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DAL M.S.I. AL SOVRANISMO PATRIMONIALE? di A. Vinco

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Riceviamo e pubblichiamo

Giorgia Meloni e la destra di governo

Francesco Giubilei, presidente della Fondazione Tatarella e direttore di “Nazione Futura”, ha appena pubblicato una biografia politica di Giorgia Meloni: “La rivoluzione dei conservatori”. Giubilei, figura esterna a Fdi, analizza il percorso politico della leader romana, dalla iniziale militanza in Azione Studentesca sino alla guida dei conservatori europei. Giubilei sottolinea la rivendicata continuità di Fratelli d’Italia con la tradizione del Movimento sociale italiano, rimarcando la presenza della fiamma tricolore di eredità almirantiana sul simbolo ufficiale, ma evidenzia pure l’alterità della destra conservatrice italiana rispetto al neofascismo. La linea di Giorgia Meloni è concepita in continuità con il pragmatismo di Giuseppe Tatarella, storico attivista e ideologo missino, Vicepresidente del consiglio dei ministri durante il Berlusconi I. Come Marco Rizzo, sul quale abbiamo tentato di soffermarci giorni fa, sembra aver preso come referente internazionale il Socialismo nazionale han di Pechino, così Giorgia Meloni, come noto, si è sempre di più ispirata al sovranismo conservatore di Orban. Ma quest’ultimo, a differenza di Giorgia Meloni non solo non è affatto sinofobo, è anzi geopoliticamente e geoeconomicamente assai vicino a Pechino e sarebbe particolarmente stimato da Xi Jinping; ma è ancora di più vicino alla Turchia nazional-islamica di Erdogan, con cui accarezza il sogno della nascita di un asse mondiale neo-turanico guidato da Budapest e Ankara.  

Tatarella e Mennitti: i due ideologi della destra italiana

Tatarella fu un discepolo politico di Ernesto De Marzio, storico oppositore della segreteria Almirante (1969-1987). Entrambi furono pugliesi e foggiani. De Marzio fu la mente politica di Democrazia Nazionale, movimento che scinde dal Msi almirantiano nel 1976. Quest’ultima del ’76 fu la più vasta scissione conosciuta da un partito politico italiano nel dopoguerra. Democrazia Nazionale avrà vita breve, durerà infatti appena tre anni, ma il messaggio di antitesi strategica al movimentismo meridionalista almirantiano- basato sull’“alternativa sociale al Sistema” e sull’esempio dei Moti di Reggio– non abbandonerà mai talune correnti della destra in doppiopetto, la cui esplicita finalità iniziava a delinearsi proprio come vera e propria esigenza di governance. Tatarella fu, nel Msi, dopo la scissione di De Marzio, il massimo ideologo della “destra di governo”, volendo chiudere a destra l’arco liberale. In tutt’altra prospettiva si situava un altro pugliese d’adozione, Domenico Mennitti, teorico di una destra sociale e di un movimento nazionalpopolare anticapitalista. L’ambizione di Mennitti fu volta al tentativo di legittimare nella storia italiana quel “socialismo tricolore” all’interno della cui evoluzione la frazione di minoranza del Msi, Proposta Italia, situava, sulla scia degli studi di Sternhell e Gregor, lo stesso fascismo storico novecentesco. Proposta Italia, considerata dal politologo del Mulino Ignazi – serio studioso del “polo escluso” missino – portatrice di una ideologia di tipo “socialista modernizzante e radicalmente antiamericanista”, peraltro molto vicina negli anni Ottanta al decisionismo craxiano, si basava sulla strategia della modernizzare tecnologica italiana, ben al di là di ogni programma di “destra di governo”, puntando al superamento del modello della democrazia partitocratica e parlamentaristica – considerato regressivo sul piano della incipiente sfida storica tra nuovi blocchi di civiltà e socialmente penalizzante per le classi disagiate – con un presidenzialismo sociale plebiscitario basato sulla “socializzazione”, sulla rivincita storica del Lavoro e dell’umanesimo sociale sul capitalismo e su una linea di attenzione verso i nuovi poli geopolitici, in particolare verso la Cina socialista neoconfuciana, con cui peraltro anche il quotidiano missino di quasi totale ispirazione almirantiana simpatizzava (cfr. ad es. “Cina: la grande svolta patriottica”, Il Secolo d’Italia 19.01,1985) e verso il socialismo panarabo baathista iracheno e siriano, nella prospettiva del superamento storico di Jalta e della Nato. Uscire dal capitalismo. Per un movimento nazionalpopolare divenne nel 1990 il manifesto programmatico di tale destra sociale modernizzatrice. Mennitti fu positivamente influenzato, dai primi anni ’80, dal missino eretico Beppe Niccolai, irriducibile antiamericanista e antisionista, amico dell’Islam, per il quale il Movimento Sociale doveva assumere le redini di un movimento di Indipendenza nazionale dall’imperialismo americano. I “socialisti tricolori” del Msi, assolutamente minoritari nel contesto politico nazionale di quel periodo e della stessa destra parlamentare, in pieno Golpe Britannia non esitarono a difendere lo Stato sociale italiano aggredito da Occidente, anche con circostanziate denunce politico-parlamentari; furono comunque loro, ben prima della memorialistica craxiana di Hammamet, a parlare di un autentico colpo di stato angloamericano e israeliano contro l’Italia, attuato con la manovra di quella stessa magistratura di sinistra che anni prima voleva mettere fuori legge il Msi. E’ peraltro un quesito aperto se il primo ideologo a profetizzare, in piena guerra fredda, l’avvento del futuro mondo multipolarista sia stato proprio il missino Niccolai o il leninista Arrigo Cervetto. E’ significativo che con la seconda segreteria Fini (1991), il definitivo coronamento del sogno del pragmatista Tatarella indirizzato verso la “destra di governo”, Mennitti si ritirò dal Msi e si dimise dalla carriera da parlamentare. Già in precedenza, quando Pino Rauti alzò la bandiera occidentalistica contro l’Irak saddamista baathista nella prima guerra del Golfo, i componenti di Proposta Italia, guidati da Staiti, uscirono in segno di protesta dal Msi. Mennitti verrà anni dopo definito “il Richelieu nero di Arcore” dal “Corriere della Sera” in quanto ispiratore della nascita di Forza Italia, che concepiva quale frontiera mediterranea di continuità con il decisionismo patriottico craxiano e con il “socialismo tricolore”. La rottura dell’ideologo missino con il liberismo berlusconiano arriverà però puntuale poco dopo la nascita del Berlusconi I.

Meloni: sovranismo patrimoniale liberista o neoeuropeismo?

Il politologo della Cesare Alfieri Marco Tarchi lesse l’intera storia del Movimento Sociale nella prassi, talvolta conflittuale, del bilanciamento interno tra “carrieristi” e “credenti”. Giorgio Almirante ebbe in tal senso una buona virtù di tattico. Giorgia Meloni, politicamente capace, ottima comunicatrice, si considera sovranista e conservatrice, ma più in continuità storica con il Msi almirantista che con le sperimentazioni successive di Gianfranco Fini. Il sovranismo nasce ufficialmente con Florian Philippot, gollista di sinistra, ex consigliere di Marine Le Pen. L’etnosovranismo è probabilmente estraneo al retroterra ideologico missino nelle sue principali varianti. La frazione Mennitti-Niccolai sarebbe forse oggi multipolarista, probabilmente filocinese (come potrebbero far pensare gli ultimi studi di James Gregor sul “fascismo del terzo millennio”, tra il primo Zjuganov e la Cina socialconfuciana(1)), la frazione almirantiana veramente a fatica si potrebbe immaginare come trumpiana o sovranista, dato che contro Jalta gli almirantiani ribadirono in continuazione il leitmotiv dell’ “Europa nazione” come rivoluzione continentale e terza potenza tra Mosca e Washington oltrechè come superamento del “neo-ciellenismo” italiano rappresentato dal bipolarismo Dc Pci.  A differenza dei tatarelliani conservatori vicini alla Meloni, che puntano alla effimera e formale conquista del potere, la via dell’opposizione totale e della “guerriglia parlamentare e culturale” sarebbe probabilmente ciò che un almirantismo aggiornato praticherebbe. Il realismo tattico di Almirante, a differenza del pragmatismo tatarelliano di Giorgia Meloni, aveva ben compreso che non era matura la oggettività storica del tempo per un Msi di governo: la piazza, i moti di Reggio e de L’Aquila, contestati con perfetto harakiri politico dal Partito comunista, gli scontri ideologici e parlamentari erano la quintessenza del suo movimentismo antagonista. L’ alternativa missina di Almirante fu consapevolmente e tatticamente populista nel metodo ma assolutamente europeista nella strategia finale: tenere più lontano possibile i missini dai posti di potere e dalla spartizione attendendo fideisticamente il crollo del mondo di Jalta, “il mondo dell’anti-Europa” secondo l’espressione di Almirante, in quanto altra via concreta per il leader neofascista non vi poteva essere per la rinascita dei valori del Msi. Differente era invece la via del tatarellismo; destra di governo come linea maestra. Il saggio del giornalista Francesco Boezi “Fenomeno Meloni”, che lascia molto spazio ai militanti e ai quadri intermedi di Fdi, è in tal senso utile, poiché ricostruisce il senso di radicata appartenenza alla variegata galassia postmissina della maggior parte di loro. Boezi ricorda come la Meloni nel 2004 sconfisse in un testa a testa per la guida di “Azione Giovani” il rappresentante della destra sociale, il milanese Carlo Fidanza, oggi europarlamentare di Fdi. Eredità missina nell’odierna prospettiva geopolitica, come abbiamo tentato di spiegare, non può che significare nuovo europeismo statalista, ben più che sovranismo patrimoniale e liberista. Nuovo europeismo che se volesse realmente continuare un certo terzaforzismo che rispecchi il “Né Usa né Urss” dei giovani missini di ieri in un ipotetico “Né Usa né Cina” dei giorni nostri, dovrebbe per forza essere un movimento continentale eurorusso e non, dunque, sovranista occidentale islamofobo. Al riguardo, la segretaria di Fdi sembra non aver preso ancora una chiara posizione: il 29 settembre 2020, eletta alla guida dell’Ecr, si è voluta differenziare dal modello euroscettico e lepenista, autenticamente sovranista, di Identità e Democrazia – di cui il leghista italiano Marco Zanni è capogruppo– ma anche da quello del Ppe, al quale appartiene peraltro anche Orban, assieme a Berlusconi, affermando di rappresentare una terza via oltre i due modelli, sovranista l’uno, euroatlantista il Ppe. Quale futuro politico dunque per Fdi? Un neo-europeismo sociale e statalista almirantiano o l’ etnosovranismo islamofobo dei lepenisti? La stessa rigorosa posizione di Giorgia Meloni sull’immigrazione, a tal riguardo, non sembra tanto corrispondere al retroterra missino. Non solo “i colonnelli” di Almirante, in piena segreteria Fini, ruppero alla fine degli anni Ottanta con le destre europee per le rigide posizioni nazionalistiche e anti-islamiche di queste ultime, ma varie analisi missine dell’epoca leggevano il fenomeno migratorio come una conseguenza della oppressione di civiltà britannica e francese prima, del “neo-colonialismo” americano poi (http://www.beppeniccolai.org/Non_siamo_mai_stati_negrieri.htm). Una forza realmente patriottica, quale Fdi dice di essere, dovrebbe , sul piano internazionale, aspirare all’acutizzazione del conflitto interimperialista in corso, allontanandosi gradualmente dall’atlantismo declinante incentivando la formazione di un forte blocco di civiltà mediterraneo arabo-islamico, da cui l’Italia avrebbe tutto da guadagnare più d’ogni altra Nazione europea (come Macron ha compreso), e ciò sarebbe del resto in maggiore continuità con la frazione autenticamente sociale del Msi; sul piano della politica interna, legittimarsi nella società civile come astuta e severa forza di opposizione totale al sistema globalista e tecnocratico che il governo di unità nazionale euroatlantista vorrebbe garantire. Più che al consenso liquido di massa, che nella società tecnologica avanzata conta politicamente assai poco, una forza patriottica italiana dovrebbe mirare all’egemonia culturale e geopolitica sulle elite informatiche e informative: declinando, al di là di ogni sovranismo patrimoniale, la nuova prospettiva storica di un grande polo di civilizzazione euro-mediterraneo o euro-islamico che significhi concretamente una moderna sfida all’ideocrazia transumanista della Silicon Valley e all’euroatlantismo o eurosionismo di Bruxelles/Visegrad. L’unificazione tra la massa continentale araba e la creatività tecnologica italiana porterebbe sulla scena, nella nuova fase multipolare, un nuovo europeismo, fondato sulla centralità di Roma, ridotta ormai a paria della storia, non solo a causa di una certa cultura leghista ma anche del permanente modello nordista Cavour, il cui utilitarismo trasformistico di un perenne “connubio” ha fatto pagare all’identità nazionale il suo peggiore prezzo. La destra di governo, su cui punta viceversa Meloni, senza il dominio tattico dei centri di potere rappresentati dagli influenti mandarini di stato, asfissiata dai mercati globali – di quasi esclusiva proprietà della Sinistra globalista – ancora oggi più pervasivi nel Belpaese della Cina socialista confuciana, priva come potrebbe essere di una strategia geopolitica di grande respiro come fu quella di uno statista del calibro di Craxi, che seppe donare alla storia italiana, nonostante tutto, gli anni più significativi e importanti dell’intero dopoguerra, non rappresenterebbe per l’identità nazionale nessun balzo in avanti. Rischierebbe anzi di degenerare in una destra di governo ortodossamente euroatlantista. Il neoatlantismo tatarelliano è dunque già storicamente fallito con l’esperimento di governo Fini, inutile riportare in vita un cadavere, a meno che la Meloni non voglia politicamente bruciarsi come Fini.

Note:

  1. https://antonioportobello.wordpress.com/category/fascismo-intervista-esclusiva-al-professor-a-james-gregor/; https://www.istitutodipolitica.it/lamericano-che-studiava-mussolini-un-convegno-in-ricordo-di-anthony-j-gregor/
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7 pensieri su “DAL M.S.I. AL SOVRANISMO PATRIMONIALE? di A. Vinco”

  1. Sandro dice:

    Ciò che Vinco auspica è un sovranismo socialista di Rizzo sulla linea del Pci
    e una destra sociale antiLega neomissina.
    E Liberiamo l’Italia che posizione prenderà????

    Grazie
    Sandro (Vt)

  2. Sandro dice:

    Boom? E allora? Ha ragione Vinco, il consenso liquido di massa nella societa tecnologica non è decisivo

  3. A. dice:

    Su questo dovrebbero rispondere Pasquinelli o Mazzei Leonardo .

  4. destra sovranista dice:

    Premesso che l’articolo di Vinco, chiaramente un antifascista e un Trotskista, è comunque oggettivo e serio voglio segnalarvi alcune piccole precisazioni, sperando che l’accogliete e meditiate sulla relazione originaria Msi-sovranismo. Vedete voto antimaastricht. 1995! spero torniate su argomento.

    L’atteggiamento del Msi in merito al processo di integrazione europea ebbe inizi incerti, nonostante le affermazioni europeiste: in occasione del voto sulla CED, l’opposizione del partito della Fiamma fu dovuta non soltanto alla sensibile riduzione degli spazi di sovranità nazionale ma soprattutto alla questione di Trieste, non ancora risolta nel 1953. Nel 1957, invece, a fronte di un processo di avvicinamento del Msi all’area di governo, ci fu l’adesione del partito di Michelini ai trattati di Roma. Sia gli anni Sessanta, sia gli anni Settanta videro il Msi in posizione molto favorevole al processo di integrazione europea e ciò dipese, da un lato, dalla persuasione che tale processo potesse rappresentare il rafforzamento del baluardo contro il Patto di Varsavia; dall’altro, dalla possibilità per il Msi di trovare alleati in Europa e di potere diventare un punto di riferimento della destra europea. Lo si vide nel voto favorevole all’adesione italiana allo Sme (1978), in un momento in cui il Partito comunista, invece, trovava forti difficoltà a una piena adesione dell’Europa Occidentale.
    Infatti, alla vigilia delle prime elezioni del parlamento europeo, la destra si strutturò con l’Eurodestra e nacque la prima coalizione di forze europee alleate della destra italiana: il Msi nel 1979 si “imparentò” con i francesi di Forces Nouvelles, con gli spagnoli di Fuerza Nueva; quindi, nel 1984, con il Front National, con i nazionalisti greci e con i nazionalisti irlandesi. Nel 1989, con i tedeschi di Die Republikaner e ancora con gli irlandesi del Vlaams Blok.
    La caduta del muro di Berlino, tuttavia, contribuì a modificare sostanzialmente la posizione del Msi: come già aveva anticipato Pino Romualdi nella sua rivista “L’Italiano”, la crisi dei valori tradizionali che seguì al ’68, i primi segni della globalizzazione e soprattutto la fine del comunismo indussero la destra a ripiegare sui valori nazionali, mostrando diffidenza sia verso la soluzione federalista, sia verso la stessa Unione Europea così come si stava delineando. Il voto contrario del Msi al Trattato di Maastricht (1995) segnava una nuova linea che sarà proseguita, con una particolare attenzione ai problemi sociali a livello europeo, dall’erede del Msi, e cioè da Alleanza Nazionale.

  5. valerio dice:

    bellissimo art. grazie a Moreno

    Valerio (Gubbio)

    1. Sollevazione dice:

      L’articolo in questione è del sig. Vinco.

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