordine del giorno che chiedeva una riunione urgente congiunta con la “Segreteria”.

– Intanto, colpo di scena, Paragone annuncia motu proprio, che non ci sarà alcuna “Associazione”, che si andrà  direttamente alla costruzione del “partito”.

– Per venti giorni la “Segreteria” non da segni di vita. La riunione successiva (21 ottobre), non risponde alla richiesta della “Direzione nazionale”; non discute delle implicazioni per il processo costituente la decisione di Paragone di saltare direttamente al “partito”. Paragone e Gianluca Luciano, secondo colpo di scena, mettono sotto processo il sottoscritto e Tiziana Alterio, “colpevoli” di aver promosso la Marcia della Liberazione. A nulla valse ricordare che l’adesione del “Partito Italexit” alla Marcia era stata confermata dalla “Segreteria” (30 settembre).

– Terso colpo di scena di Paragone alla successiva riunione di “segreteria” (30 ottobre): il partito-non-nato dovrà correre alle amministrative previste per la primavera del 2021 — fino a quel momento s’era invece detto che ci si sarebbe presentati solo alle politiche del 2023 e che semmai, alle comunali, si sarebbero sostenute liste civiche a noi vicine.

– In netto dissenso davanti a questo perentorio annuncio Monica Lozzi (che ricordo era alla destra di Paragone quando venne annunciato pubblicamente il lancio di Italexit) abbandona il progetto di costruzione (3 novembre). La Lozzi sarà seguita da Tiziana Alterio (12 novembre) la quale, ribadita la centralità di agire per un fronte di tutte le forze sovraniste d’opposizione, contesta il settarismo e considera la presunzione di autosufficienza del gruppo.

– Davanti alla perdita di due pezzi da novanta, nonostante le mie sollecitazioni a discuterne, la “Segreteria” fa finta di niente. Non solo il sito web ufficiale del partito è in stato di perenne catalessi, da esso una “manina” fa scomparire tra le parole d’ordine della home sia “scardinare il neoliberismo”, sia “attuare la Costituzione del 1948”. La linea politica, con zig zag spiazzanti, viene calala dall’alto dal sito personale di Paragone, anzitutto dalla sua pagina social personale (ovvero dallo staff di Gianluca Luciano). Alle mie critiche il nostro risponde: “Il sito è mio e scrivo quel che voglio!”.

– In questo contesto alcuni membri della “direzione nazionale”, tra cui Leonardo Mazzei, verificato il consenso di molti, autoconvocano la riunione collegiale della “Direzione nazionale”, invitando invano tutta la “Segreteria” ad essere presente. La riunione (15 novembre) che vede la partecipazione di ben trentadue responsabili regionali su trentasei, approva a maggioranza dei due terzi — con cinque contrari e cinque astenuti — un ordine del giorno in cui, ribadita la richiesta si svolga finalmente un incontro congiunto con la “Segreteria”, chiede che il nascente partito, sulla dirimente questione della pandemia, prenda una posizione coraggiosa contro la narrazione di regime e lo stato d’emergenza che strangola democrazia e diritti e libertà.

Non l’avessero mai fatto!

– Non passano due giorni (17 novembre ore 10:30) che Paragone e Gianluca Luciano convocano d’urgenza una riunione della “Segreteria” per le ore 14:30. In questa riunione, come accadde il 21 ottobre, vengo sottoposto ad un secondo processo. Questa volta la mia colpa è quella, presunta, di essere stato il regista dell’iniziativa della auto convocazione della “Direzione nazionale”. Paragone afferma che l’autoconvocazione è stata un “atto inaccettabile, una provocazione”, dichiarando che “solo alla “Segreteria”, sentito il suo parere, spetta convocare le riunioni della “Direzione nazionale”. Conclude la sua durissima requisitoria annunciando che Leonardo Mazzei e Filippo Delle Piane sono destituiti dalla “Direzione nazionale” e, mettendo in scena l’ennesima sconfessione di posizioni precedenti, lancia l’ultimatum a LiT: “scioglietevi o vi caccio da casa mia!”, quindi, ove non avessi ubbidito, sostiene che la mia presenza nella “Segreteria” non era più accettabile. Di qui le mie dimissioni, la mia richiesta che ognuno votasse per o contro di esse, e il vostro voto unanime a favore.