TOKIO SI AGGANCIA A PECHINO? A.Vinco

«Il Giappone è una grande Nazione. Non tollererà che l’imperialismo americano la tenga sotto i propri piedi per sempre». Mao Zedong 27.01.1964 [1]

*Nella foto sopra il Ministro della Difesa del Giappone Nobuo Kishi annuncia di aver concordato con la Cina una linea diretta per risolvere le tensioni riguardanti le isole del Mar Cinese Orientale. 15 dicembre 2020.

Il ritorno del Giappone neutralista nel nuovo ordine multipolare

Alberto Santoni, tra i più grandi storici militari del ‘900, noto per le sue scoperte relative a Enigma, Ultra e alla crittografia, ha ben mostrato come la causa scatenante della Seconda guerra mondiale sia da vedere nell’attacco del Giappone degli anni ’30 al potere mondiale angloamericano. La strategia del militarismo nipponico, basata sull’unità tra la massa continentale cinese e le grandi corporazioni industriali giapponesi, non era tollerata dall’atlantismo. Le sanzioni imposte da Occidente affamarono l’Arcipelago giapponese, paese più povero al mondo di materie prime. Non restava perciò altra via che l’operazione Z, passata alla storia come offensiva Pearl Harbor (7 dicembre 1941). Santoni considera l’ammiraglio Isoroku Yamamoto, il principale protagonista della guerra lampo del Giappone imperiale, il più grande stratega dei tempi moderni, di gran lunga superiore a Napoleone e Guderian. Il 1984 il Giappone realizzava infine lo scopo della guerra lampo: la grande divergenza con il capitalismo europeo-americano non solo era superata ma l’Arcipelago era sul punto di divenire la prima potenza industriale e geoeconomica del mondo. Cina e Giappone si trovarono su fronti avversi, durante il secondo conflitto mondiale, come aveva pianificato la grande strategia indopacifica dell’elite atlantista. Ma già nel 1964, Mao Zedong, in uno scritto: Giappone nostro insuperabile maestro, affermava in piena guerra vietnamita:

«I Giapponesi sono i più grandi guerrieri. Hanno osato far la guerra agli Stati Uniti, ma non solo, l’hanno fatta all’intero Occidente! Hanno cannoneggiato Pearl Harbor, hanno conquistato il Vietnam e le Filippine, la Thailandia, Burma, Malacca e Indonesia; si sono fatti strada con eroismo sino al corso delle Indie Orientali… L’esercito nipponico perdette là 200 mila uomini». (1b).

Il leader cinese, di contro al filosovietismo e al marxismo ortodosso zdanovista della frazione Deng-Liu Shaoqi, elabora, coadiuvato secondo lo storico cinese Qiu Jin da Lin Biao e da Jiang Qing, la rivoluzionaria Teoria dei Tre Mondi: il Giappone, in tale prospettiva geopolitica maoista, si appresta a recitare il ruolo di potenza intermedia né imperialista né antimperialista, ma forza di sostegno all’avanguardismo antioccidentale e anticapitalista rappresentato dalla Cina popolare Socialista in marcia per l’eversione asimmetrica dell’imperialismo unitario bipolare di Yalta USA URSS. Tale previsione maoista sarà effettivamente realizzata dalla frazione denghiana che supererà il marxismo empirista di scuola staliniana grazie al Socialismo con caratteristiche cinesi. Il fedelissimo maoista – ma neo-confuciano – Zhou Enlai, riflettendo anni dopo sul tragico e folle epilogo di Hiroshima e Nagasaki, lo definiva “l’eterno segno di viltà e codardia dei meschini uomini bianchi”. “Uomini bianchi” con cui la più Grande Asia Orientale avrebbe, prima o poi, dovuto prendersi una legittima, fatale rivincita. Per Edwin Reischauer, già ambasciatore USA a Tokio, vittima nel ’64 di un attentato da parte di nazionalisti della destra giapponese,  nell’epoca odierna nessun popolo si è concepito in conflitto con l’intero Occidente capitalista come il Giappone ieri e la Cina oggi. Laddove l’Asia orientale ha utilizzato, perché costretta, il capitalismo, è stato solo per meglio, in definitiva, stringere lentamente e metodicamente il cappio al collo ai capitalisti elitisti euroatlantisti con le loro stesse armi.

Tra Abe Shinzo, Yoshihide Suga, Nippon Kaiji e “questione cinese”

Abe Shinzo è stato il più longevo primo ministro della storia giapponese, ha saputo imporre il modello di una democrazia presidenzialista e blindata sul modello degli esecutivi Koizumi, ha stabilizzato l’economia nipponica al secondo o terzo posto nel paniere mondiale, ha pragmaticamente agevolato la nascita epocale del Giappone comunitario e non individualista 5.0 in antagonismo al 4.0 ordoliberista tedesco e all’ideocrazia transumanista e singolarista della Silicon Valley, ha avviato una intelligente reinterpretazione da parte della Dieta dell’articolo IX della Costituzione che sancisce il diritto del Paese del Sol Levante all’esercizio della difesa militare collettiva. Nel solo 2020, ad esempio, Tokio ha speso 50,6 miliardi di yen per la realizzazione dell’outer space, dello spazio satellitare e comunicativo di profondità; al settore della sicurezza ciber e dell’intelligenza artificiale sono stati destinati 26,7 miliardi di yen; alla difesa sul piano elettromagnetico sono sati forniti 20 miliardi di yen, con particolare specializzazione sul livello di annientamento di velivoli offensivi con finalità militare. Quando, nel settembre 2020, Abe ha annunciato al mondo le proprie dimissioni da primo ministro, alcuni analisti cinesi hanno ricondotto l’uscita di scena di Abe –come del resto quella del settembre 2007 – alle sue aperture filocinesi e alla reazione dello Stato profondo della NATO. Abe, proveniente dalla Nippon Kaiji, come del resto Suga, influente fazione del potere imperiale che non riconosce la vittoria americana sul Giappone  riabilitando storicamente il fascismo degli anni ’30 e i caduti del Santuario Yasukuni, ma usando tatticamente altri metodi rispetto al passato militarismo di massa, ha incarnato l’esigenza strategica di quella che il politologo americano Scalapino definiva la fazione nipponica antiPostdam (2), presente sia a sinistra (ad esempio nella fazione centrista del DSP, Partito Democratico Socialista) che a destra (3). Liu Jiangyong, specialista di politica nipponica presso l’Università Tsinghua di Pechino, afferma che l’esecutivo Abe sul piano della politica estera si è mostrato un ottimo amico della Repubblica popolare di Pechino. Huang Rui, esperto di IR presso l’Università Remnin di Pechino, sostiene che Abe Shinzo è stato il più grande statista giapponese del dopo-’45, distintosi per un realismo multipolare. Zhang Zhimin, analista cinese di peso, molto vicino alla frazione della sinistra radicale del Partito Comunista nota come sulla decisiva questione di Hong Kong Abe si sia di fatto schierato con Pechino contro la tentata Rivoluzione Colorata anglosassone e sionista. Lo stesso Suga, che ha immediatamente sostituito Abe come si trattasse di un avvicendamento da tempo preparato, sembra voler proseguire sulla via del neutralismo nazionale promosso da Abe: sia Takeshi Niimani, amministratore delegato del gruppo Suntory, gigante della distribuzione alimentare di Osaka, consigliere economico dell’attuale premier, sia Kunihiko Miyake, consigliere di Suga per la politica internazionale, hanno preventivamente avvertito la nuova amministrazione statunitense Biden di essere contrari a ogni versione asiatica della NATO. Suga, storico braccio destro di Abe, continuerà la via della “strategia Cina più”, teorizzata proprio dall’ex premier riguardo all’ASEAN dal 2016.

Tokio si aggancia a Pechino? 

Cosa significa però, nel contesto della guerra ibrida globale, neutralismo nazionale per Suga? Inversione di rotta e tentativo di alleanza strategica con la Repubblica popolare di Pechino? Nel mese di ottobre 2020, i fondi nipponici hanno fatto man bassa di titoli di Pechino (85,7 miliardi di yen), il benchmarking cinese è salito in pochi mesi di 80 punti base e la Cina è il paese che ispira più fiducia agli investitori del Paese del Sol Levante. Anche secondo i sondaggi popolari, starebbe crescendo, dopo il Covid-19, la fiducia dei cittadini dell’Arcipelago verso Zhongnanhai. Giappone e Cina hanno in effetti registrato, dopo la Rivoluzione mondiale Covid-19, gli incrementi annualizzati in percentuale più elevati e significativi. Con il superamento del TPP, che Abe patriotticamente e saggiamente ha inglobato nel CPTPP, estromettendo dalla partita gli Stati Uniti di Obama e Trump, e con l’avvio del RCEP Tokio si è definitivamente liberata dall’atlantismo strutturale che la caratterizzava dal 1951. Il Giappone di Abe ha finito per svolgere, per la NATO, lo stesso ruolo di cavallo di Troia che ha svolto in anni recenti la Turchia di Erdogan. Nelle decisioni dei capi di stato più accorti pesa l’incognita dell’avvento del nuovo ordine multipolare. La nuova fase strategica è in atto e i giganti dell’Asia si sono ripresi la storia. Dopo la rivoluzione mondiale Covid-19 l’Occidente è nella fase del declino inarrestabile e con il prossimo e definitivo superamento del dollaro come moneta di scambio si appresta a divenire periferia mondo. La nuova Bandung antioccidentale potrebbe vedere allineate sul medesimo fronte Tokio, Mosca, Pechino, Ankara e Parigi.

NOTE

  • Mao Zedong, OPERE, V.21, Edizioni Rapporti Sociali Milano 1994, pp 33.34. 1b, ibidem, p.213
  • Postdam, nel lessico politico nipponico, indica la “resa imperiale” del 1945. Fu il luogo dove gli Alleati riuniti imposero la smilitarizzazione del Giappone.
  • Destra, Sinistra, Centro, socialdemocrazia e liberaldemocrazia nel lessico e nella pratica politica del Giappone hanno un significato assolutamente diverso e, spesso, antitetico rispetto a quello in uso in Occidente.



LE “RIFORME” DI GIAVAZZI di Carlo Formenti

“Quattro riforme possibili” titola l’editoriale del Corriere della Sera di sabato 12 dicembre, firmato da Francesco Giavazzi. Costui, da zelante imitatore di Friedrich von Hayek (l’indiscusso nume tutelare dell’ordoliberalismo, dal quale ha ereditato l’anima reazionaria ma non la perversa genialità), spiega al governo cosa dovrebbe fare per dare credibilità al piano nazionale di ripresa a partire dai fondi europei. Stanco di ascoltare generiche quanto banali dichiarazioni d’intenti, del tipo “affronteremo con determinazione la riforma della giustizia per garantire procedimenti snelli e processi rapidi”; “concentreremo gli sforzi sulla scuola” o “usciremo finalmente da un ventennio di assenza di crescita”, il nostro si impegna a riempire queste vuote promesse con proposte precise e concrete. Vediamo quali.

Le prime due riforme riguardano l’organizzazione dei tribunali e il penale. Cosa occorre fare in questo campo per migliorare le cose? Semplice: bisognerebbe gestire i tribunali come se fossero imprese (!?).

Nel sentire questa idea che assimila la “produttività” della macchina giuridica a quella di entità il cui unico scopo è generare profitti, ci sarebbe da trasecolare, se non fosse che l’autore di tale corbelleria può contare su decenni di propaganda nel corso dei quali economisti, partiti, media e intellettuali assortiti hanno ossessivamente ribadito la balla secondo cui l’economia privata sarebbe in grado di offrire modelli organizzativi più efficienti di qualsiasi altra attività sociale.

Un assunto che resiste impavidamente all’impressionante massa di smentite empiriche che avrebbero ormai dovuto falsificarlo da un pezzo. Ma evidentemente Giavazzi non ha letto Popper (che pure dovrebbe apprezzare, visto che si tratta di un altro nume tutelare del pensiero liberale). Per cui cita un esempio che per le sue tesi è il peggiore possibile, vale a dire quella separazione fra funzioni accademiche e funzioni gestionali in ambito universitario che, come qualsiasi docente dotato di un minimo di onestà intellettuale può attestare, ha causato un drastico calo della produttività di conoscenze e idee realmente innovative, cioè della sola produttività che ci si dovrebbe aspettare da un’istituzione nata per questo, e non per realizzare profitti. Seguono gli immancabili suggerimenti (istituzione di figure preposte alla valutazione della produttività dei magistrati e di incentivazioni positive – e negative – per meritevoli e fannulloni). Fin qui l’organizzazione dei tribunali, quanto al penale Giavazzi non va al di là della proposta di una radicale depenalizzazione dei reati per sfoltire il numero dei processi (non vi sfiora il dubbio che i primi a essere depenalizzati sarebbero i reati economici?).

Passiamo al ritardo italiano in termini di crescita rispetto agli altri Paesi europei. Quale la causa? L’assistenzialismo, ça va sans dire. A partire da quello che “premia” il Mezzogiorno. La differenza fra salari nominali al Nord e al Sud, scrive Giavazzi, è di poco più di quattro punti, quello fra Ovest ed Est in Germania di 28. Per crescere, aggiunge, occorre allineare le retribuzioni alla produttività e non, come facciamo noi, sovvenzionare la scarsa produttività meridionale (in assenza del minimo accenno alle cause strutturali di tale deficit, aleggia il non detto per cui la causa sarebbe la “pigrizia” dei lavoratori meridionali). Posto che anche questo esempio – cioè il confronto con la Germania – è una zappa sui piedi, visto che, come tutti gli studi seri sul fenomeno attestano, l’unificazione tedesca ha assunto le modalità di una vera e propria “colonizzazione” dell’Est, con lo smantellamento di industrie tutt’altro che improduttive (ma si sa, per Giavazzi le imprese pubbliche sono improduttive per definizione, anche se a guardare la Cina…) a scopo di eliminare concorrenti e generare disoccupazione, creando così un’ampia riserva di forza lavoro altamente qualificata (qual era quella dell’Est) a buon mercato. Già la disoccupazione: certo, è vero – ammette il nostro – che la politica dei sussidi crea occupazione a bassa produttività, consentendo di creare più posti di lavoro, ma questo non serve all’obiettivo della crescita, il quale non si alimenta con lo “statalismo” ma incentivando gli investimenti privati e abbassando le tasse alle imprese. Colossale e spudorata menzogna: decenni di incentivi ai privati e di tagli alle tasse non hanno aiutato l’economia occidentale a crescere significativamente (anche perché quei soldi sono serviti quasi esclusivamente ad alimentare le bolle finanziarie) mentre la Cina “statalista” cresceva a ritmi quattro/cinque volte superiori.

Infine la scuola. Qui Giavazzi non è che si sprema molto (anche perché forse ne sa poco), va sul sicuro: siccome è convinto che i lavoratori debbano tirarsi il collo in fabbrica, applica lo stesso principio agli studenti; basta con le vacanze interminabili e le giornate corte di lavoro e studio: che i ragazzi stiano a scuola fino alle 18 (così si risolvono, Giavazzi non lo dice ma certamente lo pensa, anche i problemi dei genitori, i quali potranno lavorare entrambi a pieno regime per la gloria dei rispettivi datori). Naturalmente questo richiede (bontà sua) “un’integrazione di stipendio per gli insegnanti” (senza esagerare, che altrimenti aumenta la spesa pubblica). Più che quattro “riforme”, i pensierini di Giavazzi suonano come un cinico progetto di macelleria sociale, che dovrebbe instillare qualche dubbio anche nei più intelligenti fra i falchi dell’ideologia neoliberista, i quali, da qualche tempo, hanno iniziato a preoccuparsi della rabbia popolare che gli eccessi della guerra di classe dall’alto che abbiamo sperimentato negli ultimi decenni rischiano di generare. Concludo dicendo che, se mai esistesse un inferno per personaggi come lui, in base alla regola dantesca del contrappasso, rischierebbe di essere condannato a gestire per l’eternità una classe di adolescenti obbligati a stare a scuola h24 come vorrebbe lui.

* fonte: Micromega