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SOVRANISMO EUROPEO? di A. Vinco

Paris consensus tra Mosca, Pechino e Washington: l’Europa alla prova di Biden

Marta Dassù, riferimento europeo di Aspen Institute, focalizza da settimane il futuro euroatlantismo della presidenza Biden. In un commento di lunedì 30 novembre 2020 su “la Repubblica”: “L’Europa alla prova di Biden” , l’analista sviluppa significativi concetti geoeconomici e geopolitici. In una lunga intervista rilasciata al think tank “Le GrandContinent”, lo scorso 16 novembre, Emmanuel Macron lancia un sovranismo europeo, neostatalista e solidaristico, critico verso il liberismo globalista del “Washington consensus”, che definisce storicamente superato. Il presidente francese, per taluni versi, si colloca sulla scia di Vladimir Putin, il quale nel giugno 2019 nella intervista al “Financial Times” definiva conclusa l’epoca storica liberale ad egemonia occidentale.

Il liberismo tecnocratico globalista contro le democrazie autoritarie

La Dassù legge la proposta di un Summit delle democrazie che la presidenza Biden intenderebbe mettere sul tavolo nei suoi primi 100 giorni, riunendo gli Stati Uniti con i paesi chiave dell’Europa e con le democrazie “indo-pacifiche” come una agenda di “difesa della democrazia da tendenze illiberali, interne e esterne”. I consiglieri di Biden guardano infatti agli anni ’30 del secolo scorso, con le democrazie plebiscitarie antiliberali (Schmitt) di Italia, Germania e Giappone che si insubordinarono eversivamente ad una egemonia globalistica atlantica che la Prima Guerra aveva in teoria legittimato: “La sfida di questo secolo torna a assumere i tratti della competizione ideologica fra sistemi rivali, aggiornata dal peso dell’interdipendenza economica, dal ruolo dei media e delle tecnologie” sostiene la Dassù, analizzando la prospettiva dei consiglieri di Biden. La supremazia tecnologica, a cui la Cina aspira, è così considerata più una manifestazione di potenza politica social-confuciana e “neo-prussiana” che una forma di tecnocrazia. La stessa elite euroatlantica, a cui la Dassù appartiene, manda in frantumi l’indirizzo economicista sul quale ha poggiato sino a oggi l’Unione Europea a trazione ordoliberistica.

La sfida tra ideocrazie del XXI secolo

L’americanismo vinse sulle democrazie plebiscitarie corporative degli anni ’30 non tanto, o comunque non solo, per la bomba atomica e per il maggior numero di portaerei che riuscì mettere in campo, ma – almeno a nostro avviso – perché seppe allora ben esprimere la logica del “destino manifesto” nella dinamica dell’accumulazione livellatrice del profitto su scala collettiva planetaria. Vinse poi sull’Unione Sovietica poiché quest’ultima, accettata ingenuamente la sfida sul piano tecnologico e economicistico, rimase molto indietro nel dominio cibernetico. L’americanismo fu quindi una idea fondamentale del XX secolo, al pari di comunismo e fascismo. L’ideocrazia americanistica, che nel ‘900 si è identificata storicamente con il liberalismo, vinse perciò perché fu un’idea che illuse e affascinò almeno tre generazioni mondiali. La grande narrazione ha funzionato sino all’11 settembre 2001; dopo il crollo delle altissime torri, quella spinta ideale ha finito per esaurirsi. La Dassù precisa che oggi l’Europa stessa, e quella occidentale e quella di Visegrad, non intenderebbe più seguire Biden nella sua battaglia per la diffusione globalista del liberalismo: “L’ultimo presidente a parlare di diffusione della democrazia fu George W. Bush, con i risultati che conosciamo. Non solo: la maggioranza dell’opinione pubblica europea esprime ormai scarsa fiducia nel modello di democrazia degli Stati Uniti”. Il passo successivo è che il modello cinese, il modello russo o il modello turco, modelli di “democrazie protette” socialmente antiliberiste, ancora prima che non liberali, finiscano per riscuotere più fiducia presso le maggioranze silenziose europee. Non è un caso che nei “sondaggi geopolitici” postCovid sviluppati dai siti di ricerca per le istituzioni italiane, Cina e Russia godano di più benevola fiducia rispetto agli Usa e alla stessa Unione Europea. Biden o Trump, la sostanza non cambia, il mondo è in piena e matura “recessione liberale”.

Morte cerebrale della UE?

In questo contesto, con Biden già dato per prossimo alla Casa Bianca, è arrivata l’intervista sovranista e “antiamericana” del presidente Macron. E’ vero quanto sostiene la Dassù: “la Francia si sente comunque l’alter ego degli Stati Uniti”, ma è anche vero che la UE, al di fuori di quella che Schauble era solito definire la transreciprocità transatlantica (1), perde la sua storica ragion d’essere. Macron ha spesso sostenuto, non a caso, che l’Unione Europea ha perso lo scopo politico del suo progetto, “pesandosi sempre più come un mercato, con una teleologia che ne era l’espansione”. Come noto, il presidente francese non si nascende, attacca da anni l’economicismo ordoliberista europeista rappresentato dalla Merkel. I nodi stanno arrivando al pettine? L’esigenza di autonomia strategica e tecnologica europea richiede, per l’elite francese, un bilancio realista della Alleanza Atlantica: “Ciò che che stiamo vivendo è la morte cerebrale della NATO, proprio sul piano strategico e politico” disse all’ “Economist”Macron nell’ottobre 2019. Il leader di “En Marche” tira di nuovo fuori il multipolarismo subito dopo la proclamazione di Biden presidente, affermando la sovranità assoluta del Consenso Francese nella collaborazione e nella reciprocità con Pechino e con Mosca. D’altra parte, “GermanWaterways and Shipping Autority Straslund” ha pubblicato il 27 novembre l’avviso che stanno ripartendo i lavori, di intesa con Mosca, per completare gli ultimi 150 km del gasdotto Nord Stream 2, considerato sia dall’amministrazione Trump sia da quella Biden una autentica linea rossa. Il multipolarismo batte anche alle porte della Unione Europea: il partito francese si propone come il partito del nuovo statalismo sovranista e dell’imperialismo europeo nella nuova sfida tra ideocrazie, rispetto al classico ordoliberismo economicistico e mercantilistico di Berlino. Macron accarezza anche sogni di autarchia e di più radicato protezionismo europei, sull’esempio di Pechino e Mosca. Beninteso, a dispetto della propaganda liberoscambista, Bruxelles è già strategicamente protezionista, ma l’elite dell’Eliseo intende sviluppare una strategia di vera e propria politica economica statalista e antiliberistica. Sono prove tattiche di fronte a una doppia via strategica: o si affermerà la linea integrazionista e imperialista eurofrancese e neo-gollista o l’Unione Europea, eterodipendente dai volumi digitali e commerciali cinesi, rischierà seriamente la frattura strategica.   

NOTE

E’ significativo che lo stesso Schauble, il 16 novembre, presso il Ministero della cultura della Repubblica federale abbia partecipato a un simposio geoeconomico: “La fine del secolo americano”. In quel contesto, il presidente del Bundestag ha difeso il diritto tedesco alla relazione geoenergetica e geoeconomica con Mosca, con Ankara e con Pechino.