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LA CINA È SOCIALISTA? (1) di Mauro Pasquinelli

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Riflessioni sulla natura sociale e politica della Cina alla luce delle categorie marxiste.

[ Prima Parte ]

PREMESSA

La questione cinese ha sempre diviso il movimento comunista, sin dagli anni venti del novecento. Ricordo l’infuriata polemica tra Trotsky e Stalin già nel 1927 sul sostegno alla insurrezione di Shangai e al Kuomintang, che finì con l’espulsione di Trotsky dal PC russo e di Chen Duxiu (per simpatie trotskyste) dal Partito Comunista cinese, di cui fu primo segretario e fondatore.  Rammento le infuocate discussioni in seno  alla Quarta Internazionale sul contestato ruolo dei contadini, come avanguardia della rivoluzione proletaria. Stalin non riconobbe mai Mao come leader del PC cinese e quest’ultimo seguì un percorso di “guerra popolare prolungata” a carattere contadino, mai approvato dalla Terza Internazionale, né contemplato dalla teoria marxista.   E ancora, possiamo mensionare  i rapporti conflittuali, negli anni sessanta, tra il governo russo e quello cinese, esplosi con l’avvento al potere di Krusciov, accusato dai maoisti di essere un revisionista, per la sua politica della coesistenza pacifica con l’imperialismo americano. Per finire con lo scontro militare tra Urss e Cina nel 1969 su una questione di confine, lungo il fiume Ussuri, che ha prodotto centinaia di morti (2). In questo frangente si palesò al mondo come l’internazionalismo proletario fosse al capolinea, proprio nel campo delle rivoluzioni proletarie che avrebbero dovuto unificare, come fratelli, tutti i paesi “socialisti”. L’Albania di Enver Oxa rappresentò un’altra piccola ma significativa testimonianza, negli anni 60 e 70,  di questa divisione all’interno del blocco “comunista”: dopo aver rotto con Tito (già pecora nera per i Russi) e Krusciov,  strinse un alleanza strategica con Mao, che interruppe negli anni 70, precipitando  il piccolo paese in un esperimento di folle autarchia pauperistica.

Oggi la Cina è diventata di nuovo divisiva ma questa volta, per fortuna, solo nel campo della teoria politica. Il fronte, almeno qui in Italia, si divide tra filocinesi, come lo stalinista Marco Rizzo o  i compianti  Domenico Losurdo e Hosea Jaffe, per non tacere degli scrittori Carlo Formenti e Vladimiro Giacchè, apertamente sostenitori dell’idea che la Cina sia socialista,  e i sinofobi, per lo più presenti nel campo leghista e della sinistra sinistrata (non mancano sinofobi anche nel versante sovranista  vedi Gianluigi Paragone), che accusano il Dragone asiatico di totalitarismo, repressione di diritti civili e democratici, nuovo imperialismo, fascismo etc. Tra gli appassionati del “socialismo dalle caratteristiche cinesi” segnalo anche alcuni intellettuali appartenenti alla galassia della destra radicale, di ispirazione euroasiatista  (Dughin, Mutti, De Benoist etc). Mai confusione fu tanta sotto il cielo.

E’ giunto pertanto il momento di formulare un bilancio critico dell’esperienza storica della Cina e della sua natura politico sociale.

A tale scopo voglio prima ricorrere ad un suggerimento del Cinese più rappresentativo, Confucio. Un  discepolo gli chiese quale sarebbe stato il suo primo provvedimento se fosse diventato  capo di Stato. Con grande sorpresa Confucio rispose: “la rettifica dei nomi”. Ben detto. In questa epoca ne abbiamo urgente bisogno. Mai come oggi il nome delle cose perde significato e si trasforma in simulacro vuoto privo di senso e decontestualizzato. Mai come oggi  nomen non coincide più con  res. E la querelle sul Socialismo in Cina, che data da quella oramai memorabile sulla natura dell’Urss che impegnò  fior di Marxisti (da Bordiga e Mandel passando per  Trotsky, Bruno Rizzi e P. Chaulieu) , ci ricorda proprio che il significante Socialismo ha subito lo stesso destino di altri termini (come cristianesimo, capitalismo, comunismo, fascismo etc.) interpretati nelle maniere più diverse, e piegati per far valere principi talvolta contrastanti. L’epiteto di fascista oggi viene rivolto allegramente a Konte come ai burocrati di Bruxelles, a Orban come a Salvini.  Urge pertanto una rettifica confuciana dei nomi, che riporti al centro il significante e ne dia una definizione chiara, completa, vera, imparziale, scientifica e scevra da ideologismi, strumentalismi, sentimentalismi e tifoserie di partito.

Che cosa è il socialismo?

E allora gettiamoci in medias res, definiamo subito cosa indichi, dal punto di vista strettamente teorico, il concetto bistrattato di Socialismo.

Premetto che di questo termine Marx non fece molto uso, preferendo ad esso nel Manifesto la dizione “dittatura del proletariato” o la più tarda espressione  “fase di passaggio al comunismo”, ma con Engels prima e Lenin poi, la letteratura ne specificò meglio il significato,  come prima fase del passaggio al comunismo, o suo stadio inferiore.

Pertanto riassumendo, le fasi di passaggio al comunismo, nella visione marxista, sono sostanzialmente tre: la prima fase è quella che va sotto il nome di  dittatura del proletariato, o governo dei lavoratori, essa si instaura con la presa del potere da parte della classe operaia (nei Grundrisse si preferisce il termine general intellect) e la statalizzazione di tutti i principali mezzi di produzione, o nazionalizzazione. In essa persiste ancora la lotta di classe che termina con la completa eliminazione della borghesia e del proletariato in quanto classi sociali separate ed antagoniste. La fase della dittatura proletaria può anche compiersi in un solo paese, avere cioè una dimensione prettamente nazionale. La seconda fase, quella socialista, è quella del passaggio al primo stadio del comunismo, in cui le classi non ci sono più e lo Stato inizia ad estinguersi.  Per sua natura la fase socialista deve avere una dimensione plurinazionale, interessare almeno una parte dei paesi più avanzati, perchè non si può eliminare la lotta di classe e lo stato in un paese proletario accerchiato, ove continua a persistere una borghesia che dall’esterno organizza la resistenza contro di esso.

Per semplificare all’estremo voglio suddividere in 17 punti quelle che sono le caratteristiche della fase due, quella socialista.

1) La proprietà privata dei mezzi di produzione cede il passo alla proprietà comune. Nulla può diventare proprietà del singolo se non i mezzi di consumo individuali (casa, alimenti, libri,  vestiario etc.) .

2) La produzione non è finalizzata all’accumulo di valori di scambio, ma alla realizzazione di bisogni sociali, ossia al valore d’uso sociale.

3) I produttori associati gestiscono collettivamente la produzione. Questo punto è di vitale importanza teorico-pratica, perchè non essendosi mai realizzato, ci obbliga a definire i defunti paesi a “socialismo reale” come formazioni sociali non socialiste, meglio sarebbe definirle collettiviste burocratiche, alla maniera di Bruno Rizzi. La proprietà giuridico-formale dei mezzi di produzione può essere collettiva ma se a gestirla è un gruppo sociale separato, una nomenklatura burocratica, è nuova formazione sociale classista, non è socialismo.

4) Non esistono più classi sociali antagoniste in lotta tra loro.

5) Le nazionalizzazioni della fase di transizione al socialismo (dittatura del proletariato) cedono il passo alle socializzazioni.  La proprietà nazionalizzata dei mezzi di produzione non è una misura di per sè socialista, ne abbiamo viste in Germania ai tempi di Bismark e Hitler, come in Italia con Mussolini e il centro sinistra degli anni 60.  Socialista è il passaggio della gestione dei mezzi di produzione statalizzati dagli amministratori di professione  ai consigli di fabbrica, (in Russia i Soviet) in cui tutti  sono eleggibili e revocabili.

6) Esiste una effettiva democrazia politico-economica, l’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi e non di apparati che si elevano sopra di essi. Non si libera il proletariato dall’alto, per procura o per semplice decreto.

7) Le cariche dirigenti nel campo dell’amministrazione pubblica si assumono per delega e sono revocabili dalle stesse assemblee o consigli popolari. K. Marx in questo fu esplicito elogiando la Comune di Parigi, come la prima forma, finalmente disvelata, di una società di transizione al comunismo.

8) Lo stato è in via di estinzione.

9) il Piano realizzato dagli individui associati, e non da una élite burocratica,  regola la produzione sociale secondo i bisogni collettivi.

10) Le categorie mercantili in via di estinzione sopravvivono in settori limitati, non strategici della produzione, e nello scambio con altri stati non socialisti.

11) Il lavoro è ancora remunerato in base al contributo di ciascuno alla produzione sociale, sono in vigore gli incentivi materiali. Un ingegnere percepisce più ricchezza in termini di valori d’uso, di un manuale, ma non può accumularla per sfruttare il lavoro di altri uomini o per vivere di rendita.  Merce e denaro non sono ancora scomparsi e la moneta assolve solo una funzione contabile (non si può usare né come riserva di valore, né  prestarla, né  accumularla).

12) Scompaiono le categorie di capitale, lavoro salariato e lavoro alienato. Il produttore, nel socialismo, non è posto difronte  alle forze produttive come a una potenza estranea, ma le usa come prolungamento delle proprie capacità produttive.  Riportando le forze produttive sotto il controllo sociale, la forza-lavoro viva perde la natura di merce remunerabile attraverso un salario, e i mezzi di produzione la funzione di capitale.

13) Il tempo di lavoro necessario è ridotto ad un minimo, e la vera misura della ricchezza sociale non è più il tempo di lavoro, come spiega Marx nei Grundrisse, ma il tempo liberato dal lavoro, il tempo in cui l’individuo si libera dalla schiavitù della specializzazione e può realizzare tutte le sue potenzialità umane, una volta dipingendo e l’altra curando il proprio corpo, una volta assistendo i malati e l’altra organizzando viaggi etc . Il lavoro si trasforma in libera attività creatrice.

14) La divisione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale tende ad un minimo e non ci saranno più uomini che tutta la loro vita lavorano in miniera o nella terra, mentre altri  li sorvegliano in giacca e cravatta.

15) Tutti gli uomini e le donne,  tranne ovviamente bambini, giovani studenti, anziani e invalidi dedicano un minimo del loro tempo di vita  all’attività produttiva: il famoso lavoro necessario diventato finalmente lavoro utile, razionalizzato, non sfruttato, socializzato, e aggiungo sostenibile ecologicamente.

16) Il socialismo è la società dove si compie finalmente il motto della rivoluzione francese: liberté, egalité, fraternité. E’ la società dove gli uomini sono fratelli, liberi ed eguali. Ma a differenza che nella società moderna partorita dalla rivoluzione dell ’89, l’uguaglianza non  è solo formale, — uguaglianza difronte alla legge —  è uguaglianza reale, uguaglianza di opportunità, uguaglianza difronte alle condizioni tecniche e naturali che consentono la produzione di ricchezza sociale. Tutti gli uomini devono avere pari diritti di accesso, non solo all’istruzione, ma  all’acqua, alle risorse naturali, ai mezzi sociali di produzione. E pari diritti di controllo sulle fonti della ricchezza sociale. La fraternità non è solo pronunciata e declamata ma effettiva.  L’individualismo e i laissez faire sono superati in favore di una comunità umana nella quale ci si sente amati e fratelli, come in una grande famiglia. La libertà,  non è più solo libertà  formale di espressione, di stampa, o libertà negativa  (sentirsi liberi da vincoli esterni, dittature, violenza etc.), come nella praxis liberale,  ma  libertaà attiva e positiva, libertà  di poter realizzare tutte le facoltà umane inespresse. Per dirla con Aristotele non è più solo potenza ma è anche atto.

17) Possiamo aggiungere, per completare la definizione del socialismo,  i due grandi imperativi morali di Kant, che fanno al nostro caso:

«agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona, sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine, mai solo come mezzo»  ….    «agisci come se la massima della tua azione dovesse essere elevata dalla tua volontà a legge universale della natura».  Si può  volere -ad esempio_ che l’atto di rubare diventi legge universale? No perchè sarebbe a sua volta derubato chi questa massima propugna. Si può diventare tutti capitalisti? No perchè non si può essere capitalisti senza avere alle dipendenze lavoratori salariati. Ma fare del bene al prossimo, agire virtuosamente, diffondere cultura, si che può diventare legge universale di cui beneficerebbero tutti.

Una attenta analisi della Cina di oggi, come vedremo, ci obbliga a concludere che non è socialista su nessuno di questi 17 fronti.

Domenico Losurdo e il socialismo cinese

Prima di inoltrarci nell’indagine delle caratteristiche economiche della Cina dobbiamo ancora soffermarci su un aspetto esegetico, che attiene ancora alla definizione teorica di Socialismo, e che si ricollega alle tesi esposte da K. Marx nella critica al programma di Gotha del 1875 (3). E qui incontriamo il capostipite italiano dei cinofili,  il compianto filosofo Domenico Losurdo, il quale in più occasioni ci rammenta che la Cina post-maoista è socialista per almeno tre ragioni: a) ha fatto uscire centinaia di milioni di persone dalla fame e dal sottosviluppo. b) In essa il potere è esercitato da un partito che si dichiara comunista. c) Nella Cina è in vigore la massima del Socialismo “da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo il suo lavoro”, che presuppone ancora, quella che Marx, nel citato testo, chiama limite borghese della remunerazione del lavoro nella fase di transizione, cioè non una uguaglianza nei diritti di ognuno al giusto reddito da lavoro, ma ancora,  “un diritto diseguale per lavoro diseguale” (un operaio è più produttivo e riceve più di un altro meno produttivo, un operaio ha 5 figli e deve sfamare più componenti della famiglia di un altro che non ha figli etc.).

Il punto a e b del pensiero di Losurdo è facilmente  decostruibile: anche il Giappone capitalista ha fatto uscire il proprio paese da dipendenza, fame e sottosviluppo e non per questo è socialista. Potremmo aggiungere il caso Indiano, sud coreano, brasiliano e sud-africano. Inoltre come non possiamo giudicare un uomo da ciò che pensa di se stesso, così non possiamo giudicare lo Stato cinese da ciò che il partito comunista dichiara, in falsa coscienza necessitata o per ideologia, di essere. Vale qui l’hegeliana eterogenesi dei fini, o l’engelsiano parallelogramma delle forze storiche: si attuano nella storia umana condizioni diverse, financo opposte da quelle che le forze vincenti dichiarano di voler attuare. Il bolscevico Lenin profetizzava, ad un mese dalla rivoluzione d’Ottobre, uno Stato socialista in cui anche la cuoca amministra gli affari sociali e si è ritrovato a fronteggiare la più potente burocrazia del pianeta, inneggiante, dopo la sua morte, al culto della personalità dell’uomo solo al comando.

Più complesso e capzioso è il pensiero di Losurdo sintetizzato nel punto c.  Qui il filosofo Urbinate cade in una interpretazione economicista della fase socialista e del pensiero di Marx, come se l’elemento centrale e caratterizzante di essa fosse la retribuzione del lavoro, quindi l’aspetto distributivo,  e non invece i rapporti di produzione socializzati, non l’effettivo controllo dei produttori associati sui mezzi di produzione. Rimanendo ai miei 17 punti, Losurdo ne estrae uno e lo fa diventare la cartina al tornasole per l’analisi della formazione sociale cinese. Un’operazione unilaterale che ahimé non regge neanche alla prova dei fatti, visti i crescenti livelli di disuguaglianza sociale in Cina, i miliardari che affiorano a centinaia e le decine di milioni di proletari costretti a lavorare per paghe da fame ed orari più lunghi che nel super-capitalistico Occidente.

[Continua]

Note

(1) Chen Duxiu Anqing, 8 ottobre 1879 – Sichuan, 27 maggio 1942) è stato un politico cinese, uno dei primi leader comunisti della storia cinese. Dopo aver studiato in Francia e in Giappone, iniziò la sua attività culturale fondando nel 1915 la rivista radicale Xin Qingnian (Gioventù nuova); fu una figura di spicco della rivoluzione Xinhai e del Movimento del 4 maggio 1919 per la Scienza e la democrazia. Insieme a Li Dazhao, Chen è stato cofondatore del Partito Comunista Cinese nel 1921, divenendone anche primo presidente e Segretario Generale (1921-1927). Chen è stato anche un filosofo educatore e politico nonché professore universitario: dalla sua cattedra teorizzò che la Cina si sarebbe potuta ammodernare solo se avesse abbandonato l’antica ideologia confuciana, ormai inadatta ad interpretare la società contemporanea. Espulso dal PCC nel 1929 con l’accusa di “trotzkismo”, proseguì il suo impegno progressista e venne per questo imprigionato dal 1932 al 1937 su ordine dei vertici del Kuomintang. La sua casa ancestrale era ad Anqing (安庆), Anhui, dove ha fondato l’influente periodico cinese vernacolare Gioventù nuova. I suoi figli Yannian e Qiaonian, anche loro politici comunisti, furono assassinati dal Kuomintang rispettivamente nel 1927 e nel 1928.

(2) Uno scontro di confine per un piccolo isolotto sul fiume Ussuri portò, nel 1969, a un conflitto di due mesi tra i colossi socialisti. Entrambi erano dotati di armi nucleari e quindi il mondo rischiò grosso. Tutto iniziò all’alba del 2 marzo 1969: 300 soldati cinesi, che il giorno prima erano avanzati sul ghiaccio del fiume Ussuri congelato, attaccarono 55 guardie di frontiera sovietiche sull’isola Damanskij. “Spararono alla maggior parte dei nostri uomini a bruciapelo”, ricorda Jurij Babanskij, tenente generale in congedo ed Eroe dell’Unione Sovietica, che quel giorno sopravvisse, a differenza di molte guardie di frontiera, colte alla sprovvista.  L’isola Damanskij era un piccolo pezzo di terra disabitata (0,74 kmq) sul fiume Ussuri che fungeva da confine tra l’Unione Sovietica e la Cina. Più vicina alla riva cinese, l’isola divenne oggetto di una disputa di confine negli anni Sessanta. Secondo la legge internazionale, il confine avrebbe dovuto correre al centro del bacino idrico principale dell’Ussuri, ma Mosca continuò a ritenere valido l’accordo del 1860, che aveva stabilito il confine sulla riva cinese.

(3) K. Marx, Critica del programma di gotha, Savelli 1975, pag 42-43

 

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6 pensieri su “LA CINA È SOCIALISTA? (1) di Mauro Pasquinelli”

  1. Francesco dice:

    Ho trovato molto interessante questo articolo. A coloro che considerano la Cina un Paese Socialista e addirittura Antiimperialista vorrei rivolgere questa domanda molto semplice: cosa ne dite delle aziende petrolifere cinesi (…FINANZIATE CON CAPITALI STATALI CINESI) che, all’indomani della guerra del 2003, hanno partecipato all’ asta pubblica organizzata dagli americani e dal governo fantoccio iracheno per lo sfruttamento/spartizione delle risorse petrolifere irachene ? Anche la partecipazione a quell’asta tra SCIACALLI, è da considerare una manifestazione di socialismo???

    Francesco F.
    Manduria (Ta)

  2. Francesco dice:

    Mi accorgo (e forse ora ho la conferma) che la mia visione di socialismo è stata sempre vicina alle posizioni (pur non essendo cattolico) della Dottrina Sociale della Chiesa ed è solo per ignoranza e mancato approfondimento che ho sempre confuso i concetti: per me “comunismo” (idealmente) è sempre stato associato a “comunione”, ma è evidente che questo scivolone è possibile solo grazie ad una mia personale inclinazione all’immaginazione (per non dire fantasticheria) che sto cercando di correggere.
    Questa correzione sta rivelando alcuni (forse inevitabili) “effetti collaterali”, non ultimo la mia (almeno credevo) scontata ed automatica collocazione nella cosiddetta “sinistra.
    Sono molto utili questi 17 punti che hai sintetizzato.
    Sono d’accordo su alcuni concetti ma rifiuto quasi per intero questo impianto… Ci sarà modo di approfondire, magari in occasione della prossima camminata…
    Mi sembra però di intravedere una inquietante somiglianza con il programma di progettazione e realizzazione del NWO di matrice gnostico-massonica globalista (in particolare la loro campagna pubblicitaria… la redenzione globale ottenuta attraverso progresso ed evoluzione della specie veicolata dall’universalizzazione dei “diritti” e l’emancipazione dai “doveri”) : “omogenesi” dei fini?
    Se è così bisogna ammettere che siamo già alle prese da tempo con un’intelligenza superiore. Come indica anche Don Juan nei libri di Castaneda (a proposito dei Voladores) sono riusciti ad attuare un vero e proprio colpo da maestro : ci hanno dato la loro mente (in altre parole diventa sempre più difficile, per non dire impossibile pensare a qualcosa che non sia già stato previsto). La gabbia d’acciaio diventa dunque un fatto concreto.
    Dobbiamo sforzarci di fare attenzione alla propaganda messianica la cui capacità principale è proprio il trasformismo (L’inganno promette sempre un profitto…). La Nomenklatura poi, si annida sempre nelle pieghe del tempo ed è pronta a riapparire appena l’idea di classe , per ebbrezza, viene dimenticata.
    La prospettiva della cancellazione-superamento dello Stato poi non riesco proprio a digerirla : per me lo stato è (o meglio, dovrebbe essere) la rappresentazione dell’Essere Infinito su questo piano spaziale e temporale. Dovrebbe quindi incarnare le sue qualità di stabilità, verità, giustizia e splendore poste a freno, specchio e monito di fronte alle forze del divenire caotico e magmatico che conduce inevitabilmente all’entropia dissolutrice. Toglierlo di mezzo mi sembra azzardato anche se solo come programma ideale.
    Posso arrivare a concepire una condizione dove, per compiuta rettificazione e purificazione di tutti gli esseri viventi l’esigenza stessa di mantenere un’istituzione perde di significato, visto che lo scopo dell’istituzione stessa è stato raggiunto, ma l’umanità (in questo momento) si sta muovendo in direzione opposta ad un processo di palingenesi (non previsto dal programma di transizione al socialismo) e l’idea di stato diventa determinante per il contenimento dei danni (materiali e immateriali).
    Naturalmente per attuare questo contenimento ci vuole uno stato incarni veramente questa funzione (rettifica dei nomi) e che, come dici tu, riducendo la distanza tra significante e significato possa servire anche da modello di riferimento (da specchio riflessivo, quindi veicolo di Luce) per le azioni umane.
    Francesco

  3. Fabrizio dice:

    L’elencazione dei 17 punti la trovo eccessivamente manichea, d’altronde è risaputo che il socialismo nelle intenzioni dei fondatori non si è mai realizzato e mai si realizzerà secondo schemi predeterminati. Ma il punto è un altro. Poniamo che il nostro paese esca dall’Unione Europea, che cosa farà? costruirà il socialismo autarchico dello stato libero di bananas? stringerà rapporti di ulteriore sudditanza con gli Stati Uniti come auspicherebbe Paragone?, o dovrà cercare relazioni internazionali, ma indipendenti di sostegno all’economia? Forse la Cina potrebbe rappresentare un partner privilegiato per scambi commerciali della nuova repubblica uscita dall’euro anche in funzione antiamericana o antieuropeista che non molleranno facilmente, prevedo scenari molto foschi. Sulla sua natura poi della Cina: Capitalismo di Stato, Collettivismo Burocratico, Stato operaio degenerato, ecc, il dibattito è aperto, ma ci interessa relativamente.

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